Migranti intrappolati, corridoi umanitari di fuga e ritorno senza calcolo dei morti futuri nella guerra, ed a Bruxelles/Trapped Migrants, Humanitarian Corridors Designed to Escape and Be Sent Back, without Taking into Account Future War-Related and Brussels Deaths

1) Gli attentati di Bruxelles visti da dentro al Parlamento Europeo
pubblicato il 22 marzo 2016 alle ore 17:46 da fanpage.it (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)
Trentotto morti e duecentotrenta feriti, è questo il terribile bilancio degli attentati che hanno colpito la città di Bruxelles. Una bomba è esplosa a Maalbeek, stazione della metro a pochi metri dal Parlamento Europeo. Tutti i membri sono stati bloccati all’interno per motivi di sicurezza, tra questi Matteo Salvini che ha subito chiesto più espulsioni.
2) Da Parigi a Bruxelles: la ricostruzione della timeline del terrore pubblicato il 22 marzo 2016 alle ore 19:50 da fanpage.it (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).
Da Parigi a Bruxelles, la ricostruzione delle vicende legate al terrorismo da 5 mesi a questa parte.
È il 13 novembre 2015 quando una serie senza precedenti di attentati e attacchi kamikaze provoca almeno 130 morti e altri 350 feriti a Parigi.
Il 14 novembre, giorno successivo agli attacchi, la polizia ferma l’auto su cui viaggia Salah Abdeslam – arrestato tre giorni fa – ma lo lascia andare, perché il mandato di arresto non è ancora stato diffuso. Il terrorista è diretto in Belgio. 
Il 16 novembre 2015 la polizia compie un raid nel quartiere Molenbeek di Bruxelles, dove era stata noleggiata l’auto usata dai terroristi nelle stragi di Parigi. Vengono effettuati alcuni arresti. 
Il 18 novembre la polizia compie un nuovo raid a Saint Denis, a nord di Parigi. Muoiono Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati, la cugina Hasna Ait Boulahcen e Chakib Akrouh.
Il 18 marzo 2016, pochi giorni fa, ancora nel quartiere di Molebnbeek in Belgio, viene arrestato Salah Abdeslam: era il ricercato numero uno in Europa dal 13 novembre.
Il 22 marzo alle 8 del mattino due esplosioni all’aeroporto Zaventem di Bruxelles causano almeno 14 morti e decine di feriti. Un’ora dopo un’altra esplosione alla stazione della metro Maelbeek di Bruxelles, che si trova nella zona delle istituzioni europee, causa almeno 20 morti e moltissimi feriti.
3) Nella crisi UE dei migranti l’alternativa esiste e si chiama corridoio umanitario
Mentre l’Unhcr esprime preoccupazione per quelli che si profilano essere gli accordi tra UE e Turchia sui migranti, nel nostro paese va avanti un progetto pilota che mira a portare in sicurezza i profughi in Italia. Le associazioni di volontariato raggruppano un numero di persone da far entrare nella fatidica Europa senza correre i rischi che subiscono fino ad ora uomini, donne e bambini.
Nel tentativo di risolvere la crisi migratoria ha vinto la linea dura: chiudere la rotta balcanica, respingere chi è riuscito a passare, rimandare indietro i migranti economici. La parte da protagonista la farà Ankara, che ha proposto all’UE l’introduzione di un sistema di scambio “uno a uno” dei rifugiati: chi sbarcherà illegalmente in Grecia – a prescindere dalla sua condizione – sarà fatto tornare forzatamente in Turchia; ma per ogni persona rispedita indietro, i paesi dell’UE si impegnano ad accogliere legalmente un rifugiato siriano.
Come contropartita per questo meccanismo, Ankara ha chiesto 3 miliardi di euro in più rispetto a quelli inizialmente previsti. Si tratta, sostanzialmente, come si legge in un articolo del Manifesto, di “accettare il fatto compiuto dell’Europa chiusa in un bunker, con la strada dei Balcani bloccata, e affidarsi alla buona volontà della Turchia, grazie al viatico del denaro”. L’Unhcr ha espresso “preoccupazione rispetto a quegli accordi che prevedono il ritorno generalizzato di tutte le persone da un paese all’altro senza che le misure di protezione per i rifugiati siano sufficientemente illustrate loro, in conformità con gli obblighi internazionali”. Tutta la questione, insomma, non può derogare alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.
Eppure tra i paesi dell’UE di dubbi sulla strada scelta non sembrano essercene troppi. Come scrive Annalisa Camilli su Internazionale, se Bruxelles ha faticato a trovare una linea comune sull’accoglienza, quella della durezza è stata una scelta molto più facile da condividere. Al summit del 7 marzo si sono sentite poche voci fuori del coro. La priorità dei 28 leader dell’Unione europea è quella di ristabilire Schengen, riaprire le frontiere interne, sedare i populismi in patria, mostrare a un’opinione pubblica spaventata di saper usare il pugno di ferro contro i migranti, dipinti come un pericolo pubblico, capro espiatorio perfetto in ogni campagna elettorale, da Budapest a Roma”. Nelle intenzioni dichiarate di Bruxelles c’è il voler mandare un segnale: entrano solo i rifugiati siriani e non ha senso affrontare il mare e arrivare su una barca, tanto si verrà mandati indietro. In questo modo si porrebbe un freno alle morti nei naufragi e alle emergenze umanitarie. Basterà? Sarebbe assolutamente irrealistico pensare che muri, navi e filo spinato riusciranno davvero a fermare chi fugge dal proprio paese. Probabilmente si apriranno nuovi percorsi, che non è detto che non siano più pericolosi dei precedenti.
Un modo per evitare le morti in mare e consentire ai profughi di raggiungere le loro mete in sicurezza è il sistema dei corridoi umanitari. In Italia è stato formalizzato un accordo in proposito lo scorso 16 dicembre, quando è stato lanciato un progetto-pilota nato da un accordo tra la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), la Tavola Valdese, Comunità di Sant’Egidio e Ministeri degli Affari Esteri e dell’Interno. Il piano, finanziato con i fondi dell’8 per mille della Tavola Valdese e a una raccolta fondi, mira a portare in Italia entro 24 mesi mille profughi – “in condizioni di vulnerabilità” o potenziali richiedenti asilo secondo quanto stabilito da Unhcr – provenienti dalla Siria e dai paesi dell’Africa orientale e subsahariana, con voli da Libano, Marocco e dall’Etiopia.A chi arriva viene rilasciato un visto temporaneo – valido solo per l’Italia – per consentire l’espletamento delle pratiche per l’asilo. I migranti arrivati verranno poi distribuiti in case o strutture delle organizzazioni coinvolte nel progetto. Secondo Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, l’apertura dei corridoi umanitari serve a “evitare che i migranti intraprendano i pericolosi viaggi per attraversare il Mediterraneo e per sottrarli alla morsa dei trafficanti e, spesso, alla morte”.
Fino a oggi sono arrivate in Italia attraverso il corridoio umanitario 97 profughi siriani dal Libano. Il 29 febbraio sono atterrate a Fiumicino 24 famiglie con 41 minori, fuggiti dalle violenze di Homs, Idlib e Hama e vissuti negli ultimi 5 anni in campi di fortuna in Libano. I nominativi sono stati forniti da associazioni e chiese locali. Il criterio è quello della vulnerabilità. “A Homs c’erano bombardamenti e scontri, nessuna sicurezza, solo la paura”, ha raccontato Houriya Satouf, una delle siriane arrivate in Italia. Tra i bambini arrivati ce n’era uno di 11 anni, che a causa di una bomba in Siria ha perso una gamba. (Continua su: http://www.fanpage.it/nella-crisi-ue-dei-migranti-l-alternativa-esiste-e-si-chiama-corridoio-umanitario/)
L’ultimo proclama affida alla Grecia la responsabilità di respingere i migranti che vengono dalla miseria,ma non hanno sufficienti diritti per star bene,torneranno di nuovo da dove sono arrivati tra mille stenti.
http://www.fanpage.it/ (tutti i diritti all’autore ed alla testata)
4) 9 MARZO 2016 15:33 di Antonio Palma (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)

Nonostante settimane di trattative e vertici a livello europeo dopo le prime chiusure delle frontiere, per i migranti di fatto oggi si chiude definitivamente la cosiddetta rotta balcanica.

Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia infatti da oggi hanno cominciato ad applicare le misure ampiamente annunciate bloccando completante l’accesso ai rifugiati in arrivo. I primi a decidere lo stop sono stati Slovenia, Croazia e Serbia, tre dei Paesi che avevano partecipato al contestato vertice di Vienna con l’Austria proprio per decidere autonomamente un blocco ai migranti in arrivo dalla Grecia diretti vero il nord Europa. “A partire dalla mezzanotte non esiste più come finora la migrazione attraverso la rotta dei Balcani”, ha dichiarato il ministero dell’Interno sloveno.
Di conseguenza subito dopo anche la Macedonia ha deciso di fare altrettanto non accettando più profughi nel centro di accoglienza di Gevgelija e spiegando che altrimenti miglia di migranti sarebbero rimasti bloccati sul suo territorio. Dalla mezzanotte quindi le autorità macedoni hanno applicato un blocco ferreo alò confine e nessun migrante è entrato nel Paese dalla Grecia. Una decisione che rischia di inasprire le tensioni nel campo profughi di Idomeni, sul confine, dopo gli scontri dei giorni passati per passare. Nel campo, in condizioni igieniche pessime, sono quasi 15 mila i migranti bloccati da settimane. Intanto anche l’Ungheria, preoccupata per un possibile cambio di rotta dei disperati che cercano di entrare in UE, ha annunciato il rafforzamento dei controlli al confine con la Romania con più agenti e militari.
La chiusura totale della cosiddetta rotta balcanica però al momento non sembra preoccupare l’Unione Europea. A spiegarne il motivo è stato il presidente del consiglio europeo Donald Tusk. “Il flusso irregolare di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali è finito. Non è una questione di azioni unilaterali, ma una decisione comune a 28” ha spiegato infatti Tusk facendo riferimento all’intesa con la Turchia raggiunta lunedì notte a Bruxelles. “Ringrazio i Paesi dei Balcani occidentali per l’attuazione di parte della strategia globale europea per gestire la crisi dei migranti” ha concluso Tusk.
(Continua su: http://www.fanpage.it/migranti-macedonia-slovenia-croazia-e-serbia-chiudono-la-rotta-balcanica/
http://www.fanpage.it/).
5) Altri omicidi col fuoco e stupro India, morta dopo 2 giorni di agonia la 15enne stuprata e data alle fiamme
www.fanpage.it 9 MARZO 2016 14:04 di Susanna Picone (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)
La polizia ha arrestato un giovane che secondo la famiglia molestava la vittima da tempo. Nello stato dell’Uttar Pradesh un altro dramma: un bambino è morto cadendo dalle braccia della madre vittima di uno stupro.
Non ce l’ha fatta la giovane indiana di 15 anni violentata e poi data alle fiamme sulla terrazza della casa in cui viveva con i suoi genitori, in un villaggio vicino New Delhi. La giovane è morta dopo due giorni di agonia nell’ospedale dove era stata ricoverata. Aveva ustioni sul 90% del corpo. “Sfortunatamente non siamo riusciti a salvarla, nonostante il massimo sforzo da parte dello staff medico”, ha detto il responsabile dell’inchiesta Ashwani Kumar. Era stata la stessa vittima, soccorsa dai genitori che avevano sentito le sue urla provenire dalla terrazza di casa, a dire alla polizia di essere stata violentata da un uomo che la perseguitava da mesi. “Abbiamo arrestato il responsabile, un uomo di 19 anni che è in custodia giudiziaria”, ha detto il responsabile dell’inchiesta. Sono in corso le indagini per capire i motivi e la dinamica del fatto. Il presunto responsabile della morte della 15enne è stato arrestato e accusato di stupro e omicidio.
Un’altra tragedia in Uttar Pradesh: bimbo muore durante lo stupro della madre – Dall’India arriva anche un’altra drammatica notizia relativa a una violenza su una donna. Uno stupro che ha avuto conseguenze tragiche per un bambino di 15 mesi. Il piccolo è morto dopo essere caduto dalle braccia della madre nello stato dell’Uttar Pradesh. Lo riferisce il quotidiano locale The Indian Express. La violenza risale a lunedì sera, quando la donna di 28 anni è stata avvicinata da due uomini mentre aspettava l’autobus nel villaggio di Shishgarh. I due uomini l’hanno costretta a salire su un mezzo parcheggiato dove, secondo la sua denuncia, sarebbe stata stuprata. Mentre la donna tentava di resistere all’aggressione, il bambino è caduto dalle sue braccia ed è morto sul colpo. Dopo la denuncia della donna, la polizia ha arrestato il conducente e il suo assistente con l’accusa di stupro e omicidio colposo.
(Continua su: http://www.fanpage.it/india-morta-dopo-2-giorni-di-agonia-la-15enne-stuprata-e-data-alle-fiamme/
http://www.fanpage.it/).
Ormai gli stupri e gli omicidi più efferati che i media riportano con dovizia di particolari sono all’ordine del giorno, precisando che non solo i terroristi, ma anche altri militari, hanno come premio autogestito o dato dai comandanti, lo stupro quale la ricompensa della vittoria e carneficina. Ed in tutti i continenti emergono situazioni familiari e non angoscianti, terribili, ma che lasciano indifferenti molte persone. I governi hanno voglia di dedicare le giornate a questi fatti, possiamo riempire i giorni dell’anno con dediche particolari, e non si insegna l’amore al prossimo che troppe volte soffre più di noi ed è parte di tragedie che ormai non si scrivono più. Sebbene un certo risveglio nella popolazione inizia a farsi sentire nelle piazze, nelle processioni, nelle riunioni.
www. Fanpage.it – 9 MARZO 2016 – di Claudia Torrisi (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).

6) Nel tentativo di risolvere la crisi migratoria ha vinto la linea dura: chiudere la rotta balcanica, respingere chi è riuscito a passare, rimandare indietro i migranti economici.
La parte da protagonista la farà Ankara, che ha proposto all’UE l’introduzione di un sistema di scambio “uno a uno” dei rifugiati: chi sbarcherà illegalmente in Grecia – a prescindere dalla sua condizione – sarà fatto tornare forzatamente in Turchia; ma per ogni persona rispedita indietro, i paesi dell’UE si impegnano ad accogliere legalmente un rifugiato siriano. Come contropartita per questo meccanismo, Ankara ha chiesto 3 miliardi di euro in più rispetto a quelli inizialmente previsti. Si tratta, sostanzialmente, come si legge in un articolo del Manifesto, di “accettare il fatto compiuto dell’Europa chiusa in un bunker, con la strada dei Balcani bloccata, e affidarsi alla buona volontà della Turchia, grazie al viatico del denaro”. L’Unhcr ha espresso “preoccupazione rispetto a quegli accordi che prevedono il ritorno generalizzato di tutte le persone da un paese all’altro senza che le misure di protezione per i rifugiati siano sufficientemente illustrate loro, in conformità con gli obblighi internazionali”. Tutta la questione, insomma, non può derogare alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.
Eppure tra i paesi dell’UE di dubbi sulla strada scelta non sembrano essercene troppi. Come scrive Annalisa Camilli su Internazionale “se Bruxelles ha faticato a trovare una linea comune sull’accoglienza, quella della durezza è stata una scelta molto più facile da condividere. Al summit del 7 marzo si sono sentite poche voci fuori del coro. La priorità dei 28 leader dell’Unione europea è quella di ristabilire Schengen, riaprire le frontiere interne, sedare i populismi in patria, mostrare a un’opinione pubblica spaventata di saper usare il pugno di ferro contro i migranti, dipinti come un pericolo pubblico, capro espiatorio perfetto in ogni campagna elettorale, da Budapest a Roma”. Nelle intenzioni dichiarate di Bruxelles c’è il voler mandare un segnale: entrano solo i rifugiati siriani e non ha senso affrontare il mare e arrivare su una barca, tanto si verrà mandati indietro. In questo modo si porrebbe un freno alle morti nei naufragi e alle emergenze umanitarie. Basterà? Sarebbe assolutamente irrealistico pensare che muri, navi e filo spinato riusciranno davvero a fermare chi fugge dal proprio paese.
Probabilmente si apriranno nuovi percorsi, che non è detto che non siano più pericolosi dei precedenti. Un modo per evitare le morti in mare e consentire ai profughi di raggiungere le loro mete in sicurezza è il sistema dei corridoi umanitari. In Italia è stato formalizzato un accordo in proposito lo scorso 16 dicembre, quando è stato lanciato un progetto-pilota nato da un accordo tra la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), la Tavola Valdese, Comunità di Sant’Egidio e Ministeri degli Affari Esteri e dell’Interno. Il piano, finanziato con i fondi dell’8 per mille della Tavola Valdese e a una raccolta fondi, mira a portare in Italia entro 24 mesi mille profughi – “in condizioni di vulnerabilità” o potenziali richiedenti asilo secondo quanto stabilito da Unhcr – provenienti dalla Siria e dai paesi dell’Africa orientale e subsahariana, con voli da Libano, Marocco e dall’Etiopia. A chi arriva viene rilasciato un visto temporaneo – valido solo per l’Italia – per consentire l’espletamento delle pratiche per l’asilo. I migranti arrivati verranno poi distribuiti in case o strutture delle organizzazioni coinvolte nel progetto. Secondo Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, l’apertura dei corridoi umanitari serve a “evitare che i migranti intraprendano i pericolosi viaggi per attraversare il Mediterraneo e per sottrarli alla morsa dei trafficanti e, spesso, alla morte”. Fino a oggi sono arrivate in Italia attraverso il corridoio umanitario 97 profughi siriani dal Libano. Il 29 febbraio sono atterrate a Fiumicino 24 famiglie con 41 minori, fuggiti dalle violenze di Homs, Idlib e Hama e vissuti negli ultimi 5 anni in campi di fortuna libanesi. I nominativi sono stati forniti da associazioni e chiese locali. Il criterio è quello della vulnerabilità. “A Homs c’erano bombardamenti e scontri, nessuna sicurezza, solo la paura”, ha raccontato Houriya Satouf, una delle siriane arrivate in Italia. Tra i bambini arrivati ce n’era uno di 11 anni, che a causa di una bomba in Siria ha perso una gamba.
Intervistate da Vice News alcune famiglie presenti nei campi profughi del Libano in procinto di partire per l’Italia hanno raccontato le loro storie tra fughe, disagi e ferite di guerra: “Sono caduto correndo, per proteggermi dagli attacchi aerei. Mi sono rotto la gamba ma non ho potuto curarla e questo è il risultato”, esclama mostrando il ginocchio deformato. Ha lo sguardo triste e spento quest’uomo dal viso sciupato. “Non volevo che gli altri miei figli venissero arruolati nell’esercito del regime,” racconta Jihad, “per questo siamo venuti in Libano.”
E, per chi deve ricominciare per l’ennesima volta da zero, non mancano preoccupazioni per l’imminente viaggio i dubbi, tra chi è pronto a partire per l’Italia, comunque non mancano. “Avremo i documenti? Potremo uscire di casa o saremo dentro un centro di detenzione?” si chiede Youssef. “E la scuola per i bambini?” Anche Giorgina è felice ma perplessa, teme i rischi di un nuovo viaggio in un paese lontano. “E se non riuscissi a trovare un lavoro?”, chiede, sul punto di piangere.
Una delle altre famiglie in partenza per l’Italia è una famiglia irachena, composta da otto persone, in fuga per la terza volta. Prima dalle bombe americane a Baghdad nel 2003, poi dallo Stato Islamico vicino a Mosul nel 2014 e adesso da Beirut. (Continua su: http://www.fanpage.it/nella-crisi-ue-dei-migranti-l-alternativa-esiste-e-si-chiama-corridoio-umanitario/
http://www.fanpage.it/).
7) Dai corsi gratuiti al maiale “obbligatorio”: l’ipocrisia degli scandinavi con i migranti

(Continua su: http://www.fanpage.it/da-esempi-di-accoglienza-a-leggi-antiprofughi-ipocrisia-dei-paesi-scandinavi-sui-migranti/
http://www.fanpage.it/tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)

23 FEBBRAIO 2016 11:31 di Claudia Torrisi
Svezia, Danimarca e Norvegia sono stati per anni esempi per l’integrazione dei migranti. Negli ultimi tempi, però, hanno adottato dei provvedimenti che vanno in tutt’altra direzione: dalla confisca dei beni ai profughi, alle espulsioni o le campagne per scoraggiare gli arrivi. Sembra quasi che i paesi scandinavi stiano facendo a gara tra chi è più cattivo con i migranti, inanellando politiche una più restrittiva dell’altra.

Migranti e culture locali altri blocchi religioso-sociali.
Qualche giorno fa si è diffusa la notizia che il comune di Randers, una città danese, avrebbe imposto nelle scuole pubbliche e negli asili nido l’obbligo di servire carne di maiale, anche a chi non può mangiarla per motivi religiosi – come i migranti di fede musulmana. Il provvedimento – soprannominato dai media “la guerra delle polpette” – è stato giustificato dall’amministrazione con l’esigenza che le istituzioni pubbliche – e in particolare quelle che si occupano di bambini – forniscano “la cultura del cibo danese come parte centrale della loro offerta”. Il che include “servire carne maiale, così come accade con gli altri alimenti”. Insomma, un modo di preservare “l’identità nazionale”. Nonostante l’obiettivo dichiarato non sia di forzare qualcuno a mangiare qualcosa che “va contro il suo credo o la sua religione”, la mossa ha raccolto il favore del partito danese anti immigrazione Danish People’s Party (DPP), che ha sostenuto di essere al lavoro “a livello nazionale e locale per la cultura danese, inclusa quella del cibo” e di combattere, conseguentemente, “le regole islamiche” che vorrebbero “dettare ciò che i bambini dovrebbero mangiare”. La votazione in consiglio comunale di questo provvedimento, comunque, è solo l’ultimo atto della “guerra delle polpette”, una diatriba sulla possibilità o meno di fermare negli istituti pubblici la distribuzione di prodotti a base di carne di maiale per rispetto verso alcune religioni – in particolare l’Islam.
La storia – che sembra presa dalle cronache locali di qualche sperduto comune a guida leghista del nostro paese – è accaduta in uno degli stati che nell’ultimo anno ha ospitato più rifugiati in Europa, assieme a Svezia e Norvegia.
I tre paesi sono stati per anni esempio di accoglienza e integrazione. Il rapporto “Making Integration Work: Refugees and others in need of protection”, pubblicato dall’Ocse a fine gennaio 2016, cita più volte gli stati scandinavi tra quelli che hanno messo in pratica “good practices” per quanto riguarda l’integrazione dei migranti. In Europa, “i paesi scandinavi hanno gli strumenti per l’integrazione più avanzati per i migranti umanitari. Consistono per lo più in programmi strutturati su più anni, che combinano insieme lezioni di lingua, integrazione civica e formazione e sostegno sul mercato del lavoro”, ha scritto l’Ocse. La Norvegia, ad esempio, “offre fino a 250 ore di lezioni di lingua ai richiedenti asilo residenti nei centri d’accoglienza”, una possibilità accolta nel 2014 dal 40% degli ospiti; in Svezia, invece, sono stati elaborati pacchetti per velocizzare l’occupazione di migranti in posti di lavoro in cui c’è carenza di personale, con programmi che includono anche training per imparare la lingua; in Danimarca, “rifugiati analfabeti senza competenze possono ricevere lezioni extra di danese oltre a quelle previste dai programmi triennali fino a cinque anni”, e previsioni simili esistono anche in Norvegia o Svezia.

8) Mesi e mesi di martellamento mediatico senza precedenti – 22 GENNAIO 2016 di Adriano Biondi

Mesi e mesi di allarmi, profezie catastrofiche, scenari da incubo. Mesi e mesi di trasmissioni televisive sull’invasione imminente, sull’apocalisse migranti che si stava abbattendo sul nostro Paese. Mesi e mesi di editoriali infuocati sull’Europa che ci aveva abbandonato, sul Governo che si rifiutava di usare la forza, sul rischio di dissoluzione della nostra società. Mesi e mesi di commenti schiumanti rabbia, di allarmi con la bava alla bocca, di inviti a respingere l’orda in arrivo dalle coste africane. Mesi e mesi a soffiare sul fuoco dell’odio e dell’intolleranza. Mesi e mesi a costringerci ad avere paura di chi scappava da guerra e fame. Mesi e mesi a insultare chi, come noi, continuava a sostenere che un grande Paese fosse in grado di dare accoglienza a queste persone, che fosse nostro dovere morale salvare vite in mare, che l’Italia potesse reggere l’arrivo di qualche centinaio di migliaia di persone. Mesi e mesi a presentare il 2015 come l’anno dell’invasione programmata, della fine dell’Italia, addirittura dell’Eurabia. Non si dimenticano i volontari,quelli veri e non gli approfittatori,sono sempre da ammirare ed aiutare nel possibile anche se,spesso,non si sa più chi aiutare,ma fidiamoci dei disinteressati e che sacrificano minimo la loro carriera oltre che spesso la loro vita.

Poi, arrivano i dati. Quelli veri. E, insomma, di che parliamo?

Il crollo del sistema italiano sotto l’esercito dei richiedenti asilo? Beh, 18mila richieste in più…
E allora a cosa è servito creare a tavolino questa emergenza? A raccogliere qualche voto, forse. Ad alimentare un cortocircuito fra politica, informazione e cittadini, probabilmente. A reiterare gli errori del passato, certamente.
Intendiamoci, il punto non è minimizzare la portata della trasformazione in atto, che è considerevole e va valutata in tutti i suoi aspetti. Che ci sia una emergenza “europea” è fuori discussione. Lo dicono i numeri, lo evidenziano le divisioni interne alla UE, lo dimostrano le condizioni di migliaia di persone che ogni settimana entrano in Europa, dopo viaggi estenuanti e a rischio e pericolo della propria vita (a nessuno sfugge che il minore arrivo sulle nostre coste sia dipeso da una modifica delle rotte, conseguentemente alla “apertura” della Merkel”). E a queste persone dobbiamo dare risposte immediate e concrete, che non possono essere quelle dei muri e della sospensione delle libertà individuali.
Ma noi abbiamo anche il dovere di parlare il linguaggio della verità. Di rifuggire le speculazioni e i facili allarmismi. Perché il clima di terrore e di emergenza perenne ci rende ciechi, ci costringe all’errore, ci predispone in maniera negativa nei confronti degli altri. (Continua su: http://www.fanpage.it/l-emergenza-migranti-in-italia-non-c-e-mai-stata/http://www.fanpage.it/ – tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).
9) Guerra in Siria: in cinque anni, 1500 morti per attacchi con armi chimiche proibite

È quanto rivela un nuovo rapporto dell’associazione Syrian American Medical Society che ora chiede a gran voce l’intervento dell’Onu e alla comunità internazionale al fine di identificare i responsabili di questo massacro e di incriminarli.
06 set 2007 – Le armi chimiche, per la loro letalità, costituiscono una seria minaccia per il genere umano e per l’ambiente (…) ed a non incoraggiare altri Paesi ad intraprendere attività proibite. (Continua su: http://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/temi_globali/disarmo/armi_chimiche/la_convenzione_parigi.html)
L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) è un’organizzazione internazionale, con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, istituita nel 1997. Essa rappresenta l’organo attuativo della Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, stoccaggio e uso delle armi chimiche e sulla loro distruzione, ratificata nel 1993 da 165 firmatari (ora sono 190) e che è entrata ufficialmente in vigore nel 1997. Lo scopo dell’organizzazione è infatti quello di promuovere e verificare l’adesione alla convenzione sulle armi chimiche che proibisce l’uso di tali armi e ne chiede la distruzione. (continua su: https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/ES0152inf.pdf).
Struttura organizzativa – ‎Ispezioni – ‎Relazione con le Nazioni Unite [DOC]Testo della Convenzione – Ministero degli Affari Esteri e…www.esteri.it/MAE/doc/testo_convenzione_parigi.doc c. intraprendere qualsiasi preparativo militare per l’uso di armi chimiche;….. denominati Composti chimici della Tabella 1) ai divieti sulla loro produzione, …
10) 14 MARZO 2016 10:02 di Biagio Chiariello (tutti i diritti riservati agli autori ed alle testate – Continua su: http://www.fanpage.it/guerra-in-siria-in-cinque-anni-1500-morti-per-attacchi-con-armi-chimiche/  – http://www.fanpage.it/).
Nel corso dei 5 anni di guerra siriana, le armi chimiche sono state usate almeno 161 volte e hanno provocato la morte di quasi 1.500 persone. I dati sono contenuti in un nuovo rapporto della Syrian American Medical Society (Sams), che ha basato le sue ricerche sulle testimonianze dirette di medici e operatori sanitari che lavorano sul terreno. Secondo quanto emerge dal rapporto inoltre gli attacchi con armi chimiche sono in aumento e oltre 14.500 persone sono rimaste ferite. Cifre drammatiche che spingono la Syrian American Medical Society a rivolgersi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e alla comunità internazionale al fine di identificare e incriminare i responsabili. Il governo siriano è accusato di aver utilizzato armi chimiche contro il suo popolo anche dopo che nel 2013 le Nazioni Unite ne ordinarono l’eliminazione dal suo programma. Lo stesso Consiglio Onu, lo scorso anno, ha accusato Bashar al-Assad di aver usato sostanze chimiche tossiche come il cloro. Il regime ha sempre respinto le accuse.
La guerra in Siria: oltre 270mila morti
La guerra siriana ha preso il via nel marzo 2013. Da allora l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh), che dispone di una vasta rete di fonti sul territorio, ha accertato 271.138 morti. Tra loro ci sono 79.106 civili, cifra che comprende – secondo un bilancio aggiornato al 23 febbraio 2016 – 13.500 bambini e 8.760 donne. Ma nelle tragiche cifre di quest’eccidio, non sono state considerate le migliaia di dispersi, gli oppositori nelle carceri del regime e i membri delle forze lealiste catturati dai ribelli e dai gruppi jihadisti, tra i quali lo Stato Islamico. Secondo una ong umanitaria siriana, 177 ospedali sono stati distrutti e circa 700 membri del personale sanitario uccisi dal 2011. L’organizzazione francese Handicap International ha calcolato di un milione di feriti (dati aggiornati al 7 marzo 2016). Dei 23 milioni di abitanti prima del conflitto, 13 milioni e mezzo avrebbero avuto ripercussioni o perso la casa a seguito del conflitto, secondo l’Onu (dati aggiornati al 12 gennaio 2016). (Continua su: http://www.fanpage.it/guerra-in-siria-in-cinque-anni-1500-morti-per-attacchi-con-armi-chimiche – Da Articolo21 del 31/03/2016).

11) Yemen: Iacomini (Unicef) “muoiono 6 bambini al giorno. Basta stragi”
“Lo Yemen è la nuova Siria, è in atto una guerra che va assolutamente fermata o sarà un inferno” Lo dichiara Andrea Iacomini Portavoce dell’Unicef” “In media almeno 6 bambini sono stati uccisi o feriti nel conflitto. L’Unicef ha potuto verificare 1.560 gravi violazioni dei diritti dei bambini. Oltre 900 bambini sono stati uccisi e oltre 1.300 feriti. Questi numeri sono quasi 7 volte superiori rispetto a quelli del 2014. L’UNICEF ha verificato più di 50 attacchi contro scuole, ma i numeri reali di tutte le violazioni contro i bambini in Yemen sono probabilmente molto più alti. Se si va avanti così alle morti a causa della guerra si aggiungeranno quelle per fame e povertà, lo Yemen è infatti uno dei paesi più poveri al mondo. 10.000 bambini sotto i 5 anni potrebbero essere morti lo scorso anno per malattie prevenibili, a causa del deterioramento dei servizi sanitari, comprese le vaccinazioni e il trattamento di diarrea e polmonite. Questi numeri si aggiungono ai circa 40.000 bambini che ogni anno muoiono in Yemen prima del quinto compleanno. Circa 10 milioni di bambini – l’80% dei bambini del paese – hanno adesso urgente bisogno di assistenza umanitaria. Oltre 2 milioni di bambini sono a rischio di malattie diarroiche e 320.000 sono a rischio di malnutrizione acuta grave.
Siamo stanchi di assistere a questo bollettino di morte che viene ogni giorno dall’Iraq alla Siria passando per il Pakistan e purtroppo l’Europa. I bambini vanno protetti e tutelati, non possono morire così”. “Con l’acuirsi della guerra, il reclutamento e l’uso dei bambini nei combattimenti continua ad aumentare. I bambini stanno prendendo parte ai combattimenti con ruoli sempre più attivi: sono ai checkpoint e maneggiano armi. L’anno scorso, l’UNICEF ha verificato 848 casi di bambini reclutati. Quelli più piccoli reclutati nei combattimenti avevano 10 anni. Secondo gli ultimi dati, 63 strutture sanitarie sono state attaccate o danneggiate, molte altre non hanno più equipaggiamenti medici, forniture e personale, così come sporadicamente l’elettricità. L’interruzione dell’afflusso di cibo e del carburante come conseguenza delle violenze e delle restrizioni alle importazioni hanno paralizzato la fornitura di servizi di base in tutto lo Yemen”.
L’UNICEF rinnova il suo appello a tutte le parti in conflitto affinché mettano fine alla guerra in Yemen e venga raggiunto un accordo politico. Mentre la ricerca della pace continua, sono necessarie urgenti misure:
– Tutte le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale nei conflitti e interrompere subito gli attacchi ai civili e alle infrastrutture, comprese le scuole, gli ospedali e le strutture idriche.
– Tutte le parti devono cessare di reclutare e utilizzare i bambini nei combattimenti. Tutti i bambini reclutati con ruoli di combattimento o come aiutanti devono essere immediatamente rilasciati.
– Tutte le parti devono garantire accesso umanitario senza ostacoli e incondizionato per tutti i bambini ovunque essi siano nel paese, comprese le aree tagliate fuori dal conflitto.
– L’UNICEF e i suoi partner hanno urgente bisogno di fondi. Ad oggi, l’UNICEF ha ricevuto solo il 18% dei 180 milioni di dollari richiesti per il 2016.
Queste cifre assordanti scuotono gli umani che vedono nei disperati perseguitati dei loro fratelli, ma per molti altri “si salvi chi può, e chi non può pazienza”. Ogni mezzo di comunicazione di massa ci propina la notizia che sta cambiando il genere di vita, tant’è che anche in scuole primarie iniziano la distribuzione di cioccolato o similari, perché è dimostrato che i ragazzi rendono meno a causa della carenza di carboidrati.
Tutto quanto è pubblicato diventa vangelo, proprio come la meteorologia e la borsa del denaro che incolla le persone alle TV che non dicono altro, ma disquisiscono,celando magari le notizie più importanti.
È ben vero che ci sono programmi intelligenti, ma i più espongono corruzione mondiale e sperperi dei vari stati con soldi che sono spariti, anche se sappiamo in quali tasche. Ci fermeremo o lasceremo che i soliti delle lobby, delle parentopoli si faranno sempre più numerosi e ricchi predicando agli altri rigore, restrizioni e divieti, senza dimenticare le tasse, stranamente presentate come un aiuto alla classe medio inferiore, ma che hanno i loro tranelli.