Carestia, allagamenti, gas sui civili: i vigliacchi sfidano i disastri meteorologici che imperversano./Famine, Floods, Gas Attacks on Civilians: The Cowards Challenge the Raging Weather Disasters.

Ci stanno incastrando ed appiattendo tutti a livello subumano: la pazzia umana non illumina ma distrugge.

Continuiamo ad assistere alla disumanità dei mostri non preistorici ma dell’epoca nostra: criminali e favoriti dalle potenze straniere anche loro criminali. Spero che ci si renda conto dell’umanità che va in rovina nonostante i convegni che fanno tutti i politici che arrivano a conclusioni da non dire, ma che spesso lasciano tutto come prima. In più i seguaci del male sotto ogni nome fanno disastri: torturano ed assassinano fisicamente e psicologicamente coloro che trovano sul proprio cammino. Ubriachi di Flakka, Captadon eccetera. I kamikaze hanno un’età più giovane, più bambina; ma i morti sono sempre tanti, troppi, e quel “vento divino” distrugge la razza umana e la mortifica sempre di più. Gli assassini sono in prevalenza i bambini. Non sono risparmiati nemmeno i civili che si spostano coi bus oltre confine, che molte volte non raggiungono, perché qualche pallottola vagante li ferma prima. L’uomo rettile sta aumentando sempre di più il suo potere ed i segnali sono sempre più evidenti in tutto il mondo; solamente qualche volta raggiungono qualche media che li pubblica, ma non basta pubblicare. Sono arrivate le videocamere negli asili nido (promesse dalla Camera dei Deputati tempo fa) e chi è preposto all’insegnamento fa ogni tanto un controllo (che va reso obbligatorio) del proprio stato mentale e psicologico e magari viene trasferito a fare il passacarte piuttosto che sfogare sui bambini i propri problemi irrisolti tra l’indifferenza dei vari direttori che sanno, ma fanno finta di non sapere(?)

1) Egitto, strage di cristiani in due chiese. Presidente Sisi dichiara stato di emergenza dopo attentati con 47 morti e 126 feriti secondo nuovo bilancio

www.ansa.it › Mondo 10 aprile 2017 – Redazione ANSA/IL CAIRO

Domenica delle Palme di sangue e di morte in Egitto. I kamikaze dell’Isis hanno fatto strage di cristiani copti in due chiese: a Tanta, a nord del Cairo, e ad Alessandria, lasciando sul terreno almeno 47 morti e 126 feriti. Un massacro che ha fatto ripiombare l’Egitto militarizzato di al Sisi nell’incubo terrorismo del Califfato nero a tre settimane dalla visita del Papa e in una giornata fortemente simbolica per tutto il mondo cristiano. Erano in duemila nella chiesa Mar Girgis di Tanta, sul delta del Nilo, a seguire le celebrazioni quando, in un attimo, si è scatenato l’inferno.

Il Cairo si è svegliata con visibili effetti dello Stato di emergenza decretato ieri sera dal presidente Abdel Fattah Al Sisi dopo le bombe. I pendolari stamattina hanno fare una lunga deviazione per aggirare il ponte “6 Ottobre” chiuso al traffico. A Zamalek, il già superprotetto l’isolotto sul Nilo, “centro del centro” della città, una trafficata via che passa davanti alla chiesa copta della Vergine Maria stamattina era chiusa. Anche altrove si notano misure di sicurezza rafforzate davanti a hotel, edifici pubblici e alla centralissima piazza Tahrir. Militari con passamontagna sono vicini all’ambasciata britannica, sempre molto protetta anche con sbarramenti in cemento ma raramente in maniera così appariscente. La Presidenza della repubblica ha annunciato un lutto nazionale di tre giorni, riferisce sempre Al Ahram.

Un’esplosione vicino all’altare ha squassato l’edificio e divelto i banchi. Al posto dei fedeli in preghiera, decine di corpi senza vita – 27 – sul pavimento bianco macchiato di sangue e, intorno, i lamenti dei feriti. In un primo momento si è pensato a una bomba azionata a distanza, ma dopo il ritrovamento dei resti dilaniati di un uomo si è fatta strada l’ipotesi di un kamikaze. Erano le 10 del mattino e mentre il bilancio delle vittime saliva e cominciavano ad arrivare le prime reazioni inorridite, la notizia di un secondo attacco: questa volta ad Alessandria, ‘capitale’ della chiesa copta, sul sagrato della chiesa di San Marco. Quando il terrorista si è trovato davanti gli addetti alla sicurezza è tornato indietro, si è avvicinato al metal detector e si è fatto esplodere nei pressi dell’entrata. Almeno 18 i morti e una quarantina i feriti. Il patriarca copto Tawadros II, capo di otto milioni di cristiani egiziani, aveva appena finito di celebrare la messa. Secondo alcune fonti, aveva lasciato la chiesa, secondo altre si trovava ancora all’interno. E’ lui – oltre al presidente al Sisi e al grande imam di al-Azhar, Ahmed al Tayyib – che papa Francesco incontrerà nella prossima visita in Egitto, il 28 e 29 aprile, nella prosecuzione di quel dialogo cominciato nel 1973 con il primo incontro, dopo 15 secoli, tra Paolo VI e l’allora patriarca Shenuda III. Ed è a lui che il pontefice si è rivolto durante l’Angelus, quando è stato informato del primo attentato.

E Israele ha chiuso con effetto immediato il valico di confine di Taba con l’Egitto per timore di possibili attacchi contro israeliani dopo gli attentati di ieri. Gli israeliani non potranno così passare la frontiera – che resterà chiusa fino alla fine della settimana di Pasqua ebraica – e sono stati invitati a rientrare immediatamente in patria qualora si trovassero nella penisola del Sinai.

“Al mio fratello papa Tawadros II e a tutta la nazione egiziana – ha detto Francesco – esprimo il mio profondo cordoglio, sono vicino ai familiari e alla comunità, il Signore converta i cuori delle persone che seminano terrore, violenza e morte, e anche il cuore di quelli che fanno e trafficano le armi”. Parole di pace attraverso il Mediterraneo seguite, a stretto giro, dalle parole di odio dell’Isis rimbalzate attraverso l’Amaq, l’agenzia dello Stato islamico, che ha rivendicato gli attacchi alle chiese. Un problema grosso per al Sisi, che vede ancora una volta rimessa in discussione dai fatti quella sicurezza che aveva ripetutamente garantito agli egiziani al prezzo, alto, di una militarizzazione del Paese.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/04/09/egitto-media-esplosione-vicino-chiesa-morti_bf1edfb1-cc51-4d28-9fb2-bd764f185b9d.html).

2) Siria, kamikaze si fa esplodere contro i bus degli sfollati: 100 morti. I morti sono gli abitanti di alcuni villaggi sciiti che dovevano essere trasferiti ad Aleppo. I feriti sono 128

World – Globalist – 15 aprile 2017

L’ennesima strage che colpisce i civili: è di oltre 100 morti e 128 feriti il bilancio di un attacco kamikaze sferrato ad al-Rashidin, località alla periferia occidentale di Aleppo in mano ai ribelli, contro il convoglio dei bus con a bordo le persone evacuate dai villaggi sciiti di Kefraya e al-Foua. Lo hanno riferito gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, un gruppo vicino all’opposizione con sede in Gran Bretagna.

Secondo gli attivisti, l’attacco è stato eseguito da un kamikaze che alla guida di un furgone che trasportava aiuti alimentari si è fatto esplodere nei pressi dei 75 bus che stazionano ad al-Rashidin in attesa di entrare ad Aleppo. A bordo di questi bus sono state evacuate 5mila persone dai villaggi sciiti di Kefraya e al-Foua, nel Rif di Idlib.

Lo scoppio ha colpito l’area di Rashideen, nelle campagne intorno ad Aleppo. Qui i bus, con a bordo cittadini sciiti, stazionavano in attesa di portare i passeggeri nelle zone controllate dal governo, dopo la riattivazione di un accordo stretto dallo stesso governo con i ribelli sotto la supervisione di Iran, Turchia e Qatar. I termini dell’accordo prevedevano appunto l’evacuazione dei cittadini dalle due città filogovernative verso la provincia di Aleppo, in cambio del permesso accordato ai ribelli e alle loro famiglie di lasciare le città di Madaya e Zabadani, a Nord di Damasco, per raggiungere Idlib.

Le evacuazioni erano iniziate venerdì, con 5mila sciiti partiti da Kafaraya e Foa e 2.300 ribelli in partenza con le loro famiglie da Madaya. I ribelli avrebbero però fermato il convoglio sciita a Rashideen per aggiungere nuove condizioni all’accordo originale. Anche il secondo convoglio, quello dei ribelli, sarebbe stato fermato a Ramouseh e si apprende che erano in corso comunicazioni per l’aggiornamento dell’intesa. Una fonte ha riferito a Xinhua che la richiesta dei ribelli era che i combattenti sciiti venissero evacuati da Kafaraya e Foa prima dei civili. Una condizione che sarebbe stata rifiutata per paura che gli stessi ribelli potessero attaccare le città dopo la partenza dei militari.

(http://www.globalist.it/world/articolo/214579/siria-kamikaze-si-fa-esplodere-contro-i-bus-degli-sfollati-39-morti.html)

3) Colombia, colate di fango a Mocoa: sale a 273 il bilancio delle vittime

Da Redazione –  4 Apr 2017

Mocoa (Colombia) – All’indomani delle colate di fango, il governo colombiano ha dichiarato lo stato d’emergenza economica nella città di Mocoa, nel Sud della Colombia, dove le colate di fango hanno provocato più di 270 morti, secondo l’ultimo bilancio. Tra le vittime, ha indicato il governo colombiano, ci sono 43 bambini.

“Abbiamo il bilancio delle persone che sono purtroppo morte”, ha dichiarato il presidente Juan Manuel Santos, che si è recato sul luogo del disastro, “L’ultimo è di 273 morti e 262 feriti”. In precedenza aveva indicato la presenza di almeno 43 bambini tra le vittime.

Tra le persone scomparse potrebbero esserci anche due italiani. Secondo le prime informazioni in possesso dalla croce rossa, ci sono quattro o cinque stranieri, tra i quali due italiani, due israeliani e un russo che si trovavano nella zona di Mocoa e che non hanno ancora dato loro notizie alle rispettive famiglie. In questi giorni non sono mancati gli interventi dei soccorsi della Croce rossa colombiana (Crc), Cesar Urueña.

Santos trascorrerà la notte in una vicina base militare e martedì continuerà a coordinare il lavoro dei servizi di soccorso. Il presidente ha detto che la ricostruzione inizierà, smentendo l’ipotesi di ulteriori colate di fango, ma ha avvertito che le piogge in Colombia proseguiranno fino a giugno.

(http://www.contattolab.it/colombia-colate-di-fango-a-mocoa-sale-a-273-il-bilancio-delle-vittime/).

E su chi è soffocato nell’orrore di non respirare e di vomitare, i numeri aumentano sempre di più e gli asteroidi si fanno sentire sempre più vicini vicini… Ma non sono quelli che conosciamo: sono altri che non si conoscono e, se si dice che è stato uno di loro a fermare i dinosauri, controlliamo bene questa terra che continua a ruotare su se stessa instancabilmente e non si accorge di colui che arriva non desiderato, perché destinato a deviare dalla sua traiettoria o anche deviato da Colui che è nauseato di come viviamo e facciamo vivere gli altri.

E se non uccidono i kamikaze, la natura non si tira indietro e colpisce senza badare ai singoli interessati, come la colata di fango in Colombia. E sono sempre i bambini che non possono reagire a cadere per primi e l’esercito del nulla aumenta, tra l’indifferenza di chi vede, sente, ma non gli interessa fino a quando il cataclisma non arriva a lui sotto qualsiasi forma improvvisa. Solo allora urlerà contro la natura che ha calpestato o strappato, ma sarà tardi per porre rimedio: nemmeno una lacrima la natura versa e ripaga. Di questo fatto della Colombia se ne è parlato molto poco, senz’altro organizzazioni internazionali o volontari sono accorsi là ad aiutare, ma poi tutto si è dimenticato ed i media ci mostrano i soliti deterrenti sicuri: mammelle di donne che “farebbe” impazzire il web e tutto viene dirottato verso la goduria visiva o verso il solito calcio con interviste minuziose che infuriano i vari fan.

4) Costringono bimbo a portare cartello con la scritta “sono sporco”, genitori condannati

Per i genitori torinesi il tribunale ha stabilito una pena di un anno e 8 mesi di reclusione. L’accusa aveva chiesto invece 4 anni parlando di comportamento vessatorio quotidiano da parte dei coniugi.

6 APRILE 2017 15: 52 di Antonio Palma

Un anno e 8 mesi di reclusione, è questa la pena detentiva stabilita oggi dal Tribunale di Torino nei confronti dei due genitori piemontesi accusati di maltrattamenti sul figlio adottivo dopo averlo costretto ad andare in giro con un cartello con la scritta “sono un bambino sporco”. Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Francesco Pelosi, quello del cartello però era solo la punta dell’iceberg di un comportamento vessatorio da parte della coppia nei confronti del piccolo che sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti quotidiani e abituali.

“Pensava di sfuggire all’inferno di un orfanotrofio in Ucraina e ha trovato in Italia un inferno ancora peggiore. I genitori adottivi avrebbero dovuto prendersi cura di lui, invece gli hanno fatto del male come mai nessuno in vita sua. Lo hanno distrutto” aveva dichiarato nel corso della requisitoria il pubblico ministero, aggiungendo: “Non si è trattato di un singolo episodio, di un singolo insulto, di una doccia fredda e delle mutande infilate in bocca per punirlo della pipì a letto. Ma di maltrattamenti continui”.

Per questo l’accusa aveva chiesto per entrambi una condanna a quattro anni di reclusione. Il giudice però, pur condannando i comportamenti della coppia, è stato di diverso avviso stabilendo una pena molto inferiore. Una sentenza che però ha scontentato anche la difesa dei due coniugi che puntava all’assoluzione piena e per questo ha annunciato già il ricorso in appello. “Una sentenza che non condividiamo e che impugneremo”, ha commentato infatti l’avvocato Anna Ronfani, aggiungendo: “Questa e’ una storia di un fallimento adottivo, non di violenze in famiglia. Leggerò le motivazioni, che saranno molto complesse”. Il piccolo, ormai 17enne, vive ora in una comunità a seguito di un provvedimento del Tribunale per i Minorenni di Torino.

(Continua su: http: //www.fanpage.it/costringono-bimbo-a-portare-cartello-con-la-scritta-sono-sporco-genitori-condannati/ – http: //www.fanpage.it/).

Questa ennesima violenza familiare è terribilmente vera e non è sola: ne esistono di peggiori, ma sono ancora nascoste. Come può un genitore che dovrebbe vedere nel figlio la continuazione della propria esistenza, non aiutare il figlio a gestire bene la sua vita e non aiutarlo a superare i suoi traumi che esistono già a qualsiasi età? Ma perché le cosiddette scuole non istruiscono i loro alunni a vivere la vita familiare e soprattutto a capire cosa vuol dire avere figli da crescere? L’Italia ha sempre di questi problemi e poi titoli sui giornali, processi, nuove e traumatiche separazioni anche per l a vittima coinvolta? Se in molti stati del nord si abituano ragazzi e giovani a rendersi conto che sposarsi o convivere non vuol dire avere rapporti sessuali che precedono già di molto la vita a due, perché le nostre scuole non si adeguano anche loro? Dobbiamo essere sempre gli ultimi a rendere la vita dei minori uno stress continuo e ingenerare paure ed insulti? Ma chi sono i genitori per arrogarsi tale diritto e poi mettere subito in mano a bambini di un anno o due giochi elettronici che non li educheranno, né li faranno crescere, perché in statura crescono già da soli?

5) “ABUSI SESSUALI SU MINORI AD HAITI”. UN RAPPORTO SEGRETO ACCUSA I CASCHI BLU DELL’ONU

La rivelazione dell’Associated Press: nessun arresto nonostante le prove schiaccianti – Pubblicato il 12/04/2017 – PORT-AU-PRINCE –

I Caschi blu dell’Onu finiscono nella bufera dopo la diffusione di un rapporto segreto delle Nazioni Unite secondo cui 134 peacekeeper dello Sri Lanka sono stati coinvolti in un giro di prostituzione minorile ad Haiti. A rivelarlo è un’indagine di Associated press, ma le dimensioni dello scandalo potrebbero essere molto maggiori.

Dall’inchiesta, infatti, è emerso che durante gli ultimi 12 anni sono state quasi 2.000 le accuse di abusi sessuali e sfruttamento da parte di peacekeeper e altro personale delle Nazioni Unite in tutto il mondo. E oltre 300 di questi casi vedono come protagonisti dei bambini. Nonostante questo, però, soltanto una piccola frazione dei presunti colpevoli sono finiti in carcere.

Per quanto concerne Haiti, per ora non è stato effettuato alcun arresto, nonostante le «prove schiaccianti». Il rapporto interno dell’Onu parla di abusi sessuali (nel periodo dal 2004 al 2007) da parte dei Caschi blu dello Sri Lanka ad Haiti su bimbi anche di 12 anni, e cita l’intervista a una ragazza – conosciuta come “V01”, ovvero “vittima numero uno” – che dai 12 ai 15 anni, quando il suo seno non era ancora sviluppato, ha detto di avere fatto sesso con circa 50 peacekeeper, incluso un «comandante» che le ha dato 75 centesimi.

Un’altra vittima, identificata come “V02”, che aveva 16 anni quando è stata intervistata, ha raccontato di aver avuto rapporti sessuali con un comandante dello Sri Lanka almeno tre volte, descrivendolo come un uomo in sovrappeso con i baffi che le mostrava spesso foto della moglie.

Nel mese di marzo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha annunciato nuove misure contro gli abusi sessuali e lo sfruttamento da parte dei caschi blu: «Dichiariamo con una sola voce che non tollereremo nessuno che commette abusi sessuali – ha detto – e non permetteremo a nessuno di coprire questi crimini con la bandiera delle Nazioni Unite».

La situazione tuttavia è complessa, poiché l’Onu non ha alcuna giurisdizione sui caschi blu, mentre l’eventuale punizione spetta ai Paesi che forniscono le truppe all’organizzazione internazionale. Secondo l’indagine Ap, delle 2.000 accuse totali a caschi blu e altro personale Onu tra il 2004 e il 2016, 150 provengono da Haiti. In generale, invece, oltre ai soldati dello Sri Lanka, sono stati accusati peacekeeper provenienti da Bangladesh, Brasile, Giordania, Pakistan e Uruguay.

(http://www.lastampa.it/2017/04/12/esteri/abusi-sessuali-su-minori-ad-haiti-un-rapporto-segreto-accusa-i-caschi-blu-dellonu-NaB5z1gCSUIFxbPWZ80OLN/pagina.html).

6) Il dramma dei bimbi usati come kamikaze, in 3 anni 117 nella zona del lago Ciad

ROMA – 12 aprile 2017

Secondo il rapporto dell’Unicef pubblicato oggi, ‘Silent Shame: Bringing out the voices of children caught in the Lake Chad crisis’, il numero di bambini utilizzati in attacchi suicidi nel conflitto del lago Ciad – che coinvolge Nigeria, Ciad, Niger e Camerun – è aumentato a 27 nei primi tre mesi del 2017, rispetto ai 9 casi nello stesso periodo dell’anno scorso.

Secondo il rapporto questo incremento rispecchia una pericolosa tattica dei ribelli. Finora, dal 2014, sono stati utilizzati 117 bambini per portare a termine attacchi con bombe in luoghi pubblici in Nigeria, Ciad, Niger e Camerun: 4 nel 2014, 56 nel 2015, 30 nel 2016 e 27 solo nei primi tre mesi del 2017.

Nella maggior parte di questi attacchi sono state utilizzate ragazze. Per questo, le ragazze, i ragazzi e anche i bambini vengono visti con maggiore timore presso i mercati e ai checkpoint, in quanto si sospetta che trasportino esplosivo.

“Nei primi tre mesi di quest’anno, il numero di bambini utilizzati in attacchi con bombe equivale quasi al numero complessivo dello scorso anno – questo è l’utilizzo peggiore possibile di bambini in un conflitto” ha dichiarato Marie-Pierre Poirier, Direttore regionale Unicef per l’Africa Centrale e Occidentale.

“Questi bambini sono vittime, non colpevoli. Costringerli o raggirarli per utilizzarli in questo modo è riprovevole”.

Il rapporto, lanciato tre anni dopo il rapimento di oltre 200 studentesse a Chibok, fornisce racconti preoccupanti di bambini cresciuti in cattività per mano di Boko Haram e su come questi bambini siano guardati con sospetto quando tornano nelle proprie comunità.

Nelle interviste, molti bambini che sono stati associati a Boko Haram hanno dichiarato di non parlare con nessuno della loro esperienza perché hanno paura sia di essere stigmatizzati, sia di possibili rappresaglie violente da parte delle loro comunità.

Molti di loro sono costretti a sopportare gli orrori subiti in silenzio e si allontanano da altri gruppi per paura di essere banditi o stigmatizzati.

Il rapporto, inoltre, sottolinea le sfide che le autorità locali devono affrontare con i bambini che sono stati fermati ai checkpoint e presi in custodia amministrativa per fare loro domande e controlli, facendo crescere la preoccupazione sui prolungati periodi di custodia.

Nel 2016, circa 1.500 bambini sono stati in custodia amministrativa in Nigeria, Ciad, Niger e Camerun. Il rilascio di oltre 200 bambini dalle autorità nigeriane, il 10 aprile, rappresenta un passo positivo per la protezione dei bambini colpiti dalla crisi in corso.

(Continua su: http://www.dire.it/12-04-2017/115502-dramma-dei-bimbi-usati-kamikaze-3-anni-117-nella-zona-del-lago-ciad/).

Questi ultimi tre articoli hanno un unico scopo: far sapere che non i nostri bambini, ma quelli degli altri subiscono ancora e violentemente la furia omicida che li ha assassinati o, come nel caso di quei genitori che hanno spaccato il futuro del proprio bambino, cresceranno ma senza una certezza circa il futuro. Infatti, i traumi infantili, checché ne dicano gli esperti sapienti, restano acquattati sul fondo del nostro subconscio e possono erompere dalla crosta dei ricordi e presentarsi con le stesse energie emozionali con cui si é subito il trauma infantile, di modo che la vittima può a propria volta diventare un carnefice diretto, senza averne in realtà colpa: il ricordo entra facilmente nella camera dei bottoni della mente/cervello per prendere i comandi del soggetto.

La giustizia italiana è stata buona? Chiamiamola così, ma in America una nonna che si travestiva da strega e violentava in ogni modo il nipote di sette anni è stata condannata giustamente all’ergastolo ed il suo amico a trent’anni di carcere: solo così si frenano i carnefici. Perdoniamoli, ma che paghino nella giusta misura le loro malefatte. Quindi la Giustizia Americana ha applicato una legge differente dalla nostra? Forse, ma più idonea alle vittime che rischiano di diventare carnefici in futuro e con il rispetto verso tutti i bambini innocenti che devono diventare adulti senza essere violenti in partenza.

Riprendendo la citazione dell’ultimo articolo:

7) L’Unicef chiede alle parti in conflitto di impegnarsi nelle seguenti azioni per proteggere i bambini nella regione:

– Porre fine alle gravi violazioni di Boko Haram contro i bambini, compreso il reclutamento e l’utilizzo di bambini in conflitti armati con attacchi suicidi;

– Trasferire i bambini da contesti militari a civili prima possibile. I bambini presi in custodia esclusivamente per il loro presunto o effettivo collegamento a gruppi armati dovrebbero essere immediatamente consegnati alle autorità civili per il loro reintegro e supporto. Questa procedura dovrebbe essere attuata in ognuno dei 4 paesi per i bambini che vengono ritrovati durante operazioni militari;

– Garantire cure e protezione ai bambini separati e non accompagnati. Tutti i bambini colpiti dalla crisi hanno bisogno di ricevere supporto psicosociale e spazi sicuri per riprendersi.

Nel 2016, l’Unicef ha raggiunto oltre 312.000 bambini fornendo sostengo psicosociale in Nigeria, Ciad, Camerun e Niger, e oltre 800 bambini sono stati riuniti alle loro famiglie.

L’Unicef sta lavorando con le comunità e le famiglie per combattere lo stigma verso i sopravvissuti a violenze sessuali e per costruire ambienti sicuri per le persone che erano state rapite. In una crisi in cui oltre 1,3 milioni di bambini sono stati sfollati, l’Unicef supporta anche le autorità locali per garantire acqua sicura e servizi sanitari salva vita; ridare accesso all’istruzione creando spazi temporanei per l’apprendimento e distribuire alimenti terapeutici per curare i bambini malnutriti. La risposta alla crisi è ancora ampiamente sotto finanziata.

L’anno scorso, l’appello dell’Unicef per il bacino del lago Ciad, di 154 milioni di dollari, è stato finanziato solo per il 40%.

(http://www.dire.it/12-04-2017/115502-dramma-dei-bimbi-usati-kamikaze-3-anni-117-nella-zona-del-lago-ciad/).

8) Libia, tragico naufragio nel Mediterraneo: 97 dispersi. “Probabilmente sono tutti morti”

La notizia è stata comunicata dalla Guardia Costiera libica, che ha tratto in salvo 23 superstiti. L’imbarcazione sarebbe partita dalla Libia con a bordo 120 persone. Attualmente risultano disperse 97 persone, tra cui 15 donne e 5 bambini.

13 APRILE 2017 17: 56 di Charlotte Matteini

Un gommone carico di migranti è naufragato nel Mediterraneo, a circa sei miglia al largo di Tripoli. A diffondere la notizia è la Guardia Costiera libica. Le motovedette hanno tratto in salvo 23 persone, di diverse nazionalità, ma sarebbero almeno 97 i dispersi, di cui almeno 15 donne e 5 bambini. Il generale Ayoub Kacem, portavoce della Marina libica, ha riferito a France Presse che il gommone sarebbe affondato nei pressi di Gargaresh, al largo del sobborgo occidentale della capitale libica. I dispersi sono probabilmente morti, riferisce sempre il generale della Marina libica: nessuno corpo è ancora stato ripescato a causa delle pessime condizioni meteo. Secondo quanto raccontato dai superstiti del naufragio, tutti uomini, l’imbarcazione sarebbe salpata con circa 120 persone a bordo. Raggiunta dalle motovedette libiche, i guardacoste hanno constatato la distruzione completa dello scafo. “È probabile che la base si sia spezzata e il gommone sia così affondato”, spiega il generale libico. I 23 sopravvissuti si sono salvati aggrappandosi a una sorta di pallone gonfiabile che era a bordo del gommone. I migranti sono stati soccorso nel porto di Tripoli e successivamente trasferiti nel centro di lotta all’immigrazione clandestina della capitale, riferisce un reporter di France Presse.

Dall’inizio dell’anno sono almeno 590 i migranti che hanno perso la vita in mare partendo dalle coste libiche, stando ai dati provvisori diffusi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati sono più di 24mila i migranti che nei primi tre mesi del 2017 sono approdati in Italia, seimila in più rispetto ai 18mila giunti sulle coste italiche nello stesso periodo dello scorso anno.

(Continua su: http://www.fanpage.it/libia-tragico-naufragio-nel-mediterraneo-97-dispersi-probabilmente-sono-tutti-morti/ – http://www.fanpage.it/).

9) Strage di Beslan, Russia condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani

Secondo i giudici di Strasburgo il blitz delle forze speciali russe contribuì a causare molte vittime: quel giorno persero la vita 334 persone, 186 erano bambini.

EUROPA RUSSIA 14 APRILE 2017  13:14 di Davide Falcioni

La Corte Europea dei diritti umani ha condannato la Russia per la strage nella scuola di Beslan in cui, 13 anni fa, persero la vita 334 persone, tra le quali 186 bambini. Secondo i giudici di Strasburgo le autorità russe non adottarono le misure più adeguate per evitare il massacro, e l’intervento degli uomini dei reparti speciali di Mosca “contribuì a causare vittime fra gli ostaggi”.

A sporgere denuncia contro il governo di Mosca erano stati molti sopravvissuti al massacro e familiari delle vittime: in totale 409 persone si sono rivolte alla Corte Europea dei Diritti Umani, in alcuni casi incoraggiati anni fa dalla giornalista Anna Politkovskaya, assassinata nell’ottobre del 2006 in circostanze mai chiarite proprio mentre portava a termine delle inchieste su Putin. Secondo Strasburgo, che ha riconosciuto alle vittime un risarcimento di 3 milioni di euro, da parte delle autorità russe ci furono “una serie di deficienze nella pianificazione e nel controllo dell’operazione di salvataggio” delle persone tenute prigioniere nella scuola. Tali inefficienze “in qualche misura hanno contribuito al tragico epilogo”. Secondo i giudici la Russia con l’intervento delle sue forze di sicurezza violò “i trattati sul rispetto del diritto alla vita”, che impongono la limitazione dell’uso della forza a quanto “assolutamente necessario”. Come se non bastasse, per Strasburgo il governo russo era a conoscenza del pericolo di attacchi da parte dei ribelli in luoghi pubblici, ma malgrado ciò non vi fu una preparazione adeguata. Non solo, anche il blitz delle forze speciali fu condotto con gravi negligenze.

La strage di Beslan

La Strage di Beslan fu compiuta il 1 settembre del 2004, primo giorno di lezioni nella Scuole Numero 1 della città russa, nell’Ossezia del Nord. L’istituto era pieno di bambini, genitori e insegnanti quando un gruppo di 32 miliziani islamisti e separatisti ceceni occupò la struttura prendendo in ostaggio oltre 1100 persone. L’assedio durò tre giorni e si concluse tragicamente dopo l’irruzione delle forze speciali russe, che adoperarono carri armati, lanciagranate e lanciafiamme: durante il blitz morirono 334 persone, fra cui 186 bambini.

(Continua su: http://www.fanpage.it/strage-di-beslan-russia-condannata-dalla-corte-europea-dei-diritti-umani/ – http://www.fanpage.it/).

Chi legge, legge giusto: altre mamme cecene hanno assaltato una scuola a Beslan ed i soldati russi intervenuti hanno lasciato sul pavimento della palestra 186 bambini morti. Il commento è di ognuno di noi, ma non lasciamoci distogliere dal fatto che 300 persone sono morte e 184 bambini non vedranno la maggior età: altre vittime innocenti che andavano a scuola il primo giorno per imparare, non hanno fatto a tempo se non a vivere quei giorni come vittime inermi crudelmente assassinate.

10) Siria, bomba su un convoglio di profughi: più di 100 i morti

La bomba ad al-Rashidin, località alla periferia occidentale di Aleppo in mano ai ribelli, ha interessato il convoglio degli autobus con a bordo i civili evacuati dai villaggi sciiti di Kefraya e al-Foua.

MEDIO ORIENTE 15 APRILE 2017  17:50 di D. F.

È salito a 120 il bilancio dei morti, oltre ad un gran numero di feriti, dell’attentato terroristico che la sera di sabato 15 aprile ha colpito una serie di autobus che trasportavano i profughi, in gran parte sciiti, in fuga dalla città siriana di Aleppo. I bus erano in attesa di entrare ad Aleppo nel quadro dell’accordo che prevedeva l’evacuazione di Kefraya e al-Foua, nel Rif di Idlib, in cambio di quella delle città di Zabadani e Madaya, nel Rif di Damasco, assediate dai combattenti di Hezbollah. Gli abitanti dei villaggi sciiti avrebbero dovuto raggiungere Aleppo, mentre quelli di Zabadani e Madaya sarebbero stati diretti nella provincia di Idlib, roccaforte dei ribelli.

Precedentemente fonti locali avevano reso noto che erano entrate in una fase di stallo le operazioni per l’evacuazione delle città di Zabadani e Madaya, nel Rif di Damasco, assediate dai miliziani di Hezbollah, in cambio di quella dei villaggi di Kefraya e al-Foua. I due convogli di bus, stando a quanto dichiara l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, risultavano bloccati alla periferia di Aleppo. L’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha confermato la notizia dell’attentato ad al-Rashidin, spiegando che un’esplosione è avvenuta nei pressi degli per sfuggire ad una probabile carneficinaautobus con a bordo gli abitanti di Kefraya e al-Foua, diretti ad Aleppo. Secondo il corrispondente locale, il bilancio provvisorio dell’attacco è di un morto e diversi feriti.

Intanto, già nelle prime ore di domenica mattina altri bus con a bordo migliaia di persone sgomberate dalle località siriane assediate sono ripartiti verso la loro destinazione finale, dopo ore di blocco e un attentato. Lo ha reso noto l’Osdh.

Anche Papa Francesco ha ricordato l’attentato ad Aleppo nel corso della benedizione Urbi et Orbi della domenica di Pasqua. “Quello di sabato è stato un attacco ignobile ai profughi in fuga”, ha dichiarato il Pontefice, pregando il Signore Risorto affinché “sostenga gli sforzi di quanti si adoperano attivamente per portare sollievo e conforto alla popolazione civile in Siria, l’amata e martoriata Siria, vittima di una guerra che non cessa di seminare orrore e morte”.

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11) Orrore ad Aleppo: anche 68 bambini morti tra le 126 vittime dell’autobomba sui civili

L’attentato è avvenuto a Rashideen, nell’area dei bus che trasportano i profughi che vogliono lasciare le città devastata dalla guerra civile. Il bilancio delle vittime sale di ora in ora.

MEDIO ORIENTE 16 APRILE 2017 15: 43 di Biagio Chiariello

Sta salendo in maniera drammatica il bilancio delle vittime dell’esplosione, probabilmente causata da un camion bomba, nelle vicinanze di Aleppo: l’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di almeno 126 morti, di cui 68 sarebbero bambini e 13 donne.

L’attacco è avvenuto a Rashideen, nell’area dei bus che negli ultimi giorni stanno trasportano i profughi che provano a lasciare le città del nordest del Paese Fua e Kafraya. I mezzi coinvolti nell’attentato facevano parte di un convoglio di 75 pullman sui quali viaggiavano 5 mila sfollati e attendevano di trasportare i passeggeri nelle zone controllate dal governo di Damasco, dopo la riattivazione dell’accordo delle “Quattro città” firmato da Damasco con i ribelli sotto la supervisione di Iran e Qatar che prevede l’evacuazione di Fua e Kefraya e di Madaya e Zabadani vicino alla capitale. I ribelli hanno accusato il governo di Bashar Al Assad di avere violato i termini dell’accordo evacuando insieme coi civili un numero di soldati lealisti superiore quello stabilito nelle condizioni pattuite. “Un camion stava distribuendo patatine”, ha raccontato uno dei testimoni a Zaman English News, “i bambini hanno cominciato a corrergli dietro, poi è esploso”. L’esplosione non è stata rivendicata, secondo i media pro-Damasco si tratterebbe di un attentatore suicida. Qualcuno ha puntato il dito contro Hay’at Tahrir al-Sham, nuova sigla di Al Qaeda in Siria.

“Il Signore Risorto guidi i passi di chi cerca la giustizia e la pace; e doni ai responsabili delle Nazioni il coraggio di evitare il dilagare dei conflitti e di fermare il traffico delle armi”. Così Papa Francesco nel messaggio Urbi et Orbi. “In modo particolare sostenga gli sforzi di quanti si adoperano attivamente per portare sollievo e conforto alla popolazione civile in Siria, l’amata e martoriata Siria, vittima di una guerra che non cessa di seminare orrore e morte. E’ di ieri l’ultimo ignobile attacco ai profughi in fuga che ha provocato numerosi morti e feriti”.

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Chiudiamo questo articolo con altre cifre di vittime civili: fuggivano dalla guerra come profughi coi loro figli, ma 64 bambini, invece di ricevere patatine che un camion distribuiva per fare più strage di inermi, hanno ricevuto esplosivo e ferro nel loro corpo che non ha retto allo sfacelo.

Nonostante gli accordi siglati, qualcuno ha pensato bene di fare di propria testa e la vita di altri 68 bambini è stata stroncata: altri innocenti sono rimasti vittime della macelleria umana e non vedranno il domani tanto desiderato con le patatine.

Si ringraziono ancora coloro che hanno un po’ di umanità e soccorrono tutte queste persone che vanno aiutate in tutti i sensi e che, anche nello sforzi di sottrarsi alle guerre, non prevedono cosa succederà loro durante il tremendo tragitto per fuggire con la famiglia che spesso è anche decimata.