“Land grabbing”: si strappa la terra ai futuri migranti sballottati o ribaltati in mare; porti chiusi e deputati sulle imbarcazioni delle Ong ad “osservare” – ‘Land Grabbing’: the Land is Taken Away from Future Migrants, Who Are then Tossed and Tipped Over into the Sea; Ports Closed and Members of Parliament on NGO Ships as ‘Observers’

Chi ci rimette sono sempre i disperati in mare o sui cosiddetti canali di immigrazione e nessuno altro, nessuno di quelli che parlano o corrono.

L’Aquarius è ancora in balia delle onde e dopo giorni di attesa verrà oggi scortata da due mezzi della Marina Militare italiana e della Guardia Costiera fino al porto di Valencia. Il governo italiano ha rifiutato in ogni modo l’autorizzazione per lo sbarco in Sicilia e la nave della Ong si trova ora ad affrontare ulteriori 3 giorni di navigazione per raggiungere un porto sicuro e permettere lo sbarco dei 629 migranti presenti a bordo. Nel frattempo, nella giornata di oggi, è in arrivo a Catania la nave Diciotti con 937 migranti: non turisti, ma proprio migranti e poi si dice che l’Italia respinge i migranti.

1) Aquarius, i porti restano chiusi: i migranti verranno scortati in Spagna da navi italiane

L’Aquarius è ancora in balia delle onde e dopo giorni di attesa verrà oggi scortata da due mezzi della Marina militare italiana e della Guardia Costiera fino al porto di Valencia. Il governo italiano ha rifiutato in ogni modo l’autorizzazione per lo sbarco in Sicilia e la nave della Ong si trova ora ad affrontare ulteriori 3 giorni di navigazione per raggiungere un porto sicuro e permettere lo sbarco dei 629 migranti presenti a bordo. Nel frattempo, nella giornata di oggi è in arrivo a Catania la nave Diciotti con 937 migranti.

POLITICA ITALIANA 12 GIUGNO 2018 10:10 di Charlotte Matteini

L’odissea dell’Aquarius, la nave della Ong SOS Méditerranée con a bordo 629 migranti salvati giorni fa in acque libiche, non è ancora terminata e stando a quanto si apprende l’imbarcazione verrà trasportata a Valencia dalla Marina Militare italiana, un viaggio che durerà circa tre giorni di navigazione. Da giorni l’Aquarius è in balia delle onde, e delle polemiche, in seguito alla chiusura dei porti italiani disposta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Nell’ambito di un lunghissimo braccio di ferro ingaggiato con Malta – accusata di non accogliere abbastanza richiedenti asilo sul suo territorio – per non far sbarcare i 629 migranti salvati dalla Ong, i due ministri italiani hanno deciso di chiudere i porti e vietato all’Aquarius di approdare in Italia.

Per evitare una catastrofe umanitaria, nel pomeriggio di ieri il premier spagnolo Pedro Sanchez ha offerto il porto di Valencia per permettere lo sbarco alla nave della Ong ma l’invito è stato rifiutato perché dalla Aquarius hanno fatto sapere che ci sarebbero voluti almeno 4 giorni di navigazione per raggiungere la Spagna e le precarie condizioni atmosferiche – unite alla scarsità di viveri e acqua – non avrebbero permesso ai 629 migranti e all’equipaggio di affrontare la traversata in sicurezza. Nonostante gli appelli e le richieste di aiuto, i ministri italiani hanno mantenuto “il pugno duro” e non hanno disposto la riapertura dei porti, proponendo in alternativa l’invio di imbarcazioni della Marina Militare italiana per effettuare eventuali trasbordi e scortare la nave fino in Spagna in sicurezza: “Significa costringere persone in sofferenza che sono a bordo da più di 72 ore ad effettuare un viaggio duro e difficile per altri quattro giorni. La cosa più sensata sarebbe invece quella di consentire il loro sbarco in Italia e poi trasferirli via terra in Spagna”, hanno commentato da Msf.

Nella mattinata di martedì 12 giugno, Aquarius ha ricevuto cibo e medicine e ha iniziato le operazioni per il trasbordo di 500 persone su un mezzo della Marina militare e della Guardia Costiera ed è partita alla volta di Valencia. Come comunicato da Sos Mediterranee, la nave Aquarius ha ricevuto conferma: “Il porto sicuro è Valencia. I rifornimenti sono a bordo”. La comunicazione è stata accolta con sollievo dal team dell’imbarcazione che, allo stesso tempo, ritiene che si tratti di un “prolungamento non necessario per i naufraghi”.

In arrivo 900 migranti a Catania

Nella giornata di oggi, nel porto di Catania è attesa la nave Diciotti della Guardia costiera italiana con a bordo 937 persone salvate nei giorni scorsi. Lo sbarco della Diciotti su terra italiana è stato autorizzato dal Viminale, che ha così ufficializzato la propria “doppia linea”: porti aperti alle navi militari italiane, chiusi alle Ong. La nave potrebbe arrivare già intorno all’ora di pranzo, ma non sono certe le tempistiche perché al momento la Diciotti risulta piena oltre la capienza e potrebbe rallentare visto l’alto numero di persone a bordo. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha intercettato una barca a vela con una cinquantina di migranti non lontano da Marzamemi, nel sud della Sicilia e dunque anche questo gruppo potrebbe sbarcare presto in Italia.

La Spagna striglia l’Italia: “Responsabilità penali per Aquarius”

La Spagna ha offerto supporto alla nave Aquarius e aperto il porto di Valencia dopo il respingimento operato dall’Italia per decisione del ministro dell’Interno Salvini e del ministro dei Trasporti Toninelli ma non lesina critiche al Belpaese: “Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario. Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani”, ha dichiarato Dolores Delgado, ministro della Giustizia spagnolo, in un’intervista alla radio Cadena Ser. “La situazione di queste 629 persone su un’imbarcazione al limite è critica e la soluzione alla crisi migratoria deve venire da tutti gli Stati, quelli che sono frontiera e quelli che non lo sono. È questione di umanità ma anche di rispettare gli accordi e i trattati dei quali tutti gli Stati sono parte”.

Charlotte Matteini

L’Italia affronta la questione migranti che sempre dalla Libia sono portati in Italia da navi di Ong iscritte in altri stati. Ora non vuole più essere l’unica nazione che accoglie ciò che la Libia le va spedendo ogni giorno, anche se ultimamente, per accordi bilaterali che coinvolgono Italia e Libia, si è raggiunto un certo equilibrio e la Libia ferma anche dei gommoni che stanno uscendo dalle proprie acque territoriali per raggiungere la solita Italia. L’Italia è stufa di essere la nazione di raccolta profughi. Ci sono altre nazioni sul Mediterraneo che non vogliono saperne di allinearsi con l’Italia nel ricevere quei disperati che purtroppo in questa situazione sono coloro che pagano per tutti. E non dicano che l’Italia ha rifiutato di soccorrere questi bisognosi (Aquarius) perché, nello stesso tempo, sono sbarcati a Catania 900 profughi ed altri dalla nave americana Trenton, e questi non erano turisti di passaggio ma profughi. Perciò i soliti opinionisti (italiani, francesi, spagnoli e dell’UE in generale) la smettano di insultare l’Italia. C’è anche chi vuole denunciare i diritti dell’Italia: ma cosa credono di dire questi opinionisti seduti a tavolino, secondo voci non controllate o controllate in parte? All’Italia il merito di aver accolto la media di migranti superiore di tutti gli altri stati che hanno porti sul Mediterraneo (la Francia ha accolto circa un decimo di quanti ne ha accolti l’Italia, però il suo presidente continua ad offendere cinicamente il nostro paese).

Cosa fanno certe Ong che entrano in acque libiche e segnalano la propria presenza per far sì che gli scafisti sappiano quando devono portare quei disperati che hanno già vissuto un viaggio da paura? Sembra inoltre che diversi giornalisti fossero saliti a bordo dell’Aquarius prima che questa partisse per raccogliere quei profughi: ma a che gioco si gioca? Chi fa queste manovre per screditare l’Italia e magari far dimettere questo governo che molti parlamentari snobbano alla grande?

Salvini vuole che ognuno si prenda le proprie responsabilità e faccia chiarezza sulle Ong, che, sembrerebbe, anche secondo il procuratore Zuccaro, sortiscano dei guadagni che si avvicinano alla tratta umana.

Basta accusare l’Italia di vietare l’entrata nei porti; l’Italia vuole condividere questo carico umano anche con gli altri e non vuol accogliere un numero imprecisato di profughi che poi diventano un caso poco gestibile.

Si chiedono giustizia e umanità, non solo a parole.

1) Salvini: “L’Italia non può essere il campo profughi d’Europa”

Matteo Salvini attacca i media italiani: “Alcuni telegiornali della Rai sembrano quelli degli anni ’20 e degli anni ’30. Lo dico da giornalista, in queste settimane sto vedendo un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia”

POLITICA ITALIANA 12 GIUGNO 2018 21:15 di Annalisa Cangemi

“Il presidente francese ci dà lezioni, ma gli ho detto che non mi sembra garbato dire ‘vomitevole” al popolo italiano. Anche perché Macron l’anno scorso ha chiuso i porti” – Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini torna, intervistato a ‘Otto e Mezzo’ sulle critiche del presidente francese all’Italia, sottolineando inoltre che “la Francia ospita meno della metà dei richiedenti asilo che ospitiamo noi e spende 10 euro in meno a testa di quanto spende l’Italia. In queste ore abbiamo ottenuto la solidarietà da altri paesi europei”. Il ministro degli Interni ha commentato gli attacchi ricevuti da parte di Macron che ha detto: “La linea del governo italiano è vomitevole, trovo immondo fare bassezze politiche quando ci sono in gioco vite umane”. 

“Delle navi Ong non ce n’è una italiana. Non si capisce perché debbano arrivare tutti in Italia. Abbiamo richiamato i Paesi europei alla collaborazione. Abbiamo detto a voce alta e con toni garbati che l’Italia non può essere campo profughi d’Europa. Ho chiamato i ministri francese, tedesco e ungherese e mi hanno detto che abbiamo ragione. Sono contento perché con qualche no ora si aprono prospettive utili”, ha detto Salvini durante la trasmissione. E poi ha aggiunto: “C’è perfetta sintonia sia con il ministro Toninelli, con il vicepremier Di Maio e con il premier Conte. Sui migranti si tratta di buonsenso non di linea dura”.

E sull’accoglienza offerta dal premier Sanchez ai 629 migranti ha detto: “L’Italia ospita 170mila migranti, la Spagna ospita 17mila migranti, per questo può permettersi di accogliere la nave Aquarius. Ho ricevuto tanti insulti, ma il mio obiettivo è riportare un po’ di sicurezza in Italia. Gli immigrati che scappano dalle guerre sono miei fratelli, ma non ci possiamo permettere di far entrare tutti i delinquenti. Quando c’era Minniti ci sono stati soltanto sei o settemila espulsioni all’anno, cifre ridicole”. Il titolare del Viminale ha ribadito che il governo italiano ha chiesto al personale della nave Aquarius di lasciare che le donne in gravidanza e i minori a bordo venissero subito soccorsi dai medici italiani. Circostanza poi negata dagli operatori umanitari in un’intervista rilasciata a Fanpage.it.

Salvini poi ha attaccato l’informazione: “Alcuni telegiornali della Rai sembrano quelli degli anni ’20 e degli anni ’30. Lo dico da giornalista, in queste settimane sto vedendo un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia”. 

Annalisa Cangemi

Chi se la ride? La casta che organizza il traffico dei migranti

È già stato detto abbastanza su come si comportano i paesi rivieraschi del Mediterraneo, tranne la Grecia anche lei sommersa dai continui arrivi, e si continua a ciarlare sulle Ong che salvano o non salvano, ma che in effetti hanno portato al sicuro molti migranti. La domanda più frequente è quella di capire se sono interessati a fare questo o cos’altro, ma a questa domanda ci saranno cento risposte che si contraddicono l’una con l’altra. Si va avanti così ora senza Ong o riprenderanno il loro compito? Si era soliti dire “ai posteri l’ardua sentenza” e qui la sentenza è ardua; però la proposta di portare i migranti in aereo a costi inferiori e con più sicurezza non è accetta dalle mafie della tratta umana che preferiscono dar da mangiare ai pescecani coloro che annegano perché il barcone si ribalta per il numero stipato di migranti a bordo, cioè sul bordo del gommone stesso.

2) Lifeline chiede aiuto alla Francia, Parigi dice no

Axel Steier: “A bordo la situazione si fa preoccupante”. Loiseau: “Sbarchino in Italia”

ALBERTO TUNO

19 ore fa – a nave dell’Ong Lifeline, che da giorni è bloccata di fronte alle coste maltesi, ha chiesto alla Francia di aprire i suoi porti.

La richiesta

“Chiederemo alla Francia di darci il benvenuto. Se non avremo una risposta, lasceremo Malta per andare al Nord… in Spagna o in Francia”, ha annunciato il fondatore dell’organizzazione, Axel Steier, ai mircrofoni dell’emittente francese, Rtl. L’imbarcazione, che trasporta 230 migranti, non è stata accettata né dai porti maltesi né da quelli italiani e venerdì ha scritto al governo spagnolo per chiedere. La situazione della nave intanto sta diventando preoccupante visto che a bordo c’è un numero di persone tre volte superiore alla capienza e comincia a scarseggiare il cibo, ha spiegato Steier.

Il no

Porte (anzi porti) sbarrate da Parigi. Secondo la ministra degli Affari europei, Nathalie Loiseau, accogliere i passeggeri della nave spetta all’Italia. Nel rispetto del diritto internazionale, ha sottolineato, dopo un salvataggio in mare lo sbarco dovrebbe avvenire nel porto sicuro più vicino. Loiseau ha aggiuntoche non si deve “sostituire il diritto internazionale dalla legge della giungla”, pur insistendo che non si devono lasciare sole Malta e l’Italia. Loiseau ha anche chiesto “una massiccia presenza dell’Europa nei porti italiani per identificare i passeggeri”.

Mogherini

Ieri il mini vertice di Bruxelles, preparatorio della riunione sui migranti del Consiglio europeo, si è concluso con un nulla di fatto. Sulla questione è intervenuta anche Federica Mogherini. Per la gestione dei flussi, ha spiegato, c’è “necessita di risorse”, per questo “chiederemo più soldi agli Stati membri per il Trust Fund per l’Africa” ha detto l’Alto rappresentante Ue. “Il lavoro esterno della gestione dei flussi migratori, in questi ultimi due anni si è basato su forti partenariati, in primo luogo con le Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e con i partner africani, con l’Unione africana (Ua), i Paesi origine e transito” ha spiegato. Questo lavoro “ha dimostrato di essere importante nel portare risultati”. E’ utile, ha aggiunto, “che gli Stati membri realizzino che il lavoro sul versante esterno che ha bisogno di risorse”. Il Trust Fund per l’Africa “ha dimostrato di essere utile, di portare risultati. Per questo chiediamo più soldi agli Stati membri per il Trust Fund per l’Africa. Credo che gli scambi, ieri, siano stati positivi in questa direzione”, ha concluso riferendosi alla riunione informale dei 16 a Bruxelles.

Ecco come rispondono i francesi che hanno accolto un decimo dei migranti che ha accolto l’Italia. Nonostante questo, le offese si lanciano gratuitamente, tanto non costano nulla.

Non sembrerebbe tanto vero quanto dice Macron all’Italia: infatti, sul conto del trattamento francese verso i vari migranti, bambini e donne compresi, non sembra si possa dire che sia dei migliori, ed i vari articoli citati dicono quello che succede.

3) Tutte le balle che ci hanno raccontato sul caso Aquarius

Salvini, Toninelli, Di Maio, Conte, l’ambasciatrice di Malta: il caso Aquarius è stato un incredibile festival della propaganda politica. Bufale, falsità e balle che hanno contribuito a restituire una percezione distorta dei fatti e hanno reso indistinguibile la realtà dalla propaganda politica, per una delle pagine più nere della storia recente del nostro Paese.

POLITICA ITALIANA 14 GIUGNO 2018 16:17 di Adriano Biondi

Alla fine, i 629 migranti a bordo della Aquarius saranno accolti in Spagna, dove potranno fare richiesta di asilo o di altro tipo di protezione internazionale. Ci piacerebbe dire che, in fondo, la sicurezza delle persone è l’unica cosa che conta e che dunque è importante che tutto si sia risolto per il meglio, ma non è così. Perché ciò che è avvenuto in questi giorni rischia di essere un precedente gravissimo, oltre che l’ennesimo tassello al muro di odio, insofferenza e paura che abbiamo eretto nei confronti di coloro che si mettono in viaggio e attraversano il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore. Un muro eretto, peraltro, grazie a balle, falsità, ricostruzioni forzate, correlazioni inesistenti e proposte farsesche, che sono penetrate nel dibattito pubblico finendo per condizionarlo inesorabilmente.

Cominciare dall’inizio non è semplice, perché il caso Aquarius si inserisce in una dinamica complessa, con la ripresa di consistenti partenze dalla Libia che ha impegnato (e sta impegnando ancora) la nostra Guardia Costiera dopo un periodo di relativa tranquillità. Gli accordi presi dal governo Gentiloni e dall’allora ministro degli Interni Minniti, infatti, avevano determinato un nuovo “attivismo” della Guardia Costiera libica, che si era occupata della propria “area SAR” (peraltro la questione dell’autoproclamazione dell’area SAR da parte dei libici è spinosa) e sostanzialmente aveva rallentato in modo consistente il flusso dei gommoni verso l’Italia. Le partenze, però, non si erano interrotte e i trafficanti avevano utilizzato la rotta tunisina, meno affollata, certo, ma non meno problematica per gli operatori della Guardia Costiera e della Marina militare italiana.

I viaggi in mare verso il nostro paese non si sono mai fermati, dunque, ma il calo è stato drastico: al 12 giugno i migranti sbarcati sono stati 14:330, con un calo del 76,8% rispetto al 2017 (61.799) e del 72,37% rispetto al 2016 (51.863). Dati che evidentemente sconfessano la logica dell’emergenza, bufala che è ancora più clamorosa se si considera il dato “globale”, relativo cioè agli ingressi nel continente europeo dal Mediterraneo. I dati ufficiali sono chiarissimi:

La lettura della situazione italiana come “emergenziale” non è solo sbagliata, ma è anche fuorviante se riferita alla pressione migratoria sulle altre nazioni. Non è vero che il problema sbarchi riguardi solo l’Italia, non è vero che siamo i soli a farci carico dell’assistenza ai profughi, non è vero che Spagna e Grecia non siano nella stessa situazione.

Cosa è successo con la nave Aquarius

La ricostruzione della vicenda l’ha fatta Matteo Salvini al Senato. E conviene attenersi a quella, per cominciare. Il ministro dell’Interno, riferendosi al 9 giugno, parla di “sei eventi distinti per i quali il centro di coordinamento delle capitanerie di porto con sede a Roma ha ricevuto le prime richieste di soccorso”; gli eventi si sarebbero verificati “all’interno dell’area di responsabilità dichiarata della Libia” e dunque il MRCC di Roma (il Maritime Rescue Coordination Centre, ovvero l’organo che gestisce e sovrintende a tutte le operazioni) prova a “interessare l’autorità libica”. Ufficialmente c’è un primo punto essenziale da considerare: i salvataggi sono stati effettuati nell’area SAR della Libia, non in quella di competenza maltese o italiana. Cade uno dei primi pilastri della ricostruzione “filo-governativa”, che parlava di salvataggi nell’area SAR di Malta, che dunque non potessero avere come altra destinazione che i porti dell’isoletta.

[Qui occorre fare una piccola parentesi: la polemica nei confronti del governo di La Valletta è giustificatissima in linea di principio, considerato che Malta spesso e volentieri nega l’accesso nei propri porti alle navi che trasportano migranti, che nella propria gigantesca area SAR non opera praticamente mai e che il proprio apporto in termini di salvaguardia delle vite in mare è praticamente nullo.]

Torniamo ai fatti. Dopo le richieste di soccorso, il MRCC di Roma contatta la Libia (che ha ratificato la Convenzione di Amburgo e come detto ha dichiarato la propria area SAR, sia pure ancora non riconosciuta), che fa sapere di non voler intervenire. Questo capitava sempre in passato e con meno frequenza negli ultimi mesi, dopo gli sforzi del Governo Gentiloni per aiutare la Guardia Costiera libica (con fondi e mezzi) e dopo gli accordi presi da Minniti. A quel punto, il MRCC parla con Malta, in quanto, lo dice sempre Salvini, “centro di coordinamento e di soccorso responsabile per l’area immediatamente limitrofa a quella degli eventi”. I maltesi se ne fregano, per mancanza di mezzi o, più semplicemente, perché la richiesta di soccorso non è arrivata a loro ma a Roma e l’area non è di loro competenza.

Come funziona “normalmente” e dunque cosa accade quando è Roma a effettuare tutte le operazioni lo spiegavano fonti ufficiali della Guardia Costiera Italiana nell’era pre-Minniti: “La scelta del porto di sbarco compete al MRCC, ma è fatta d’intesa col ministero dell’Interno, anche in relazione alle necessità del luogo e delle forze di polizia, della magistratura eccetera […] Se coordiniamo noi le operazioni in mare, l’MRCC stabilisce il punto di sbarco nel nostro Paese. Se invece è una Ong a prestare soccorso, decide il comandante dell’unità, che risponde però del proprio Stato di bandiera o all’MRCC da cui è coordinato […] Nei confronti della Libia vige il principio del non respingimento (no refoulement), perché la Libia non è posto sicuro e non ha recepito la Convenzione di Ginevra, dunque non si possono riportare le persone soccorse in Libia”.

Escludendo la possibilità di lasciar morire centinaia di persone in mare, il MRCC di Roma fa la sola cosa possibile: prende in mano la situazione. E agisce secondo una prassi consolidata, perfettamente rispondente alle regole di ingaggio della missione Themis. Vengono mobilitate 3 motovedette d’altura di stanza a Lampedusa e si chiede aiuto anche a un mercantile che si trovava nelle vicinanze. Le condizioni del mare sono buone, come si può verificare qui, tanto che le operazioni di soccorso vengono compiute con una certa rapidità. Tutto viene coordinato dal MRCC di Roma, che decide anche “i movimenti” delle imbarcazioni coinvolte e dispone che circa 400 persone debbano essere trasbordate dalle motovedette italiane alla Aquarius. Lo fa perché Aquarius è un rimorchiatore in grado di sostenere una pressione di questo tipo, una nave attrezzata e in grado di fornire assistenza sanitaria, grazie alla presenza di un presidio di Medici Senza Frontiere. È questo un punto che Salvini omette completamente nella sua ricostruzione al Senato, ma è invece essenziale: circa 400 dei 629 migranti totali sono caricati sulla nave della Ong per decisione del MRCC di Roma.

Da Twitter: MSF Sea

@MSF_Sea

 UPDATE: Transfer of some #refugees and #migrants from #Aquarius to #Italian coastguard and navy vessels now started. Bizarrely, 400 of these people were transferred to #Aquarius from Italian navy and coast guard ships at the weekend.

15:41 – 12 giu 2018

Perché questa omissione? Beh, pare chiarissimo: perché una cosa è dire che la Ong losca e cattiva ha caricato 629 persone nel suo servizio di taxi del mare e vuole portarle in Italia chissà per quale scopo; altra cosa è dire che la Ong è stata di enorme aiuto alle autorità italiane, con cui ha lavorato per mettere in sicurezza 629 persone.

Ma andiamo avanti, perché siamo solo all’inizio di questa incredibile storia. A questo punto, Aquarius comincia a navigare verso Nord, tra l’altro a favore di vento, e arriva nell’area di Search and Rescue maltese. In base alla Convenzione di Amburgo, il MRCC di Roma chiede a Malta di fornire una destinazione di porto sicuro, La Valletta risponde picche. Perché? Qui entra in gioco una prassi che non sembra essere cambiata quando da Triton si è passati a Themis, che ha regole d’ingaggio secondo cui, semplificando, Malta avrebbe dovuto aprire i porti. Il governo maltese spiega che il salvataggio è stato effettuato da autorità italiane, coordinato da autorità italiane e dunque la destinazione non possa essere che un porto italiano.

Poi entra in gioco Matteo Salvini. Come vi abbiamo raccontato, la sera del 10 giugno il ministro dell’Interno, di concerto col ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, invia una lettera urgente al governo maltese con la quale intima di concedere l’ingresso nei propri porti alla nave Aquarius della Ong SOS Mediterranee, spiegando che se Malta non accetterà di prestare accoglienza ai migranti, non saranno fornite soluzioni alternative, ovvero non sarà consentito l’ingresso nei porti italiani alla nave della Ong. La lettera di Salvini non ha nessun valore legale, Malta sostanzialmente fa spallucce e anzi rivendica di aver sempre rispettato le norme, il solo effetto che ottiene è quello di mettere il MRCC di Roma in una situazione di enorme difficoltà. Cosa fare adesso? Prendere tempo, certo, ma fino a quando?

Anche perché Salvini e Toninelli stanno giocando una partita tutta politica, ma al MRCC sanno benissimo che “chiudere i porti” non è una opzione e costituisce una violazione non solo della prassi, ma anche di trattati e convenzioni. Se in linea di principio uno Stato può chiudere i porti a navi straniere per motivi di “sicurezza nazionale”, non potrebbe più farlo per navi in “distress”, ovvero in grave pericolo. Il diniego all’apertura dei porti per navi in difficoltà, in particolare, potrebbe costituire una violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti umani, di proteggere la vita (art. 2 CEDU) e l’integrità fisica e morale (art. 3 CEDU) delle persone a bordo della nave. Inoltre, come ricorda il Corsera, il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU (lo studio dei professori De Sena e De Vittor chiarisce perfettamente il quadro normativo). Al MRCC lo sanno e nessuno vuole prendersi responsabilità che poi porterebbero direttamente a procedimenti penali. Prendono tempo, ma fino a quando?

Il braccio di ferro con Malta e la decisione di Sanchez

In quelle ore, l’Italia e Malta si stanno esponendo a contestazioni circa la violazione di diversi articoli CEDU, essenzialmente dei diritti umani. Salvini, nelle sue dichiarazioni del momento, parla genericamente di “verifica sulla giurisprudenza” e non c’è alcuna certezza che l’Italia stia agendo nel rispetto di leggi e trattati internazionali. La sua, del resto, è una battaglia politica. Fatta sulla pelle di 629 persone, possiamo aggiungere. Salvini si trascina dietro anche Toninelli, che sarebbe il vero ministro competente su gestione porti e lavoro della Guardia Costiera, ma sostanzialmente si adegua senza fiatare alla linea imposta dal segretario leghista. Toninelli, oltre a qualche supercazzola (“Non è detto che il posto in cui debbano sbarcare sia un porto, può essere una nave”), darà poi una incredibile spiegazione rispetto alla “minaccia di chiudere i porti”. Dice Toninelli in una intervista al Corriere della Sera:

« Abbiamo fermato Aquarius in acque maltesi in attesa della risposta di La Valletta alla nostra richiesta di accogliere la nave nei loro porti e per capire se il comandante della Ong avesse o meno fatto rotta verso Malta anche dopo la dichiarazione di disponibilità dell’ambasciatrice maltese».

A cosa fa riferimento Toninelli? Davvero c’è stata una “dichiarazione di disponibilità” da parte dell’ambasciatrice maltese? Probabilmente il ministro per le Infrastrutture è uno dei tanti caduti in una topica clamorosa, circolata tantissimo sui social network in questi giorni. In una intervista a TgCom24, l’ambasciatrice Frazier dice che Malta ha autorizzato via mail e via telefono il capitano della nave a sbarcare nei propri porti, ma afferma che quest’ultimo abbia rifiutato la proposta adducendo come scusa le avverse condizioni meteo. Sarebbe clamoroso, in effetti. Il punto è che Frazier non si riferisce alla nave Aquarius, ma a un’altra nave la Seefuchs e a un’altra vicenda, su cui la procura di Reggio Calabria sta indagando. Sapete come facciamo a saperlo? Semplice: lo dice la stessa ambasciatrice, nella stessa intervista spacciata come “prova inconfutabile” del comportamento truffaldino delle Ong. Basta ascoltare: https://www.facebook.com/websocialtv/videos/2035190963219785/?t=0

Ora, che il ministro dei Trasporti non riesca a distinguere fra due vicende diverse, di due distinte imbarcazioni, è abbastanza preoccupante. Ma andiamo avanti, perché la vicenda è comunque molto interessante. Salvini al Senato fa il punto sulle concitate ore che seguono il diktat italiano.

Spiega il ministro dell’Interno:

«Nelle prime ore della notte dell’11 giugno, il comandante della nave comunicava al centro di coordinamento di Roma il peggioramento della situazione sanitaria, nonché lo scarseggiare di risorse alimentari. Ancora sollecitati nella mattinata dell’11 giugno, con una comunicazione ufficiale al centro di coordinamento di Roma, Malta negava la propria competenza sull’evento in questione: se ne fregava. In attesa di determinazioni in merito all’individuazione di un porto sicuro di sbarco (POS), la nave Aquarius, che stazionava nella zona di ricerca e soccorso maltese, è stata costantemente affiancata da motovedette della Guardia costiera italiana, con personale medico imbarcato per fornire eventuale assistenza sanitaria. È stata altresì rifornita delle derrate alimentari e di quant’altro necessario per tutte le persone a bordo».

Dunque, l’Aquarius fa ancora due tentativi per sbarcare il prima possibile, a Malta. Lo fa il MRCC seguendo un’altra prassi, che ci spiegano direttamente fonti della Guardia Costiera: lo “stato di necessità” è una condizione che dovrebbe determinare l’immediato soccorso da parte delle autorità (maltesi in questo caso) ed è una discriminante di fronte alla quale cade ogni resistenza (non stiamo parlando della situazione di “distress”). I reiterati tentativi di sbarcare a Malta basterebbero a sgonfiare anche un’altra delle mongolfiere della propaganda cattivista: le Ong che hanno il “compito” di portare i migranti sempre e per forza in Italia, in ottemperanza a piani nascosti, complotti segreti e strategie pluto-mondialiste. Una narrazione fatta propria anche da Salvini, che al Senato cita i finanziamenti di Soros alle Ong, tra un tripudio di applausi. Nel frattempo si era manifestata anche la meteora Conte: il Presidente del Consiglio aveva provato ad attribuirsi l’invio di “medici e personale sanitario” e pochi minuti dopo qualcuno su SkyTg24, guardando il solito MarineTraffic, aveva anche avvistato “la nave di Conte” dirigersi a tutta velocità verso l’Aquarius. Come confermato da Salvini, anche in questo caso la realtà dei fatti è diversa: a bordo della nave della Ong c’è sempre stato il presidio di MSF e, in ogni caso, la nostra Guardia Costiera ha sempre seguito molto da vicino ciò che stava succedendo sulla Aquarius.

Ma arriviamo al momento centrale dell’intera vicenda: la disponibilità manifestata dal neo-premier spagnolo Sanchez di far sbarcare a Valencia i 629 migranti, destinati poi ai centri di accoglienza della Spagna.

L’apertura di Sanchez consente di individuare una via di uscita dalla crisi e viene interpretata da analisti, commentatori e sostenitori del governo come un “successo senza se e senza ma” di Matteo Salvini. Il quale rincara la dose, augurandosi che da quel momento in poi anche altri stati europei facciano altrettanto e aiutino l’Italia; il ministro aggiunge che la Spagna (nel 2018 interessata da arrivi paragonabili a quelli italiani) ospita solo 16mila migranti, nulla in confronto ai 170mila nelle strutture di accoglienza del nostro Paese. È un profluvio di “l’Italia è stata lasciata sola”, tesi peraltro giustificata (parzialmente, considerato il supporto economico diretto e la flessibilità in materia di bilancio concessa negli ultimi anni), che diventa però un grimaldello con il quale forzare ogni resistenza ulteriore. Una partita politica, giocata peraltro a colpi di propaganda e sulla pelle di centinaia di persone, viene venduta come una “vittoria”, ma le questioni sono ancora tutte sul tappeto. E sono complesse, non liquidabili con uno slogan, con la scemenza del “farsi rispettare in Europa”.

Dublino, la relocation e la congiura contro l’Italia

Prima di andare avanti col nostro racconto dei fatti, bisogna fare un breve inciso sui negoziati europei e sulla vera partita politica che il Governo dovrà giocare, si spera senza mettere sul piatto della propria bilancia la vita di centinaia di persone. Come noto, da tempo si discute della riforma del trattato di Dublino e tutte, ma proprio tutte, le forze politiche italiane sono d’accordo nell’individuare nelle norme in vigore il primo problema del nostro Paese. Il punto è che riformare il trattato non è semplice, perché, come ben spiegato su OpenMigration, in Europa ci sono due blocchi contrapposti: “Chi per il principio di solidarietà chiede la ripartizione di richiedenti asilo e rifugiati fra tutti i paesi secondo un sistema di quote; e i fautori della linea dura, che invece puntano sull’esternalizzazione delle frontiere e un coinvolgimento dei paesi soltanto finanziario”. L’ultimo recente tentativo di riforma è praticamente naufragato, nonostante un primo via libera dal Parlamento europeo. Contro si è espressa anche l’Italia, perché, ha spiegato Salvini, “vogliono appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro Malta, Spagna, ulteriormente dandoci migliaia di migranti per dieci anni”. Una posizione sostenuta anche dal M5s, secondo cui con la riforma “in Italia resterebbero comunque tutti i migranti economici” (in realtà, nella proposta iniziale del Parlamento, la distinzione tra aventi diritto alla protezione internazionale e migranti economici avveniva al termine della procedura, quando cioè il richiedente asilo è già stato trasferito in un altro stato, ma questo l’eurodeputata Ferrara lo omette scientemente; mentre la Presidenza bulgara ha proposto un documento di sintesi decisamente peggiorativo).

La proposta iniziale del Parlamento europeo, che certamente era perfettibile, avrebbe però permesso di superare agevolmente il principale “problema” italiano: ovvero la norma che impone che la richiesta di asilo debba essere fatta nel Paese di primo approdo. E avrebbe anche messo a regime il sistema delle quote:

«Per ogni paese Ue si calcola una quota di rifugiati da accogliere in base a Pil e popolazione. La lista comprende quindi i quattro paesi con il numero più basso di richiedenti rispetto alla propria quota. Se il richiedente non effettua una scelta, è assegnato allo stato con il più basso tasso di candidati. Lo stato così individuato esamina la domanda d’asilo. Infine, se il richiedente asilo dimostra di avere altri legami (culturali, familiari in senso ampio o linguistici) con uno stato, può chiedere di esservi trasferito. In sintesi: a esaminare la domanda di asilo non è più lo Stato di primo ingresso, ma quello cui il richiedente asilo è assegnato in forza di un legame rilevante o del meccanismo della lista. I costi di trasferimento del migrante sono a carico del bilancio Ue».

assente a tutte le 22 sedute di lavoro sulla questione.

Nel frattempo, però, sarebbe in vigore il meccanismo della relocation. In sostanza, nel 2015, la Ue si rende conto delle storture prodotte da Dublino e prova a correre ai ripari, mettendo in campo un sistema di ricollocamento dei richiedenti asilo fra gli altri paesi europei. La ratio è semplice:

«Il sistema prevede lo spostamento per persone in evidente necessità di protezione internazionale, appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione sia pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat (tra gli altri, Siria, Eritrea, Repubblica Centrafricana, Bahrain). Queste persone, dopo aver richiesto asilo nello stato di arrivo, possono essere trasferite nel Paese di ricollocazione per l’esame della domanda di protezione internazionale».

Questo sistema non funziona, salvo per pochissime migliaia di migranti. Gli Stati europei se ne fregano, lasciano tutto in mano a Italia e Grecia e non rispettano il meccanismo delle quote. [Indovinate chi è che non ci pensa proprio? Esatto, quei Paesi con cui ora Salvini vuole risolvere la questione.] L’Italia si incazza e anche Minniti prova a sbattere i pugni sul tavolo, supportato da Tajani. La risposta è in un breve documento in cui, oltre a dare il via libera al governo Gentiloni sul codice di condotta delle Ong, si sottolinea la necessità che gli stati della Ue facciano il loro dovere, accettando le richieste di ricollocazione dell’Italia in maniera rapida. Ma al contempo si alza la voce proprio nei nostri confronti, invitandoci a “centralizzare le procedure della relocation e individuare dei veri e propri centri in cui ospitare i migranti destinati al ricollocamento verso i Paesi della Ue”, in modo da restringere le possibilità che i migranti cui è stata respinta la richiesta di asilo facciano perdere le loro tracce. Detto in altre parole: la relocation non funziona anche per colpa dell’Italia, che non è in grado di garantire tempistiche e logistica precisi e soprattutto no controlla ciò che accade a coloro cui viene respinta la richiesta di protezione.

È esattamente la linea francese, quella che “autorizza” Macron a respingere i migranti al confine e a effettuare i pattugliamenti sui treni e sui confini alpini. Criticabile, certo. Disumana, probabilmente. Cinica e iniqua, forse. Vergognosa quando coinvolge i minori, senza alcun dubbio. Ma la narrazione che dipinge il Presidente francese come un pazzo ipocrita è un altro aspetto della propaganda di queste ore.

Tra l’altro, come sottolinea AGI, non risponde al vero il fatto che Francia e Spagna abbiano chiuso i porti.

La crociata contro le Ong e il respiro corto della strategia di Salvini

Il direttore generale dell’Agenzia ONU per le migrazioni, l’OIM, centra il punto essenziale della questione: “Fermare una o più barche nel Mar Mediterraneo non è la risposta alle sfide poste all’Unione Europea dalla questione migrazione. È necessario affrontare il fenomeno migratorio con un approccio globale e complesso che riesca combinare la necessità di creare opportunità di movimento sicuro e regolare, la realizzazione di una più efficace gestione delle frontiere e il rafforzamento della lotta al traffico di esseri umani”. Nessuno può sostenere che Salvini e il Governo vogliano lasciar morire in mare i migranti, ma la sensazione è quella di essere di fronte semplicemente a una prova di forza nei confronti delle Ong. Ad esempio, mentre il MRCC di Roma prendeva tempo (molto probabilmente perché nessuno se la sentiva di assumersi la responsabilità di mandare in Spagna, con un viaggio lunghissimo e pericoloso, una nave con 629 persone a bordo che si trovava a 25 miglia dalle coste italiane), una nave della Marina militare conduceva in Italia oltre 900 migranti recuperati in zona SAR libica. Segno evidente di come i porti italiani, per fortuna, non sono chiusi e non lo saranno mai.

(…)

Cosa accadrà fra qualche ora, domani o dopodomani, quando un’altra nave Ong aiuterà le autorità italiane in un salvataggio? Davvero la strategia del governo italiano è quella di lasciare in mare aperto i migranti che avranno la sfortuna di salire a bordo della nave Ong e di accogliere quelli caricati sulle nostre motovedette? Davvero, fregandosene delle prevedibili contestazioni che arriveranno da un punto di vista della liceità “legale”, il governo lascerà in stand by ogni nave Ong sperando che Spagna o Francia diano disponibilità ad accogliere migranti?

Nessuno con un minimo di buonsenso può pensare che questa sia una strategia a lungo termine.

La verità è che la valvola di sfogo di tutto questo casino è sempre la stessa: la presenza delle Ong, i “taxi del mare”. Ve ne abbiamo parlato spesso (qui, qui e qui) sottolineando come una polemica poderosa, un movimento di opinione incredibilmente vasto e un messaggio rabbioso e accusatorio verso le Ong siano nati da un report letto male, da un video pieno di errori, da dichiarazioni senza alcuna attinenza con la realtà dei fatti. La criminalizzazione delle Ong è stata di fatto il capovolgimento della realtà, con chi salva vite che è diventato un potenziale criminale da guardare con sospetto, con le operazioni di salvataggio che sono state in qualche modo arginate, mentre si è scelto di affidarsi a chi negli anni aveva sempre dimostrato di fregarsene dei diritti umani, delle vite annegate nel Mediterraneo, del destino di migliaia di disperati.

Si è imposta una narrazione tossica, che si è basata su una serie di enormi falsità. La prima è quella che vede nella presenza delle Ong il fattore determinante per la decisione dei migranti di tentare la traversata. A smentirla basterebbero i numeri sui salvataggi delle Ong in rapporto al totale, ma vogliamo ricordare le parole di Enrico Credendino, non un pericoloso estremista mondialista, ma l’Ammiraglio di Divisione e Comandante della missione EUNAVFOR MED – Operazione SOPHIA, in pratica, la massima autorità sull’argomento, che in una audizione parlamentare smontava la balla del “pull factor” legato alla presenza di tante imbarcazioni in prossimità delle coste libiche:

«I migranti non partono certamente perché ci sono le navi in mare, ma partono perché ci sono i push factor, i fattori che li spingono a partire (le guerre, il terrorismo, la mancanza di acqua e cibo). Anche senza SOPHIA i migranti partirebbero comunque, la prova è che quando c’è stata l’interruzione di Mare Nostrum, che era accusata di essere un fattore di attrazione, prima che si attivasse Mare Sicuro sono passati alcuni mesi, durante i quali il numero di migranti in mare è aumentato, non diminuito, mentre se Mare Nostrum se fosse stato un pull factor sarebbero diminuiti.

Possono cambiare le tattiche usate dagli scafisti, se ci sono navi che lavorano molto vicino alla costa, ma i migranti partirebbero comunque, fintanto che non si risolvono le cause che originano la migrazione, fintanto che non si va nei Paesi di origine, cosa che l’Unione europea ha iniziato a fare».

La seconda accusa fatta alle Ong è che in qualche modo sarebbero un vero e proprio gancio per l’attività dei trafficanti di uomini, uno dei punti di forza del disastroso teorema Zuccaro (a proposito, ancora zero prove, zero condanne, zero riscontri). Sul punto l’allora comandante della Guardia Costiera Vincenzo Melone, rispondendo alle interrogazioni della Commissione in Senato, spiegava come ci si dovrebbe comportare in presenza di un naufragio o di gommoni in difficoltà: “Di fronte a una situazione di pericolo, le navi, siano mercantili oppure delle Ong, sono tenute a intervenire subito, immediatamente. Non decide la politica, lo dicono le Convenzioni, che tutti noi siamo tenuti a rispettare. Non chiedeteci di guardare dall’altra parte, non possiamo farlo e non lo faremo. Noi salviamo vite. Noi rispondiamo alle Convenzioni, quindi operiamo a prescindere dalle indicazioni della politica o del Governo. Non possiamo salvare o non salvare a seconda dei casi…”.

La terza è il canovaccio Ong – Soros – Mafia Capitale. Paolo Lambruschi, su Avvenire, spiega molto bene perché negli ultimi anni c’è stato un aumento della presenza delle Ong:

«Le Ong vivono di donazioni private, al contribuente italiano non costano nulla. Anzi, lo fanno risparmiare perché agiscono in sostituzione delle navi delle Forze armate italiane. È stato il progressivo ritiro delle navi di pattuglia dei dispositivi europei a spingere nel 2014 diverse Ong – tra queste Medici senza frontiere, Save the children, Emergency, la Croce Rossa con Moas – a mettere in acqua navi per ragioni umanitarie. Chi le attacca sostiene anche che siano finanziate con ingenti somme dal finanziere George Soros in questo caso regolarmente etichettato da chi lo tira in ballo come «ebreo» per «sostituire la popolazione europea con i migranti». Un ‘complotto’ lunare, e senza prove».

Dalla questione dei finanziamenti delle Ong al legame con “il business dell’accoglienza” il passo è incredibilmente breve. Salvini, Di Maio, Toninelli e tutte le forze di destra lo hanno ripetuto incessantemente in questi giorni: bisogna fermare il business dell’accoglienza, tagliare i guadagni delle Coop e impedire affari in stile Mafia Capitale. “Da oggi l’immigrazione non è più un business”, esulta Di Maio, aggiungendo: “Chi voleva solo fare profitti, dovrà cercarsi un’altra occupazione. La fine del business dell’immigrazione è nei nostri venti punti. E oggi abbiamo messo la prima pietra”.

Ora, come l’aver mandato 629 migranti in Spagna significhi aver fermato il business dell’accoglienza non è chiarissimo. Allo stato, per il momento, il sistema di accoglienza è ancora lo stesso di ieri, dell’altro ieri, di un mese fa, di un anno fa. I migranti continuano a sbarcare in Italia e ci sono oltre 170mila persone ospiti dei diversi centri di accoglienza. Il “sistema”, inoltre, è complesso e stratificato: ci sono le aziende private, i centri gestiti direttamente dai Comuni, l’accoglienza diffusa e le strutture speciali. Accomunare tutto sotto la dicitura “business dell’accoglienza” è una bugia, una balla colossale che serve solo ad alimentare insofferenza e odio nei confronti di chi non c’entra nulla. Ci sono le storture e la corruzione (e Fanpage.it ha lavorato per anni per mostrarle), ma usarle strumentalmente per alimentare la guerra agli ultimi è indegno di una classe politica che si sta assumendo l’onere di governare questi processi. Legare gli arrivi in mare agli abusi di pochi soggetti privati è una mistificazione della realtà.

Infine, sull’altra fake news di Salvini della “lobby degli avvocati d’ufficio” che si arricchiscono coi migranti, ha scritto tutto Altraeconomia.

PS: Ci sono anche altri aspetti poco chiari della vicenda, su cui però stiamo ancora lavorando. Salvini in Senato dice: “Sottolineo, come ho già detto, che è stata offerta al comandante della nave Aquarius per ben due volte, alle ore 12,11 e alle ore 14 dell’11 giugno, la disponibilità delle autorità italiane, su mia indicazione, a far sbarcare sul territorio nazionale le persone eventualmente bisognevoli di assistenza sanitaria, quali ad esempio le donne incinte e i bambini; disponibilità che non è stata accolta dal comandante dell’unità”. A una prima verifica, la cosa non risulta. Sarebbe un elemento gravissimo.

EDIT 15 giugno – Msf ha spiegato la propria posizione sul punto, rispondendo a Barbara D’Amico, giornalista che ne ha scritto su Wired: in sostanza “la nave non ha accordato lo sbarco, spiega la Ong, perché ha chiesto alle autorità italiane di non separare le famiglie. Richiesta negata”.

PPS: Si sta dibattendo molto sul comportamento dell’Aquarius, che, dopo aver tergiversato a lungo, ora si fermerebbe spesso e non starebbe procedendo con sollecitudine verso Valencia. Come ha spiegato MSF, la direttiva del MRCC è arrivata solo nella tarda serata dell’11 giugno e si è dovuto valutare quale fosse il modo migliore per affrontare un viaggio lungo e pericoloso (a causa della prevista ondata di maltempo). Non tutti avrebbero potuto viaggiare in sicurezza sul rimorchiatore, dunque si è dovuto attendere la disponibilità delle due navi italiane, oltre che viveri e conforto da Malta. Poi è stato necessario tutelare la salute delle persone dalle avverse condizioni meteo, infine provvedere al loro sostentamento per 4 lunghissimi giorni di viaggio.

Insomma, spacciare come una vittoria l’aver costretto centinaia di persone a tali sofferenze, francamente è troppo.

Da Twitter:

SOS MEDITERRANEE ITA

@SOSMedItalia

 Update #Dattilo, la nave di Guardia costiera italiana che guida il nostro convoglio, ha deciso di cambiare rotta. #Aquarius proseguirà lungo costa orientale #Sardegna per ripararsi da maltempo altrimenti insopportabile per persone a bordo, esauste, scioccate e con mal di mare

10:29 – 14 giu 2018

Adriano Biondi

http://www.fanpage.it/

Questo articolo è riportato per intero, soprattutto perché ci sono anche riferimenti dubitativi su quanto gli italiani hanno fatto, beninteso accennando anche alle due navi italiane che si sono caricate qualche centinaio di migranti per accompagnarli a Valencia. Il fatto vero e lampante è che si trova comodo lasciar perdere Malta, che non vuole migranti in giro per l’isolotto, mentre possono arrivare nei porti italiani tutti lì pronti e disponibili.

4) Migranti, Oxfam: abusi agenti Francia – ANSA.it – Ultima Ora

“Maltrattamenti e espulsioni” illegali di bimbi a confine Italia

(ANSA) – ROMA, 15 GIU – Bambini migranti non accompagnati vittime di maltrattamenti da parte di guardie di frontiera francesi, detenuti e rispediti dalla Francia attraverso il confine italiano a Ventimiglia con metodi illegali: a denunciarlo un rapporto stilato dall’Ong umanitaria Oxfam.

 Il rapporto – si legge in una nota – intitolato ‘Nowhere but Out’ (Da nessuna parte se non fuori), descrive come “la polizia francese di routine fermi i bambini non accompagnati e li metta su treni diretti in Italia dopo averne alterato i documenti per farli apparire più grandi o facendo sembrare che vogliano tornare”.

 Secondo Oxfam, “i bimbi raccontano di maltrattamenti fisici e verbali subiti, di detenzioni per la notte in celle senza cibo né acqua né coperte e senza poter accedere a un guardiano ufficiale: tutte cose contrarie alle leggi francesi e dell’Ue”.

 Il documento afferma anche “che il sistema di accoglienza burocratizzato e sovraccaricato dell’Italia lascia rifugiati vulnerabili a vivere, invisibili, in condizioni di pericolo”.

5) Migranti, Oxfam: “Agenti Francia maltrattano e cacciano bambini”

Redazione Tgcom24 15/06/2018

Bambini migranti non accompagnati vittime di maltrattamenti da parte di guardie di frontiera francesi, detenuti e rispediti a Ventimiglia con metodi illegali. E’ la denuncia della Ong Oxfam che ha raccolto le testimonianze di alcuni minori che raccontano “di maltrattamenti fisici e verbali, di detenzioni in celle senza cibo né acqua né coperte e senza poter contattare un guardiano ufficiale: cose contrarie alle leggi francesi e dell’Ue”.

Queste due agenzie vanno ad infoltire quanto è già stato scritto sull’umanità di agenti francesi nei riguardi dei migranti anche minorenni… o verso le donne incinte.

6) Migranti, Oxfam: “La polizia francese maltratta e respinge in Italia i bambini”

I minori non accompagnati che cercano di attraversare la frontiera nella zona di Ventimiglia vengono maltrattati dalla polizia francese. Appena presi in custodia, sono immediatamente rispediti indietro con procedure illegali per le leggi nazionali e internazionali: a denunciarlo un rapporto dell’Ong umanitaria Oxfam.

EUROPA 15 GIUGNO 2018  11:55 di Giorgio Tabani

“I poliziotti francesi infieriscono, è anche questo che è inaccettabile. Oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano, a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia”, racconta Chiara Romagno di Intersos. Questo è quanto denuncia il rapporto “Se questa è Europa. La situazione dei migranti al confine italo francese di Ventimiglia” diffuso oggi da Oxfam, Diaconia Valdese e Asgi. La situazione di Ventimiglia si trova sotto i riflettori dall’estate 2015, quando la Francia ripristinò i controlli al confine con l’Italia per bloccare il passaggio dei migranti. La situazione resta estremamente delicata e continua a comportare costi umani molto forti. Si dorme per terra, non c’è accesso ad acqua pulita per lavarsi o ad acqua potabile per bere; non esistono bagni e in inverno non c’è modo di riscaldarsi. Una situazione che è stata più volte denunciata dalle Ong. Precariamente accampati sul greto del fiume Roja, per non allontanarsi dalla stazione, si ammassano decine e decine di bambini e ragazzi soli, che spesso portano sulla propria pelle i segni dell’inferno libico. Nella cittadina ligure i minori non accompagnati sono ormai il 25% di tutti i migranti in transito (fra i quali, comunque, solo il 25% ha un’età superiore ai 25 anni). Sono originari prevalentemente del Sudan, dell’Eritrea e dell’Afghanistan, con un’età compresa fra i 15 e i 17 anni, anche se non mancano ragazzini molto più piccoli.

La situazione dei minori non accompagnati è quella che presenta le criticità più forti. Perlopiù sono ragazzi e ragazze scappati dalle comunità di accoglienza a cui erano stati affidati in Italia. Molti infatti sono inseriti in strutture del tutto inadeguate, dove restano pressoché abbandonati a loro stessi: non iscritti a scuola o a corsi di formazione, rimangono sprovvisti del tutore che dovrebbe informarli dei loro diritti e sostenerli nel loro percorso di integrazione. “Stavo in un grande centro, in Sicilia. Mi trattavano malissimo. I ragazzi più grandi ci picchiavano e ci rubavano il cibo, e nessuno interveniva. Stavo tutto il giorno sul materasso a guardare il soffitto, oppure chiacchieravo un po’ con dei miei connazionali. Ma non ci volevo più stare lì, a nessuno importava di noi” racconta B., un ragazzino di  15 anni proveniente dalla Guinea. In quella situazione molti non vedono altra soluzione che quella di partire: “Vedevo i ragazzi più grandi che uscivano, non riuscivano a trovare lavoro, nessun lavoro. Così sono partito. Ho un cugino in Francia, voglio andare da lui. Io voglio lavorare” aggiunge T., un altro quindicenne del Darfur (Sudan). Chi ha parenti in altri stati europei potrebbe richiedere un ricongiungimento familiare, ma pochi sono informati di questo diritto e i tempi, comunque, sono lunghissimi: “Di fronte alla prospettiva di aspettare anche più di un anno, senza certezza, preferiscono partire da soli” sottolinea Laura Martinelli di ASGI.

“La frontiera l’hanno chiusa solo per le persone di colore. A nessun bianco controllano mai i documenti” premette Simone Alterisio di Diaconia Valdese. Sulla questione dei minori che attraversano la frontiera vengono sistematicamente violate la normativa nazionale e internazionale. Innanzitutto, secondo il rapporto Oxfam, la polizia francese non rispetta le norme sul diritto d’asilo, ai sensi del Regolamento di Dublino. “Ci hanno fatto scendere dal treno strattonandoci e urlando, poi ci hanno spinti in un furgone nel parcheggio della stazione. Ci hanno dato un foglio dentro al furgone e ci hanno rimessi su un treno che tornava in Italia, senza spiegarci nulla” racconta sempre T. I minori non accompagnati che fanno domanda di asilo non potrebbero, però, essere respinti in Italia: per loro non vale infatti, al contrario degli adulti, l’obbligo di farne richiesta nel Paese di prima accoglienza. Se non viene espressa la volontà di richiedere l’asilo, secondo la legge francese, il minore potrebbe essere rimandato in Italia, ma con alcune garanzie: la nomina immediata di un tutore e un periodo di minimo 24 ore tra il fermo da parte della polizia e l’effettivo respingimento. Inoltre ogni Paese sarebbe obbligato a farsi carico di questa categoria di minori, in qualunque caso, qualora vengano trovati sul proprio territorio nazionale, oltre la frontiera. Le testimonianze parlano di una situazione molto diversa, con maltrattamenti diffusi, anche su adulti. “Gli urlano, gli ridono in faccia, li spintonano, gli dicono ‘tanto di qui non passi’, ad alcuni aprono il cellulare e gli portano via la scheda, con tutti i dati, i contatti della rubrica. Dopo non possono nemmeno più telefonare ai genitori” spiega Daniela Zitarosa di Intersos. O ancora W., 37 anni, fuggita dall’Iraq insieme alla anziana madre a causa delle minacce e delle violenze dell’ISIS di cui mostra chiari i segni sul volto: “Ci hanno fatto stare un pomeriggio e una notte in una stanzetta. Siamo rimaste accasciate sulle sedie tutta la notte, non ci hanno spiegato niente, né ci hanno dato cibo o acqua. Ci hanno spinto e strattonato tutto il tempo. E a me hanno pestato con forza i piedi, ora ho gli alluci tutti neri”.

Giorgio Tabani

Niente di nuovo. L’arroganza di molte nazioni è troppo manifesta, ma nessuno dice nulla, se non qualche giornalista votato al suicidio o ad essere martirizzato oscenamente. Sopportiamo sempre, sperando che tutto si risolva da solo? Attenzione, che chi pensa di essere superiore agli altri può scivolare sulle solite bucce di banana che non si vedono, ma sono lì pronte a far spaccare la testa a qualcuno che guarda in alto.

7) Lifeline, Toninelli: “Se la nave non attracca a Malta parte il sequestro”. La Valletta dice ‘no’

La nave dell’Ong tedesca Lifeline attende ancora un porto in cui attraccare. Per il governo italiano l’accoglienza spetta a Malta, ma l’isola ha detto di non aver ricevuto alcuna richiesta ufficiale. Il ministro Toninelli ha detto che i porti italiani non accoglieranno i 224 migranti.

POLITICA ITALIANA 22 GIUGNO 2018  17:00 di Annalisa Cangemi

La nave di Lifeline sta aspettando di capire come e dove attraccare, con i suoi 224 migranti a bordo, salvati ieri da un naufragio al largo della Libia. La nave della Ong tedesca ora rischia il sequestro, come ha più volte ribadito il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. L’Italia comunque non è disposta ad aprire i suoi porti, come già accaduto per la vicenda della nave Aquarius.

La posizione della nave al momento non è rilevabile, ma secondo un tweet scritto dalla stessa Ong, il natante dovrebbe trovarsi in acque territoriali maltesi.

(…)

Malta sarebbe quindi il porto più vicino. Se la nave, che batte bandiera olandese, illegalmente secondo il governo italiano, non dovesse attraccare nell’isola-Stato, come richiesto dalla Capitaneria di porto italiana, verrà sequestrata: “Se la nave Ong Lifeline non andasse verso il porto di Malta, cosa che dovrebbe e deve fare per il senso di umanità e per il rispetto del diritto del mare, verrà immediatamente sequestrata” – ha ripetuto il ministro delle Infrastrutture – “Come cittadino italiano, come ministro infrastrutture e trasporti e come cittadino europeo sarei sconvolto dalla disumanità di Malta nel caso in cui non accogliesse la nave, ha aggiunto, sottolineando che “Malta rappresenta adesso il porto più vicino e sicuro”. Il governo maltese ha fatto sapere di non essere stato coinvolto formalmente. “Falsità”, ha replicato ancora Toninelli: “Ha avuto una richiesta ufficiale da Frontex, che ha mandato questa comunicazione a Malta che è sufficiente per l’apertura del porto”. Il ministro pentastellato ha chiesto che il “comandante della Lifeline faccia anche lui immediatamente una richiesta formale a Malta. Oggi la responsabilità di quelle vite umane grava sull’equipaggio dell’equipaggio dell’Ong e di Malta”.

Anche Madrid è in queste ore in contatto con le autorità italiane e maltesi, in cerca di una soluzione, e ha offerto il suo aiuto. L’eventuale arresto dell’equipaggio della Lifeline “è una parte che non compete alla Guardia costiera ma alle procure”, ha spiegato Toninelli a Tgcom24. Il ministro ha aggiunto che “il Governo olandese ha confermato la nota ufficiale ieri in cui diceva che la Lifeline non è registrata ai registri navali olandesi, per cui è una nave fantasma, apolide e solo per questo deve essere sequestrata. E siccome per l’Italia e per questo governo la legalità viene subito dopo il salvataggio delle vite umane, interverremo immediatamente con la Guardia Costiera”. Sul documento pubblicato da Lifeline sulla registrazione olandese della nave, che sostanzialmente è un certificato internazionale ICP per imbarcazioni da diporto, Toninelli ha puntualizzato: “Per me fa affidamento la nota ufficiale dell’amico governo olandese e non un documento di una nave privata di una Ong privata che prende i finanziamenti non so da chi e non so per che cosa” .

La nave di Lifeline ha a bordo 239 persone, calcolando anche l’equipaggio, ma avrebbe una capienza di 50 persone. “C’è una sola cosa da fare – ha detto Toninelli – scindere il salvataggio delle vite umane dalla responsabilità e dalla gestione delle richieste di asilo del paese di primo approdo. Non possiamo più continuare a gestire da soli. La richiesta d’asilo e la gestione dell’immigrazione non deve più essere quella del primo approdo”.

La replica di Malta

“Malta non ha coordinato le operazioni di soccorso, né siamo l’autorità competente a farlo”. Così un portavoce del governo maltese – citato dal Times of Malta – ha replicato all’Italia sulla vicenda della nave Lifeline. Il portavoce ha aggiunto che, secondo il Comando Generale del corpo delle capitanerie di porto di Roma (che coordina i soccorsi nella zona, ndr), le ricerche e il soccorso della nave sono avvenuti tra la Libia e l’isola di Lampedusa. Inizialmente le operazioni sono state gestite dal Coordinamento italiano, con le autorità della Libia che si sono assunte la responsabilità dei salvataggi. Il Times of Malta on line ha spiegato che il Centro di coordinamento gestito da Roma ha interpellato la controparte libica per chiedere di intervenire ieri, ma non c’è stata risposta.

“In questo caso Malta non stava né coordinando le operazioni né era l’autorità competente”, ha detto il governo de La Valletta. Se ne deduce, continua il sito del giornale, che Lifeline “ha violato gli obblighi” di attenersi alle istruzioni date loro dalle autorità competenti per la ricerca e il soccorso in questo caso, e cioè la Guardia costiera libica o italiana.

“La disumanità di Malta è lo specchio dell’atteggiamento dell’Europa. La Lifeline è ferma nelle acque Sar dell’isola e in grande difficoltà, con un carico di oltre 230 migranti a fronte di una capacità di accoglienza in sicurezza di circa 50 persone. Nessun altro Paese sta coordinando le operazioni, dunque le responsabilità maltesi sono ancora maggiori”, ha scritto poi il ministro pentastellato su Facebook.

(…)

“Danilo Toninelli dovrebbe stare ai fatti. Il soccorso è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso della Libia, tra la Libia e Lampedusa. L’operazione è coordinata dall’Italia. Malta non è coinvolta”, ha ribadito il ministro dell’Interni di Malta Michael Farrugia su Twitter. Il messaggio è stato poi ritwittato dal premier Joseph Muscat: “Una notevole responsabilità anche da parte di Lifeline che è andata contro le regole internazionali, non seguendo le istruzioni di Roma”.

Annalisa Cangemi

(Continua su: https://www.fanpage.it/lifeline-madrid-offre-aiuto-toninelli-se-la-nave-non-attracca-a-malta-parte-il-sequestro/ – http://www.fanpage.it/).

Sì, siamo a questo punto: si gioca al rimpallo e nessuno ha la minima vergogna nell’affermare o nel negare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Tutto vero e tutto non dimostrabile così chiaramente. Ma se i vecchi colonialisti sono adesso i nuovi che scorazzano in Africa ad acquistare terre da sfruttare cacciando i piccoli e grandi proprietari, come ci si vuole capire se poi il tutto è occultato da strani volontarismi, invio di materie prime, invio di generi di prima necessità che tutti accettano senza valutare, vaccini inclusi?

8) Tutti hanno perso la loro faccia? Una settimana di mal di mare in attesa di strappare un sì allo sbarco. E poi come sarà?

l premier Conte annuncia: “Lifeline sbarcherà a Malta, ma i migranti verranno distribuiti nei vari Paesi Ue”

La nave Lifeline sbarcherà a Malta. “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il Presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio”, ha dichiarato il premier Giuseppe Conte annunciando la decisione de La Valletta.

EUROPA 26 GIUGNO 2018  13:49 di Charlotte Matteini

La nave Lifeline, bloccata in mezzo al Mediterraneo a causa della chiusura dei porti italiani imposta dai ministri Salvini e Toninelli, sbarcherà a Malta. Ad annunciarlo è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha dichiarato: “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il Presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio. Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull’immigrazione – secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa -, l’Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l’auspicio che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato”.

Il governo maltese ha annunciato di aver aperto “un’inchiesta sul capitano della Lifeline che ha ignorato le istruzioni delle autorità italiane date in accordo alle leggi internazionali” e ha inoltre esortato “gli Stati volenterosi a proseguire la condivisione di responsabilità per evitare un’escalation della crisi umanitaria”.

Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere che Bruxelles segue da vicino il caso della nave della Ong tedesca” e che “il premier Muscat ha fatto una dichiarazione; il presidente Tusk, il presidente Juncker e Muscat stanno lavorando in piena collaborazione per trovare una soluzione per le persone a bordo della Lifeline e trovare un porto dove possano sbarcare”.

Il ministro degli Interni Matteo Salvini commenta soddisfatto quella che considera una vittoria dell’esecutivo giallo-verde: la nave Aquarius, dopo il rifiuto di Malta, passerà da Marsiglia per uno scalo tecnico, necessario ogni tre settimane per rifornimento e cambio di equipaggio. Il vicepremier scrive su Twitter: “‘Il clima non è più favorevole alle Ong’ in Italia lamenta Frédéric Penard della nave #Aquarius, quella che abbiamo mandato in Spagna. Per loro questa settimana niente scalo al porto di Catania, come facevano sempre, ma andranno diretti al porto di #Marsiglia. Come mi dispiace…”

(…)

Charlotte Matteini

9) Migranti, ancora naufragi al largo della Libia. “Notizia che non indigna più”

Le ultime tragedie hanno portato il bilancio delle vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale ad oltre mille nel 2018. E la Guardia Costiera Libica ha sbarcato più di 8 mila persone. Unhcr. “Serve azione urgente”. Unicef: “Negli ultimi giorni altri 200 morti in mare. Una notizia che non indigna più”

22 giugno 2018

ROMA – L’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, si dice “scioccata e addolorata” per la notizia di circa 220 persone annegate a largo delle coste libiche nei giorni scorsi mentre tentavano di attraversare il mar Mediterraneo dirette in Europa.

“Secondo i sopravvissuti – è scritto in una nota dell’Unhcr -, un’imbarcazione di legno che trasportava un numero imprecisato di rifugiati e migranti si è capovolta al largo delle coste libiche martedì (19 giugno). Dei circa 100 passeggeri stimati, sono sopravvissuti solo in cinque. Sono stati salvati dalla Guardia Costiera Libica e sbarcati a Mayia, alla periferia della capitale Tripoli. I sopravvissuti sono stati portati in un ospedale locale dalle autorità per ricevere cure mediche. Alcuni corpi sono stati recuperati dai soccorritori, altri trovati sulle spiagge”.

“Lo stesso giorno – continua -, un gommone con circa 130 persone a bordo è affondato in un’altra località al largo della Libia. Sessanta sopravvissuti sono stati salvati da pescatori locali, che li hanno riportati a riva a Dela (35 km ad ovest di Tripoli). Si ritiene che 70 persone siano annegate in questo incidente. Il 20 giugno, la Guardia Costiera Libica ha condotto un’operazione di salvataggio al largo di Garabulli, a 64 Km a est della capitale, Tripoli. I rifugiati e i migranti salvati sono stati sbarcati a Tajoura. I sopravvissuti hanno riferito che oltre 50 persone che viaggiavano con loro sarebbero annegate”.

L’Unhcr si dice “estremamente scioccato dal numero sempre crescente di rifugiati e migranti che perdono la vita in mare e chiede un’azione internazionale urgente per rafforzare gli sforzi di salvataggio in mare da parte di tutti i principali attori coinvolti, comprese le Ong e le navi mercantili, in tutto il Mediterraneo”. Allo stesso tempo, per l’Agenzia Onu per i rufugiati “dovrebbe essere garantito l’accesso alla protezione nei paesi di primo asilo, nonché percorsi alternativi per i rifugiati in Libia che tentano di attraversare il mare in cerca di protezione e sicurezza. Tutte queste azioni sono cruciali per garantire che non si perdano più vite in mare”.

Lunedì scorso, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha lanciato un mazzo di fiori in mare ad Abu Setta, in Libia, in un momento di silenzio e commemorazione per le migliaia di rifugiati e migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa.

E ha affermato: “Queste tragiche morti ricordano che guerre e povertà continuano a spingere migliaia di persone a intraprendere viaggi disperati che costano loro i risparmi di una vita, la dignità e in ultimo la loro stessa vita”. “Con un numero record di persone in fuga, non è mai stato così urgente affrontare le cause alla radice – ha aggiunto -, migliorare le condizioni in Libia e in altri paesi lungo il percorso, fornire alternative sicure e, sempre, soccorrere le persone in mare”.

Il bilancio delle vittime. Queste ultime tragedie hanno portato il bilancio delle vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale ad oltre 1.000 nel 2018. Considerando che siamo all’inizio della stagione estiva si prevede che aumenterà il numero di rifugiati e migranti che tenteranno di attraversare il mar Mediterraneo. Finora quest’anno, la Guardia Costiera Libica ha sbarcato più di 8 mila persone in diversi luoghi di sbarco lungo la costa libica. L’Unhcr e i suoi partner sono presenti al momento dello sbarco per fornire cibo, acqua, beni di soccorso e assistenza medica. L’Unhcr sta inoltre lavorando affinché sia assicurato l’accesso all’asilo ai richiedenti di tutte le nazionalità e che alternative alla detenzione siano rese disponibili per i rifugiati soccorsi o intercettati in mare dalla Guardia Costiera Libica.

Unicef Italia: “Negli ultimi giorni altri 200 morti in mare. Una notizia che non indigna più”. “Mentre assistiamo a insulti, frasi ad effetto e proclami dei vari esponenti della politica e società civile, altri 200 esseri umani sono morti nel Mar Mediterraneo – dichiara da parte sua Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia -. In due giorni sono morti a largo della Libia 200 esseri umani, qualcuno sa dirci quanti bambini coinvolti in questa ennesima strage? La cosa lascia tutti indifferenti. Sembra che la morte non sia più una tragedia in sé per sé ma sia subalterna a temi di diversa o dubbia rilevanza o veridicità”.

“Continua un processo di deresponsabilizzazione che coinvolge tutti noi – conclude -: parte dagli stati europei, dai leader di turno passando per alcuni media fino a renderci tutti insensibili. Davanti alla nostra ‘faccia’ stanno morendo altri disperati, la notizia scorre sui nostri smartphone come le altre. Non ci indigna più”.

Non si pensi che, se shahid o kamikaze vanno ancora alla grande, siano cessate tutte le altre violenze della guerra: nulla è cambiato, i migranti muoiono ancora perche i barconi o gommoni che partono dalla Libia sono già mezzi sgonfi ed allora si ribaltano già poco distanti dalla riva. Se i migranti riescono a raggiungere le acque internazionali o libiche e sono imbarcati, nonostante le attuali diatribe su navi della marina italiana o mercantili o navi Ong, a quanto si legge, in acque libiche non c’è alcuna sicurezza ed inoltre i migranti non vogliono tornare in Libia perché sanno come sono trattati. Un mondo che si conosce a malapena, ma che è doloroso per chi cerca la fuga non sapendo poi cosa succederà nei paesi raggiunti, molti dei quali sono proprio quelli che in Africa acquistano terreni a prezzi stracciati o stracciabili con la violenza, perché nel sottosuolo c’è ancora da scoprire qualche ricchezza. Il neocolonialismo non differisce in violenza e oppressione dal vecchio e i nuovi colonialisti, guarda caso, sono gli stessi di un tempo, con la faccia di tolla come sempre.

10) Nigeria, sei bambine imbottite di esplosivo vengono fatte saltare in aria a una festa. 31 morti

L’attentato è stato compiuto da Boko Haram in una festa organizzata per la fine del ramadan. I terroristi hanno utilizzato sei bambine di età comprese tra i 7 e gli 11 anni.

AFRICA 19 GIUGNO 2018  10:27 di Davide Falcioni

È di almeno 31 persone il bilancio delle vittime di due attacchi suicidi attribuiti ai terroristi islamici di Boko Haram a Damboa, nel nord est della Nigeria. Lo rende noto la Bbc online: i fatti si riferiscono alla giornata di domenica. L’attacco è stato compiuto poche ore dopo che il capo dell’esercito nigeriano, il generale Tukur Buratai, aveva rassicurato la popolazione sull’assenza di minacce da parte dell’organizzazione estremista islamica affiliata all’Isis, rassicurazione giustificata da un’offensiva militare portata avanti negli ultimi mesi per liberare dai ribelli l’area di Borno e la regione del lago Ciad.

Un funzionario del governo locale, la cui testimonianza in forma anonima è stata raccolta da Le Monde, ha reso noto che gli attentati suicidi sono stati compiuti materialmente da bambine di età compresa tra i 7 e i 10 anni, “le cui teste sono state trovate sul luogo della tragedia dai soccorritori”. Babakura Kolo, funzionario delle forze di sicurezza, ha aggiunto che gli attacchi terroristici sono stati compiuti prendendo di mira le persone che avevano appena festeggiato il festival Eid el-Fitr, celebrando la fine del Ramadan. I miliziani di Boko Haram hanno imbottito di esplosivo sei bambine, contando sul fatto che sarebbero riuscite a varcare più facilmente i controlli attuati dalla polizia.

Sempre stando a quanto rivelato dopo il doppio attentato suicida i jihadisti hanno preso di mira la folla che si era radunata sul luogo degli attacchi per prestare soccorso ai feriti; a quel punto sono state fatte esplodere delle granate, che hanno ulteriormente aggravato il bilancio dei morti. Le trentuno vittime finora accertate rischiano di essere ancora un numero provvisorio: molti dei feriti infatti sono ricoverati in condizioni disperate e le possibilità che non ce la facciano sono estremamente alte.

Davide Falcioni

Non siamo alla frutta, come si suol dire, ma ben oltre. Questa volta sono 6 bimbe e adolescenti a suicidarsi dopo essere state imbottite di esplosivo e anche di qualche droga che le intontiva a sufficienza: bambine tra i 7 e 10 anni. Ci si rende conto di come sono vigliacchi quei soliti terroristi, pure loro drogati e violenti all’estremo, che hanno mandato sei figlie minorenni a farsi esplodere tra la folla?

Poi i maiali hanno adottato la tecnica dei “liberatori” in aereo: bombardare una prima volta, aspettare che arrivino i soccorsi, e poi bombardare una seconda volta, così si fanno più morti. Nessuna pietà per i genitori che, se sono accorsi sul posto, hanno visto le teste delle loro bambine e i brandelli del loro corpo in giro per la piazza; nessuna pietà per aver troncato ingiustamente delle vite umane che stavano vivendo semplicemente; nessuna pietà per nessuno: uccidere per uccidere, assassinare per la gioia di farlo.

11) Che cos’è il “land grabbing” [accaparramento della terra, N.d.A.] e perché è una delle cause dell’immigrazione in Europa

Dietro le migrazioni di milioni di persone che vivono in Africa, Asia e America latina c’è anche il land grabbing. Un vero e proprio saccheggio, soprattutto da parte di inglesi e americani, che si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili. Dagli anni 2000, si sono accaparrati 88 milioni di ettari di terra fertile.

ECONOMIAESTERIEUROPA 25 GIUGNO 2018  17:09 di Mirko Bellis

Il land grabbing o l’accaparramento di terre fertili è un problema antico e allo stesso tempo attuale. Un processo di vero e proprio saccheggio fondiario che si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili del sud del mondo da parte di Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari. Grazie a rapporti opachi di collusione tra politici, funzionari governativi e grandi imprese, i piccoli agricoltori vengono estromessi dalle loro terre e, di fronte all’assenza di un mezzo di sostentamento, per milioni di persone non resta altra scelta che abbandonare il proprio Paese.

Quelli che vengono considerati quasi con disprezzo migranti economici, sono in molti casi piccoli agricoltori ai quali è stata negata la possibilità di continuare a coltivare un pezzo di terra per poter mantenere le proprie famiglie. Persone spesso costrette a fuggire a seguito di lunghi e sanguinosi conflitti armati che, una volta cessate le ostilità, fanno ritorno ai loro villaggi e vedono come la loro terra nel frattempo è stata venduta o espropriata. Terreni che prima davano cibo e rifugio a molti, sono recintati o rimangono inutilizzati.  Un fenomeno, quello del land grabbing, che avviene in molte occasioni senza il consenso delle comunità locali. “Uno scandalo che esiste da tempo, ma che dallo scoppio della crisi finanziaria è cresciuto enormemente, spingendo nella fame migliaia di contadini del Sud del mondo”, denuncia Oxfam. Dal 2008, il land grabbing è cresciuto del 1000%. “La domanda di terreno vola – spiega l’Ong – e gli investitori cercano dove coltivare cibo per l’esportazione, per i biodiesel, o semplicemente per fare profitto”.

Molto spesso, poi, questi terreni comprati mandando via intere comunità, lasciandole senza terra e senza futuro. “Le promesse di risarcimenti non si avverano – sottolinea Oxfam – e le comunità rimangono a mani vuote mentre le grandi aziende incassano”.

Chi sono i “padroni della Terra? Usa e Uk

Secondo il rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) in collaborazione con Coldiretti, dagli anni 2000 l’accaparramento di terre fertili è in aumento. In 18 anni, 88 milioni di ettari di terra fertile in ogni parte del mondo sono stati accaparrati, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador.

Non è un caso, quindi, se il land grabbing sia stato definito una nuova forma di colonialismo. Il documento affronta la questione su chi siano i soggetti che stanno acquisendo sempre più terre coltivabili sul nostro pianeta e chi ne abbia il controllo, diventando di fatto i veri padroni della Terra. Analizzare il land grabbing – mette in evidenza il rapporto – è complesso poiché tale fenomeno avviene in gran parte in modo nascosto, opaco, mediante collusioni tra governi locali e imprese, attraverso investimenti che provengono da fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso ragnatele complicate di gruppi di aziende. E così si scopre che tra i maggiori predatori oltre agli Stati Uniti, che detengono il primato, ci sono la Gran Bretagna e l’Olanda, ma anche Paesi emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, e persino alcuni stati petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti. Sono diversi, inoltre, i paradisi fiscali che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali di aziende multinazionali da dove poi partono gli investimenti per acquistare e affittare le terre in tutto il mondo.

Tra i primi 10 paesi che subiscono il land grabbing ci sono soprattutto i Paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano anche i Paesi come il Brasile e l’Indonesia e persino l’Europa orientale. Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani (dal Senegal al Madagascar passando per Nigeria, solo per fare qualche esempio) e in Romania. In generale, le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili.

Il land grabbing in Ecuador e Myanmar

Sono numerosi i principi giuridici internazionali e le linee guida scritti per proteggere i diritti delle comunità contadine locali e indigene, ma non vengono rispettati da Stati e imprese. Come nel caso di Chevron in Ecuador, dove il land grabbing per l’estrazione di petrolio rappresenta uno degli esempi che meglio fanno capire gli effetti dell’accaparramento della terra sulle comunità locali. Le operazioni per l’estrazione del greggio e del gas compiute dalla compagnia petrolifera tra il 1964 e il 1990 in una delle zone a più alta biodiversità del pianeta, hanno provocato un danno ambientale e patrimoniale esteso per oltre 450 mila ettari di terreno (tre volte la superficie della Città Metropolitana di Milano).

Ad essere colpite dal fenomeno sono anche le popolazioni in fuga da conflitti e persecuzioni, come il caso dei Rohingya, la comunità musulmana sotto attacco del governo di Myanmar. Nell’ex Birmania, circa il 70% della popolazione basa la propria sopravvivenza sul settore agricolo e, come ricorda un rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, “gli sfollati interni dovrebbero essere in grado di accedere alla terra attraverso la restituzione delle proprietà terriere, comprese quelle confiscate da società private”. “Tuttavia – avverte Unhcr – per i senza terra le possibilità di riottenere le loro proprietà sono scarse”.

Ci perdono anche gli agricoltori del Nord del mondo

“Innanzitutto – avverte ActionAid – il land grabbing ha delle gravi conseguenze per il suolo che, coltivato intensamente, finisce per impoverirsi. Le terre “accaparrate”, inoltre, sono coltivate da intere popolazioni che vi vivevano da decenni, se non da secoli. Quelle popolazioni sono costrette a spostarsi, e spesso questo avviene violando i loro diritti fondamentali. Infine, è l’allarme lanciato dall’Ong, le modalità di acquisto dei terreni, in molti casi, non sono propriamente trasparenti. “Gli investimenti nella terra – sostiene anche il dossier di Focsvi e Coldiretti – allargano la forbice tra i pochi grandi poteri a livello mondiale, che concentrano il controllo su risorse strategiche, e le grandi masse di popolazioni che ne sono escluse a livello locale”.

L’accaparramento nel quale investono molte imprese occidentali consente grandi produzioni a monocultura a costi bassi – come nel caso del riso – ma quando vengono commerciati a livello internazionale nuocciono anche gli agricoltori degli stessi Paesi occidentali. In poche parole: il land grabbing danneggia tanto i contadini del Sud quanto quelli del Nord del mondo. “Le grandi compravendite di terra stanno costringendo moltissime persone povere a lasciare le loro case, il loro lavoro e il loro cibo. Questa ingiustizia deve finire subito, prima che altre vite vengano rovinate”, l’appello lanciato da Oxfam.

Mirko Bellis

È chiaro il concetto che molti migranti fuggono dalle loro ex-terre che non hanno più ed improvvisamente si ritrovano poveri tra i poveri, senza nessuna speranza di sopravvivere. Così si danno da fare per quei bugiardi che fanno loro vedere lucciole per lanterne ed i paesi europei diventano la mecca fantasticata per questi nuovi poveri, inventati dalle nazioni civili e morali per l’umanità. Tutti brava gente, nemmeno quando parlano giustamente in pochi hanno letto il libro di Paolo Villaggio (con prefazione e postfazione del Rag. Ugo Fantozzi) che forse non hanno mai propagandato perché è intitolato Italiani brava gente… ma non è vero! [La nave di Teseo (31 maggio 2018), N.d.A.] Non è vero nemmeno per le altre nazioni che si auto-incensano invece di sparire sotto terra.

12) Selvazzano. Prof aggredita dalla mamma, il figlio è stato bocciato: troppe insufficienze

Il ragazzino della scuola media in provincia di Padova dovrà ripetere l’anno: diverse insufficienze e assenza in pagella. La mamma: “Io so di aver esagerato. Speravo nella comprensione degli altri insegnanti”. La donna aveva spaccato il setto nasale all’insegnante del figlio.

CRONACA ITALIANA 13 GIUGNO 2018 18:59 di Biagio Chiariello

È stato bocciato il ragazzino di Selvazzano, periferia ovest di Padova, la cui mamma, alla vigilia dell’inizio delle vacanze estive, ha rotto il setto nasale ad una professoressa di inglese per non aver voluto interrogare di nuovo il figlio permettendogli di recuperare un’insufficienza. Francesca Redaelli, docente di inglese della scuola media “Tommaso Albinoni”, ora torna sulla vicenda “Ho ricevuto l’affetto e la solidarietà di molti colleghi e genitori, anche se mi dispiace molto non assistere i miei alunni durante gli esami e chiudere con loro un percorso durato tre anni”. Alla docente è arrivata anche la solidarietà del neo ministro all’Istruzione, Marco Busetti, che ha detto di voler incontrare la professoressa aggredita a Padova, oltre che approfondire la vicenda.

“Immaginavo che lo avrebbero bocciato anche se contavo sulla comprensione degli altri professori, evidentemente gli hanno abbassato qualche voto”, dice invece la madre 47enne di Selvazzano, denunciata per lesioni personali e resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (perché tale è il ruolo di un insegnante a scuola). I genitori hanno fatto infatti intraprendere al ragazzino una carriera sportiva che lo porta spesso anche fuori dall’Italia. Per questo motivo è stato assente per diverse settimane dalla scuola media. Avrebbe comunque riportato diverse insufficienze in pagella. Troppe, stando al giudizio degli insegnanti, per essere promosso. “Io so di aver esagerato, non dovevo fare quel gesto, ma la prof aveva l’obbligo di tornare a interrogare mio figlio. Il ragazzo gode dei benefici della legge 122 per chi partecipa alle gare sportive, lui è fra i primi 3 atleti in Europa nella sua disciplina, e quella norma prevede addirittura un programma personalizzato per questi studenti. Non ho mai protestato ma chiedo perché la prof non ha voluto più interrogarlo”, continua la donna intervistata dal Mattino di Padova.

Biagio Chiariello

Adesso c’è un cambio di moda notevole: non più i professori, ma gli allievi picchiano, insultano, fanno di tutto verso i loro docenti, e poi non sono solo gli allievi, ma anche i genitori dei ragazzi che hanno preso insufficienze perché hanno studiato troppo bene che prendono a pugni e sberle i professori e le professoresse. La moda è cominciata e non si fermerà molto facilmente: anzi sembrerebbe il contrario. È la nuova educazione che i genitori, che seguono attentamente i loro figli, stanno portando avanti. Poi, quando i ragazzi ricevono il dovuto per lo studio che hanno approfondito, si rivoltano e i casi sono in aumento. C’è da far notare che i professori malconci, con il naso spesso fratturato, non reagiscono, forse perché troppo intenti a difendersi dall’improvvisa reazione, ma anche perché, specie coi minorenni, avrebbero qualche noia ad allungare qualche ceffone a quei bulli e violenti studenti.

Ma dove prendono i genitori la foga per urlare e picchiare i professori perché il loro pargolo ha preso un’insufficienza che nella gran parte dei casi è meritata? Hanno perso anche loro l’educazione verso un docente che insegna ai loro figli , che sono tenuti a studiare e non a impasticcarsi o non studiare per nulla per pretendere poi di avere la sufficienza? Quanto hanno seguito quei genitori i loro figli guardando i loro quaderni o facendo loro domande su quanto avrebbero studiato? Vorrebbero anche far avere loro il 18 di guerra o del ‘68, per poter passare le ferie bene, così con un arrivederci all’anno prossimo? Troppo comoda questa nuova moda di violenza, che ultimamente ha interessato anche classi di primo livello.

Ci si può chiedere quale e di chi sia la mossa di prendere per capri espiatori professori o insegnati che siano, chi ci sia dietro questa crudele manifestazione di violenza da parte dei figli e dei genitori. Non vengano a dire che è un fenomeno isolato, perché ora sono troppi, né che sia una fotocopia di insegnamenti precedenti: c’è qualcuno che guida, che progetta e li guiderà ancora.

Domanda: cosa ha fatto lo stato per questi casi e cosa farà? Ah… ho capito: non c’è risposta; tutti pensano alle vacanze, il dopo si vedrà, come sempre.

13) Lucravano sui centri migranti: arresti a Benevento, ci sono carabinieri e funzionari

Le forze dell’ordine hanno scoperto una vasta truffa ai danni dello Stato messa a segno, a Benevento e nella sua provincia, lucrando sui centri d’accoglienza per migranti. L’operazione, coordinata dalla Procura locale, ha portato all’arresto di 5 persone, tra cui un funzionario pubblico, un impiegato del Ministero della Giustizia e un rappresentante delle forze dell’ordine. Altre 36 persone risultano, invece, indagate.

CRONACA NAPOLI E CAMPANIABENEVENTOULTIME NOTIZIE 21 GIUGNO 2018  8:07 di Valerio Papadia

Lucravano sulla pelle dei migranti: una vasta truffa ai danni dello Stato è stata scoperta a Benevento e nella sua provincia. L’operazione, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha portato all’arresto di 5 persone: ad eseguire le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Benevento sono stati gli uomini della Digos, i carabinieri del Nucleo Investigativo e quelli del Nas. Tra le 5 persone arrestate figurano anche un funzionario pubblico, un impiegato del Ministero della Giustizia e un rappresentante delle forze dell’ordine: altre 36 persone risultano invece indagate. Tra gli arrestati, ai domiciliari, c’è il cosiddetto “re dei migranti”, con tredici centri sparsi per il Sannio e circa 800 richiedenti asilo ospitati.

La lunga indagine – che ha avuto origine da un esposto – è partita addirittura nel novembre del 2015, quasi tre anni fa, e ha permesso agli inquirenti di scoprire una serie di illeciti perpetrati nella gestione dei centri di accoglienza per migranti a Benevento e nella provincia. Le indagini hanno permesso di svelare una associazione a delinquere che lucrava sulle assegnazioni pilotate dei migranti, sul sovraffollamento dei centri di accoglienza e sulla falsa attestazione delle presenze degli ospiti di tali centri, con la connivenza di alcuni dipendenti pubblici. Non solo centri d’accoglienza stipati di ospiti per ottenere più soldi, ma anche denaro percepito per migranti che figuravano ospiti dei centri anche se erano andati via da molto tempo ormai.

Valerio Papadia

Lo si sapeva da un pezzo che la fioritura di comunità per ricevere i migranti da spremere a dovere era una burla pazzesca che confondeva chi aveva premura di sistemare i migranti in arrivo: troppi descrivevano questi siti, comprese anche le isole famose, piuttosto ferocemente e senza omettere alcunché. Tuttavia, chi leggeva, forse non capiva quello che stava leggendo. Anche i soprusi ivi commessi erano nascosti e, come al solito, si inveiva contro le bugie raccontate per screditare lo screditabile vero per molte di queste cosiddette “comunità d’accoglienza” che di accogliente avevano ben poco, fondate da artigiani o altro che erano la faccia della nuova mafia per lo sfruttamento dei migranti. Poi, quando è tardi, arrivano gli arresti, ma i buoi sono già usciti dalla stalla e allora…

14) Migranti, altro naufragio al largo della Libia, 63 dispersi in mare: “Ci sono morti”

Ancora una tragedia in mare al largo della Libia: un barcone si è ribaltato e 63 migranti risultano dispersi. Secondo quanto riporta la Marina libica ci sono sicuramente morti. Sono 41 le persone portate in salvo in seguito al naufragio, secondo quanto riportato dall’Unhcr. In giornata soccorsi in mare altri 220 migranti.

POLITICA ITALIANA 1 LUGLIO 2018  20:07 di Stefano Rizzuti

Ancora un naufragio, ancora una tragedia in mare vicino alle coste libiche. L’Unhcr – l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati – denuncia che 63 persone risultano disperse dopo che il barcone a bordo di cui viaggiavano si è capovolto. Altre 41 persone – secondo quanto comunicato dall’agenzia dell’Onu su Twitter – sono state portate in salvo dalla guardia costiera a largo di Zwara. La notizia è stata confermata dalla Marina libica e dal suo portavoce, Ayob Amr Ghasem, che ha detto che “sicuramente” il naufragio è avvenuto e che ci sono persone annegate al largo delle coste libiche. “Ci sono varie imbarcazioni e una era in condizioni critiche. Sicuramente ci sono dei morti”, afferma Ghasem interpellato dall’Ansa in merito a quanto avvenuto in mare.

(…)

Oggi la Guardia costiera libica ha compiuto altre due operazioni, recuperando in mare 220 migranti che si trovavano sui gommoni al largo delle coste occidentali della Libia. Si tratta di persone di “diverse nazionalità africane”. A riportare la notizia sono alcuni messaggi postati su Facebook dalla Guardia costiera. Il primo intervento, compiuto dalla motovedetta Talil nella notte tra sabato e domenica ha riguardato 115 persone il cui gommone si trovava a 8-10 miglia a nord di Sorman. Il secondo intervento è stato compiuto dalla stessa imbarcazione e ha portato in salvo 105 persone, tra cui anche due bambini e dieci donne, a dieci miglia a nord di Sabrata. I migranti soccorsi sono stati affidati al centro di accoglienza di Al Nars, secondo quanto comunicato attraverso i post.

I migranti salvati dai centri di detenzione

Chiristine Petrè, portavoce per la Libia dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fornisce inoltre all’Ansa un’altra notizia, riguardante i migranti salvati o bloccati dalla Guardia costiera libica, rinchiusi in venti centri di detenzione in condizioni estreme. Sarebbero in totale più di 10mila quelli salvati perché vivevano in situazioni critiche, tra il sovraffollamento delle strutture e l’ondata di afa che ha fatto registrare temperature superiori ai 40 gradi.

Stefano Rizzuti

15) Migranti, 114 dispersi in un naufragio al largo della Libia

Un’altra tragedia nel Mediterraneo. Lo rende noto l’Unhcr: “Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare Tripoli, inclusi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone, delle quali 114 sono ancora disperse in mare”.

POLITICA ITALIANA 2 LUGLIO 2018  21:14 di Annalisa Cangemi

Un nuovo naufragio di migranti, stavolta con 114 dispersi, è stato segnalato dall’Unhcr al largo delle coste libiche. “Un altro triste giorno in mare: oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare Tripoli, inclusi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone, delle quali 114 sono ancora disperse in mare”, recita un tweet della sezione libica dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Un rappresentante dell’Unhcr, contattato dall’Ansa, conferma che si tratta di una nuova tragedia.

(…)

I 63 dispersi segnalata ieri dallo stesso Unhcr al largo di Zuara non sono collegati con questo naufragio: “Si tratta di due imbarcazioni differenti”, ha confermato la fonte dell’Alto commissariato. “Sappiamo che l’imbarcazione è salpata da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondata”, ha precisato la fonte, riferendosi al naufragio segnalato oggi e a una località a est di Tripoli. Lo sbarco dei naufraghi è avvenuto “alla base navale di Tripoli”, ieri invece a Zuara, ha precisato ancora senza poter specificare quando sia avvenuto l’affondamento.

Oggi  il direttore dell’Unhcr, Pascale Moreau, ha rivolto delle raccomandazioni alla presidenza di turno del Consiglio Ue, cioè quella austriaca: “Continuare a far progredire la riforma del regolamento di Dublino ed istituire un meccanismo equo di distribuzione in tutta l’Ue, a sostegno degli Stati membri, che ricevono un numero sproporzionato di richieste di asilo”. Riforma che invece non è stata affrontata durante l’ultimo vertice a Bruxelles.

“La solidarietà tra gli Stati membri deve essere accompagnata da un accesso sicuro al sistema di asilo dell’Ue, piuttosto che spostare le responsabilità ed esternalizzare l’asilo”, si legge nel documento. L’Unhcr ha raccomandato anche un “approccio concertato, collaborativo e regionale per rendere più prevedibile e gestibile lo sbarco per i salvataggi in mare. Le persone soccorse dovrebbero essere portate rapidamente in luoghi sicuri. Questo è fondamentale per salvare vite umane e garantire l’accesso all’asilo”.

Dal Cdm ok all’invio di 12 motovedette alla Libia

Dal Consiglio dei Ministri di questa sera è arrivato il via libera all’invio di dodici motovedette per coadiuvare la Libia nelle operazioni di salvataggio dei migranti. “Salvare più vite umane e scoraggiare la partenza dei barconi della morte. E’ concreto lo sforzo che la Guardia Costiera e il mio ministero stanno facendo per consentire alla Libia di presidiare meglio la propria area di mare Sar e per rendere più efficiente il Centro di coordinamento dei soccorsi di Tripoli”. Così ha commentato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli.

“Con questo provvedimento diamo sostanza a rapporti di partenariato che risalgono al 2008 e che peraltro sono stati rinnovati l’anno scorso. Il dicastero che guido, attraverso le Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, ci mette fino a 10 motovedette, più il training al personale per il loro utilizzo. Stiamo parlando di un impegno economico che sfiora gli 1,5 milioni, a fronte di un costo complessivo del provvedimento pari a circa 2,5 milioni. Dunque, il nostro è un apporto fondamentale” – ha detto ancora Toninelli – “Siamo consapevoli che questo non può bastare e che bisogna lavorare per stabilizzare lo scenario, rafforzare lo stato di diritto e la tutela della dignità delle persone sul suolo del nascente stato libico. Ecco perché stiamo via via intensificando la cooperazione con organizzazioni come l’Unhcr e l’Oim, che sono presenti a Tripoli. In attesa che l’Europa si faccia carico in modo solidale del fenomeno migrazioni – ha concluso il ministro pentastellato – il governo italiano e questo ministero lavorano in modo fattivo per debellare i naufragi di migranti in mezzo al Mediterraneo”.

Annalisa Cangemi

Ci sono stati tre naufragi, a detta dei migranti presenti sui gommoni ed anche a detta della guardia costiera libica che ha raccolto superstiti; c’è subito stato il coro di chi puntava il dito e le ingiurie all’Italia che avrebbe chiuso i porti a gente stressata dal viaggio in mare. Ci si domanda spesso chi architetta la dipartita di questi barconi sgonfi stracarichi di migranti e che affondano già nelle acque territoriali libiche. Purtroppo gli scafisti non fanno la cernita di chi sa nuotare e di chi non sa cosa è il mare, come pure sui barconi l’igiene personale e i bisogni primari del soggetto non sono presi in minima considerazione e la gente vive in mezzo alla cacca e a vari fluidi corporei degli altri, oltre anche al degrado fisico e psichico inerente al viaggio che si somma ad altri viaggi da paura. I telefonini spesso ci sono e subito: già alla partenza gli scafisti avvertono che stanno arrivando e di mettere in atto quei soccorsi, per modo do dire, che in parecchi stanno aspettando.

Senza voler scivolare nel complottiamo, il tutto è diventato qualcosa che non è per niente chiaro e nasconde veramente altri intenti. Se dei deputati chiaroveggenti sono saliti sulle navi delle Ong ,ricordo che ci sono stati anche giornalisti che sono saliti sui barconi sottoponendosi alle vicissitudini degli stessi migranti e perciò si hanno resoconti molto più attendibili di altri meno oggettivi.

Si pensa ora alle Ong e alle navi ufficiali e si sa bene che c’è gente onesta e gente non onesta, comprata da truffatori. Discernere la verità non è compito di questa esposizione che è ben lungi da suggerire soluzioni che dovevano essere prese anni fa. Ci si è dati da fare per queste popolazioni che arrivano? In parte sì, soprattutto da parte di volontari e, forse meno, di istituzioni. Si assiste a manifestazioni e cortei di tutti generi, pro o contro, e non a un’espressione dei propri pensieri in un pubblico ormai indirizzato dal commentatore televisivo del momento. Credere ai numeri sfornati da vari siti è un po’ chiudersi gli occhi e pensare di non cadere. Avanti così.

Concludo citando un articolo del gennaio scorso.

16) Ecco come la Francia sta comprando l’Italia

Il Cigno nero e il Cavaliere bianco: “Esiste un programma economico-militare di sudditanza, esattamente come avvenne ai tempi di Napoleone I che si fece eleggere Presidente della Repubblica Italiana da lui inventata. Allora si muovevano politica ed eserciti e rimanevano sogno mentre oggi con l’economia…”. Ecco perché e come i francesi stanno comprando l’Italia.

ECONOMIA 20 GENNAIO 2018  11:46 di Ida Artiaco

In principio ci sono stati i brand della moda e del lusso, poi la grande distribuzione, e ancora le telecomunicazioni, i media, l’industria spaziale, le banche, le assicurazioni e infine persino l’energia. Quello che la Francia sta facendo negli ultimi anni nel nostro Paese è una operazione molto significativa di acquisizione delle migliori aziende italiane ad un costo strategico relativamente basso, ottenendo di contro prodotti di alta qualità, che Parigi potrebbe soltanto sognare di avere sul proprio territorio nazionale. E’ quella che Roberto Napoletano chiama “la questione francese” e analizza in uno dei passi più decisivi de Il Cigno nero e il Cavaliere bianco, il suo ultimo libro, edito da “La nave di Teseo”, nel quale rilegge gli eventi legati alla grande e recente crisi economica e finanziaria. Un libro che si legge quasi fosse un racconto perché conduce il lettore attraverso il viaggio che il paese sta conducendo in questi anni.

“Esiste un programma economico-militare di sudditanza, esattamente come avvenne ai tempi di Napoleone I che si fece eleggere Presidente della Repubblica Italiana da lui inventata. Potremmo definirla la nuova campagna di annessione economica dell’Italia”, scrive l’ex direttore di “Messaggero” e “Sole 24 ore”, uno che sa di cosa parla e che ha vissuto in prima persona gli eventi che descrive. D’altronde è un fatto, secondo dati della società di consulenza Kpmg alla mano, che soltanto nel 2016 le acquisizioni francesi in Italia hanno riguardato ben 34 aziende medie, per un controvalore pari a 3,1 miliardi di euro. Acquisizioni che, nei casi di società più grosse, riguardano gli asset e mirano ad ottenere posizioni di controllo.

Le origini della questione francese e la sfida ai tedeschi

Donato Iacovone, amministratore delegato di Ernst & Young Italia e managing partner di Italia, Spagna e Portogallo, l’Europa del sud, e conoscitore come pochi del sistema industriale italiano, non ha dubbi: “Diciamo le cose come stanno: tu – parlo dell’Italia – sei il paese che ha le fabbriche e sa fare i prodotti io, la Francia, ho la capacità di fare branding nel mondo e ho il cliente, ma mi manca il prodotto. Cosa fa la Francia? Si compra l’Italia, investe sull’Italia e chiede all’Italia di fare i prodotti che la Francia non sa più fare e di farne sempre di più e meglio”.

Napoletano utilizza le parole di Iacovone per spiegare la questione francese, che si reggerebbe sul fatto che mentre l’Italia ha sì le risorse migliori, ma un sistema decisionale farraginoso e decentrato, Parigi ha la capacità di fare branding e un sistema istituzionale più forte e strutturato. Sin dall’inizio di questa campagna acquisti, tutte le operazioni sono state concentrate nelle mani di una élite d’oltralpe, quelli che l’ex direttore chiama “ufficiali di collegamento”, che avrebbero fatto incetta di banche, marchi di lusso e di moda, e tanto altro ancora per indebolire l’Italia. Tutto perché “a ben pensarci – scrive Napoletano – la verità è che i francesi si sentono accerchiati dalla Germania e hanno bisogno di avere cose pregiate italiane per contrapporsi, e quindi fanno un gioco di squadra”.

Quali aziende sono finite nel carrello della spesa francese

Sono tantissime le aziende italiane finite nel “carrello della spesa francese”. Qualche esempio? Il gruppo Kering (ex PPR) ha fatto shopping di griffe come Gucci, Brioni, Pomellato e Bottega veneta, mentre il suo diretto concorrente, LVMH, di proprietà di Bernard Arnault, ha rilevato Loro Piana. Ancora, la Luxottica di Del Vecchio si è fusa con Essilor appartenente sempre allo stesso Arnault. Sul fronte delle telecomunicazione, opera da tempo Vincent Bolloré, che ha conquistato Telecom con una quota pari a circa il 25 per cento del capitale e che ha tentato di prendersi Mediaset.  Nel settore dell’energia, GdF Suez ha acquisito il 23 per cento del capitale della romana Acea, e anche la grande distribuzione non è rimasta a guardare, con il marchio Carrefour che ha inglobato la catena GS, fondata da Giulio Capriotti, oltre a Parmalat, acquisita da Lactalis, ed Eridiana. Dulcis in fundo, le banche. Alla storica acquisizione della Bnl da parte di Bnp-Parisbas, hanno fatto da complemento quella di Cariparma e della Banca popolare di Friulandria alla Crédit Agricole, a cui è seguita la cessione di Groupama e Nuova Tirrena, compagnie di assicurazioni. Una menzione a parte merita poi il caso Unicredit. Ma si tratta, per l’appunto, solo di qualche esempio, citarli tutti diventerebbe lunghissimo.

Il caso Luxottica e il capitalismo familiare italiano

«L’accordo di questo gennaio tra Luxottica e Essilor dà vita al primo gruppo di occhialeria mondiale. Ciò mi ha colpito molto per almeno due motivi. Primo: nella nazionale dei campioni del Made in Italy, quello che abbiamo costruito o che è rimasto dopo che abbiamo perso chimica, informatica, elettronica e chi più ne ha più ne metta, Luxottica è in prima fila e ne è la bandiera. Secondo: non è possibile che anche dove siamo primi in assoluto e ci siamo misurati con i mercati di tutto il mondo, siamo costretti a scoprire che abbiamo fatto tutto ciò senza essere stati capaci di generare una nuova leva familiare e manageriale in grado di guidare e consolidare la crescita del gruppo. No, questo no, è troppo e misura la complessità del problema italiano».

Nel suo racconto, Napoletano si sofferma sul caso Luxottica, che in seguito all’accordo con la francese Essilor ha dato vita al primo gruppo di occhialeria mondiale. E anche se l’azionista di maggioranza è Delfin, la holding della famiglia del fondatore Del Vecchio, l’azienda è quotata a Parigi e delistata dalla Borsa di Milano. Il giornalista si chiede come mai una delle più importanti compagnie italiane, portabandiera del Made in Italy in tutto il Pianeta, “non sia stata capace di generare una leva familiare o manageriale in grado di guidare e consolidare la crescita del gruppo. Questo è troppo” e ha radici profonde, che vanno al di là della politica e delle sue mancanze a sostegno delle aziende, che comunque ci sono state. Mancano, cioè, manager in grado di eliminare gli avvoltoi d’oltralpe e riportare le grandi firme italiane agli alti livelli a cui sono abituate. Il loro obiettivo è chiaro: “Nei circoli internazionali il ragionamento geopolitico prevalente dà per acquisito che i francesi vogliono conquistare il nord dell’Italia e magari lasciare che il sud diventi una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo. Per loro sono dati quasi psicologico-esistenziali”. Ora c’è bisogno di uno sforzo di tutti per evitare che questo scenario diventi realtà.

Ida Adriatico

Non è necessario commentare questa attualità di intrusioni che data dal 1947: se qualcuno ricorda, è la data della risoluzione divisoria alla fine della seconda guerra mondiale. È cambiato qualcosa in meglio o in peggio????