Violenze degli stati e migranti sotto shock: quasi nessuno li vuole e lo dicono gli stati dell’UE ad alta voce/States’ Violence and Shocked Migrants: Hardly Anyone Wants Them and EU States Clearly State It

Il passato prossimo non cancella nulla, ma scopre ciò che gli alti comandi tentano invano di nascondere sotto la polvere del tempo. E quello che più fa male è che è stata proprio la polizia nel 2001 a Genova, durante il G8, a dare il cattivo esempio con l’irruzione in una scuola ed il massacro degli occupanti: tutti hanno subito qualcosa e ci sono ancora giornalisti stranieri che erano all’interno che hanno riportato lesioni gravi e non sono stati risarciti. Hanno fatto invece carriera coloro che hanno comandato quella carica, non avendo il minimo ritegno di nascondersi nell’ombra.

Ma la giustizia è arrivata anche per loro, anche se l’Italia li ha assolti e promossi: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia anche se in Cassazione hanno favorito questi “capi”(come mai assolti ‘????) Strano, vero? Ma la corte di Strasburgo li ha bollati per sempre dicendo che c’è stata una tortura di cui l’Italia non dovrebbe andare fiera, mentre in realtà se ne vanta, avendo promosso parecchie di queste persone.

Caso strano, vari parlamenti non hanno mai preso in considerazione la tortura non ai parlamentari, ma a persone che incappano in funzionari sbagliati, e Genova non è certo l’unico esempio di tortura italiano. Tuttavia, di fronte alle promozioni di coloro che hanno ordinato quel vergognoso attacco, cosa pensare dello sfacelo italiano e della disuguaglianza di trattamento? Il criminale è protetto dai suoi stessi compagni e superiori e la vittima è quasi derisa per quello che ha subito: bravi quei poliziotti che hanno disonorato l’Italia già degradata per conto suo.

1) Nessuno ha pagato per le torture della Diaz

La Diaz ha continuato a “portare fortuna” anche dopo la sentenza della Cassazione ai funzionari coinvolti: ecco cosa fanno ora, tra promozioni, trasferimenti e consulenze (anche a Mario Balotelli…).

Politica italiana 9 APRILE 2015 – 18:04 di Claudia Torrisi

Dopo quattordici anni dalla notte del 21 luglio 2001, la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ha detto a voce alta: ciò che è successo alla scuola Diaz di Genova si chiama tortura. Strasburgo ha condannato l’Italia per le violenze contro Arnaldo Cestaro – il manifestante che ha presentato il ricorso – e anche per la “risposta inadeguata” del nostro paese “tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz”. I giudici, oltre all’assenza nell’ordinamento del reato di tortura, lamentano il fatto che “la polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura” e che alla fine del procedimento penale nessuno ha pagato per i pestaggi a Cestaro e agli altri manifestanti. All’operazione alla scuola Diaz avevano partecipato 400 uomini, la maggior parte non identificabili.

Ben prima della sentenza di Strasburgo, i giudici della Corte di Cassazione nel 2012 hanno scritto che l’operazione alla Diaz ha “gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero”. Ma la verità è che, nonostante i processi, per quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale” nessuno ha pagato.

Il processo di primo grado si è concluso nel 2008, con 13 condanne e l’assoluzione dei funzionari di grado più alto. Le accuse erano di lesioni – così vennero qualificati i pestaggi a manifestanti inermi – falsificazioni dei verbali – per lo più relativi al finto ritrovamento di molotov nella scuola o a presunte sassaiole e resistenza violenta dei presenti nella scuola – e arresto arbitrario. In appello, nel 2010, invece, le condanne sono state 25, comprendevano anche l’interdizione dai pubblici uffici, e hanno colpito anche gli alti funzionari di polizia. Il procedimento è poi arrivato in Cassazione solo il 26 novembre del 2011, a causa di ritardi e lungaggini delle operazioni di notifica, mentre scorrevano i termini per la prescrizione, tra i timori e le proteste. Nel luglio 2012, l’ultimo grado di giudizio ha confermato le condanne per falso aggravato, mentre i reati di lesioni e arresto arbitrario sono stati dichiarati prescritti. Per i giudici di Strasburgo, di fronte al reato di tortura la legge deve escludere l’intervento di “prescrizione, amnistia, grazia”. Ma in Italia il reato di tortura al momento continua a mancare.

Tra l’altro, nessuno dei colpevoli per falso aggravato è andato in carcere: destinatari di pene tra i 4 anni e i tre anni e 8 mesi, hanno beneficiato tutti dello sconto di tre anni dell’indulto del 2006. I colpevoli sono rimasti praticamente impuniti, trascorrendo pochi mesi agli arresti domiciliari.

Per i condannati, la Cassazione ha confermato le pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Nel ricorso presentato alla Corte, Cestaro lamentava che i responsabili delle violenze nei suoi confronti non erano stati sanzionati in maniera adeguata – a causa di prescrizione e indulto – e “l’assenza di sanzioni disciplinari” verso agenti e dirigenti coinvolti. Fino all’intervento della sentenza definitiva, infatti, l’aver reso dichiarazioni false per giustificare la macelleria messicana non ha creato troppi problemi lavorativi ai vertici della polizia. Alcuni di loro, anzi, fino all’interdizione hanno accumulato promozioni su promozioni. Nessuno ha mai sollevato il dubbio se, dopo le condanne di primo e secondo grado, fosse opportuno rimuovere gli imputati dai loro incarichi.

Francesco Gratteri, che nel 2001 era direttore Servizio Centrale Operativo (Sco), è stato prima promosso nel 2005 questore di Bari, poi capo della Direzione Centrale Anticrimine (DCA). Allo Sco nel 2001 era anche Gilberto Caldarozzi, che da vicedirettore, con l’abbandono di Gratteri, ne è diventato direttore. Giovanni Luperi, invece, ai fatti di Genova era vicedirettore dell’Ugicos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), ma nel 2007 è passato a capo del dipartimento analisi dell’Aisi, ex Sisde; Fabio Ciccimarra da commissario capo di Napoli era approdato nel 2011 a capo della mobile di L’Aquila; mentre Filippo Ferri, a capo della Squadra Mobile di La Spezia nel 2004 si è spostato a dirigere quella più prestigiosa di Firenze. Nando Dominici, ex dirigente squadra mobile Genova, nello stesso anno del G8 è passato a vice questore vicario della Questura di Brescia, per poi giungere nel 2008 al ruolo di dirigente della Polfer di Verona e del Trentino Alto Adige. Spartaco Mortola, invece, da dirigente Digos è diventato vice-questore vicario e capo della Polfer a Torino. Vincenzo Canterini, infine, comandante dei “celerini” romani, accusato di concorso in lesioni – prescritto – falso e calunnia, è diventato questore.

Ma la Diaz ha continuato a “portare fortuna” anche dopo la sentenza della Cassazione: nel 2013 Ferri è stato nominato dal Milan in qualità di tutor di Mario Balotelli, “con il compito di seguirlo fuori dal campo e placarne eventuali comportamenti”. Lo scorso gennaio, invece, Caldarozzi è stato chiamato per una consulenza nel settore sicurezza dal Gruppo Finmeccanica, presieduto da Gianni De Gennaro, che nel 2001 a Genova era capo della Polizia. Mentre era inquisito – poi assolto in primo grado, condannato in appello e nuovamente assolto in Cassazione – con l’accusa di aver indotto una falsa testimonianza in un procedimento sull’assalto alla Diaz, De Gennaro è diventato prima capo di Gabinetto del ministro dell’Interno, poi super commissario per l’immondizia a Napoli e capo del coordinamento Servizi segreti. Nel 2013 è stato nominato dal governo Letta presidente di Finmeccanica (e, stando alle ultime dichiarazioni di Matteo Renzi, pare destinato a restarci).

Gli agenti che materialmente pestarono i manifestanti – per cui il reato è stato prescritto – invece, sono stai reintegrati, dopo una sospensione di pochi mesi. È stato l’unico provvedimento disciplinare noto messo in atto dal ministero dell’Interno.

All’indomani della notte cilena della Diaz sono stati messi in atto depistaggi, calunnie e vere e proprie menzogne – fino alla negazione dell’evidenza nel comunicato finale letto alla stampa in questura dove si definiscono “pregresse” le ferite dei manifestanti arrestati – per giustificare l’ingiustificabile. Queste operazioni e chi le ha condotte hanno sempre goduto di una certa copertura dai governi che si sono succeduti dal 2001 in poi. O, quanto meno, di un testardo beneficio del dubbio.

Nessuno ha pagato. Qualcuno adesso dovrà chiedere scusa.

Claudia Torrisi

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– Alla Diaz fu tortura, Corte Strasburgo condanna Italia

Redazione ANSA – 06 luglio 2015 – 15:07

La “macelleria messicana” compiuta dalla Polizia nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001 “deve essere qualificata come tortura”: l’Italia va dunque condannata doppiamente, per il massacro dei manifestanti e per non avere ancora una legge adeguata a punire quel reato. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a 15 anni di distanza, mette per la prima volta nero su bianco in un atto giudiziario quel che decine di testimoni hanno visto e raccontato.

La sentenza della Corte di Strasburgo è il risultato del ricorso di Arnaldo Cestaro, oggi 76enne: quella notte era alla Diaz e fu uno degli 87 no global massacrati e feriti – su 93 che furono arrestati – durante quella che la Polizia definì una “perquisizione ad iniziativa autonoma” finalizzata alla ricerca di armi e black bloc dopo le devastazioni avvenute in mezza Genova durante le proteste contro il G8. “Questa sentenza è una cosa molto importante – ha commentato l’uomo – quel che ho visto e subito è una cosa indegna in un sistema democratico”. “Finalmente – ha aggiunto il papà di Carlo Giuliani – sono state determinate le brutture commesse dallo Stato italiano. E’ una cosa bella e chissà se l’attuale governo troverà il tempo di occuparsi di queste cose che riguardano la dignità del paese”. Resta, aggiunge Giuliano Giuliani, “la rabbia perché l’omicidio di Carlo è ancora impunito”.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/04/07/diaz-corte-strasburgo-condanna-italia-per-tortura_863cd584-3a39-4b73-8df7-fb085da71294.html).

– G8 Genova, l’agente che finse accoltellamento alla Diaz punito con una sanzione di 47 euro

Massimo Nucera aveva dichiarato di essere stato accoltellato da uno dei no-global presenti all’interno dell’istituto, mostrando, come prova, il giubotto dell’uniforme lacerato. Condannato a 3 anni e 5 mesi, il reato si era prescritto. La polizia, invece, l’ha sanzionato con la decurtazione di un giorno di stipendio.

POLITICA ITALIANA 8 LUGLIO 2016 – 11:15 di Claudia Torrisi

Dall’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova sono passati quindici anni. All’indomani della “macelleria messicana”, l’agente Massimo Nucera aveva dichiarato di essere stato accoltellato da uno dei no-global presenti all’interno dell’istituto, mostrando, come prova, il giubotto dell’uniforme lacerato. Un’aggressione che aveva in qualche modo “giustificato” la violenza che poi è seguita. Una successiva perizia ha dimostrato che quanto raccontato da Nucera non era vero: l’agente aveva “accusato di tentato omicidio una persona non identificata sapendola innocente”. I tagli sul giubbotto, invece, se li era porcurati da solo, con l’aiuto di un altro agente.

Per questa messinscena Nucera era stato condannato nel 2012 dalla Cassazione a tre anni e cinque mesi per falso – una pena poi però caduta in prescrizione. Nel 2013 il Consiglio provinciale di disciplina della polizia aveva deliberato una sanzione per l’agente: per aver dichiarato il falso per “giustificare la violenza” contro persone indifese e aver falsamente dichiarato che ci fu alla scuola Diaz “resistenza armata”, sarebbe stato sottoposto a una sospensione dello stipendio di un mese. Successivamente, però, nel 2014, l’allora capo della polizia Alessandro Pansa – su ricorso di Nucera – ha portato la sanzione a un solo giorno di sospensione, considerati “l’ottimo stato di servizio”, i premi e le “capacità dimostrate”. In definitiva, una pena che ammonta a 47 euro.

Nel 2010 Nucera era stato condannato e nuovamente prescritto per un altro processo per falsa testimonianza. Pochi anni dopo la Diaz, nel 2005, alla fine di una partita di basket tra Teramo e Roseto, tre poliziotti picchiarono “senza alcuna valida giustificazione” un tifoso della squadra locale. Nucera è accusato di aver coperto i colleghi, testimoniando che la vittima si fosse ferita prima della partita (durante una rissa, in realtà mai avvenuta). La pena – un anno e quattro mesi di reclusione – però, è stata prescritta in appello.

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2) Lecce, dalla Nigeria sui barconi in Italia donne schiave costrette a prostituirsi: 5 arresti

Le indagini hanno fatto luce su un sodalizio criminale con cellule in Libia: l’inchiesta partita da una mamma nigeriana che aveva denunciato il sequestro di sua figlia minorenne da un collegio

22.06.2017

LECCE – É partita dalla denuncia presentata nel suo paese da una donna nigeriana, una denuncia di sequestro, quello di sua figlia minorenne nel collegio dove studiava e alloggiava, l’inchiesta che ha portato i carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo e del Comando provinciale di Lecce ad arrestare arrestato cinque cittadini nigeriani (3 donne e 2 uomini), con le accuse di associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù a fini sessuali, tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione in stato di clandestinità e sfruttamento della prostituzione. Gli arresti sono stati effettuati nelle province di Verona, Sassari e Roma. Sono indagati sul territorio nazionale altri nove cittadini nigeriani.

Lecce, scoperta tratta delle migranti: 5 arresti

Le misure cautelari sono state emesse dal gip del tribunale di Lecce, su richiesta della Procura distrettuale antimafia. A seguito del rapimento, perpetrato a dire della denunciante da un’organizzazione criminale che aveva l’interesse ad inserire giovani nigeriane nel mondo della prostituzione, i sequestratori hanno richiesto il pagamento di un riscatto di trentamila euro per la liberazione della giovane.

Successivamente la minorenne avrebbe deciso autonomamente di intraprendere il viaggio per raggiungere l’Italia affidandosi ai referenti della compagine criminale. Monitorando le comunicazioni dei presunti rapitori in contatto con la madre, i carabinieri hanno progressivamente individuato l’organizzazione.

Il gruppo era costituito da più cellule con basi logistiche sia nella nazione d’origine sia nel nord Africa ed in particolare in Libia, nelle città di Sebha, Sabratha e Tripoli, dove operano stabilmente referenti in accordo con bande criminali locali e di altre nazionalità, dedite alla gestione di giovani vittime destinate allo sfruttamento sessuale da far giungere anche in Italia tramite i flussi migratori clandestini dal continente africano a quello europeo attraverso collaudate rotte di viaggio.

La giovane è stata individuata e salvata, come anche numerose altre ragazze sbarcate in tempi diversi sulle coste italiane e destinate al mercato della prostituzione, alcune delle quali hanno deciso di sottrarsi alle maglie dell’organizzazione e di rendere dichiarazioni che hanno confermato la ricostruzione dei carabinieri.

Queste le fasi salienti del traffico delle migranti. La prima è quella del reclutamento, effettuato in Nigeria ad opera di persone spesso legate da vincoli di parentela con i referenti dell’organizzazione presenti in Italia. I criteri sono l’età e le fattezze fisiche delle ragazze, e la loro eventuale verginità, caratteristiche documentate anche attraverso fotografie.

La seconda fase è quella del trasporto delle donne, insieme ad altri clandestini che utilizzano le stesse rotte, attraverso il Niger e quindi verso la Libia dove, nella città di Sebha, tutti i migranti vengono trattenuti in attesa di essere trasferiti sulla costa e di salpare alla volta dell’Italia. In attesa dell’imbarco, centinaia di uomini e donne vengono ammassati in edifici fatiscenti, sorvegliati da uomini armati al soldo delle varie organizzazioni criminali e fatti oggetto di umiliazioni psicologiche, violenze fisiche e ridotti, di fatto, ad una condizione di assoluto assoggettamento, tipico della riduzione in schiavitù.

Spesso le donne subiscono violenze sessuali in cambio del cibo e della loro sopravvivenza.

Dalle dichiarazioni si comprendono le difficoltà del viaggio, effettuato con mezzi di fortuna, a volte con l’utilizzo di biciclette da parte di due o addirittura tre persone contemporaneamente per attraversare il confine con il Niger con l’ordine perentorio di abbandonare nella savana l’eventuale passeggero che, stremato dalla stanchezza, non riesce a continuare.

(http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/06/22/news/lecce_donne_in_schiavitu_costrette_a_prostituirsi-168782125/?rss)

– Donne migranti costrette a diventare schiave e prostitute in Italia: 5 nigeriani arrestati

Donne migranti costrette a diventare schiave e prostitute in Italia: 5 nigeriani arrestati
L’operazione dei carabinieri di Lecce ha portato all’arresto di 5 cittadini nigeriani Sedici in tutto le persone indagate. Le ragazze venivano fatte imbarcare in Libia e arrivano in Sicilia, poi venivano portate in strada. Arrivano coi barconi in Italia dalla Nigeria in cerca di un futuro migliore, ma finivano per essere costrette a prostituirsi. Le indagini del Nucleo investigativo anticrimine dei Carabinieri di Lecce hanno portato all’arresto di cinque persone facenti parte di un sodalizio criminale transnazionale radicato in Nigeria, con cellule operative in Libia in diverse aree del territorio nazionale. Devono rispondere di associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù a fini sessuali, tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione.

Il modus operandi vedeva le donne coinvolte messe subito in contattate con le persone che avrebbero poi dovuto avviarle alla strada nel nostro Paese: solitamente si trattava di anziane nigeriane. Quindi le vittime arrivavano in Italia a bordo di barconi pieni di immigrati, salpati dalla Libia verso la Sicilia. Una volta giunte in Italia, le giovani permanevano nei centri di accoglienza fino all’ottenimento del permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari. Nonostante fossero in contatto con i responsabili della tratta di schiavi, solo dopo aver ottenuto il documento venivano recuperate dai componenti dell’organizzazione criminale, di cui facevano parte anche i 5 arrestati. Le indagini hanno interessato complessivamente 16 persone, tra cui i fermati. L’ordinanza è stata emessa dal gip di Lecce Michele Torello su richiesta del sostituto procuratore distrettuale antimafia Guglielmo Cataldi.

Biagio Chiariello

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Purtroppo la prostituzione è un metodo molto diffuso specie quando ci sono figure femminili che cercano di inserirsi nel mondo del lavoro e sono imbrogliate con quelle metodiche criminali di violenza per ottenere una sindrome di stoccolma ed essere gettate sulle strade o in bordelli e psicologicamente azzerate nei loro sogni e desideri meno abbietti. I o le magnaccia sanno come trattarle per ottenere ciò che vogliono cioè potere su quelle disgraziate e soldi :non hanno altro sentimento che quelloe forse anche in ricordo di quello che possono aver subito loro ai loro tempi,ma ciò non giustifica per nulla l’avvio di innocenti a quel massacro fisico e psicologico. Ringraziamo quelle associazioni che con veri volontari si espongono all’ira dei magnaccia cercando di convincere quelle nuove leve ad abbandonare quel degradante mestiere. Grazie di cuore anche per quello che fate per noi che siamo alla finestra di questo povero mondo irresponsabile e balordo.

3) L’Uganda? Terra esempio di accoglienza. Guterres (Onu): “Sosteniamo il Paese”

ROMA – “In un mondo in cui sempre più persone chiudono egoisticamente le porte o le frontiere, impedendo ai rifugiati di entrare, un esempio come questo va lodato e ammirato da tutta la comunità internazionale”. Lo ha detto Antonio Guterres, visitando il campo profughi di Imvepi, nell’Uganda settentrionale.

Guterres si trova in Uganda per partecipare a un summit di alto livello indetto dal governo proprio per affrontare la crisi dei migranti.

Come ricordano le Nazioni Unite sul proprio sito web, questo campo è la prima tappa dei sud-sudanesi dopo aver superato il confine, in fuga da un Paese afflitto da quattro anni di violenze.

In questo centro, aperto a febbraio scorso, ora risiedono non meno di 120mila persone – in maggioranza donne e bambini – ma in totale l’Uganda ne ospita almeno 900mila. Altri 300-400mila appartengono ad altre nazionalità.

“L’Uganda sta diventando la principale meta per i profughi subsahariani in fuga dai luoghi di conflitto”, ha spiegato alla DIRE qualche giorno fa Domenico Fornara, ambasciatore italiano a Kampala.

Le fonti dell’Onu evidenziano che in solo 12 mesi, i profughi in Uganda sono più che raddoppiati, passando da 500mila a quasi 1 milione e 300mila. Ciò rende l’Uganda il terzo Paese a livello mondiale per numero di rifugiati.

Guterres ha quindi espresso l’augurio che oggi, i leader dei Paesi del Bacino del Nilo, sostenuti dall’Onu e da altre organizzazioni internazionali, sappiano “rispondere al nostro appello a un aiuto finanziario massiccio, sia per rispondere all’emergenza umanitaria, sia sul piano degli investimenti necessari al sistema educativo, medico-sanitario, delle infrastrutture e (della tutela) dell’ambiente, in modo da poter rispondere a questa colossale sfida”.

A proposito del Sud Sudan, il successore di Ban Ki-Moon e Kofi Annan ha detto: “E’ ora che la guerra finisca. E’ ora che tutti i leader sud-sudanesi capiscano che devono porvi fine”. Quindi ha ringraziato i capi di Stato della regione e gli esponenti degli organismi internazionali – vale a dire l’Autorità intergovernamentale per lo sviluppo (Igad), l’Unione africana e l’Onu – “per gli sforzi profusi” nel sostenere “la creazione delle condizioni affinché la pace sia ripristinata”.

– RADIO PACIS: DIAMO SPERANZA AI SUD-SUDANESI

“Ad Arua lavoriamo nei campi profughi per dare loro speranza, ma senza trascurare le comunità locali: anche loro soffrono gli effetti di questa invasione”. A raccontarlo alla DIRE è padre Tonino Pasolini, direttore di ‘Radio Pacis’, un’emittente che lavora ad Arua, distretto al confine col Sud Sudan.

Negli ultimi 12 mesi si è passati infatti da 500mila a 950mila rifugiati provenienti dal Paese più giovane del mondo, e già afflitto da quattro anni di conflitto armato. Questa emittente, fondata nel 2001 dai missionari comboniani, sta cercando di fare la sua parte: “Col permesso delle autorità, andiamo nei campi profughi di Arua e organizziamo dei tavoli di dialogo, che raccolgono dalle cento alle 300 persone”, prosegue il comboniano, in Uganda da 51 anni.

“Il nostro scopo – sottolinea padre Pasolini – è dare una speranza a questi sfollati, che a causa della guerra hanno perso tutto. Poi, coinvolgiamo anche le comunità locali, che ormai sono ridotte in minoranza rispetto ai profughi”. Anche gli ugandesi soffrono gli effetti di questa “invasione”, è un fatto “normale”, dice il missionario.

Uganda, i campi per i rifugiati sud-sudanesi sono al collasso

“É importante però che si rendano conto di quanto le sofferenze dei sud-sudanesi siano intense: si sentono senza un futuro, stranieri in terra straniera”. Il terzo obiettivo, secondo padre Pasolini, “è far capire alle organizzazioni umanitarie attive nei campi quali sono i reali bisogni degli sfollati”. Le discussioni infatti vengono registrate e poi inserite nella scaletta settimanale dei programmi radio.

“In questo modo chiunque può ascoltarci, e trarre spunto”. Il vostro lavoro quindi è favorire l’integrazione? “In un certo senso sì – risponde padre Tonino – diciamo che si tratta di dare speranza”.

E del summit di ieri e oggi a Kampala, che il governo del presidente Yoweri Museveni ha indetto proprio per parlare di questa emergenza? “Mi rifaccio alle parole del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: servono più aiuti. Ma non solo: serve che la comunità internazionale faccia pressione affinché la guerra in Sud Sudan finisca, attraverso una soluzione politica. E’ di questo che la gente ha bisogno. Io non capisco molto di queste cose, ma vedo che per il momento ci si muove solo per mantenere vive queste persone. Va bene, certo, ma bisogna risolvere il conflitto in quel Paese, che sta assumendo proporzioni sempre più drammatiche”.

23 giugno 2017

(http://www.dire.it/23-06-2017/129710-luganda-la-terra-dellaccoglienza-guterres-onu-sosteniamo-paese/).

N.B.: Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l’indirizzo «www.dire.it» (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).

Purtroppo anche in questa terra la situazione non è migliore che da altre parti. Paese ai limiti dell’assistenza e nel contempo invaso da disperati che necessitano proprio di tutto e che sono arrivati per salvare se stessi e i loro figli. Questo nonostante il fatto che in quel paese la situazione non è delle migliori, perché questi arrivi portano squilibrio dove già la vita è difficile per i soliti e malaugurati motivi: guerra e mancanza di presa in carico per i bisogni più importanti.

Purtroppo ci si affida anche agli organismi mondiali, che però non sempre sono all’altezza delle richieste più semplici. Anche qui si inseriscono i volontari, religiosi e non, che sono sempre in prima fila ad entrare nei centri di raccolta dove il vivere è perlomeno drammatico e spesso non corrispondente ai reali bisogni di quelle popolazioni.

Anche qui si infiltra spesso la tratta delle donne futuribili prostitute, dei bambini come futuri esseri da sfruttare dietro la promessa di una vita differente, ma che spesso è peggiore di quella che vivono ora. Un grazie ai missionari che si affiancano alle loro vite e cercano non di convertirli, ma di dare loro dignità umana, per loro ed i loro immancabili figli che cercano di proteggere come possono, indifferenti al fischio delle pallottole di una guerra in cui sono pure immersi.

4) Usa, mamma chiude la figlia di 2 anni col fratellino in macchina per punizione: morti entrambi 

È successo in Texas: Cynthia Marie Randolph, 24 anni, è stata arrestata con l’accusa di gravi lesioni per aver chiuso in macchina e sotto al sole i figli di due anni e 16 mesi per punizione, “perché non volevano uscire dalla vettura

USA 25 GIUGNO 2017 – 11:20 di Ida Artiaco

Voleva punire la sua bambina di soli due anni che non voleva uscire dall’auto e l’ha chiusa nel veicolo insieme al fratellino, noncurante del caldo estremo. Così, entrambi i bambini sono morti nell’abitacolo a causa di soffocamento dal caldo. È una storia raccapricciante questa che arriva direttamente dalla zona di Lake Weatherford in Texas, Stati Uniti. La donna protagonista della vicenda è una 24enne, Cynthia Marie Randolph, che è stata arrestata con l’accusa di grave lesioni. I fatti risalgono allo scorso 26 maggio: la mamma aveva raccontato alla polizia che i due bimbi si erano chiusi un macchina, impedendole di entrare. Ma, dopo una serie di indagini, le forze dell’ordine hanno scoperto solo nelle scorse ore che la verità era un’altra.

Cynthia ha infatti confessato di aver chiuso nell’auto la figlia Julie Ramirez per “darle una lezione”, dato che si era rifiutata di uscire dalla vettura. Così, ha bloccato lei e il fratellino di 16 mesi, Cavanaugh, all’interno. “Pensavo che sarebbe uscita da sola e avrebbe tirato fuori il fratello”, ha detto la donna allo sceriffo. Ma così non è stato. Per di più, all’esterno il termometro registrava una temperatura che superava i 35 gradi. Ma la donna, noncurante di ciò, è rientrata in casa, ha fumato marijuana e si è addormentata per svegliarsi solo tre ore dopo, quando per i due bimbi non c’era più nulla da fare. Nonostante abbia chiamato i soccorsi, i sanitari, una volta giunti sul luogo, non hanno potuto far altro che decretarne il decesso.

La donna ha anche aggiunto di aver rotto i finestrini dell’auto, dopo essersi resa conto di quello che stava succedendo e prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, in modo da inscenare un incidente. Ma i suoi alibi sono presto crollati. Così, è stata arrestata con l’accusa di gravi lesioni.

(Continua su: http://www.fanpage.it/usa-mamma-chiude-la-figlia-di-2-anni-col-fratellino-in-macchina-per-punizione-morti-entrambi/ – http://www.fanpage.it/).

Questa nuova e vecchia violenza familiare si fonda sul fatto che i bambini sono bambini e le loro esigenze sono tali e semplici, ma che una madre tossica e deficiente non capisce, poiché ottenebrata dai fumi della marijuana… E allora ogni soluzione è possibile, anche se portatrice di morte per i bambini stessi. La madre sarà punita, ma ciò non ha risolto il problema di quei bambini che volevano solo giocare e che la mamma, in preda alla voglia di drogarsi, non ha capito e probabilmente non capirà mai: i bambini muoiono di una morte certo non invidiabile e terminano così in un’auto chiusa la loro voglia di vivere e crescere peri il futuro del mondo.

Che dire di questa situazione che però sta infiltrandosi nella mentalità di chi ci vuole distruggere e sottometterci al volere di quel nuovo ordine mondiale, che pianifica la pulizia etnica ed il livellamento sempre più usuale, che vuole renderci schiavi psicologici di un’umanità spaventosamente priva di ogni critica contro quei cosiddetti “potenti”, che non si aspettano che anche per loro c’è un redde rationes! La resa dei conti verrà, anche se sono apparentemente protetti dal solito male o angelo del male, che in realtà usa anche loro, ma lo fa per il gusto di distruggere quell’umanità che non sa più riconoscerlo, nonostante le sue promesse che sono come una torta di cui non si mangerà mai nemmeno una briciola.

5) Yemen, oltre 200 mila casi di colera: 1300 morti, un quarto sono bambini (La Repubblica)

“La peggiore epidemia al mondo”, la definiscono le organizzazioni umanitarie. I dati e l’appello del direttore generale dell’UNICEF e di quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

di CARLO CIAVONI – 25 giugno 2007

ROMA – “Nello Yemen – dove si sta consumando sulla testa della popolazione civile l’ennesima resa dei conti tra sunniti e sciiti, con alle spalle i loro referenti di sempre, l’Arabia Saudita e l’Iran, assieme ai soliti “auto-invitati”, Daesh e Al Qaeda – l’epidemia di colera si sta diffondendo rapidamente: oltre 200.000 i casi sospetti, aumentando ad una media di 5.000 al giorno. Attualmente, secondo il parere delle Ong e delle organizzazioni umanitarie sul campo, ci troviamo di fronte alla più grave epidemia nel mondo. In soli due mesi, la patologia si è diffuso in quasi tutti i governatori di questo Paese, per giunta dilaniato dalla guerra. Sono già morte più di 1.300 persone, di cui un quarto sono bambini e si prevede che il numero possa aumentare. L’UNICEF, e l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) stanno lavorando per fermare l’accelerazione di questa tragica epidemia. “Si sta lavorando 24 ore su 24 per localizzare e monitorare la diffusione della malattia – si legge in un documento diffuso – e per raggiungere persone con acqua pulita e adeguate cure sanitarie e igieniche. Le squadre di intervento rapido vanno di casa in casa per raggiungere le famiglie con informazioni su come proteggersi”.

Senz’acqua oltre 14 milioni di persone. Il collasso dei sistemi idrici e igienico-sanitari ha tagliato fuori 14,5 milioni di persone dall’accesso regolare all’acqua e ai servizi igienici, aumentando la capacità della malattia di diffondersi. L’aumento dei tassi di malnutrizione ha indebolito la salute dei bambini e li ha resi più vulnerabili alla malattia. Circa 30.000 operatori sanitari locali dedicati che svolgono il ruolo più importante per fermare questo epidemia non sono vengono pagati da quasi 10 mesi. L’invito delle due organizzazioni umanitarie è rivolto a tutte le autorità del Paese affinchè paghino questi operatori e soprattutto pongano fine a questo devastante conflitto”.

Le origini di un conflitto che sfianca la popolazione. L’UNICEF e l’OMS stanno prendendo tutte le misure per aumentare gli interventi di prevenzione e di trattamento. Nel frattempo, si invitano le autorità dello Yemen ad aumentare i loro sforzi interni per impedire che l’epidemia si diffonda ulteriormente. Inutile sottolineare che il colera non è che la conseguenza diretta di due anni di un conflitto durissimo, iniziato nel marzo del 2015, quando le forze aeree dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi bombardarono i dislocamenti militari dei ribelli sciiti Houthi, che avevano appena conquistato la capitale Sana’a, oltre ad altre aree del territorio nazionale, nella parte occidentale dello Yemen.

Un Paese strategicamente importante. Malgrado sia generalmente fuori dai radar del sistema mediatico, possono essere elencate una serie di ragioni per le quali i paesi arabi, protetti dagli Stati Uniti, hanno dato vita ad un conflitto così violento e senza visibili vie d’uscita. In primo luogo, va considerata la posizione strategica del Paese, dalla quale è di fatto possibile controllare lo stretto di Bab el Mandeb, che segna il punto in cui le coste yemenite e quelle di Gibuti sono più vicine, un passaggio angusto che collega il Golfo di Aden con il Mar Rosso, una rotta navale importantissima per i commerci, soprattutto per quello del petrolio.

Le forze in campo. La complessità della situazione – che coinvolge la popolazione civile, ormai stremata da una povertà congenita: (lo Yemen è in assoluto il Paese a più basso indice di sviluppo del Medio Oriente) è aggravata anche dal fatto che, al di là dello scontro tra i miliziani sciiti Houthi a fianco delle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, in campo sono scesi – sostenuti dai Sauditi – le forse del neo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, oltre ad altri Paesi esterni. Un contributo decisivo alla complicazione del quadro generale, lo danno anche le aspre rivalità personali di esponenti politici di primo piano. Va tuttavia messo in chiaro il fatto che gli Houthi sono – sì – un gruppo sciita, ma di ispirazione zaydita, una fazione particolare dello sciismo yemenita, che per molto tempo ha convissuto pacificamente con i sunniti, al punto di onorare Allah tutti assieme nelle stesse moschee e dando vita anche a matrimoni misti.

Brevi cenni di storia recente. Le tensioni del Paese sono cominciate con un vuoto di potere, coinciso – tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 – con l’uscita di scena di Ali Abdullah Saleh, alla guida del Paese per più di trent’anni. Tensioni via via dilatate che hanno finito per fare da detonatore per lo scoppio di una guerra civile (con pesanti interferenze esterne, soprattutto da parte dell’Arabia Saudita, da una lato, e dall’Iran, dall’altro) che si è trasformata in una vera e propria guerra, di cui non si vede la fine e che rappresenta una delle crisi internazionali più complesse e rischiose dei nostri tempi. Dal 1962 al 1990 esistevano due Stati yemeniti: quello settentrionale, la “Repubblica Araba dello Yemen”, alla guida del quale c’era, appunto, Ali Abdullah Saleh; a Sud c’era invece la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, con una forma di governo di stampo marxista. Malgrado nel 1990 ci sia stata l’unificazione, le spinte irredentiste contro il governo centrale sono proseguite.

La transizione gestita dalle monarchie del Golfo. La “Primavera araba” nello Yemen è avvenuta con alla testa gli Houthi e il gruppo Islah, cui fanno parte anche i Fratelli Musulmani yemeniti. Ali Abdullah Saleh era alla testa dello Yemen dal 1978, prima controllava solo il Nord e poi l’intero paese dopo l’unificazione. Per quanto riguarda la transizione politica, il tentato di controllarla a distanza è stato praticato dalle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), ma soprattutto dall’Arabia Saudita. Saleh è stato oggetto di forti pressioni, affinché si levasse di torno. Una decisione ha poi finito per prendere, lasciando il posto a Abdel Rabbo Monsour Hadi, nominato a capo del governo dopo una consultazione elettorale legittimata dai paesi arabi e dall’Occidente. Anche se Saleh, in realtà, non se ne è proprio andato, come altri, sospinto dai venti delle “Primavere arabe”. E’ ancora a Sana’a, nella sua grande residenza, dirige il suo partito e continua a controllare un buon numero di burocrati dell’apparato statale, e militari in postazioni di comando strategico.

La situazione del Medio Oriente rispetto al colera sta peggiorando e la falcidia è come al solito per le persone meno immunizzate, come i bambini e le donne, ma anche giovani e uomini con un sistema immunitario da spavento. Purtroppo si assiste da lontano alla violenza di una subdola malattia che progredisce proprio là dove manca un minimo di condizioni igieniche, perché non esiste la possibilità di vita più sana. E la campana suona sempre, sia per chiamarci ad un ennesimo aiuto, sia per avvisarci di quanto ancora si dovrebbe fare in quei paesi dove i governanti non pensano al bene comune, ma ai loro interessi, che sono i primi e più importanti fini da raggiungere e lasciano poi alla corruzione dei loro funzionari le modalità di governare la massa di gente che chiede il minimo per vivere e che spesso non ha nemmeno quello. Un grazie, come sempre ai veri volontari, che danno quello che possono e che spesso piangono per quello che non possono dare.

Questa malattia strisciante prodotta dalla mancanza di igiene sta compiendo i soliti disastri perché mancano i mezzi per combatterla, oppure perché la gente usa sostanze come l’acqua sporca (in mancanza di altro) per bere e far bere ai loro figli. Destino crudele che  potrebbe essere fermato in modo semplicissimo: la pulizia personale. Ma chi sta subendo guerre, assassini e distruzione ha altro da pensare, preoccupato com’è di salvarsi la vita e tutelare se stesso e i propri familiari… E allora le norme igieniche passano in terza linea. Anche la pioggia potrebbe fermare il colera, ma comandare alla meteorologia è un po’ difficile, specie in quelle situazioni.

6) Charlie, Corte europea dà ragione ai medici: “Possono staccare la spina al bimbo di 10 mesi”

La Corte dei diritti umani ha respinto il ricorso dei genitori di Charlie Gard, approvando invece la decisione delle autorità britanniche di staccare i macchinari che tengono in vita il bambino anche contro il volere del padre e della madre.

EUROPA 27 GIUGNO 2017 – 20:20 di Antonio Palma

Il piccolo Charlie Gard può morire. Con una sentenza che getta nello sconforto i genitori, la Corte europea dei diritti umani infatti ha dato il via libera alle decisioni prese dai tribunali britannici in base alle quali si possono sospendere le cure che finora hanno tenuto in vita il bimbo di dieci mesi. Respinto quindi il ricorso dei genitori del bambino che in questi mesi hanno tentato in tutti i modi di tenere in vita il figlio, intraprendendo una dura battaglia legale e sui media per il diritto alla vita del piccolo che ha scatenato un acceso dibattito i Gran Bretagna. Proprio nell’ambito di questa lotta i due, Connie Yates e Chris Gard, avevano deciso infine di ricorre al tribunale di Strasburgo ottenendo anche una sospensiva della decisione britannica nei giorni scorsi ma anche questa mossa si è rivelata inutile.

Nel ricorso i genitori del piccolo Charlie avevano sostenuto che l’ospedale inglese avesse bloccato l’accesso a un trattamento sperimentale per mantenere in vita il piccolo negli Stati Uniti, violando così il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento. Inoltre, avevano denunciato le decisioni dei tribunali britannici “come un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”. I giudici hanno respinto la loro tesi dando di fatto il via libera alla morte del piccolo.

“La Corte ha dato peso al fatto che esiste una legislazione – compatibile con la Convenzione europea dei diritti umani – che regola sia l’accesso ai trattamenti sperimentali che la sospensione dei trattamenti per tenere in vita qualcuno” si legge nel sentenza. Inoltre i giudici hanno rilevato che “le decisioni dei tribunali nazionali sono state meticolose e accurate e riesaminate in tre gradi di giudizio con ragionamenti chiari ed estesi che hanno corroborato sufficientemente le conclusioni a cui sono giunti i giudici“.

La tormentata storia di Charlie Gard infatti è da tempo al centro sia del dibattito pubblico sia dei tribunali in Gran Bretagna. Tutto è iniziato quando il piccolo, dopo otto settimane di vita, aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato nel più importante ospedale pediatrico inglese, gli era stata diagnosticata una rarissima malattia genetica, la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli fino ad impedirgli anche di respirare. Quando i medici del Great Hospital di Londra, constatando l’inesistenza di cure, hanno deciso di staccare le spine ai macchinari, i genitori si sono opposti e il caso è finito davanti i giudici.

Antonio Palma

(Continua su: http://www.fanpage.it/charlie-corte-europea-da-ragione-ai-medici-possono-staccare-la-spina-al-bimbo-di-10-mesi/ – http://www.fanpage.it/).

A questo povero Charlie, nato con una malformazione che la scienza non riesce a curare perché troppo impegnata in studi interstellari da paura e da un futuro per l’umanità tutto da capire, presto verranno staccati gli strumenti che provvedono ai più elementari suoi bisogni, cioè la ventilazione, l’idratazione e l’alimentazione. I medici inglesi hanno detto che soffre troppo, ma vorrei realmente sapere come fanno a capire se un bimbo di 10 mesi soffre o non soffre: quali segni di tale sofferenze abbia mostrato, oppure se il solito “ipse dixit” fa zittire coloro che ascoltano anche se dicono cavolate senza limiti. Anni fa medici coscienti avevano dimostrato che si potevano operare i bambini fino al sesto mese in utero perché il sistema neurologico del dolore non era ancora sviluppato. Certo il tutto va dimostrato e senza dubbio oltre all’ignoranza su come curare quella malattia che può loro dare fastidio perché risultano perdenti e perché é abilmente nascosta, c’è anche la spinta a non voler spendere troppo per un unico caso che costa troppo. Allora l’assassinio è perpetrato sotto falsi preconcetti evidenti come il sole: «stacchiamo quelle spine dispendiose e lasciamolo morire, tanto non è che un futuro esempio di come verranno trattati i malati che non rispondono alle cure.»

Come a Sparta il monte Taigeto insegna sempre a gettare giù i più deboli e che costano troppo, sebbene meno di favolose scoperte sull’universo che forse lasciano il tempo che trovano. È ben vero che queste ultime potrebbero essere utili e non solo da un punto di vista nozionistico, ma restano subordinate al dovere di seguire i governanti paranoici o chi influenza o sottomette i governanti. Durante l’ultima guerra circolavano voci secondo cui qualche nazione aveva prodotto incroci tra uomini e primati per ottenere delle schiavi subumani disponibili in ogni caso. Ma subito ci fu chi disse che era tutta una bufala: anche se poteva essere dimostrabile, restava top secret. Di tante cose che succedono la gran massa non deve sapere nulla: “panem et circenses”, anche se il pane è fatto con farine tutte da buttare via e i circenses servono a imbesuire la gente, anche solo per qualche ora, liberando le loro interne angosce.

7) Pili, ancora bombe partite da Sardegna. Deputato Unidos, “tutto fuorilegge segnalerò a Procura Tempio”

Politica – ANSA.it www.ansa.it › Politica – 30 giugno 2017

(ANSA) – OLBIA, 30 GIU – “Un carico di bombe proveniente dallo stabilimento Rwm di Domusnovas, nel Sulcis, è partito ieri notte dal porto industriale di Olbia a bordo di una nave Moby con destinazione Arabia Saudita. Le armi sono arrivate scortate da carabinieri e vigili del fuoco”. Lo denuncia il deputato Unidos Mauro Pili, che ha filmato e documentato tutto con una diretta su Facebook.

“Tre tir anonimi, ma con una scorta di camionette di carabinieri e vigili del fuoco a proteggere il carico esplosivo – racconta il parlamentare sardo – hanno attraversato tutta la Sardegna, dall’estremo sud, Domusnovas, sino all’estremo nord, il porto industriale di Olbia, per caricare su una nave cargo della Moby oltre mille bombe destinate all’Arabia Saudita”. “Il carico – spiega Pili – era composto da 1000 ordigni Mk83 e segue quelli dei giorni scorsi dal porto canale di Cagliari. Hanno agito con un fare furtivo – attacca il deputato – alla pari di chi consuma un reato grave.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/06/30/pili-ancora-bombe-partite-da-sardegna_c119cfdf-8884-499e-8f41-5ed3edfee3ce.html).

Brava, Italia, che lascia passare carichi di bombe destinati all’Arabia Saudita. Tir scortati da militari italiani: a chi sono destinate quelle bombe??

Questa notizia è sparita presto dal tam-tam dei media e naturalmente i nostri politici, che l’hanno sponsorizzata, la negano o dicono che non è vera, ma invece non è così. La nostra Italietta produce bombe o altri ordigni per le guerre, innalzando così il nostro PIL, escluse le mazzette rituali date ai vari componenti che fanno silenzio, ma non tanto, visti i tir seguiti da gazzelle non individualizzabili come tali, che hanno accompagnato per tutta la Sardegna quei tir.

Non facciamo un pochino schifo, dal presidente della cosiddetta repubblica in giù? Altro che discorsi del nulla, che del resto ci mostrano un bel nulla se non parentopoli ed altro. Ma almeno non diciamo fesserie sul comportamento umano, se produciamo ordigni per assassinare un’umanità vittima delle solite distruzioni. Niente, nessun commento! E questa è la doppia faccia dei politici, che si sforzano di dimostrare che i loro fatti che riguardano la loro persona e le loro famiglie sono importanti, mentre il resto è velato dalla loro faccia che tradisce sempre tornaconti personali con spargimento di bugie a raffica. Bravi, italiani, che contribuite alle future guerre, ovvero alla distruzione di altre popolazioni! Perché non avete altro da fare di più complicato per rendere l’umanità più consapevole e protetta da guerre future! Bravi, i nostri politici, che continueremo ad eleggere perché ogni tanto si va a votare: gente di cui non si conosce la ricerca del guadagno personale e parentopoli, da non deludere, che una volta eletti è un palese avvertimento delle leggi che inventeranno.

8) Migranti: in 650 sbarcano a Catania, anche 9 morti. Unhcr: “Tragedia sotto i nostri occhi”

Lo scorso weekend sulle coste italiane sono arrivate 12600 persone. “Una tragedia in atto sotto i nostri occhi”, ha detto lʼAlto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

1 luglio 2017 di Susanna Picone.

È arrivata questa mattina nel porto di Catania la nave militare svedese Bkv 002 che a bordo trasportava 650 migranti recuperati nel corso di diverse operazioni di soccorso nel mare della Libia. A bordo c’erano anche i corpi di nove persone – sette donne e due uomini – che non ce l’hanno fatta a sopravvivere alla traversata. Nella banchina del porto sono scattati i protocolli per l’accoglienza e sono state avviate anche le prime indagini da parte della squadra mobile della Questura per identificare eventuali scafisti. “Quello che sta accadendo in Italia sotto i nostri occhi è una tragedia. Durante lo scorso fine settimana, 12600 migranti e rifugiati sono arrivati sulle sue coste, e si stima che 2030 abbiano perso la vita nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Siamo solo all’inizio della stagione estiva, e senza un’azione collettiva rapida, possiamo solo aspettarci altre tragedie in mare”, ma questo “non può essere un problema solamente italiano”: è il commento arrivato nel frattempo da Filippo Grandi, alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“Priorità è salvare vite umane” – La priorità resta quella di salvare vite umane e, secondo Grandi, “le operazioni di ricerca e soccorso da parte di tutti coloro che sono coinvolti, anche le Ong, la Guardia costiera italiana, e le autorità governative, è fondamentale”. “L’Italia sta facendo la sua parte nel ricevere le persone soccorse e nel fornire asilo a coloro che hanno bisogno di protezione. Questi sforzi devono essere mantenuti e rafforzati. Ma questo non può essere un problema solamente italiano. Si tratta in primo luogo di una questione di rilevanza internazionale, che richiede un approccio regionale congiunto” e l’Europa, ha detto ancora l’Alto Commissario, “ha bisogno di essere pienamente coinvolta attraverso un sistema di distribuzione urgente, un maggiore impegno esterno e percorsi legali aggiuntivi per l’ammissione”. Viminale: 83360 sbarcati da inizio anno – Da gennaio al 30 giugno i migranti sbarcati in Italia sono stati, secondo i dati ufficiali aggiornati del ministero dell’Interno, 83360. Nello stesso periodo del 2016 erano stati 70222. C’è stato dunque un aumento percentuale del 18,71 percento. A questi andranno aggiunti i migranti giunti in Italia tra ieri e oggi. Infine, il numero dei minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia dall’inizio dell’anno è 9761.
Susanna Picone

(Continua su: http://www.fanpage.it/migranti-in-650-sbarcano-a-catania-anche-9-morti-unhcr-tragedia-sotto-i-nostri-occhi/ – http://www.fanpage.it/).

Il difendere i migranti è importante e prioritario, anche se i metodi messi in atto non sono poi tanto chiari nel tutelare sia i migranti che i cittadini che li accolgono, ma come sempre ai nostri politici questo non interessa. A loro basta la suddivisione per regioni dove devono essere accolti i profughi: poi il come saranno accolti e se scontenteranno i residenti non ha nessuna importanza.

Il tutto per mostrare alle altre nazioni che l’Italietta fa molto e bene per questi profughi che, chissà perché, in Italia non vogliono restare. Non è forse un segnale che c’è qualcosa che non va nel loro accoglimento. Poi istruire questa gente sui costumi ed usi italiani, questa è una cosa che va lasciata a quei volontari che si industriano non a guadagnare come hanno fatto e fanno diverse comunità da strapazzo, ma che cercano di istruirli come del resto fanno diverse nazioni, quali ad esempio la Germania ed altri stati nordici. E se tra qualcuna di queste comunità c’è la solita mela marcia, è scontato e bisogna sapere a chi si affida questo compito: non agli amici degli amici, perché devono guadagnare facendo finta di essere generosi e caritatevoli. Spesso si cade nel favorire chi può ricambiare quello che facciamo: gli italiani sono molto bravi in questo e lo dimostrano le quasi giornaliere retate di personaggi anche illustri come generali di tutte le armi, primari, magistrati indagati per corruzione o simili, ma questo (dicono i molti) è fare da furbi anche se le mele marce sono più di quelle sane.

L’importante sono le sfilate a suon di musica per dimostrare non so che cosa se non che siamo forti e presenti. Da Caporetto in avanti ciò è dimostrato molto bene: anche Cefalonia è un esempio come le foibe, il cui ricordo dopo cinquant’anni è stato forzatamente ricordato perché c’erano troppo persone che rumoreggiavano per quegli italiani sacrificati in nome di non so chi, ma credevano ancora nei valori di una patria che li ha traditi ed abbandonati al loro destino. Patria che oggi non esiste più perché non si può più parlare di un “onore” se chi ci governa non ce l’ha mai avuto né sa cosa è.