Massacro dei già massacrati. I civili aspettano il loro turno per morire/The Slaughter after the Bloodshed. Civilians Wait for Their Turn to Due

Associazioni internazionali abbastanza credibili dicono che i morti da loro constatati sono 71 al giorno.

Siamo alle solite, sproloqui di parole senza un senso se non quello di non prendere provvedimenti sicuri per difendere i civili che aspettano il loro turno per morire, perché sanno che sarà così. Infatti, i continui raid aerei seguitano a sganciare delle bombe più potenti di quelle usate fin ad ora e il grosso esercito, pianto solo dai familiari, scompare sotto terra o resta sotto le macerie perché irraggiungibile.

La pazzia umana continua indisturbata: andiamo pure al cinema o seguiamo la TV che ci rimbambisce, ma al tempo stesso ci toglie la realtà della Siria che non è accanto a noi, ma è lontana. E allora ci diciamo: «Sì, va bene, succede, ma noi non possiamo fare nulla!». E allora ci pensiamo per un secondo e poi torniamo ai nostri affari. Nemmeno una preghierina a Dio, che è l’unico cui ci resta rivolgersi per quei disgraziati che da sei ani sono sotto assedio, sei anni che continuano a ricevere sulla loro testa centinaia di bombe… anche italiane, tanto per cambiare! E per non sentirci coinvolti in quello sfacelo, ricordiamoci che i bombardieri sono siriani, russi, americani ed altri che danno una mano a scaricare barili di cloro e bombe che arrivano anche nei sotterranei dove si rifugia chi può! Perché, se c’è un ferito, questo è destinato a morire in superficie, oltre ad essere frastornato dagli scoppi delle alte cariche, e anche a trovarsi senza cibo e aiuti minimi!

C’è poi il fatto, che si riferisce senza commenti, di maledizione a chi bombarda i civili per gusto di farlo e perché gli ospedali non esistono più e, se qualche medico è rimasto, potrebbe anche essere morto come chi si prepara a morire. Fa inorridire il fatto che le Nazioni Unite, simbolo della inattività più eclatante, si dicono “preoccupate”, poverine! Bisognerebbe forse mandar loro dei fazzolettini per asciugarsi il sudore ed eventuali lacrime: ignobili rappresentanti di un mondo che cerca solo il guadagno che può ricavare ad ammazzare tutti, un olocausto che dovrebbe far tremare tutti quelli che vendono armi e poi aiuti tanto per guadagnare di più.

Naturalmente ci sono sempre i soliti volontari seri che non fuggono e restano coi bambini, con le donne, con gli ammalati, i feriti e i disperati, perché sono umani e vogliono salvare l’uomo che soffre, che muore. Un grazie a tutte queste persone!

Siria, due bimbe morte avvolte nei sacchi degli aiuti umanitari: il simbolo del massacro di Ghouta

I genitori delle bimbe hanno voluto esprime così la loro frustrazione di fronte all’incapacità dell’Onu di fermare i bombardamenti sulla Ghouta orientale. Nelle ultime ore oltre quaranta civili sono stati uccisi, tra cui molte donne e bambini. Oggi un convoglio della Croce rossa è entrato nell’area con gli aiuti umanitari ma Assad ha dichiarato che i combattimenti continueranno.

Guerra in Siria – 5 marzo 2018 – 18:36, di Mirko Bellis

I corpi senza vita di due bambine avvolte con i sacchi dell’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). E’ terribile l’immagine che arriva da Douma, la città della Ghouta orientale da settimane sotto attacco dell’aviazione siriana. “Questa è la rovina dell’umanità. Il massacro continua e il mondo sta a guardare”, è il testo che accompagna la foto dei cadaveri delle due piccole. Gli abitanti del sobborgo a est della capitale hanno utilizzato i sacchi degli aiuti umanitari come sudari per esprimere la loro frustrazione verso le Nazioni Unite, considerate incapaci di fermare i bombardamenti. Solo nelle ultime 24 ore sono decine i bambini rimasti uccisi dai raid aerei e dell’artiglieria dell’esercito siriano nell’enclave ribelle a pochi chilometri da Damasco. Un bilancio drammatico che aumenta di ora in ora nonostante la tregua di 30 giorni stabilita dal Consiglio di sicurezza più di una settimana fa. Secondo quanto riferiscono fonti locali, sono oltre 40 i civili uccisi nella Ghouta orientale. Douma, la città più colpita dove si contano 31 morti, tra cui undici bambini e due donne.

Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito di Assad per riconquistare la roccaforte degli insorti a est della capitale, hanno perso la vita oltre 700 persone, tra cui 166 bambini e 98 donne. Un escalation di violenza che va ad aggiungersi alla drammatica situazione umanitaria dei circa 400.000 abitanti della Ghouta orientale da 6 anni sotto assedio. “Ogni giorno vengono lanciate migliaia di bombe, proiettili e barili bomba – afferma Aous Al Mubarak, un dentista – Ghouta è completamente paralizzata, le strade sono deserte e gli abitanti sono costretti a rifugiarsi nei sotterranei”. Ma anche il sottosuolo non è una garanzia di sopravvivenza. “I jet sganciano un tipo di bomba altamente esplosiva che non abbiamo mai visto prima – continua Al Mubarak – è in grado di abbattere un palazzo di sei piani. Decine di edifici sono caduti e i rifugi sotterranei sono crollati su donne e bambini, sono morti schiacciati dalle macerie”. “La prima volta che ho visto un rifugio – scrive Hussin Hasel, uno studente di medicina – mi è sembrato una tomba pronta per seppellirci tutti”. “La situazione nella Ghouta orientale è un inferno”, racconta Firas Abdullah, un giornalista locale. “I civili aspettano il loro turno per morire. Ogni giorno, sanno che qualcuno di loro verrà ucciso. Un olocausto che sta accadendo davanti agli occhi del mondo”.

Le Nazioni Unite hanno espresso la “profonda preoccupazione” per i continui combattimenti in Siria, in particolare per i bombardamenti ininterrotti della Ghouta orientale. “La punizione collettiva dei civili è semplicemente inaccettabile”, ha scritto Panos Moumtzis, il coordinatore umanitario Onu per la Siria. “Invece della tanto necessaria cessazione delle ostilità, continuiamo a vedere più combattimenti, più morti, inquietanti rapporti di privazioni e più ospedali bombardati. I civili devono essere protetti”, ha affermato Moumtzis.

Dopo giorni di attesa, oggi un convoglio della Croce rossa internazionale con gli aiuti umanitari è finalmente entrato nella Ghouta orientale. 46 camion con sacchi di farina, cibo e medicine per oltre 27.000 persone.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti. Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti.

Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

Sul fronte internazionale, Donald Trump e la premier britannica Theresa May hanno detto di considerare la Russia e la Siria i responsabili della “straziante sofferenza umana” nella Ghouta orientale. Anche il presidente francese Macron ha chiesto al suo omologo iraniano Rouhani di esercitare “la necessaria pressione” sul regime siriano per fermare gli attacchi “indiscriminati” ai civili.

Ma nonostante tutti gli appelli internazionali e, soprattutto, la tregua umanitaria decisa all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, le operazioni militari dell’esercito siriano sono continuate. I reparti d’assalto dell’unità d’élite Tigre stanno avanzando nella Ghouta orientale. Almeno il 25 per cento dell’intera area sarebbe ormai controllato dalle truppe di Assad e solo tre chilometri separano le forze lealiste da Douma. Da parte sua, il presidente siriano nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri ha dichiarato che l’esercito sta attaccando l’area a est della capitale “per difendere la popolazione dai terroristi”. Un’affermazione che fa supporre che la fine dei combattimenti sia ancora distante così come i massacri dei civili intrappolati nella Ghouta orientale.

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-due-bimbe-morte-avvolte-nei-sacchi-degli-aiuti-umanitari-il-simbolo-del-massacro-di-ghouta/http://www.fanpage.it/)

1.1) Attacchi chimici su Ghouta e Saraqeb in Siria, la Russia pone il veto

https://overthedoors.it › Zeppelin 12 feb 2018 – La settimana scorsa in Siria si sono registrati nuovi attacchi chimici con gas clorino: il primo a Douma, uno dei sobborghi assediati dal regime della Ghouta orientale, dove le truppe siriane e di Hezbollah, sostenute dall’aviazione russa, hanno intensificato l’assalto, causando oltre 200 vittime civili in quattro giorni. [N.d.A.: pagina consultata il 12.02.2018]

1.2) La Russia pone il veto all’ONU alla risoluzione USA per l’indagine sull’uso di armi chimiche in Siria

16 nov 2017 – La Russia ha votato oggi contro il progetto di risoluzione presentato dagli Stati Uniti all’ONU, che sosteneva la ripresa del mandato del meccanismo congiunto delle Nazioni Unite e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) per indagare sugli attacchi con armi chimiche in Siria.

(Continua su: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_pone_il_veto_allonu_alla_risoluzione_usa_per_lindagine_sulluso_di_armi_chimiche_in_siria/82_22179/).

1.3) Attacco chimico in Siria, il diario di Medici senza Frontiere: «Portate l’atropina, serve aiuto»

Minuto per minuto così le squadre della ong hanno soccorso i feriti dopo il raid di martedì. Il racconto del capo missione italiano

di Marta Serafini (06.04.2017)

«Sono in Siria da un anno e tre mesi. E un attacco di quest’entità io non l’ho mai visto». Massimiliano Rebaudengo, 43 anni, è capo missione di Medici Senza Frontiere in Siria. Parla al telefono. Racconta una giornata — martedì 4 aprile 2017 — in cui sono morte 75 persone a Khan Sheikhoun, nel nord della Siria. Nomi e date che chi ha visto non dimenticherà mai. «Un attacco chimico di cui va attribuita la responsabilità» per le Nazioni Unite. «Una strage di bambini» per politici e giornali. Ma nel racconto dei dottori non c’è spazio per la retorica del dolore o per il linguaggio diplomatico. In guerra a parlare per prime sono le cifre. Numeri che vanno a braccetto con i nomi dei gas usati per sterminare i civili: sarin, agenti neurotossici, cloro, ammoniaca. «Quando nei nostri ospedali arrivano dieci feriti parliamo di mass casualty (afflusso massiccio di vittime, ndr). Martedì è stato diverso. Solo il nostro staff medico ha visto 92 pazienti». Si parte da qui. Poi, Rebaudengo inizia la cronaca.

(Continua su: http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_06/attacco-chimico-diario-un-medico-c387cde0-1a3f-11e7-988d-d7c20f1197f1.shtml).

1.4) La Turchia bombarda i civili ad Afrin: ma Onu ed Europa tacciono

di REDAZIONE, mercoledì 14 marzo 2018

Il centro della città di Afrin è stato colpito questa sera da pesanti bombardamenti da parte degli invasori turchi e si hanno notizie di molte vittime civili. Lo denuncia alla tv curda Rudaw un funzionario dell’amministrazione di Rojava, Hediye Yusuf, affermando che la Turchia ”sta bombardando il centro di Afrin e ci sono morti e feriti tra i civili”. Fonti del partito curdo Pyd hanno spiegato che i civili rimasti feriti nei raid aerei e nel fuoco di artiglieria sono stati trasportati all’ospedale di Afrin. Non si conosce al momento il numero delle vittime. Rudaw sottolinea inoltre che gli ospedali risultano già sovraffollati di vittime civili causate dall’offensiva militare Ramoscello d’ulivo lanciata lo scorso 20 gennaio dalle Forze armate della Turchia. Secondo le Forze democratiche siriane (alleanza curdo-araba di cui fanno parte anche le Unità di mobilitazione popolare Ypg), la Turchia sta sferrando ”bombardamenti indiscriminati” e ”raid continui, senza sosta” sulla città di Afrin, costringendo la popolazione a scappare. Stranamente Nazioni Unite e Ue, così attente ai problemi della Siria quando c’è da gettare fango sul legittimo presidente Assad, ora tacciono. E questa è la vergogna più grande, che organizzazioni sovranzionali prendano parte per i terroristi golpisti.

(Continua su: http://www.secoloditalia.it/2018/03/la-turchia-bombarda-civili-ad-afrin-onu-ed-europa-tacciono/).

Perché si vieta di indagare se c’è stato un attacco chimico sui civili della Siria?

A che scopo voler nascondere la realtà e oscurare i morti assassinati che sapevano di cloro ed altro? Già, ma i morti sono morti ed il cloro ormai si è disperso fino ad un nuovo attacco! Troppe sono le testimonianze anche di organismi internazionali che dicono che ci sono stati attacchi chimici.

In compenso, se non ci sono bombardamenti chimici, quelli esplosivi non si arrestano ed i piloti di quegli aerei tornano alle loro famiglie contenti di aver fatto il loro dovere, non di aver assassinato e smembrato bambini e adulti solo perché presenti in un luogo dove non dovevano essere. Si chiede scusa, perché in Siria non si sa più dove è il posto dove non si doveva essere, visto che tutti, anche i bambini, prevedono la loro morte per una trascuratezza evidente di andare a cercare cibo o acqua o rimediare qualcosa da mangiare e bere anche se il tutto è pieno dei cosiddetti batteri o virus che li stremeranno sempre di più.

Se l’Europa e l’ONU tacciono è perché vogliono far sparire in fretta quelle notizie così inquietanti. Spesso si leggono sui “media” inteneriti avvisi del tipo «Questo programma potrebbe turbare la sensibilità delle persone»: non resta che aspettare qualche bomba sulle nostre teste che riduca l’umanità come vogliono appunto le autorità citate. Allora, chi resterà, si ricorderà quanto scrisse quel tale Verdi nel “Nabucco”: ormai quello che successe anni fa è musica che strappa qualche lacrima alla gente poco incline a vedere corpi di bambini smembrati in terra o bambini disperati che ci passano vicino… proprio così! Qualche immagine strappalacrime è pubblicata, ma quelle più terrificanti danno fastidio alla gente, che preferisce il mondo virtuale delle TV e divertirsi e non pensare a chi è sotto bombardamenti di tutte le nazioni citate e non. L’Italia non rientra in questa citazione perché fabbrica solo le bombe da mandare in quei paesi: Brava, Italia!

2) Gli effetti del gas cloro sugli abitanti della Ghouta orientale

2.1) Siria, massacro finale: civili gasati con il cloro, 30 intossicati nella Ghouta. Ieri 90 morti

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. Gli Usa non escludono l’azione militare contro Assad come risposta agli attacchi chimici.

GUERRA IN SIRIA 6 MARZO 2018  17:24 di Mirko Bellis

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. La denuncia arriva dai Caschi bianchi, l’organizzazione di volontari della protezione civile che opera nelle zone non controllate dal governo siriano. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. L’attacco con la sostanza chimica è avvenuto a Hammouriya, una delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. I medici locali hanno affermato che i pazienti presentavano problemi respiratori. In quella che ormai è una carneficina quotidiana – solo ieri sono stati uccisi più di 90 civili – si tratterebbe dell’ottavo attacco con armi chimici dall’inizio dell’anno.

“Il mondo civilizzato non deve tollerare il continuo uso di armi chimiche da parte del regime di Assad”, ha dichiarato Sarah Huckabee Sanders, la portavoce della Casa bianca. Secondo quanto riportato dal Washington Post, gli Usa sarebbero pronti a colpire di nuovo il regime siriano. Donald Trump, nel corso di una riunione con i vertici militari, avrebbe manifestato l’intenzione di sferrare un attacco in Siria come risposta all’uso di armi chimiche. Già nell’aprile dello scorso anno, il presidente statunitense ordinò di colpire la base dell’esercito siriano da cui era partiti gli attacchi con gas su Khan Shaykhun costati la vita a 80 persone. A frenare Trump, secondo le indiscrezioni raccolte dal Washington Post, sarebbe stato il segretario della Difesa, James Mattis, che si è detto contrario ad un’azione militare. L’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano è stato confermato anche dalla Commissione dell’Onu sui crimini di guerra in Siria. In un rapporto pubblicato oggi sono contenute le prove degli attacchi con sostanze chimiche contro i ribelli avvenuti a luglio e novembre dell’anno scorso nella Ghouta orientale.

L’intossicazione da gas cloro è avvenuta solo poche ore dopo che i convogli della Croce rossa internazionale e della Mezza luna rossa avevano abbandonato la Ghouta. Le organizzazioni internazionali non hanno potuto consegnare tutti gli aiuti umanitari: a causa dei bombardamenti, quattordici degli oltre 40 camion non sono stati scaricati.

L’Organizzazione mondiale della Sanità, inoltre, ha fatto sapere che le truppe lealiste hanno sequestrato circa il 70% delle forniture mediche. Kit di emergenza e materiale chirurgico indispensabili per curare migliaia di feriti che stanno letteralmente collassando le poche strutture mediche ancora operative.

“È con un cuore a pezzi che la nostra squadra lascia la Ghouta orientale. Le persone che abbiamo incontrato qui hanno passato cose inimmaginabili. Sembravano esausti. L’aiuto che abbiamo consegnato oggi non è sufficiente. Faremo tutto il possibile per tornare con più cibo, più rifornimenti”, ha scritto Pawel Krzysiek, il portavoce della Croce rossa internazionale.

I raid aerei non si sono fermati neanche oggi e si contano già 9 morti e decine di feriti. Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito siriano e dei suoi alleati per riconquistare la roccaforte ribelle a pochi chilometri da Damasco hanno perso la vita oltre 700 civili. Davanti agli occhi degli operatori della Croce rosse che ieri sono entrati nella Ghouta orientale si presentava uno scenario dantesco. “Si vede distruzione ovunque. Una sofferenza che va oltre l’immaginazione”.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede un cessate il fuoco in Siria di 30 giorni non è mai entrata in vigore. Il presidente russo Putin aveva proposto martedì scorso la creazione di corridori umanitari e una pausa dei combattimenti di cinque ore, dalle 9 alle 14, per permettere ai civili di abbandonare la zona. Oggi il portavoce del Cremlino ha confermato l’impegno della Russia di garantire un passaggio sicuro fuori dalla Ghouta orientale anche per i ribelli e le loro famiglie. In una dichiarazione, il ministero della Difesa russo ha detto che agli insorti verrebbe assicurato un corridoio sicuro e l’immunità per portare con sé anche le loro armi. Una riedizione di quello che accadde nel dicembre del 2016 dove, dopo la caduta di Aleppo, fu consentito ai miliziani anti Assad di ripiegare nella vicina Idlib.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-massacro-finale-civili-gasati-con-il-cloro-30-intossicati-nella-ghouta-ieri-90-morti/ – http://www.fanpage.it/).

Nessun commento anche se si conosce da dove proviene quel gas. Il dittatore od un suo sosia si è mostrato tra la folla, ma a fare cosa?

2.2) La notte più buia nella Ghouta: bombe, gas e napalm. Almeno 80 morti: foto e video da incubo

Nella Ghouta orientale è stata una notte da incubo: fonti mediche parlano di 88 morti, tra cui molti bambini. Decine gli intossicati da sostanze chimiche. Gli ospedali sono ormai al collasso e la Croce rossa ha sospeso la consegna degli aiuti prevista per oggi. Intanto le truppe di Assad avanzano per riconquistare l’enclave ribelle.

GUERRA IN SIRIA – 8 MARZO 2018,14:04 – di Mirko Bellis

“Non ci sono parole per descrivere quello che sta accadendo in questo momento nella Ghouta orientale. Famiglie intere che urlano e piangono mentre i jet russi bombardano senza sosta da questa mattina. Le ambulanze non possono uscire a soccorre i feriti perché le strade sono piene di macerie e voragini. E’ stata la notte peggiore di sempre”, scrive Firas Abdullah, un giornalista locale. “L’unica cosa che possiamo fare è gridare: Salvateci”. Nei raid della scorsa notte hanno perso la vita 88 civili: un bilancio destinato ad aumentare visto che molti feriti si trovano ancora sotto le macerie e non possono essere soccorsi.

“In quattro ore i nostri ospedali nella Ghouta hanno ricevuto feriti da bombe a grappolo, Napalm (ordigno incendiario, ndr) e intossicazione da gas cloro”, afferma un dottore della Syrian American Medical Society (Sams), un’Ong impegnata nell’assistenza medica in Siria. A Saqba e Hamouriya, due delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco, i sanitari riportano di decine di pazienti ricoverati con sintomi compatibili con quelli dell’esposizione a sostanze chimiche: respiro affannoso, sudorazione, congestione delle mucose ed eritemi agli occhi.

“Il personale sanitario nel pronto soccorso riesce a malapena a lavorare per l’odore di cloro che sta diventando sempre più forte”, la denuncia dei medici. Le immagini che arrivano dalla Ghouta sono eloquenti della notte da incubo appena trascorsa: bambini che respirano a fatica con addosso la maschera d’ossigeno, uomini e donne insanguinati che vengono curati per terra.

“Nessun luogo è sicuro, nemmeno gli ospedali e i rifugi sotterranei”, dichiarano i medici locali della Sams. “I civili se non vengono uccisi immediatamente, sono destinati a morire a causa della mancanza di cure mediche”. Solo pochi giorni fa, l’esercito siriano aveva impedito ai convogli umanitari di consegnare i kit salvavita. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha denunciato che il 70% delle forniture mediche sono state trattenute a Damasco. “Sono stati rimossi aiuti che potevano salvare la vita di molti bambini nella Ghouta orientale. Molti dottori si trovano costretti a riutilizzare le bende e gli aghi per diversi pazienti”, avverte Save the Children. Dall’inizio del 2018, secondo uno studio dell’Unicef, sono oltre mille i bambini rimaste uccisi o feriti in Siria.

Gli aiuti umanitari con cibo, medicine e altri generi di prima necessità sono entrati solo lunedì scorso. Ma a causa dei combattimenti non tutti i convogli hanno potuto scaricare tutto il materiale e la Croce rossa ha annunciato di aver sospeso la consegna prevista per oggi. “Il convoglio è rinviato poiché la situazione non ci consente di portare avanti l’operazione in queste condizioni”, ha dichiarato Ingy Sedky, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa. Come ricorda l’organizzazione umanitaria, l’arrivo degli aiuti dei giorni scorsi non è sufficiente a alleviare la sofferenza dei quasi 400.000 abitanti della Ghouta orientale, sotto assedio dal 2012. “Abbiamo molta paura. Mangiamo solo orzo e a me non piace molto”, confessa Taisir, un bambino di 11 anni. “Ogni volta che lo mangio non riesco ad ingoiarlo”. Come questo bimbo, decine di migliaia di altri piccoli sono allo stremo, costretti a vivere nei rifugi sotterranei per cercare di salvarsi dai bombardamenti. “E’ da quasi venti giorni che i bambini non vedono la luce del sole. Fino a quando il mondo starà in silenzio?”, protesta una donna.

Intanto, gli insorti hanno fatto sapere di aver respinto l’offerta russa che garantiva loro un salvacondotto per abbandonare la zona assieme alle famiglie e alle armi mentre l’esercito siriano continua la sua avanzata con l’obiettivo di dividere in due la roccaforte ribelle. Sul piano diplomatico, ieri si è tenuta una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per far rispettare la tregua di trenta giorni stabilita il 24 febbraio scorso. La risoluzione che prevede un cessate il fuoco di un mese esclude però la fine delle operazioni militari contro le formazioni considerate terroriste. Una clausola che di fatto consente ad Assad e i suoi alleati di continuare ad attaccare la Ghouta orientale, dove tra i 20.000 combattenti ribelli si trovano anche decine di jihadisti.

“I recenti tentativi di giustificare attacchi indiscriminati e brutali su migliaia di civili con la necessità di combattere poche centinaia di insorti – come nella Ghouta orientale – sono legalmente e moralmente insostenibili”, ha detto Zeid Ra’ad al-Hussein, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. “Inoltre, quando sei disposto ad uccidere così facilmente il tuo stesso popolo, anche mentire diventa facile. Le affermazioni del governo siriano – ha concluso il diplomatico – secondo cui sta prendendo tutte le misure per proteggere la popolazione civile sono francamente ridicole”.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/la-notte-piu-buia-nella-ghouta-bombe-gas-e-napalm-almeno-80-morti-foto-e-video-da-incubo/ – http://www.fanpage.it/).

Non ci sono parole per descrivere il mattatoio voluto dal dittatore criminale siriano sui suoi stessi cittadini: tutti i civili – bambini, donne, uomini, dottori, infermieri improvvisati – ospedali e rifugi sotterranei sono stati bersagliati da ogni tipo di bomba distruttiva, chimica, gas, naplam, e chi vuole può aggiungere quello che pensa; forse (ma non si sa) mancano le atomiche sporche.

Ed ogni giorno è così: bombardamenti cosiddetti “a tappeto” che non ricordano nemmeno i bombardamenti dell’ultima guerra effettuati dai cosiddetti liberatori. Sono molto, ma molto peggiori e dagli aerei non si vedono i danni provocati sulle persone di qualunque età. I morti parlano, mostrando le loro ferite: l’ultimo dolore inferto è ancora sul loro volto prima che iniziano a marcire poiché non si riescono nemmeno a seppellire a causa della continuità dei bombardamenti.

Nei loro commenti, le Nazioni Unite cercano di fermare a parole questo annientamento (shoah), ma coi fatti lasciano molto a desiderare: non c’è la voglia di fermare le potenze che si affiancano al dittatore poiché ci sarebbero ritorsioni e gli avvertimenti servono ormai solo a continuare la mattanza e a rimpinguare l’esercito degli innocenti che scompaiono oltre ogni possibilità di immaginazione.

La riunione delle Nazioni Unite del 24 febbraio 2018 ha presentato la Risoluzione 2401, che proponeva di far rispettare una tregua che non è esistita; e poi, a chi dicono di fermarsi a bombardare dal cielo o da terra? Fanno ridere con i loro comunicati. Chi bombarda continua a bombardare, chi spara continua a sparare ed i civili sono i bersagli da colpire (anche se non è detto). Le macerie aumentano di giorno in giorno e sotto di loro si odono lamenti che presto si spegneranno per ovvie e crudeli conseguenze.

Se si salva qualcuno è una festa presto ridimensionata dalle richieste urlate da altre persone e bambini che non possono essere soccorsi perché ai soccorritori è impedito l’accesso alle zone più colpite, anche solo per distribuire quanto hanno portato. È una tragedia di cui non si vede la fine se non con la morte di tutti quelli che rimangono in qualche modo in vita e che non si aspettano più nulla di buono: se possono urlano la loro rabbia e l’impossibilità di portare in salvo i loro familiari, future vittime dei liberatori o conquistatori che siano.

3) Siria, si arrende anche l’Onu: “Mille morti in 20 giorni, corpi in putrefazione negli edifici”

Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato con un convoglio nella Ghouta orientale e ha descritto la drammatica situazione umanitaria degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. Dal 18 febbraio sono oltre 1.000 i morti. Intanto i primi jihadisti hanno cominciato ad abbandonare la zona.

GUERRA IN SIRIA – 10 MARZO 2018,15:03 – di Mirko Bellis

“La Ghouta orientale è sull’orlo di un enorme disastro. La distruzione è ovunque, ci sono corpi senza vita abbandonati dentro gli edifici collassati. L’odore è nauseante. Quando siamo arrivati con gli aiuti, gli abitanti sono usciti dai loro rifugi sotterranei ed è difficile descrivere quello che ho visto. Ci sono bambini così pallidi ed emaciati che dimostrano la metà dei loro anni. Sono traumatizzati, vivono nella paura costante dei bombardamenti incessanti e non sanno cosa accadrà”. Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato lunedì a Douma, la principale città della Ghouta orientale, l’area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. La testimonianza di Malik rivela la disperata situazione degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. “Nelle area assediate non c’è cibo e i genitori vedono i loro figli soffrire per la fame. Nella mia vita non ho mai visto facce così spaventate – sottolinea Malik – puoi vedere la paura nei loro occhi, nelle loro espressioni. Sono alla ricerca disperata di qualcuno che li aiuti”.

Nella Ghouta orientale ieri è ripresa la consegna degli aiuti umanitari dopo la sospensione di lunedì dovuta ai bombardamenti. I convogli della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa con cibo e generi di prima necessità – hanno avvertito gli operatori umanitari – sono sufficienti a sfamare solo una minima parte dei circa 400.000 abitanti che si stima vivano nell’area a pochi chilometri dalla capitale siriana.

Nonostante la tregua di 30 giorni decisa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i bombardamenti sulla Ghouta non sono mai cessati. Ieri 9 persone sono morte a Mesraba, quasi tutti componenti di una stessa famiglia, mentre l’esercito siriano e le milizie alleate continuano ad avanzare e hanno già riconquistato quasi la metà della roccaforte ribelle. Dal 18 febbraio scorso, denuncia Medici senza frontiere, hanno perso la vita più di 1000 persone, una media di 71 morti al giorno.

Gli attacchi non hanno risparmiato neppure gli ospedali: l’Organizzazione mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto secondo cui, dall’inizio del 2018, sono state colpite 36 strutture sanitarie. Una situazione che ha aggravato ulteriormente la già difficile crisi umanitaria.

A causa dei bombardamenti costanti i feriti non vengono più soccorsi e rimangono sepolti sotto le macerie. “Stavo camminando con un medico vicino alla clinica della Mezzaluna rossa – prosegue il rappresentante dell’Unhcr – quando ho sentito un odore fortissimo provenire da un edificio distrutto. Il dottore mi ha detto che c’erano ancora dei corpi senza vita sotto le macerie. Sono rimasto per un po’ a guardare quel palazzo di cinque completamente crollato e ho chiesto quante persone fossero sepolte là dentro. Mi hanno risposto che c’erano tre morti, poi un signore che era lì accanto ha aggiunto ʽno, non ce ne sono tre, sono quattro’. La moglie, la figlia, il genero e il fratello erano stati uccisi e nessuno ancora aveva potuto recuperare i loro cadaveri”. Come conferma a Fanpage.it anche il dottor Hussin Hasel, un medico locale, “i bambini e le donne muoiono e restano abbandonati perché nessuno può tirarli fuori e dare loro sepoltura”.

Il presidente russo Putin aveva annunciato la creazione di corridori umanitari per permettere ai civili di abbandonare la Ghouta. Per Sajjad Malik, la risposta del perché finora in pochi abbiano deciso di lasciare l’area è una sola: la mancanza di sicurezza. “Le persone con le quali ho parlato mi hanno detto che temono di oltrepassare i checkpoint per raggiungere le aree controllate dal governo: ʽL’ultima cosa che vogliamo è trovare la morte dall’altra parte’. Stanno affrontando un’azione militare aggressiva. All’interno ci sono anche gruppi armati che resistono e combattono, e ci sono ribelli che si stanno scontrando tra loro. I civili sono intrappolati in questa situazione e non hanno nessun posto dove andare”. Secondo quanto informa l’agenzia di notizie statale Sana, una donna e i suoi tre figli sono morti mentre cercavano di attraversare un varco, uccisi dal fuoco degli insorti.

“L’implacabile sofferenza dei civili siriani evidenzia il vergognoso fallimento della volontà politica di trovare una soluzione, di fronte ad un nuovo tracollo nel lungo conflitto in Siria, che questo mese giunge al suo sconfortante settimo anniversario”, è stata la dura dichiarazione di Filippo Grandi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Questa guerra lunga sette anni ha lasciato dietro di sé una tragedia umana colossale. Per il bene di chi è ancora vivo, è giunto il momento di porre fine a questo conflitto devastante. Non ci sono vincitori chiari in questa insensata ricerca di una soluzione militare. Ma è chiaro chi ha perso: l’intero popolo siriano”, ha concluso Grandi.

Oggi 13 miliziani dell’organizzazione Hayat Tahrir al-Sham (Hts, affiliata ad Al Qaeda) sono partiti assieme ai familiari verso la provincia settentrionale di Idlib. I jihadisti erano prigionieri dell’Esercito dell’Islam (Jaish al-Islam), uno dei gruppi ribelli più potenti dentro la Ghouta, che pochi giorni fa si era impegnato con il segretario della Nazioni Unite ad espellere i combattenti islamisti. Un modo questo per chiedere che venga rispettato il cessate il fuoco deciso dal Consiglio di sicurezza, che esclude appunto Al Qaeda e l’Isis.

Mirko Bellis

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4) Nel sottosuolo della Ghouta orientale, tra chi si ripara dalle bombe c’è chi sorride ancora

Una notte interminabile passata sottoterra tra i pianti e le urla dei bambini impauriti dai bombardamenti. E’ il racconto delle ore di angoscia vissute da Bayan, una donna della Ghouta orientale. Dopo le proteste per la violazione della tregua decisa dall’Onu, Putin dà cinque ore per l’evacuazione dei civili dall’enclave ribelle.

27 FEBBRAIO 2018 10:41 di Mirko Bellis

“E’ la prima volta che scendo nel sotterraneo. Ho deciso di andarci dopo che stanotte un missile ha colpito la nostra casa. Abbiamo solo due minuti per percorrere i 150 metri che ci separano dal rifugio più vicino destinato alle donne e bambini. Non c’è il tempo di prendere niente: l’unica cosa che vogliamo è sopravvivere”. Bayan scrive da Douma, nella Ghouta orientale, sotto pesante attacco dell’esercito siriano. Il suo racconto è una testimonianza diretta della tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti della città, costretti a rintanarsi nel sottosuolo per scampare alle bombe. Sotterranei senza riscaldamento, dove scarseggiano anche l’acqua e il cibo.

“Non sono in grado di capire in quanti siamo nel rifugio. Mi siedo contro il muro e mi limito a guardare le facce spaventate delle persone attorno a me. All’improvviso crollo dal sonno (nelle ultime 72 ore non ho quasi mai dormito) però le esplbosione dei barili bomba mi svegliano subito”. “Cammino su e giù – continua il racconto di Bayan – cercando di familiarizzare con gli altri: donne e bambini la cui unica preoccupazione è uscire e trovare qualcosa da mangiare quando cesseranno i bombardamenti”. La Ghouta orientale è sotto assedio dal 2012: la mancanza di cibo e generi di prima necessità ha ridotto allo stremo i circa 400.000 abitanti di quest’area a est di Damasco controllata dalle milizie ribelli, tra cui anche formazioni jihadiste.

“Sono sottoterra da sei ore, inizio a sentirmi soffocare e decido di rischiare la morte. Saluto mia madre e vado a cercare del cibo. Quando torno al rifugio sono le sei di mattina; i bambini piangono e gridano. Le loro mamme non riescono a calmarli così li riunisco attorno a me e comincio a raccontargli alcune storie di avventure. I loro occhi si illuminano nell’oscurità e l’immaginazione li porta lontano da qui. I piccoli mi dicono che il loro desiderio più grande è di ritornare a scuola, così gli propongo che domani continueremo a studiare se adesso mi promettono di addormentarsi”. “Quando sono uscita dal rifugio non riconoscevo più la mia città. Era stato tutto bombardato ma nonostante la distruzione – conclude Bayan – c’era un sorriso sul volto di quelli che erano ancora vivi”.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite, dall’inizio del mese nella Ghouta orientale sono morte 366 persone. Una carneficina in cui hanno perso la vita decine di bambini. “Un inferno in terra” come l’ha definito l’Onu, in cui la sofferenza della popolazione “va oltre ogni immaginazione”. La tregua umanitaria di 30 giorni decisa sabato scorso dal Consiglio di sicurezza è durata poche ore e nella Ghouta orientale i combattimenti sono continuati provocando l’uccisione di 24 persone. Secondo quanto hanno affermato i medici di uno degli ospedali sopportati dalla Syrian American Medical Society (Sams), 16 persone, tra cui sei bambini, sono stati ricoverati domenica con sintomi compatibili con l’esposizione al gas cloro. I sanitari hanno riferito che i pazienti avevano le labbra blu, irritazione agli occhi e insufficienza respiratoria. Un bambino è deceduto mentre gli altri si trovano sotto osservazione e sottoposti a cure mediche.

Per il governo di Assad, gli abitanti della Ghouta orientale sono in ostaggio dei jihadisti. Intervistato dalla televisione inglese Channel 4, Fares Shehabi, presidente della Confindustria siriana e deputato di Aleppo, ha negato che i raid colpiscano in modo deliberato i civili e ha ricordato come i miliziani ribelli stiano bombardando ogni giorno con razzi e mortai la capitale. Anche l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar al-Jaafari, ha sottolineato il diritto di Damasco di colpire i gruppi terroristici, se dalla Ghouta orientale continueranno gli attacchi. L’agenzia statale di notizie Sana ha informato che negli ultimi giorni i razzi caduti sulla capitale siriana hanno provocato tre morti e 28 feriti, tra cui sei bambini.

La risoluzione che prevede un cessate il fuoco per consentire l’arrivo di aiuti umanitari e l’evacuazione dei civili è stata votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dall’accordo, raggiunto anche con il voto favorevole della Russia, sono stati escluse le azioni militari contro i gruppi jihadisti. Una clausola che consentirebbe ad Assad e ai suoi alleati di proseguire con i raid sulla Ghouta, come ha già avvertito l’Iran. Lunedì c’è stato un colloquio telefonico tra Vladimir Putin, il suo omologo francese Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. I leader di Francia e Germania hanno esortato la Russia ad esercitare “la massima pressione” sul governo siriano per garantire la sospensione dei raid. E ieri il presidente Putin ha annunciato che entrerà in vigore una tregua di cinque ore (dalle 9 alle 14) con la creazione di corridoi umanitari per permettere ai civili di lasciare la Ghouta orientale.

Mirko Bellis

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5) “A Raqqa l’infanzia non c’è più”, la tragedia dei bambini in fuga dall’Isis e dai bombardamenti

Mentre si intensifica la battaglia per la liberazione di Raqqa, emerge in tutta la sua crudezza il dramma dei bambini riusciti a scappare dalla città del nord della Siria. Un “inferno” dal quale è sempre più difficile fuggire.

ESTERIGUERRA IN SIRIAMEDIO ORIENTE – 28 AGOSTO 2017, 18:25 – di Mirko Bellis

“Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, è lo straziante racconto di Aoun, un abitante di Raqqa riuscito a fuggire dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, di soli 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”. Una vita di disperazione e privazione, come hanno raccontato a Save the Children i ragazzi scappati dalla città della Siria settentrionale. Secondo l’organizzazione umanitaria, nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa ci sono soltanto decapitazioni e bombe. E sono ancora migliaia i bambini intrappolati nell’autoproclamata “capitale” del sedicente Califfato islamico: tra i 9.000 e i 12.000 minori sopravvivono tra brutali violenze e bombardamenti.

I giovanissimi superstiti, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici sono stati trasformati dagli estremisti dell’Isis nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi.

[Foto dei bimbi di Raqqa: traumatizzati dalla guerra, senza cibo né acqua]

Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, tre quarti dei quartieri della città sono stati abbandonati. Metà delle persone che li abitano – il dato diffuso da Save the Children – è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dal sedicente Stato islamico, unito alla carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. Le ferite psicologiche causate ai più piccoli – ricorda l’organizzazione umanitaria – impiegheranno anni, se non decenni, a guarire. Le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto – simili a quelle patite dai bambini in fuga dall’Isis in Iraq – sono causa di stress che può avere un impatto permanente sulla salute mentale e fisica dei minori.

“Sfollati, disorientati e scioccati”, così definisce i bambini siriani Fran Equiza, il rappresentante dell’Unicef in Siria, dopo la sua missione nei campi per sfollati di Areesha, Ein Issa e Mabrouka. “Sono sopraffatto dalle esperienze profondamente traumatizzanti che questi bambini hanno vissuto”, racconta Equiza. “Hanno patito violenze brutali, perso amici e familiari”. Terrorizzati come Usama, un ragazzo di 14 anni, rimasto ferito durante un bombardamento aereo: “All’improvviso c’erano esplosioni intorno, come dei fuochi d’artificio. Poi sono svenuto”, ha ricordato. O come Rawan, una bambina di 11 anni che, dopo essere fuggita da Raqqa, ha detto: “Prima giocavamo spesso, ma dopo è arrivato il buio”. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito”, ha affermato Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Siria. “Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza – ha aggiunto Krush – a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.

[Video: Raqqa, un inferno per civili]

I combattimenti per strappare la città agli uomini del Califfato nero non stanno risparmiando nessuno e a pagare il prezzo più alto sono proprio gli abitanti di Raqqa. L’offensiva vede le truppe dell’Sdf (Syrian Femocratic Forces) – formate da curdi, arabi e cristiani assiri – avanzare giorno dopo giorno. Sostenute da Stati Uniti e altri alleati occidentali, hanno riconquistato il 60 per cento del territorio, tra cui quasi tutta la città vecchia. Da sud invece l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, sta chiudendo in una morsa i jihadisti dell’Isis. Per le migliaia di civili sottoposti al fuoco incrociato di tutte le parti coinvolte nella fase finale della battaglia, Raqqa è diventata un inferno. E’ in questi termini che Amnesty International denuncia la situazione al termine di un’indagine svolta sul campo e diffusa nei giorni scorsi. Civili uccisi dalle trappole esplosive e dai cecchini dell’Isis che prendono di mira chiunque cerchi di scappare. Oppure vittime dei costanti colpi d’artiglieria e bombardamenti della coalizione a guida Usa; attacchi incessanti e spesso imprecisi. A sua volta, l’esercito di Damasco sta bombardando i villaggi e i campi a sud del fiume Eufrate, impiegando anche le bombe a grappolo, vietate a livello internazionale.

“Via via che la battaglia per strappare Raqqa allo Stato islamico s’intensifica, migliaia di civili sono intrappolati in un labirinto di morte in cui sono sotto il tiro di tutte le parti in conflitto. Sapendo che lo Stato islamico usa i civili come scudi umani, le Forze democratiche siriane e la coalizione a guida Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere la popolazione civile, evitando soprattutto attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando corridoi sicuri di uscita dalla città”, ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International. “La situazione è destinata a peggiorare dato che i combattimenti si avvicinano al centro della città. Dev’essere fatto molto di più per proteggere le vite dei civili intrappolati nel conflitto e per facilitare la loro uscita dalle zone di conflitto”, ha aggiunto Rovera.

Tregua e corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare Raqqa

“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato in un comunicato Save the Children. E anche l’Onu ha rimarcato l’esigenza dei civili di abbondare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei. Potrebbero essere fino a 25.000 le persone intrappolate in cinque quartieri di Raqqa ancora sotto il controllo dei jihadisti e usati come scudi umani. Però per gli abitanti della città siriana la scelta è drammatica: perdere la vita a causa di una bomba restando nelle loro case oppure decidere la fuga sfidando le trappole mortali collocate dai jihadisti o il fuoco dei cecchini.

Mirko Bellis

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6) Ghouta, sei anni sotto i bombardamenti: non si seppelliscono più i cadaveri

A Douma, il principale centro urbano della Ghouta orientale, la situazione è catastrofica. Famiglie in fuga di fronte all’avanzata dell’esercito siriano si stanno riversando in città e sono costrette a rimanere in strada o nei giardini pubblici perché i rifugi sotterranei sono sovraffollati. Domenica almeno 42 persone hanno perso la vita. Gli Usa propongono una nuova risoluzione per far rispettare il cessate il fuoco e, in caso di fallimento, minacciano di colpire di nuovo la Siria.

GUERRA IN SIRIA – 13 MARZO 2018, 10:04 – di Mirko Bellis

 “La vita qui è come giocare alla roulette russa. Al mattino esco per cercare del cibo per la mia famiglia, potrei tornare o forse no. Se siamo fortunati, torno con qualcosa da mangiare e mi accolgono come se arrivassi dall’altro capo del mondo. Anche solo il tentativo di cercare un po’ di litri d’acqua può costarti la vita”. Ahmad Khanshour, vive a Duoma ed è una delle voci della Ghouta orientale, stremata da sei anni di assedio e bombardata senza sosta. Dal 18 febbraio, l’intera area a est di Damasco è sotto attacco dell’esercito siriano e dei suoi alleati: la Russia, le milizie iraniane e quelle libanesi di Hezbollah. Un’offensiva che in poche settimane ha già provocato oltre 1000 morti, tra cui centinaia di donne e bambini.

“È quasi notte e non c’è luce nella Ghouta Orientale – prosegue Ahamad – per due motivi. Il primo è che non c’è corrente e il secondo è che se avessimo anche solo una piccola luce alla finestra, un aereo la bombarderebbe”. “Si sentono gli aerei ed elicotteri da guerra sorvolare il cielo. A volte ci sono momenti tranquilli ma durano pochi minuti. Da settimane dormo solo per un’ora o due. Il rumore degli aerei è terribile e fa andare nel panico le donne e i bambini. E’ insopportabile, un incubo”, confessa questo padre di due bimbi di uno e tre anni.

L’avanzata delle truppe di Assad è stata inesorabile e più della metà della Ghouta orientale è caduta sotto il controllo governativo. La città di Mesraba è stata riconquistata e l’intera area si trova divisa in tre parti. Douma e Harasta sono completamente circondate. Proprio a Douma, il consiglio locale ha dichiarato che la situazione è “catastrofica”. “Più di 20 giorni di campagna crudele – si legge in una nota – hanno portato a un deterioramento della situazione umanitaria e alimentare fino ad un livello catastrofico”. Le sepolture dei morti nel cimitero della città sono state sospese a causa dell’intensità degli attacchi aerei. Migliaia di famiglie in fuga stanno arrivando in città e sono costrette a rimanere per strada o nei giardini pubblici perché gli scantinati e i rifugi sotterranei sono già sovraffollati.

Gli operatori umanitari delle Nazioni Unite, della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa sono entrati la settimana scorsa con i primi aiuti alla popolazione. Davanti a loro distruzione e miseria ovunque, intere famiglie costrette a vivere sottoterra per sfuggire alle bombe. Bimbi denutriti che da giorni non vedono la luce del sole. “Hamoud, 2 anni, pesa solo 7 kg e il suo pasto quotidiano è una tazza di latte mescolata con pezzi di pane. Sua madre ci ha detto che tutta la famiglia mangia un pasto al giorno”, ha scritto Jakob Kern, il direttore del Programma alimentare mondiale (Wfp) in Siria, denunciando l’insufficienza degli aiuti umanitari che finora sono entrati nella Ghouta.

I bombardamenti per strappare l’enclave controllata dai ribelli continuano senza sosta: domenica sono stati 42 i morti e anche ieri i combattimenti hanno provocato diverse vittime. Fonti russe hanno affermato che decine di civili sono riusciti a fuggire dalla Ghouta orientale attraverso i corridoi umanitari previsti dal presidente russo Putin. Secondo alcune testimonianze locali, invece, sono pochi gli abitanti che starebbero lasciando le loro case. “Le persone ad Harasta hanno pochissime opzioni. Possono rimanere e morire sotto gli attacchi aerei o possono consegnarsi alle forze governative e affrontare arresti di massa, torture e uccisioni”, ha affermato Zaher Hassoun, un attivista locale.

“Per il bene del popolo siriano e dell’integrità del Consiglio di Sicurezza, dobbiamo rispondere e agire. Il cessate il fuoco è fallito. La situazione dei civili nella Ghouta orientale è terribile e gli Stati Uniti stanno agendo. Abbiamo redatto una nuova risoluzione per il cessate il fuoco che non offre spazio a nessuna scusa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite. Nel suo duro intervento al Consiglio di sicurezza, Nikki Haley ha avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a colpire di nuovo la Siria nel caso in cui la comunità internazionale non fosse in grado di fermare il massacro di civili.

“Se è ingiusto uccidere una persona – conclude Ahamad – qui ne muoiono 100 ogni giorno. Provo vergogna nel vedere come il mondo interno assiste senza intervenire alla distruzione della Ghouta orientale. Le persone sono state affamate e assediate per sei anni e ora vengono bombardate senza sosta. Provo vergogna perché se noi moriamo, allora l’intera umanità morirà con noi”.

Mirko Bellis

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Purtroppo l’intera umanità non muore a Ghouta, come giustamente segnala l’articolista, perché c’è un’umanità cui interessano poco i morti di Ghouta ed altre zone siriane, rohingya o sudafricane: ciascuno è veramente responsabile del poco o tanto che riesce a fare per queste popolazioni macellate dagli aerei di diverse nazioni coi barili esplosivi e non solo, con le bomba al naplam o altri congegni che fanno molti morti.

Gli ospedali sono stati bombardati anche loro e i medici che restano a condividere il destino con le vittime fanno quello che possono in strada, usando i materiali che hanno sottomano per fermare emorragie, pulire ed estrarre le schegge dalla faccia e dal corpo. Si è visto Assad tra la folla (sosia???? Così dice qualcuno) per la riconquista di territori con l’assassinio degli stessi siriani che non sono riusciti a fuggire in qualche altro paese vicino. Chi resta non sa cosa lo aspetta dai “vincitori”, che non saranno certo molto morbidi con chi non è riuscito a fuggire.

Oltre a fare i conti con fame, sete e altre necessità del corpo, non hanno quasi nulla e gli aiuti non sono lasciati entrare in soccorso alla popolazione che li aspetta.

Paesaggio veramente da leggenda, ma sulla pelle degli altri: in occidente ci sono altri problemi, problemi che, se non esistono, sono inventati per farci credere che ci siano.

Si resta ad aspettare che inventino qualche altra guerra per vendere le armi che ci sono nei magazzini e si accumulano troppo.

Quale bandiera sventola? Non lo sappiamo, ma quella della “pace”non c’è: magari una sua sosia!!!

7) Narcotizza gli alunni per andare a farsi una lampada: condannata maestra d’asilo

January Neatherlin, 32 anni, era maestra e titolare di un asilo nido in cui ospitava bambini dai sei mesi ai quattro anni. Era solita sedarli con della melatonina per farli dormire mentre lei poteva andare ad abbronzarsi e a fare sport. È stata condannata a 21 anni e 4 mesi di carcere.

12 MARZO 2018 18:15 di I. A.

Narcotizzava i suoi piccoli allievi, di età compresa tra i sei mesi e i quattro anni, per andare a farsi lampade abbronzanti e per fare sport. Per questo January Neatherlin, 32enne maestra e titolare dell’asilo nido “Little Giggles” a Bend, nell’Oregon, è stata condannata alla fine della scorsa settimana a 21 anni e quattro mesi di carcere. Nella struttura, che per altro era illegale in quanto priva delle autorizzazioni necessarie, avvenivano abusi quotidiani che sono venuti a galla soltanto all’inizio del mese di marzo dello scorso anno, quando un suo ex fidanzato e un suo ex coinquilino hanno fatto una soffiata alla polizia. Gli agenti hanno così tenuto sotto controllo per alcuni giorni l’istituto fino a quando, dopo aver aspettato che la donna uscisse, sono entrati nella struttura e hanno trovato sette bambini completamente soli e sedati. La donna aveva dato loro della melatonina e aveva avvertito i genitori di non venirli a prendere tra le 11 e le 14 perché quella era la fascia oraria del pisolino.

Arrestata, January ha confermato tutte le accuse: “Tutti commettono errori – ha detto la maestra degli orrori in tribunale prima che venisse emesse la sentenza -, ma non tutti se ne assumono la responsabilità. So di aver fallito e di aver deluso tutti. Detto ciò, spero che la corte e i genitori accettino le mie scuse. Ho fatto uno sbaglio che ha cambiato per sempre la mia vita e l’ha anche conclusa”. Il problema è stato soprattutto il fatto che non si è trattato di un caso isolato, ma di una vera e propria abitudine che andava avanti da anni nei confronti dei bambini e dei loro genitori. Alcuni dei suoi alunni hanno infatti anche riportato dei danni fisici: dopo l’arresto sono venuti alla luce diversi casi, come quello di una bimba che ha riportato una lesione cerebrale compatibile con la sindrome del bambino scosso, o quelli di altri bambini che per lungo tempo hanno avuto problemi gravi di insonnia dovuti alla melatonina che January somministrava loro.

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Certo che in Usa non scherzano con le condanne e non sono fake: lo si vede pure con le condanne a morte eseguite, poche ora, ma ci sono ancora, mentre qui in Italia sembrerebbe che sono più miti e più selettive .Per cui come nel caso sotto, i genitori, che vogliono difendere i loro figli anche da torti passati ma vivi nei bambini fanno giustizia da sé, nonostante la maestra ricorra all’avvocato senza vergognarsi e chieda perdono di quanto ha fatto. Staremo a vedere cosa succede in seguito, nella speranza che emerga la verità vera e non quella addomesticata.

8) Taranto, maestra fu arrestata per maltrattamenti: genitori la picchiano mentre fa acquisti

La maestra era stata arrestata nel novembre dello scorso anno. Stamane è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori. Secondo il suo avvocato, era stata già minacciata in passato dalle stesse persone.

15 MARZO 2018 19:33 di Susanna Picone

Una insegnante di scuola dell’infanzia di cinquanta anni, in servizio presso una scuola materna di Taranto, questa mattina è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori mentre faceva acquisti in un negozio del centro. La stessa maestra il 23 novembre dello scorso anno era stata arrestata dalla polizia perché accusata di maltrattamenti nei confronti di alcuni bambini di tre anni circa. Dopo l’aggressione l’insegnante si è recata al pronto soccorso dell’ospedale per farsi medicare e ha poi presentato denuncia prima al posto fisso di Polizia e successivamente al comando provinciale dei carabinieri. Ha commentato quanto accaduto l’avvocato Egidio Albanese, difensore della donna, che ha affermato che già quando si trovava ai domiciliari l’insegnante aveva subito minacce dalle stesse persone, che poi aveva denunciato.

L’arresto della maestra nel novembre del 2017 – L’insegnante fu “incastrata” dalle immagini registrate dalle videocamere nascoste all’interno della scuola: immagini e audio che secondo gli investigatori hanno consentito di accertare ripetute condotte violente tenute dalla maestra. Per una quarantina di giorni gli investigatori hanno osservato come si comportava la donna con i bambini. Le telecamere hanno catturato spinte, schiaffi, maltrattamenti e urla in classe. Nella classe della cinquantenne i bambini venivano insomma sottoposti, secondo quanto emerso nel corso delle indagini, a violenze fisiche e psichiche. Gli investigatori parlarono di “incapacità nel gestire i piccoli alunni durante l’orario scolastico, nonché assenza totale di metodo educativo, mancanze cui la stessa ha tentato di sopperire con aggressività e violenza, sia fisica sia psicologica”. Gli agenti della squadra mobile arrestarono la donna in flagranza dopo l’ennesimo gesto di violenza ripreso dalle telecamere.

Susanna Picone

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Quei genitori probabilmente erano impensieriti e avviliti che una cosiddetta maestra facesse quelle scenate ai figli compromettendo il loro futuro, e non a un bimbo, ma a decine di bimbi (con conseguenze non valutabili) e probabilmente, non vedendo ancora un giudizio all’altezza del crimine, hanno pensato di far loro giustizia.

Non si conosce ancora la pena inflitta alla maestra, ma se pensiamo all’articolo precedentemente citato, che parla di una maestra dell’Oregon (USA) che addormentava i bambini per fare sport ed altro, e che è stata condannata a 21 anni e 4 mesi, non si sa qui in Italia cosa aspettarsi. Per ora è ai domiciliari e non in carcere, ma l’America è dall’altra parte dell’oceano: qui si deve ancora fare il processo…

9) I piloti si rifiutano di rimpatriare i migranti espulsi: 222 casi in Germania

Sono oltre duecento gli episodi in sei mesi, il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo.

EUROPA 6 DICEMBRE 2017 10:09 di A. P.

“Non possiamo riportarli indietro perché nel loro Paese rischierebbero la vita e noi non mettiamo mai in pericolo la vita dei nostri passeggeri”, con queste motivazioni centinaia di piloti di aereo tedeschi, nel corso dei mesi passati, si sono rifiutati di rimpatriare i migranti espulsi dalla Germania. Una decisione che ovviamente è individuale ma che da alcuni tempi sta assumendo proporzioni sempre più ampie. Come racconta il Corriere della Sera, infatti, in appena sei mesi, tra gennaio e giugno di quest’anno, è successo per ben 222 volte tanto da fare scattare nel Paese anche una interrogazione parlamentare.

Le compagnie aeree coinvolte ovviamente sono in maggioranza quelle tedesche, la Lufthansa in testa seguita a ruota dalle due compagnie Eurowings e Germanwings, ma non mancano episodi di piloti di altri vettori. Il gruppo di piloti più agguerriti in questo senso sembrano quelli stanziati all’aeroporto di Francoforte, poi Düsseldorf e Amburgo. Ovviamente nessun pilota può opporsi per motivi giuridici a un’espulsione decisa dal giudice ma il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo. “Le autorità ci avvertono quando c’è un passeggero con foglio di via, la polizia lo accompagna fino all’imbarco ma non viaggia con lui. È il pilota che decide” spiegano dalla Lufthansa.

La maggior parte dei casi riguarda persone provenienti da Paesi a rischio anche se non ufficialmente in guerra, come l’Afghanistan. “Anche se lo stesso governo di Berlino sconsiglia a tutti gli operatori tedeschi di volare su Kabul per il pericolo di attacchi con razzi e artiglieria di terra all’aeroporto, nello stesso periodo ha rimpatriato già 132 afghani” denunciano da Amnesty International, una delle associazioni che si battono contro le espulsioni e spesso dietro le decisioni dei piloti.

I.P.

(Continua su: https://www.fanpage.it/germania-i-piloti-che-si-rifiutano-di-rimpatriare-i-migranti-espulsi-rischiano-la-vita/http://www.fanpage.it/ )

Aumentano i casi di assassini di bambini all’interno delle famiglie, che non compaiono su tutti i media, ma che alcune testate non fake pubblicano sciorinando un lungo elenco di genitori assassini.

Ricordiamo come molte associazioni di veri volontari sono da citare e ringraziare sempre per le loro silenziose prestazioni, che sono apprezzate da chi le riceve a da noi che non possiamo citarle tutte.

Ringraziamo quei piloti che si sono rifiutati di riportare i migranti, arrivati in Germania, a Kabul o altrove: grazie dell’umanità dimostrata che il vostro paese accetterà “obtorto collo”; grazie ancora a nome anche di tutti i migranti che speriamo leggano del vostro gesto e sappiano che ci sono sconosciuti che sono dalla loro parte alla grande.

Grazie ancora, anche se non vi daranno la medaglia tanto ambita dai “politicanti” e simili.

Non c’è che da rivolgersi come sempre a Chi ci ha creato pregando per la promessa di un tempo migliore.