Massacro dei già massacrati. I civili aspettano il loro turno per morire/The Slaughter after the Bloodshed. Civilians Wait for Their Turn to Due

Associazioni internazionali abbastanza credibili dicono che i morti da loro constatati sono 71 al giorno.

Siamo alle solite, sproloqui di parole senza un senso se non quello di non prendere provvedimenti sicuri per difendere i civili che aspettano il loro turno per morire, perché sanno che sarà così. Infatti, i continui raid aerei seguitano a sganciare delle bombe più potenti di quelle usate fin ad ora e il grosso esercito, pianto solo dai familiari, scompare sotto terra o resta sotto le macerie perché irraggiungibile.

La pazzia umana continua indisturbata: andiamo pure al cinema o seguiamo la TV che ci rimbambisce, ma al tempo stesso ci toglie la realtà della Siria che non è accanto a noi, ma è lontana. E allora ci diciamo: «Sì, va bene, succede, ma noi non possiamo fare nulla!». E allora ci pensiamo per un secondo e poi torniamo ai nostri affari. Nemmeno una preghierina a Dio, che è l’unico cui ci resta rivolgersi per quei disgraziati che da sei ani sono sotto assedio, sei anni che continuano a ricevere sulla loro testa centinaia di bombe… anche italiane, tanto per cambiare! E per non sentirci coinvolti in quello sfacelo, ricordiamoci che i bombardieri sono siriani, russi, americani ed altri che danno una mano a scaricare barili di cloro e bombe che arrivano anche nei sotterranei dove si rifugia chi può! Perché, se c’è un ferito, questo è destinato a morire in superficie, oltre ad essere frastornato dagli scoppi delle alte cariche, e anche a trovarsi senza cibo e aiuti minimi!

C’è poi il fatto, che si riferisce senza commenti, di maledizione a chi bombarda i civili per gusto di farlo e perché gli ospedali non esistono più e, se qualche medico è rimasto, potrebbe anche essere morto come chi si prepara a morire. Fa inorridire il fatto che le Nazioni Unite, simbolo della inattività più eclatante, si dicono “preoccupate”, poverine! Bisognerebbe forse mandar loro dei fazzolettini per asciugarsi il sudore ed eventuali lacrime: ignobili rappresentanti di un mondo che cerca solo il guadagno che può ricavare ad ammazzare tutti, un olocausto che dovrebbe far tremare tutti quelli che vendono armi e poi aiuti tanto per guadagnare di più.

Naturalmente ci sono sempre i soliti volontari seri che non fuggono e restano coi bambini, con le donne, con gli ammalati, i feriti e i disperati, perché sono umani e vogliono salvare l’uomo che soffre, che muore. Un grazie a tutte queste persone!

Siria, due bimbe morte avvolte nei sacchi degli aiuti umanitari: il simbolo del massacro di Ghouta

I genitori delle bimbe hanno voluto esprime così la loro frustrazione di fronte all’incapacità dell’Onu di fermare i bombardamenti sulla Ghouta orientale. Nelle ultime ore oltre quaranta civili sono stati uccisi, tra cui molte donne e bambini. Oggi un convoglio della Croce rossa è entrato nell’area con gli aiuti umanitari ma Assad ha dichiarato che i combattimenti continueranno.

Guerra in Siria – 5 marzo 2018 – 18:36, di Mirko Bellis

I corpi senza vita di due bambine avvolte con i sacchi dell’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). E’ terribile l’immagine che arriva da Douma, la città della Ghouta orientale da settimane sotto attacco dell’aviazione siriana. “Questa è la rovina dell’umanità. Il massacro continua e il mondo sta a guardare”, è il testo che accompagna la foto dei cadaveri delle due piccole. Gli abitanti del sobborgo a est della capitale hanno utilizzato i sacchi degli aiuti umanitari come sudari per esprimere la loro frustrazione verso le Nazioni Unite, considerate incapaci di fermare i bombardamenti. Solo nelle ultime 24 ore sono decine i bambini rimasti uccisi dai raid aerei e dell’artiglieria dell’esercito siriano nell’enclave ribelle a pochi chilometri da Damasco. Un bilancio drammatico che aumenta di ora in ora nonostante la tregua di 30 giorni stabilita dal Consiglio di sicurezza più di una settimana fa. Secondo quanto riferiscono fonti locali, sono oltre 40 i civili uccisi nella Ghouta orientale. Douma, la città più colpita dove si contano 31 morti, tra cui undici bambini e due donne.

Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito di Assad per riconquistare la roccaforte degli insorti a est della capitale, hanno perso la vita oltre 700 persone, tra cui 166 bambini e 98 donne. Un escalation di violenza che va ad aggiungersi alla drammatica situazione umanitaria dei circa 400.000 abitanti della Ghouta orientale da 6 anni sotto assedio. “Ogni giorno vengono lanciate migliaia di bombe, proiettili e barili bomba – afferma Aous Al Mubarak, un dentista – Ghouta è completamente paralizzata, le strade sono deserte e gli abitanti sono costretti a rifugiarsi nei sotterranei”. Ma anche il sottosuolo non è una garanzia di sopravvivenza. “I jet sganciano un tipo di bomba altamente esplosiva che non abbiamo mai visto prima – continua Al Mubarak – è in grado di abbattere un palazzo di sei piani. Decine di edifici sono caduti e i rifugi sotterranei sono crollati su donne e bambini, sono morti schiacciati dalle macerie”. “La prima volta che ho visto un rifugio – scrive Hussin Hasel, uno studente di medicina – mi è sembrato una tomba pronta per seppellirci tutti”. “La situazione nella Ghouta orientale è un inferno”, racconta Firas Abdullah, un giornalista locale. “I civili aspettano il loro turno per morire. Ogni giorno, sanno che qualcuno di loro verrà ucciso. Un olocausto che sta accadendo davanti agli occhi del mondo”.

Le Nazioni Unite hanno espresso la “profonda preoccupazione” per i continui combattimenti in Siria, in particolare per i bombardamenti ininterrotti della Ghouta orientale. “La punizione collettiva dei civili è semplicemente inaccettabile”, ha scritto Panos Moumtzis, il coordinatore umanitario Onu per la Siria. “Invece della tanto necessaria cessazione delle ostilità, continuiamo a vedere più combattimenti, più morti, inquietanti rapporti di privazioni e più ospedali bombardati. I civili devono essere protetti”, ha affermato Moumtzis.

Dopo giorni di attesa, oggi un convoglio della Croce rossa internazionale con gli aiuti umanitari è finalmente entrato nella Ghouta orientale. 46 camion con sacchi di farina, cibo e medicine per oltre 27.000 persone.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti. Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti.

Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

Sul fronte internazionale, Donald Trump e la premier britannica Theresa May hanno detto di considerare la Russia e la Siria i responsabili della “straziante sofferenza umana” nella Ghouta orientale. Anche il presidente francese Macron ha chiesto al suo omologo iraniano Rouhani di esercitare “la necessaria pressione” sul regime siriano per fermare gli attacchi “indiscriminati” ai civili.

Ma nonostante tutti gli appelli internazionali e, soprattutto, la tregua umanitaria decisa all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, le operazioni militari dell’esercito siriano sono continuate. I reparti d’assalto dell’unità d’élite Tigre stanno avanzando nella Ghouta orientale. Almeno il 25 per cento dell’intera area sarebbe ormai controllato dalle truppe di Assad e solo tre chilometri separano le forze lealiste da Douma. Da parte sua, il presidente siriano nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri ha dichiarato che l’esercito sta attaccando l’area a est della capitale “per difendere la popolazione dai terroristi”. Un’affermazione che fa supporre che la fine dei combattimenti sia ancora distante così come i massacri dei civili intrappolati nella Ghouta orientale.

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-due-bimbe-morte-avvolte-nei-sacchi-degli-aiuti-umanitari-il-simbolo-del-massacro-di-ghouta/http://www.fanpage.it/)

1.1) Attacchi chimici su Ghouta e Saraqeb in Siria, la Russia pone il veto

https://overthedoors.it › Zeppelin 12 feb 2018 – La settimana scorsa in Siria si sono registrati nuovi attacchi chimici con gas clorino: il primo a Douma, uno dei sobborghi assediati dal regime della Ghouta orientale, dove le truppe siriane e di Hezbollah, sostenute dall’aviazione russa, hanno intensificato l’assalto, causando oltre 200 vittime civili in quattro giorni. [N.d.A.: pagina consultata il 12.02.2018]

1.2) La Russia pone il veto all’ONU alla risoluzione USA per l’indagine sull’uso di armi chimiche in Siria

16 nov 2017 – La Russia ha votato oggi contro il progetto di risoluzione presentato dagli Stati Uniti all’ONU, che sosteneva la ripresa del mandato del meccanismo congiunto delle Nazioni Unite e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) per indagare sugli attacchi con armi chimiche in Siria.

(Continua su: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_pone_il_veto_allonu_alla_risoluzione_usa_per_lindagine_sulluso_di_armi_chimiche_in_siria/82_22179/).

1.3) Attacco chimico in Siria, il diario di Medici senza Frontiere: «Portate l’atropina, serve aiuto»

Minuto per minuto così le squadre della ong hanno soccorso i feriti dopo il raid di martedì. Il racconto del capo missione italiano

di Marta Serafini (06.04.2017)

«Sono in Siria da un anno e tre mesi. E un attacco di quest’entità io non l’ho mai visto». Massimiliano Rebaudengo, 43 anni, è capo missione di Medici Senza Frontiere in Siria. Parla al telefono. Racconta una giornata — martedì 4 aprile 2017 — in cui sono morte 75 persone a Khan Sheikhoun, nel nord della Siria. Nomi e date che chi ha visto non dimenticherà mai. «Un attacco chimico di cui va attribuita la responsabilità» per le Nazioni Unite. «Una strage di bambini» per politici e giornali. Ma nel racconto dei dottori non c’è spazio per la retorica del dolore o per il linguaggio diplomatico. In guerra a parlare per prime sono le cifre. Numeri che vanno a braccetto con i nomi dei gas usati per sterminare i civili: sarin, agenti neurotossici, cloro, ammoniaca. «Quando nei nostri ospedali arrivano dieci feriti parliamo di mass casualty (afflusso massiccio di vittime, ndr). Martedì è stato diverso. Solo il nostro staff medico ha visto 92 pazienti». Si parte da qui. Poi, Rebaudengo inizia la cronaca.

(Continua su: http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_06/attacco-chimico-diario-un-medico-c387cde0-1a3f-11e7-988d-d7c20f1197f1.shtml).

1.4) La Turchia bombarda i civili ad Afrin: ma Onu ed Europa tacciono

di REDAZIONE, mercoledì 14 marzo 2018

Il centro della città di Afrin è stato colpito questa sera da pesanti bombardamenti da parte degli invasori turchi e si hanno notizie di molte vittime civili. Lo denuncia alla tv curda Rudaw un funzionario dell’amministrazione di Rojava, Hediye Yusuf, affermando che la Turchia ”sta bombardando il centro di Afrin e ci sono morti e feriti tra i civili”. Fonti del partito curdo Pyd hanno spiegato che i civili rimasti feriti nei raid aerei e nel fuoco di artiglieria sono stati trasportati all’ospedale di Afrin. Non si conosce al momento il numero delle vittime. Rudaw sottolinea inoltre che gli ospedali risultano già sovraffollati di vittime civili causate dall’offensiva militare Ramoscello d’ulivo lanciata lo scorso 20 gennaio dalle Forze armate della Turchia. Secondo le Forze democratiche siriane (alleanza curdo-araba di cui fanno parte anche le Unità di mobilitazione popolare Ypg), la Turchia sta sferrando ”bombardamenti indiscriminati” e ”raid continui, senza sosta” sulla città di Afrin, costringendo la popolazione a scappare. Stranamente Nazioni Unite e Ue, così attente ai problemi della Siria quando c’è da gettare fango sul legittimo presidente Assad, ora tacciono. E questa è la vergogna più grande, che organizzazioni sovranzionali prendano parte per i terroristi golpisti.

(Continua su: http://www.secoloditalia.it/2018/03/la-turchia-bombarda-civili-ad-afrin-onu-ed-europa-tacciono/).

Perché si vieta di indagare se c’è stato un attacco chimico sui civili della Siria?

A che scopo voler nascondere la realtà e oscurare i morti assassinati che sapevano di cloro ed altro? Già, ma i morti sono morti ed il cloro ormai si è disperso fino ad un nuovo attacco! Troppe sono le testimonianze anche di organismi internazionali che dicono che ci sono stati attacchi chimici.

In compenso, se non ci sono bombardamenti chimici, quelli esplosivi non si arrestano ed i piloti di quegli aerei tornano alle loro famiglie contenti di aver fatto il loro dovere, non di aver assassinato e smembrato bambini e adulti solo perché presenti in un luogo dove non dovevano essere. Si chiede scusa, perché in Siria non si sa più dove è il posto dove non si doveva essere, visto che tutti, anche i bambini, prevedono la loro morte per una trascuratezza evidente di andare a cercare cibo o acqua o rimediare qualcosa da mangiare e bere anche se il tutto è pieno dei cosiddetti batteri o virus che li stremeranno sempre di più.

Se l’Europa e l’ONU tacciono è perché vogliono far sparire in fretta quelle notizie così inquietanti. Spesso si leggono sui “media” inteneriti avvisi del tipo «Questo programma potrebbe turbare la sensibilità delle persone»: non resta che aspettare qualche bomba sulle nostre teste che riduca l’umanità come vogliono appunto le autorità citate. Allora, chi resterà, si ricorderà quanto scrisse quel tale Verdi nel “Nabucco”: ormai quello che successe anni fa è musica che strappa qualche lacrima alla gente poco incline a vedere corpi di bambini smembrati in terra o bambini disperati che ci passano vicino… proprio così! Qualche immagine strappalacrime è pubblicata, ma quelle più terrificanti danno fastidio alla gente, che preferisce il mondo virtuale delle TV e divertirsi e non pensare a chi è sotto bombardamenti di tutte le nazioni citate e non. L’Italia non rientra in questa citazione perché fabbrica solo le bombe da mandare in quei paesi: Brava, Italia!

2) Gli effetti del gas cloro sugli abitanti della Ghouta orientale

2.1) Siria, massacro finale: civili gasati con il cloro, 30 intossicati nella Ghouta. Ieri 90 morti

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. Gli Usa non escludono l’azione militare contro Assad come risposta agli attacchi chimici.

GUERRA IN SIRIA 6 MARZO 2018  17:24 di Mirko Bellis

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. La denuncia arriva dai Caschi bianchi, l’organizzazione di volontari della protezione civile che opera nelle zone non controllate dal governo siriano. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. L’attacco con la sostanza chimica è avvenuto a Hammouriya, una delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. I medici locali hanno affermato che i pazienti presentavano problemi respiratori. In quella che ormai è una carneficina quotidiana – solo ieri sono stati uccisi più di 90 civili – si tratterebbe dell’ottavo attacco con armi chimici dall’inizio dell’anno.

“Il mondo civilizzato non deve tollerare il continuo uso di armi chimiche da parte del regime di Assad”, ha dichiarato Sarah Huckabee Sanders, la portavoce della Casa bianca. Secondo quanto riportato dal Washington Post, gli Usa sarebbero pronti a colpire di nuovo il regime siriano. Donald Trump, nel corso di una riunione con i vertici militari, avrebbe manifestato l’intenzione di sferrare un attacco in Siria come risposta all’uso di armi chimiche. Già nell’aprile dello scorso anno, il presidente statunitense ordinò di colpire la base dell’esercito siriano da cui era partiti gli attacchi con gas su Khan Shaykhun costati la vita a 80 persone. A frenare Trump, secondo le indiscrezioni raccolte dal Washington Post, sarebbe stato il segretario della Difesa, James Mattis, che si è detto contrario ad un’azione militare. L’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano è stato confermato anche dalla Commissione dell’Onu sui crimini di guerra in Siria. In un rapporto pubblicato oggi sono contenute le prove degli attacchi con sostanze chimiche contro i ribelli avvenuti a luglio e novembre dell’anno scorso nella Ghouta orientale.

L’intossicazione da gas cloro è avvenuta solo poche ore dopo che i convogli della Croce rossa internazionale e della Mezza luna rossa avevano abbandonato la Ghouta. Le organizzazioni internazionali non hanno potuto consegnare tutti gli aiuti umanitari: a causa dei bombardamenti, quattordici degli oltre 40 camion non sono stati scaricati.

L’Organizzazione mondiale della Sanità, inoltre, ha fatto sapere che le truppe lealiste hanno sequestrato circa il 70% delle forniture mediche. Kit di emergenza e materiale chirurgico indispensabili per curare migliaia di feriti che stanno letteralmente collassando le poche strutture mediche ancora operative.

“È con un cuore a pezzi che la nostra squadra lascia la Ghouta orientale. Le persone che abbiamo incontrato qui hanno passato cose inimmaginabili. Sembravano esausti. L’aiuto che abbiamo consegnato oggi non è sufficiente. Faremo tutto il possibile per tornare con più cibo, più rifornimenti”, ha scritto Pawel Krzysiek, il portavoce della Croce rossa internazionale.

I raid aerei non si sono fermati neanche oggi e si contano già 9 morti e decine di feriti. Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito siriano e dei suoi alleati per riconquistare la roccaforte ribelle a pochi chilometri da Damasco hanno perso la vita oltre 700 civili. Davanti agli occhi degli operatori della Croce rosse che ieri sono entrati nella Ghouta orientale si presentava uno scenario dantesco. “Si vede distruzione ovunque. Una sofferenza che va oltre l’immaginazione”.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede un cessate il fuoco in Siria di 30 giorni non è mai entrata in vigore. Il presidente russo Putin aveva proposto martedì scorso la creazione di corridori umanitari e una pausa dei combattimenti di cinque ore, dalle 9 alle 14, per permettere ai civili di abbandonare la zona. Oggi il portavoce del Cremlino ha confermato l’impegno della Russia di garantire un passaggio sicuro fuori dalla Ghouta orientale anche per i ribelli e le loro famiglie. In una dichiarazione, il ministero della Difesa russo ha detto che agli insorti verrebbe assicurato un corridoio sicuro e l’immunità per portare con sé anche le loro armi. Una riedizione di quello che accadde nel dicembre del 2016 dove, dopo la caduta di Aleppo, fu consentito ai miliziani anti Assad di ripiegare nella vicina Idlib.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-massacro-finale-civili-gasati-con-il-cloro-30-intossicati-nella-ghouta-ieri-90-morti/ – http://www.fanpage.it/).

Nessun commento anche se si conosce da dove proviene quel gas. Il dittatore od un suo sosia si è mostrato tra la folla, ma a fare cosa?

2.2) La notte più buia nella Ghouta: bombe, gas e napalm. Almeno 80 morti: foto e video da incubo

Nella Ghouta orientale è stata una notte da incubo: fonti mediche parlano di 88 morti, tra cui molti bambini. Decine gli intossicati da sostanze chimiche. Gli ospedali sono ormai al collasso e la Croce rossa ha sospeso la consegna degli aiuti prevista per oggi. Intanto le truppe di Assad avanzano per riconquistare l’enclave ribelle.

GUERRA IN SIRIA – 8 MARZO 2018,14:04 – di Mirko Bellis

“Non ci sono parole per descrivere quello che sta accadendo in questo momento nella Ghouta orientale. Famiglie intere che urlano e piangono mentre i jet russi bombardano senza sosta da questa mattina. Le ambulanze non possono uscire a soccorre i feriti perché le strade sono piene di macerie e voragini. E’ stata la notte peggiore di sempre”, scrive Firas Abdullah, un giornalista locale. “L’unica cosa che possiamo fare è gridare: Salvateci”. Nei raid della scorsa notte hanno perso la vita 88 civili: un bilancio destinato ad aumentare visto che molti feriti si trovano ancora sotto le macerie e non possono essere soccorsi.

“In quattro ore i nostri ospedali nella Ghouta hanno ricevuto feriti da bombe a grappolo, Napalm (ordigno incendiario, ndr) e intossicazione da gas cloro”, afferma un dottore della Syrian American Medical Society (Sams), un’Ong impegnata nell’assistenza medica in Siria. A Saqba e Hamouriya, due delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco, i sanitari riportano di decine di pazienti ricoverati con sintomi compatibili con quelli dell’esposizione a sostanze chimiche: respiro affannoso, sudorazione, congestione delle mucose ed eritemi agli occhi.

“Il personale sanitario nel pronto soccorso riesce a malapena a lavorare per l’odore di cloro che sta diventando sempre più forte”, la denuncia dei medici. Le immagini che arrivano dalla Ghouta sono eloquenti della notte da incubo appena trascorsa: bambini che respirano a fatica con addosso la maschera d’ossigeno, uomini e donne insanguinati che vengono curati per terra.

“Nessun luogo è sicuro, nemmeno gli ospedali e i rifugi sotterranei”, dichiarano i medici locali della Sams. “I civili se non vengono uccisi immediatamente, sono destinati a morire a causa della mancanza di cure mediche”. Solo pochi giorni fa, l’esercito siriano aveva impedito ai convogli umanitari di consegnare i kit salvavita. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha denunciato che il 70% delle forniture mediche sono state trattenute a Damasco. “Sono stati rimossi aiuti che potevano salvare la vita di molti bambini nella Ghouta orientale. Molti dottori si trovano costretti a riutilizzare le bende e gli aghi per diversi pazienti”, avverte Save the Children. Dall’inizio del 2018, secondo uno studio dell’Unicef, sono oltre mille i bambini rimaste uccisi o feriti in Siria.

Gli aiuti umanitari con cibo, medicine e altri generi di prima necessità sono entrati solo lunedì scorso. Ma a causa dei combattimenti non tutti i convogli hanno potuto scaricare tutto il materiale e la Croce rossa ha annunciato di aver sospeso la consegna prevista per oggi. “Il convoglio è rinviato poiché la situazione non ci consente di portare avanti l’operazione in queste condizioni”, ha dichiarato Ingy Sedky, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa. Come ricorda l’organizzazione umanitaria, l’arrivo degli aiuti dei giorni scorsi non è sufficiente a alleviare la sofferenza dei quasi 400.000 abitanti della Ghouta orientale, sotto assedio dal 2012. “Abbiamo molta paura. Mangiamo solo orzo e a me non piace molto”, confessa Taisir, un bambino di 11 anni. “Ogni volta che lo mangio non riesco ad ingoiarlo”. Come questo bimbo, decine di migliaia di altri piccoli sono allo stremo, costretti a vivere nei rifugi sotterranei per cercare di salvarsi dai bombardamenti. “E’ da quasi venti giorni che i bambini non vedono la luce del sole. Fino a quando il mondo starà in silenzio?”, protesta una donna.

Intanto, gli insorti hanno fatto sapere di aver respinto l’offerta russa che garantiva loro un salvacondotto per abbandonare la zona assieme alle famiglie e alle armi mentre l’esercito siriano continua la sua avanzata con l’obiettivo di dividere in due la roccaforte ribelle. Sul piano diplomatico, ieri si è tenuta una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per far rispettare la tregua di trenta giorni stabilita il 24 febbraio scorso. La risoluzione che prevede un cessate il fuoco di un mese esclude però la fine delle operazioni militari contro le formazioni considerate terroriste. Una clausola che di fatto consente ad Assad e i suoi alleati di continuare ad attaccare la Ghouta orientale, dove tra i 20.000 combattenti ribelli si trovano anche decine di jihadisti.

“I recenti tentativi di giustificare attacchi indiscriminati e brutali su migliaia di civili con la necessità di combattere poche centinaia di insorti – come nella Ghouta orientale – sono legalmente e moralmente insostenibili”, ha detto Zeid Ra’ad al-Hussein, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. “Inoltre, quando sei disposto ad uccidere così facilmente il tuo stesso popolo, anche mentire diventa facile. Le affermazioni del governo siriano – ha concluso il diplomatico – secondo cui sta prendendo tutte le misure per proteggere la popolazione civile sono francamente ridicole”.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/la-notte-piu-buia-nella-ghouta-bombe-gas-e-napalm-almeno-80-morti-foto-e-video-da-incubo/ – http://www.fanpage.it/).

Non ci sono parole per descrivere il mattatoio voluto dal dittatore criminale siriano sui suoi stessi cittadini: tutti i civili – bambini, donne, uomini, dottori, infermieri improvvisati – ospedali e rifugi sotterranei sono stati bersagliati da ogni tipo di bomba distruttiva, chimica, gas, naplam, e chi vuole può aggiungere quello che pensa; forse (ma non si sa) mancano le atomiche sporche.

Ed ogni giorno è così: bombardamenti cosiddetti “a tappeto” che non ricordano nemmeno i bombardamenti dell’ultima guerra effettuati dai cosiddetti liberatori. Sono molto, ma molto peggiori e dagli aerei non si vedono i danni provocati sulle persone di qualunque età. I morti parlano, mostrando le loro ferite: l’ultimo dolore inferto è ancora sul loro volto prima che iniziano a marcire poiché non si riescono nemmeno a seppellire a causa della continuità dei bombardamenti.

Nei loro commenti, le Nazioni Unite cercano di fermare a parole questo annientamento (shoah), ma coi fatti lasciano molto a desiderare: non c’è la voglia di fermare le potenze che si affiancano al dittatore poiché ci sarebbero ritorsioni e gli avvertimenti servono ormai solo a continuare la mattanza e a rimpinguare l’esercito degli innocenti che scompaiono oltre ogni possibilità di immaginazione.

La riunione delle Nazioni Unite del 24 febbraio 2018 ha presentato la Risoluzione 2401, che proponeva di far rispettare una tregua che non è esistita; e poi, a chi dicono di fermarsi a bombardare dal cielo o da terra? Fanno ridere con i loro comunicati. Chi bombarda continua a bombardare, chi spara continua a sparare ed i civili sono i bersagli da colpire (anche se non è detto). Le macerie aumentano di giorno in giorno e sotto di loro si odono lamenti che presto si spegneranno per ovvie e crudeli conseguenze.

Se si salva qualcuno è una festa presto ridimensionata dalle richieste urlate da altre persone e bambini che non possono essere soccorsi perché ai soccorritori è impedito l’accesso alle zone più colpite, anche solo per distribuire quanto hanno portato. È una tragedia di cui non si vede la fine se non con la morte di tutti quelli che rimangono in qualche modo in vita e che non si aspettano più nulla di buono: se possono urlano la loro rabbia e l’impossibilità di portare in salvo i loro familiari, future vittime dei liberatori o conquistatori che siano.

3) Siria, si arrende anche l’Onu: “Mille morti in 20 giorni, corpi in putrefazione negli edifici”

Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato con un convoglio nella Ghouta orientale e ha descritto la drammatica situazione umanitaria degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. Dal 18 febbraio sono oltre 1.000 i morti. Intanto i primi jihadisti hanno cominciato ad abbandonare la zona.

GUERRA IN SIRIA – 10 MARZO 2018,15:03 – di Mirko Bellis

“La Ghouta orientale è sull’orlo di un enorme disastro. La distruzione è ovunque, ci sono corpi senza vita abbandonati dentro gli edifici collassati. L’odore è nauseante. Quando siamo arrivati con gli aiuti, gli abitanti sono usciti dai loro rifugi sotterranei ed è difficile descrivere quello che ho visto. Ci sono bambini così pallidi ed emaciati che dimostrano la metà dei loro anni. Sono traumatizzati, vivono nella paura costante dei bombardamenti incessanti e non sanno cosa accadrà”. Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato lunedì a Douma, la principale città della Ghouta orientale, l’area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. La testimonianza di Malik rivela la disperata situazione degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. “Nelle area assediate non c’è cibo e i genitori vedono i loro figli soffrire per la fame. Nella mia vita non ho mai visto facce così spaventate – sottolinea Malik – puoi vedere la paura nei loro occhi, nelle loro espressioni. Sono alla ricerca disperata di qualcuno che li aiuti”.

Nella Ghouta orientale ieri è ripresa la consegna degli aiuti umanitari dopo la sospensione di lunedì dovuta ai bombardamenti. I convogli della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa con cibo e generi di prima necessità – hanno avvertito gli operatori umanitari – sono sufficienti a sfamare solo una minima parte dei circa 400.000 abitanti che si stima vivano nell’area a pochi chilometri dalla capitale siriana.

Nonostante la tregua di 30 giorni decisa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i bombardamenti sulla Ghouta non sono mai cessati. Ieri 9 persone sono morte a Mesraba, quasi tutti componenti di una stessa famiglia, mentre l’esercito siriano e le milizie alleate continuano ad avanzare e hanno già riconquistato quasi la metà della roccaforte ribelle. Dal 18 febbraio scorso, denuncia Medici senza frontiere, hanno perso la vita più di 1000 persone, una media di 71 morti al giorno.

Gli attacchi non hanno risparmiato neppure gli ospedali: l’Organizzazione mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto secondo cui, dall’inizio del 2018, sono state colpite 36 strutture sanitarie. Una situazione che ha aggravato ulteriormente la già difficile crisi umanitaria.

A causa dei bombardamenti costanti i feriti non vengono più soccorsi e rimangono sepolti sotto le macerie. “Stavo camminando con un medico vicino alla clinica della Mezzaluna rossa – prosegue il rappresentante dell’Unhcr – quando ho sentito un odore fortissimo provenire da un edificio distrutto. Il dottore mi ha detto che c’erano ancora dei corpi senza vita sotto le macerie. Sono rimasto per un po’ a guardare quel palazzo di cinque completamente crollato e ho chiesto quante persone fossero sepolte là dentro. Mi hanno risposto che c’erano tre morti, poi un signore che era lì accanto ha aggiunto ʽno, non ce ne sono tre, sono quattro’. La moglie, la figlia, il genero e il fratello erano stati uccisi e nessuno ancora aveva potuto recuperare i loro cadaveri”. Come conferma a Fanpage.it anche il dottor Hussin Hasel, un medico locale, “i bambini e le donne muoiono e restano abbandonati perché nessuno può tirarli fuori e dare loro sepoltura”.

Il presidente russo Putin aveva annunciato la creazione di corridori umanitari per permettere ai civili di abbandonare la Ghouta. Per Sajjad Malik, la risposta del perché finora in pochi abbiano deciso di lasciare l’area è una sola: la mancanza di sicurezza. “Le persone con le quali ho parlato mi hanno detto che temono di oltrepassare i checkpoint per raggiungere le aree controllate dal governo: ʽL’ultima cosa che vogliamo è trovare la morte dall’altra parte’. Stanno affrontando un’azione militare aggressiva. All’interno ci sono anche gruppi armati che resistono e combattono, e ci sono ribelli che si stanno scontrando tra loro. I civili sono intrappolati in questa situazione e non hanno nessun posto dove andare”. Secondo quanto informa l’agenzia di notizie statale Sana, una donna e i suoi tre figli sono morti mentre cercavano di attraversare un varco, uccisi dal fuoco degli insorti.

“L’implacabile sofferenza dei civili siriani evidenzia il vergognoso fallimento della volontà politica di trovare una soluzione, di fronte ad un nuovo tracollo nel lungo conflitto in Siria, che questo mese giunge al suo sconfortante settimo anniversario”, è stata la dura dichiarazione di Filippo Grandi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Questa guerra lunga sette anni ha lasciato dietro di sé una tragedia umana colossale. Per il bene di chi è ancora vivo, è giunto il momento di porre fine a questo conflitto devastante. Non ci sono vincitori chiari in questa insensata ricerca di una soluzione militare. Ma è chiaro chi ha perso: l’intero popolo siriano”, ha concluso Grandi.

Oggi 13 miliziani dell’organizzazione Hayat Tahrir al-Sham (Hts, affiliata ad Al Qaeda) sono partiti assieme ai familiari verso la provincia settentrionale di Idlib. I jihadisti erano prigionieri dell’Esercito dell’Islam (Jaish al-Islam), uno dei gruppi ribelli più potenti dentro la Ghouta, che pochi giorni fa si era impegnato con il segretario della Nazioni Unite ad espellere i combattenti islamisti. Un modo questo per chiedere che venga rispettato il cessate il fuoco deciso dal Consiglio di sicurezza, che esclude appunto Al Qaeda e l’Isis.

Mirko Bellis

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4) Nel sottosuolo della Ghouta orientale, tra chi si ripara dalle bombe c’è chi sorride ancora

Una notte interminabile passata sottoterra tra i pianti e le urla dei bambini impauriti dai bombardamenti. E’ il racconto delle ore di angoscia vissute da Bayan, una donna della Ghouta orientale. Dopo le proteste per la violazione della tregua decisa dall’Onu, Putin dà cinque ore per l’evacuazione dei civili dall’enclave ribelle.

27 FEBBRAIO 2018 10:41 di Mirko Bellis

“E’ la prima volta che scendo nel sotterraneo. Ho deciso di andarci dopo che stanotte un missile ha colpito la nostra casa. Abbiamo solo due minuti per percorrere i 150 metri che ci separano dal rifugio più vicino destinato alle donne e bambini. Non c’è il tempo di prendere niente: l’unica cosa che vogliamo è sopravvivere”. Bayan scrive da Douma, nella Ghouta orientale, sotto pesante attacco dell’esercito siriano. Il suo racconto è una testimonianza diretta della tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti della città, costretti a rintanarsi nel sottosuolo per scampare alle bombe. Sotterranei senza riscaldamento, dove scarseggiano anche l’acqua e il cibo.

“Non sono in grado di capire in quanti siamo nel rifugio. Mi siedo contro il muro e mi limito a guardare le facce spaventate delle persone attorno a me. All’improvviso crollo dal sonno (nelle ultime 72 ore non ho quasi mai dormito) però le esplbosione dei barili bomba mi svegliano subito”. “Cammino su e giù – continua il racconto di Bayan – cercando di familiarizzare con gli altri: donne e bambini la cui unica preoccupazione è uscire e trovare qualcosa da mangiare quando cesseranno i bombardamenti”. La Ghouta orientale è sotto assedio dal 2012: la mancanza di cibo e generi di prima necessità ha ridotto allo stremo i circa 400.000 abitanti di quest’area a est di Damasco controllata dalle milizie ribelli, tra cui anche formazioni jihadiste.

“Sono sottoterra da sei ore, inizio a sentirmi soffocare e decido di rischiare la morte. Saluto mia madre e vado a cercare del cibo. Quando torno al rifugio sono le sei di mattina; i bambini piangono e gridano. Le loro mamme non riescono a calmarli così li riunisco attorno a me e comincio a raccontargli alcune storie di avventure. I loro occhi si illuminano nell’oscurità e l’immaginazione li porta lontano da qui. I piccoli mi dicono che il loro desiderio più grande è di ritornare a scuola, così gli propongo che domani continueremo a studiare se adesso mi promettono di addormentarsi”. “Quando sono uscita dal rifugio non riconoscevo più la mia città. Era stato tutto bombardato ma nonostante la distruzione – conclude Bayan – c’era un sorriso sul volto di quelli che erano ancora vivi”.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite, dall’inizio del mese nella Ghouta orientale sono morte 366 persone. Una carneficina in cui hanno perso la vita decine di bambini. “Un inferno in terra” come l’ha definito l’Onu, in cui la sofferenza della popolazione “va oltre ogni immaginazione”. La tregua umanitaria di 30 giorni decisa sabato scorso dal Consiglio di sicurezza è durata poche ore e nella Ghouta orientale i combattimenti sono continuati provocando l’uccisione di 24 persone. Secondo quanto hanno affermato i medici di uno degli ospedali sopportati dalla Syrian American Medical Society (Sams), 16 persone, tra cui sei bambini, sono stati ricoverati domenica con sintomi compatibili con l’esposizione al gas cloro. I sanitari hanno riferito che i pazienti avevano le labbra blu, irritazione agli occhi e insufficienza respiratoria. Un bambino è deceduto mentre gli altri si trovano sotto osservazione e sottoposti a cure mediche.

Per il governo di Assad, gli abitanti della Ghouta orientale sono in ostaggio dei jihadisti. Intervistato dalla televisione inglese Channel 4, Fares Shehabi, presidente della Confindustria siriana e deputato di Aleppo, ha negato che i raid colpiscano in modo deliberato i civili e ha ricordato come i miliziani ribelli stiano bombardando ogni giorno con razzi e mortai la capitale. Anche l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar al-Jaafari, ha sottolineato il diritto di Damasco di colpire i gruppi terroristici, se dalla Ghouta orientale continueranno gli attacchi. L’agenzia statale di notizie Sana ha informato che negli ultimi giorni i razzi caduti sulla capitale siriana hanno provocato tre morti e 28 feriti, tra cui sei bambini.

La risoluzione che prevede un cessate il fuoco per consentire l’arrivo di aiuti umanitari e l’evacuazione dei civili è stata votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dall’accordo, raggiunto anche con il voto favorevole della Russia, sono stati escluse le azioni militari contro i gruppi jihadisti. Una clausola che consentirebbe ad Assad e ai suoi alleati di proseguire con i raid sulla Ghouta, come ha già avvertito l’Iran. Lunedì c’è stato un colloquio telefonico tra Vladimir Putin, il suo omologo francese Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. I leader di Francia e Germania hanno esortato la Russia ad esercitare “la massima pressione” sul governo siriano per garantire la sospensione dei raid. E ieri il presidente Putin ha annunciato che entrerà in vigore una tregua di cinque ore (dalle 9 alle 14) con la creazione di corridoi umanitari per permettere ai civili di lasciare la Ghouta orientale.

Mirko Bellis

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5) “A Raqqa l’infanzia non c’è più”, la tragedia dei bambini in fuga dall’Isis e dai bombardamenti

Mentre si intensifica la battaglia per la liberazione di Raqqa, emerge in tutta la sua crudezza il dramma dei bambini riusciti a scappare dalla città del nord della Siria. Un “inferno” dal quale è sempre più difficile fuggire.

ESTERIGUERRA IN SIRIAMEDIO ORIENTE – 28 AGOSTO 2017, 18:25 – di Mirko Bellis

“Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, è lo straziante racconto di Aoun, un abitante di Raqqa riuscito a fuggire dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, di soli 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”. Una vita di disperazione e privazione, come hanno raccontato a Save the Children i ragazzi scappati dalla città della Siria settentrionale. Secondo l’organizzazione umanitaria, nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa ci sono soltanto decapitazioni e bombe. E sono ancora migliaia i bambini intrappolati nell’autoproclamata “capitale” del sedicente Califfato islamico: tra i 9.000 e i 12.000 minori sopravvivono tra brutali violenze e bombardamenti.

I giovanissimi superstiti, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici sono stati trasformati dagli estremisti dell’Isis nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi.

[Foto dei bimbi di Raqqa: traumatizzati dalla guerra, senza cibo né acqua]

Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, tre quarti dei quartieri della città sono stati abbandonati. Metà delle persone che li abitano – il dato diffuso da Save the Children – è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dal sedicente Stato islamico, unito alla carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. Le ferite psicologiche causate ai più piccoli – ricorda l’organizzazione umanitaria – impiegheranno anni, se non decenni, a guarire. Le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto – simili a quelle patite dai bambini in fuga dall’Isis in Iraq – sono causa di stress che può avere un impatto permanente sulla salute mentale e fisica dei minori.

“Sfollati, disorientati e scioccati”, così definisce i bambini siriani Fran Equiza, il rappresentante dell’Unicef in Siria, dopo la sua missione nei campi per sfollati di Areesha, Ein Issa e Mabrouka. “Sono sopraffatto dalle esperienze profondamente traumatizzanti che questi bambini hanno vissuto”, racconta Equiza. “Hanno patito violenze brutali, perso amici e familiari”. Terrorizzati come Usama, un ragazzo di 14 anni, rimasto ferito durante un bombardamento aereo: “All’improvviso c’erano esplosioni intorno, come dei fuochi d’artificio. Poi sono svenuto”, ha ricordato. O come Rawan, una bambina di 11 anni che, dopo essere fuggita da Raqqa, ha detto: “Prima giocavamo spesso, ma dopo è arrivato il buio”. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito”, ha affermato Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Siria. “Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza – ha aggiunto Krush – a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.

[Video: Raqqa, un inferno per civili]

I combattimenti per strappare la città agli uomini del Califfato nero non stanno risparmiando nessuno e a pagare il prezzo più alto sono proprio gli abitanti di Raqqa. L’offensiva vede le truppe dell’Sdf (Syrian Femocratic Forces) – formate da curdi, arabi e cristiani assiri – avanzare giorno dopo giorno. Sostenute da Stati Uniti e altri alleati occidentali, hanno riconquistato il 60 per cento del territorio, tra cui quasi tutta la città vecchia. Da sud invece l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, sta chiudendo in una morsa i jihadisti dell’Isis. Per le migliaia di civili sottoposti al fuoco incrociato di tutte le parti coinvolte nella fase finale della battaglia, Raqqa è diventata un inferno. E’ in questi termini che Amnesty International denuncia la situazione al termine di un’indagine svolta sul campo e diffusa nei giorni scorsi. Civili uccisi dalle trappole esplosive e dai cecchini dell’Isis che prendono di mira chiunque cerchi di scappare. Oppure vittime dei costanti colpi d’artiglieria e bombardamenti della coalizione a guida Usa; attacchi incessanti e spesso imprecisi. A sua volta, l’esercito di Damasco sta bombardando i villaggi e i campi a sud del fiume Eufrate, impiegando anche le bombe a grappolo, vietate a livello internazionale.

“Via via che la battaglia per strappare Raqqa allo Stato islamico s’intensifica, migliaia di civili sono intrappolati in un labirinto di morte in cui sono sotto il tiro di tutte le parti in conflitto. Sapendo che lo Stato islamico usa i civili come scudi umani, le Forze democratiche siriane e la coalizione a guida Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere la popolazione civile, evitando soprattutto attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando corridoi sicuri di uscita dalla città”, ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International. “La situazione è destinata a peggiorare dato che i combattimenti si avvicinano al centro della città. Dev’essere fatto molto di più per proteggere le vite dei civili intrappolati nel conflitto e per facilitare la loro uscita dalle zone di conflitto”, ha aggiunto Rovera.

Tregua e corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare Raqqa

“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato in un comunicato Save the Children. E anche l’Onu ha rimarcato l’esigenza dei civili di abbondare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei. Potrebbero essere fino a 25.000 le persone intrappolate in cinque quartieri di Raqqa ancora sotto il controllo dei jihadisti e usati come scudi umani. Però per gli abitanti della città siriana la scelta è drammatica: perdere la vita a causa di una bomba restando nelle loro case oppure decidere la fuga sfidando le trappole mortali collocate dai jihadisti o il fuoco dei cecchini.

Mirko Bellis

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6) Ghouta, sei anni sotto i bombardamenti: non si seppelliscono più i cadaveri

A Douma, il principale centro urbano della Ghouta orientale, la situazione è catastrofica. Famiglie in fuga di fronte all’avanzata dell’esercito siriano si stanno riversando in città e sono costrette a rimanere in strada o nei giardini pubblici perché i rifugi sotterranei sono sovraffollati. Domenica almeno 42 persone hanno perso la vita. Gli Usa propongono una nuova risoluzione per far rispettare il cessate il fuoco e, in caso di fallimento, minacciano di colpire di nuovo la Siria.

GUERRA IN SIRIA – 13 MARZO 2018, 10:04 – di Mirko Bellis

 “La vita qui è come giocare alla roulette russa. Al mattino esco per cercare del cibo per la mia famiglia, potrei tornare o forse no. Se siamo fortunati, torno con qualcosa da mangiare e mi accolgono come se arrivassi dall’altro capo del mondo. Anche solo il tentativo di cercare un po’ di litri d’acqua può costarti la vita”. Ahmad Khanshour, vive a Duoma ed è una delle voci della Ghouta orientale, stremata da sei anni di assedio e bombardata senza sosta. Dal 18 febbraio, l’intera area a est di Damasco è sotto attacco dell’esercito siriano e dei suoi alleati: la Russia, le milizie iraniane e quelle libanesi di Hezbollah. Un’offensiva che in poche settimane ha già provocato oltre 1000 morti, tra cui centinaia di donne e bambini.

“È quasi notte e non c’è luce nella Ghouta Orientale – prosegue Ahamad – per due motivi. Il primo è che non c’è corrente e il secondo è che se avessimo anche solo una piccola luce alla finestra, un aereo la bombarderebbe”. “Si sentono gli aerei ed elicotteri da guerra sorvolare il cielo. A volte ci sono momenti tranquilli ma durano pochi minuti. Da settimane dormo solo per un’ora o due. Il rumore degli aerei è terribile e fa andare nel panico le donne e i bambini. E’ insopportabile, un incubo”, confessa questo padre di due bimbi di uno e tre anni.

L’avanzata delle truppe di Assad è stata inesorabile e più della metà della Ghouta orientale è caduta sotto il controllo governativo. La città di Mesraba è stata riconquistata e l’intera area si trova divisa in tre parti. Douma e Harasta sono completamente circondate. Proprio a Douma, il consiglio locale ha dichiarato che la situazione è “catastrofica”. “Più di 20 giorni di campagna crudele – si legge in una nota – hanno portato a un deterioramento della situazione umanitaria e alimentare fino ad un livello catastrofico”. Le sepolture dei morti nel cimitero della città sono state sospese a causa dell’intensità degli attacchi aerei. Migliaia di famiglie in fuga stanno arrivando in città e sono costrette a rimanere per strada o nei giardini pubblici perché gli scantinati e i rifugi sotterranei sono già sovraffollati.

Gli operatori umanitari delle Nazioni Unite, della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa sono entrati la settimana scorsa con i primi aiuti alla popolazione. Davanti a loro distruzione e miseria ovunque, intere famiglie costrette a vivere sottoterra per sfuggire alle bombe. Bimbi denutriti che da giorni non vedono la luce del sole. “Hamoud, 2 anni, pesa solo 7 kg e il suo pasto quotidiano è una tazza di latte mescolata con pezzi di pane. Sua madre ci ha detto che tutta la famiglia mangia un pasto al giorno”, ha scritto Jakob Kern, il direttore del Programma alimentare mondiale (Wfp) in Siria, denunciando l’insufficienza degli aiuti umanitari che finora sono entrati nella Ghouta.

I bombardamenti per strappare l’enclave controllata dai ribelli continuano senza sosta: domenica sono stati 42 i morti e anche ieri i combattimenti hanno provocato diverse vittime. Fonti russe hanno affermato che decine di civili sono riusciti a fuggire dalla Ghouta orientale attraverso i corridoi umanitari previsti dal presidente russo Putin. Secondo alcune testimonianze locali, invece, sono pochi gli abitanti che starebbero lasciando le loro case. “Le persone ad Harasta hanno pochissime opzioni. Possono rimanere e morire sotto gli attacchi aerei o possono consegnarsi alle forze governative e affrontare arresti di massa, torture e uccisioni”, ha affermato Zaher Hassoun, un attivista locale.

“Per il bene del popolo siriano e dell’integrità del Consiglio di Sicurezza, dobbiamo rispondere e agire. Il cessate il fuoco è fallito. La situazione dei civili nella Ghouta orientale è terribile e gli Stati Uniti stanno agendo. Abbiamo redatto una nuova risoluzione per il cessate il fuoco che non offre spazio a nessuna scusa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite. Nel suo duro intervento al Consiglio di sicurezza, Nikki Haley ha avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a colpire di nuovo la Siria nel caso in cui la comunità internazionale non fosse in grado di fermare il massacro di civili.

“Se è ingiusto uccidere una persona – conclude Ahamad – qui ne muoiono 100 ogni giorno. Provo vergogna nel vedere come il mondo interno assiste senza intervenire alla distruzione della Ghouta orientale. Le persone sono state affamate e assediate per sei anni e ora vengono bombardate senza sosta. Provo vergogna perché se noi moriamo, allora l’intera umanità morirà con noi”.

Mirko Bellis

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Purtroppo l’intera umanità non muore a Ghouta, come giustamente segnala l’articolista, perché c’è un’umanità cui interessano poco i morti di Ghouta ed altre zone siriane, rohingya o sudafricane: ciascuno è veramente responsabile del poco o tanto che riesce a fare per queste popolazioni macellate dagli aerei di diverse nazioni coi barili esplosivi e non solo, con le bomba al naplam o altri congegni che fanno molti morti.

Gli ospedali sono stati bombardati anche loro e i medici che restano a condividere il destino con le vittime fanno quello che possono in strada, usando i materiali che hanno sottomano per fermare emorragie, pulire ed estrarre le schegge dalla faccia e dal corpo. Si è visto Assad tra la folla (sosia???? Così dice qualcuno) per la riconquista di territori con l’assassinio degli stessi siriani che non sono riusciti a fuggire in qualche altro paese vicino. Chi resta non sa cosa lo aspetta dai “vincitori”, che non saranno certo molto morbidi con chi non è riuscito a fuggire.

Oltre a fare i conti con fame, sete e altre necessità del corpo, non hanno quasi nulla e gli aiuti non sono lasciati entrare in soccorso alla popolazione che li aspetta.

Paesaggio veramente da leggenda, ma sulla pelle degli altri: in occidente ci sono altri problemi, problemi che, se non esistono, sono inventati per farci credere che ci siano.

Si resta ad aspettare che inventino qualche altra guerra per vendere le armi che ci sono nei magazzini e si accumulano troppo.

Quale bandiera sventola? Non lo sappiamo, ma quella della “pace”non c’è: magari una sua sosia!!!

7) Narcotizza gli alunni per andare a farsi una lampada: condannata maestra d’asilo

January Neatherlin, 32 anni, era maestra e titolare di un asilo nido in cui ospitava bambini dai sei mesi ai quattro anni. Era solita sedarli con della melatonina per farli dormire mentre lei poteva andare ad abbronzarsi e a fare sport. È stata condannata a 21 anni e 4 mesi di carcere.

12 MARZO 2018 18:15 di I. A.

Narcotizzava i suoi piccoli allievi, di età compresa tra i sei mesi e i quattro anni, per andare a farsi lampade abbronzanti e per fare sport. Per questo January Neatherlin, 32enne maestra e titolare dell’asilo nido “Little Giggles” a Bend, nell’Oregon, è stata condannata alla fine della scorsa settimana a 21 anni e quattro mesi di carcere. Nella struttura, che per altro era illegale in quanto priva delle autorizzazioni necessarie, avvenivano abusi quotidiani che sono venuti a galla soltanto all’inizio del mese di marzo dello scorso anno, quando un suo ex fidanzato e un suo ex coinquilino hanno fatto una soffiata alla polizia. Gli agenti hanno così tenuto sotto controllo per alcuni giorni l’istituto fino a quando, dopo aver aspettato che la donna uscisse, sono entrati nella struttura e hanno trovato sette bambini completamente soli e sedati. La donna aveva dato loro della melatonina e aveva avvertito i genitori di non venirli a prendere tra le 11 e le 14 perché quella era la fascia oraria del pisolino.

Arrestata, January ha confermato tutte le accuse: “Tutti commettono errori – ha detto la maestra degli orrori in tribunale prima che venisse emesse la sentenza -, ma non tutti se ne assumono la responsabilità. So di aver fallito e di aver deluso tutti. Detto ciò, spero che la corte e i genitori accettino le mie scuse. Ho fatto uno sbaglio che ha cambiato per sempre la mia vita e l’ha anche conclusa”. Il problema è stato soprattutto il fatto che non si è trattato di un caso isolato, ma di una vera e propria abitudine che andava avanti da anni nei confronti dei bambini e dei loro genitori. Alcuni dei suoi alunni hanno infatti anche riportato dei danni fisici: dopo l’arresto sono venuti alla luce diversi casi, come quello di una bimba che ha riportato una lesione cerebrale compatibile con la sindrome del bambino scosso, o quelli di altri bambini che per lungo tempo hanno avuto problemi gravi di insonnia dovuti alla melatonina che January somministrava loro.

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Certo che in Usa non scherzano con le condanne e non sono fake: lo si vede pure con le condanne a morte eseguite, poche ora, ma ci sono ancora, mentre qui in Italia sembrerebbe che sono più miti e più selettive .Per cui come nel caso sotto, i genitori, che vogliono difendere i loro figli anche da torti passati ma vivi nei bambini fanno giustizia da sé, nonostante la maestra ricorra all’avvocato senza vergognarsi e chieda perdono di quanto ha fatto. Staremo a vedere cosa succede in seguito, nella speranza che emerga la verità vera e non quella addomesticata.

8) Taranto, maestra fu arrestata per maltrattamenti: genitori la picchiano mentre fa acquisti

La maestra era stata arrestata nel novembre dello scorso anno. Stamane è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori. Secondo il suo avvocato, era stata già minacciata in passato dalle stesse persone.

15 MARZO 2018 19:33 di Susanna Picone

Una insegnante di scuola dell’infanzia di cinquanta anni, in servizio presso una scuola materna di Taranto, questa mattina è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori mentre faceva acquisti in un negozio del centro. La stessa maestra il 23 novembre dello scorso anno era stata arrestata dalla polizia perché accusata di maltrattamenti nei confronti di alcuni bambini di tre anni circa. Dopo l’aggressione l’insegnante si è recata al pronto soccorso dell’ospedale per farsi medicare e ha poi presentato denuncia prima al posto fisso di Polizia e successivamente al comando provinciale dei carabinieri. Ha commentato quanto accaduto l’avvocato Egidio Albanese, difensore della donna, che ha affermato che già quando si trovava ai domiciliari l’insegnante aveva subito minacce dalle stesse persone, che poi aveva denunciato.

L’arresto della maestra nel novembre del 2017 – L’insegnante fu “incastrata” dalle immagini registrate dalle videocamere nascoste all’interno della scuola: immagini e audio che secondo gli investigatori hanno consentito di accertare ripetute condotte violente tenute dalla maestra. Per una quarantina di giorni gli investigatori hanno osservato come si comportava la donna con i bambini. Le telecamere hanno catturato spinte, schiaffi, maltrattamenti e urla in classe. Nella classe della cinquantenne i bambini venivano insomma sottoposti, secondo quanto emerso nel corso delle indagini, a violenze fisiche e psichiche. Gli investigatori parlarono di “incapacità nel gestire i piccoli alunni durante l’orario scolastico, nonché assenza totale di metodo educativo, mancanze cui la stessa ha tentato di sopperire con aggressività e violenza, sia fisica sia psicologica”. Gli agenti della squadra mobile arrestarono la donna in flagranza dopo l’ennesimo gesto di violenza ripreso dalle telecamere.

Susanna Picone

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Quei genitori probabilmente erano impensieriti e avviliti che una cosiddetta maestra facesse quelle scenate ai figli compromettendo il loro futuro, e non a un bimbo, ma a decine di bimbi (con conseguenze non valutabili) e probabilmente, non vedendo ancora un giudizio all’altezza del crimine, hanno pensato di far loro giustizia.

Non si conosce ancora la pena inflitta alla maestra, ma se pensiamo all’articolo precedentemente citato, che parla di una maestra dell’Oregon (USA) che addormentava i bambini per fare sport ed altro, e che è stata condannata a 21 anni e 4 mesi, non si sa qui in Italia cosa aspettarsi. Per ora è ai domiciliari e non in carcere, ma l’America è dall’altra parte dell’oceano: qui si deve ancora fare il processo…

9) I piloti si rifiutano di rimpatriare i migranti espulsi: 222 casi in Germania

Sono oltre duecento gli episodi in sei mesi, il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo.

EUROPA 6 DICEMBRE 2017 10:09 di A. P.

“Non possiamo riportarli indietro perché nel loro Paese rischierebbero la vita e noi non mettiamo mai in pericolo la vita dei nostri passeggeri”, con queste motivazioni centinaia di piloti di aereo tedeschi, nel corso dei mesi passati, si sono rifiutati di rimpatriare i migranti espulsi dalla Germania. Una decisione che ovviamente è individuale ma che da alcuni tempi sta assumendo proporzioni sempre più ampie. Come racconta il Corriere della Sera, infatti, in appena sei mesi, tra gennaio e giugno di quest’anno, è successo per ben 222 volte tanto da fare scattare nel Paese anche una interrogazione parlamentare.

Le compagnie aeree coinvolte ovviamente sono in maggioranza quelle tedesche, la Lufthansa in testa seguita a ruota dalle due compagnie Eurowings e Germanwings, ma non mancano episodi di piloti di altri vettori. Il gruppo di piloti più agguerriti in questo senso sembrano quelli stanziati all’aeroporto di Francoforte, poi Düsseldorf e Amburgo. Ovviamente nessun pilota può opporsi per motivi giuridici a un’espulsione decisa dal giudice ma il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo. “Le autorità ci avvertono quando c’è un passeggero con foglio di via, la polizia lo accompagna fino all’imbarco ma non viaggia con lui. È il pilota che decide” spiegano dalla Lufthansa.

La maggior parte dei casi riguarda persone provenienti da Paesi a rischio anche se non ufficialmente in guerra, come l’Afghanistan. “Anche se lo stesso governo di Berlino sconsiglia a tutti gli operatori tedeschi di volare su Kabul per il pericolo di attacchi con razzi e artiglieria di terra all’aeroporto, nello stesso periodo ha rimpatriato già 132 afghani” denunciano da Amnesty International, una delle associazioni che si battono contro le espulsioni e spesso dietro le decisioni dei piloti.

I.P.

(Continua su: https://www.fanpage.it/germania-i-piloti-che-si-rifiutano-di-rimpatriare-i-migranti-espulsi-rischiano-la-vita/http://www.fanpage.it/ )

Aumentano i casi di assassini di bambini all’interno delle famiglie, che non compaiono su tutti i media, ma che alcune testate non fake pubblicano sciorinando un lungo elenco di genitori assassini.

Ricordiamo come molte associazioni di veri volontari sono da citare e ringraziare sempre per le loro silenziose prestazioni, che sono apprezzate da chi le riceve a da noi che non possiamo citarle tutte.

Ringraziamo quei piloti che si sono rifiutati di riportare i migranti, arrivati in Germania, a Kabul o altrove: grazie dell’umanità dimostrata che il vostro paese accetterà “obtorto collo”; grazie ancora a nome anche di tutti i migranti che speriamo leggano del vostro gesto e sappiano che ci sono sconosciuti che sono dalla loro parte alla grande.

Grazie ancora, anche se non vi daranno la medaglia tanto ambita dai “politicanti” e simili.

Non c’è che da rivolgersi come sempre a Chi ci ha creato pregando per la promessa di un tempo migliore.

Non diminuisce la violenza sulle vittime e gli attentati (da parte dei cosiddetti Shahīd) continuano/There Is No Decrease in Violence Against Victims and Attacks (by the So-Called Shahīd) Continue

 

Le notizie che sono riportate in questo blog vorrebbero essere promettenti circa un cambiamento in meglio dell’umanità, un cambiamento indirizzato a un’uguaglianza e magnanimità che non si distinguono ancora bene nel complesso giornaliero dei resoconti veri, fasulli o mistificati che arrivano.

Le informazioni restano poco tempo in rete e poi sprofondano negli archivi per far posto ad altre notizie non troppo confortanti: infatti ciò che “fa notizia” è lo scoop, anche se si tratta di morti assassinati di cui si conosce superficialmente il numero, ma che inchiodano sempre più il concetto che le varie “giornate di chissachè” si susseguono a ritmo incalzante: queste suscitano cortei e scontri con le forze del cosiddetto ordine, relazioni e conferenze dove si lamentano ritorni al passato di corporazioni che appartengono alla storia di ieri, e non quella di oggi; quella di oggi può nascondersi sotto false identità, contro cui è tuttavia bene indirizzare le folle per nascondere i crimini di chi manifesta e si pavoneggia con bandiere, medaglie più o meno attendibili, con cui si vorrebbe mostrare quell’efficienza che le varie guerre e mandati parlamentari non hanno mai mostrato specie nei vertici più alti.

La gran massa dei missing, dei non identificati, ma non dimenticati dalle famiglie distrutte sono coloro che hanno dato più spesso il meglio di sé e sono ricordati da qualche lapide locale che il tempo può logorare e far passare oltre. Le giovani leve talvolta ignorano questo sanguinoso retaggio, perché a scuola non glielo insegnano, anche se vorrebbero; tuttavia i libri scolastici o digitali parlano di altro ed allora il congiuntivo diventa sempre più spesso condizionale e tutti si adattano, alla faccia della lingua italiana infarcita di vocaboli non più italiani, ma raffazzonati ed imposti come cultura che progredisce.

1) L’Onu vota la tregua in Siria: subito aiuti umanitari, tensioni con la Russia (Giornale di Sicilia) – 25 Febbraio 2018

BEIRUT. Dopo quasi tre giorni di trattative serrate, e mentre continuano i bombardamenti, è arrivata la fumata bianca all’Onu su una risoluzione che prevede una tregua in tutta la Siria, compresa l’enclave ribelle della Ghuta orientale, alle porte di Damasco. Il documento, che prevede una cessazione delle ostilità di «almeno 30 giorni», è passato all’unanimità.

Una tregua che però è stata subito violata. Nuovi raid aerei del regime siriano infatti si sono registrati oggi sulla Ghuta nonostante la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu: lo ha reso noto l’Osservatorio siriano per i diritti umani, citato dai media internazionali.

Secondo la risoluzione, il cessate il fuoco dovrebbe cominciare «senza indugi», ma non viene indicata una scadenza precisa.

Esenti dal cessate il fuoco saranno gli attacchi contro Isis, al Qaida, al Nusra e altri «gruppi, individui e entità» affiliati con i terroristi, come voluto da Mosca. Ma l’incertezza nella tempistica non permette di prevedere quando sarà almeno sospeso il calvario della popolazione civile della Ghuta, dove ieri è stata registrata un’altra giornata di sangue. Ventidue persone sono state infatti uccise, portando il bilancio degli ultimi sette giorni a oltre 500 vittime civili, di cui un centinaio di minorenni, tra bambini e adolescenti. Le cifre sono fornite dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), secondo il quale sono state colpite in particolare la cittadina di Duma, quella di Zamalka e altre località nelle prime ore di ieri.

Secondo la risoluzione, la tregua dovrà essere estesa a tutto il Paese, permettendo l’accesso di convogli umanitari e l’evacuazione di feriti e malati gravi. Secondo quanto si sottolinea nel testo, sono 5, 6 milioni i civili, in 1.224 comunità, che hanno «urgente bisogno di aiuti».

La Russia aveva affermato di considerare «poco realistico» il termine di 72 ore per l’inizio del cessate il fuoco dopo l’approvazione del documento, come proponeva il testo iniziale. Molto dura era stata la reazione degli Usa. «È incredibile – aveva affermato prima del voto la rappresentante permanente all’Onu, Nikki Haley – che Mosca stia bloccando il voto su un cessate il fuoco che consente l’accesso umanitario. Quante persone dovranno morire prima che il Consiglio di Sicurezza trovi un accordo su questo voto?»

Anche il Vaticano, attraverso il segretario di Stato Pietro Parolin, era intervenuto per chiedere una risoluzione che aprisse la strada alla «fine della violenza, l’accesso degli aiuti umanitari e infine una soluzione negoziata».

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/13107943/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Sembra un gioco, ma è un gioco di morte, di pianti di dolore e di violenza oltre ogni limite. Purtroppo, ormai è lo stampo di quanto succede nel mondo. I grandi, coloro che dovrebbero impedire ogni violenza, stanno al gioco dei vari dittatori o presidenti di nazioni per nulla affidabili, che esibiscono senz’altro una psicopatologia sottesa che emerge come mitomania e disprezzo per le vittime che ormai formano una nazione che scompare tra le righe dei media, ma non dall’animo di chi viveva con le vittime. Ed il gioco piove dall’alto L’ONU, dopo ripensamenti vari, vota la tregua in Siria (non contano gli assassinati subito accantonati alle loro terre) e subito poi dice di provvedere agli aiuti umanitari. È veramente tragico questo gioco che prevede un guadagno in armi, viveri ed altro con un’altalena da incoscienti, che non sanno che fare per fermare definitivamente la violenza, lasciando al potere chi usa armi chimiche e forse anche biologiche. L’altalena probabilmente (anzi sicuramente) favorisce chi fabbrica ed esporta armi e chi al tempo stesso compatta viveri da aiuti umanitari: insomma il guadagno da una parte e dall’altra c’è sempre e la forbice tra i carnefici e le vittime si apre sempre di più.

Poverini tutti quei lacchè che incensano i dittatori e li adulano in continuazione perché sono mandati in tutto il mondo a rappresentare la violenza evidente: ma sono ambasciatori, sono riveriti dai vari capi che devono farlo, sebbene tutti ne abbiano le scatole piene. Questi loschi individui si beano delle loro cariche e pontificano tra la gente, fanno conferenze, cercano relazioni soprattutto tra i VIP per dimostrare che conoscono persone che contano e rastrellano dove possono omaggi e soldi; infatti qualcuno che necessita di appoggi c’è sempre e quegli individui fanno comodo. Chiamiamola corruzione corrente, che è più giusto, senza pensare ai minori che hanno bisogno di insegnanti di sostegno, mentre il sistema dice che ce ne sono anche troppe, che però non bastano per il fabbisogno, soprattutto se si conoscono le persone giuste ed “ineccepibili”.

Sempre attentati e assassini premeditati 

Nigeria: doppio attentato kamikaze con 12 morti (La Gazzetta del Mezzogiorno)

https://www.intopic.it/notizia/12830470/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

19:24 | Nigeria, due ragazzine kamikaze fanno strage in un mercato (Tgcom24)

https://www.intopic.it/notizia/12830046/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

17:24 | Nigeria, Boko Haram attacca scuola: sparite decine di studentesse (Tgcom24)

https://www.intopic.it/notizia/13082400/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

Siria: Onu, decine morti raid russi e Usa (Lettera 43)

https://www.intopic.it/notizia/13174878/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

Queste notizie si possono dire ormai superate perché ci sono state altre esplosioni di persone cariche di morte.

Il Prof. Giovanni De Sio Cesari scrive: «Assistiamo al fenomeno drammatico e per noi occidentale pressoché incomprensibile di credenti nell’Islam che in attentati suicidi cercano di uccidere il maggior numero possibile di “nemici”, spesso civili inermi. Per tali persone noi usiamo il termine del tutto improprio, di “Kamikaze”: tale termine si riferisce propriamente a fatti avvenuti alla fine della 2° guerra mondiale in Asia. Quando infatti i Giapponesi stavano ormai per perdere la guerra tentarono di fermare gli Americani con operazioni suicide dei loro combattenti: questi si lanciavano con gli aerei (ma anche a volta con navi) contro navi nemiche cercando ci arrecare il maggior danno possibile. Si riprese allora il ricordo di un fatto avvenuto sei secoli prima: i Mongoli avevano tentato di invadere il Giappone ma una tempesta aveva disperso la loro flotta e il Giappone fu salvo. I Giapponesi del tempo interpretarono il fatto come un intervento divino e la tempesta fu denominata Kamikaze (vento degli dei). Nel ricordo di queste antiche vicende il nome fu rinnovato: Il fenomeno durò però solo qualche mese e terminò con la fine della guerra.

Il termine Kamikaze è del tutto improprio per indicare quindi il fenomeno attuale dei combattenti suicidi islamici sia perché si riferisce a un contesto culturale del tutto diverso sia perché si tratta di fatti molto diversi: i giapponesi agivano in un contesto di guerra “regolare” mentre i combattenti islamici colpiscono civili in un contesto che definiamo generalmente “terrorismo” ma che potremmo anche dire ” guerra non convenzionale”.

Nel mondo islamico il termine usato e quello di “SHAHID” e va inquadrato nella GIHAD (guerra santa ): “SHAHID” è termine arabo coranico che significa “testimone” e ha lo stesso significato originario del termine cristiano di “martire” e in questo modo viene tradotto correttamente dall’arabo. Il “martire” cristiano infatti è colui il quale “testimonia” la sua fede anche se ciò comportava la morte di fronte all’autorità romana». (per approfondimenti si veda: http://www.storiologia.it/storia/socie002.htm). 

Il termine “kamikaze”, dunque, è improprio. Non si tratta di martiri, ma di assassini di persone spesso inermi, che sono presenti dove non dovrebbero essere: che stavano sul posto per spese (mercato) o passavano di lì perché era la loro strada di casa o di destinazione. Altre persone oggi e ieri hanno imparato che quando vedono una persona col torace o le gonne gonfie urlano (al SHAID) e tutti scappano se fanno a tempo; perciò anche quei luoghi sono diventati un pericolo per le persone che ci vivono e, se vogliono venire via per non lasciarci le penne, lo fanno volentieri: ecco allora arrivare altri migranti spinti da una guerra sorniona, ingannevole e traditrice. Non ci si fida più l’uno dell’altro. Come vive perciò quella gente? Da disperati e pieni di paura, oltre al fatto che spesso non hanno alcuna possibilità di vivere decentemente e sono obbligati a dormire, non con un occhio solo per loro ed i loro figli e parenti, ma con tutti e due normalmente.

Stiamo quindi attenti a non giudicarli come i media o altro ci insinuano nella mente: è terribile, ma tra i migranti ci sono persone piene di paure che non possono eliminare; certo, tra loro si può infiltrare un doppiogiochista che fa gli interessi del suo padrone/capo, che molte volte è il dirigente della tratta, ormai consolidata, degli umani che non vivono più come tali.

Qui sotto si parlerà di altri attentati con morti e feriti, come vuole la violenza che si nasconde dietro falsi nomi e organizzazioni. La violenza è proprio l’arma più usata: molte delle persone rimaste uccise o ferite nel caso citato di seguito stavano uscendo dalla moschea, ma ora non c’è differenza tra religioni più o meno fondamentaliste: si colpisce tutti e tutto. Inoltre, il mondo occidentale non prende molto in considerazione queste notizie che riguardano altri continenti, poiché riguardano “altri”. È un po’ come dire “si arrangino”. Solo qualche associazione di volontariato si affretta ad accorrere sul posto e a denunciare i fatti al mondo intero, e allora compare la notiziola che è subito sepolta da vittorie olimpiche più eccitanti, si descrive il pianto di cronisti ed altro, ma le studentesse rapite in mano a carnefici psicologici o fisici sono laggiù e non fanno scoop…

Due autobomba a Bengasi, tra le vittime vertici degli 007 

È di almeno 27 morti il bilancio delle esplosioni provocate ieri sera da due autobomba davanti ad una moschea

Bengasi © ANSA – 24 gennaio 2018

È salito ad almeno 27 morti il bilancio delle esplosioni provocate ieri sera da due autobomba davanti ad una moschea a Bengasi. I feriti sono oltre 30. Il portavoce delle forze militari e della polizia della città, il capitano Tarek Alkharraz, ha detto che la prima autobomba e’ esplosa nel quartiere di Salmani verso le 8:20 ora locale (le 7:20 in Italia) e la seconda mezz’ora più tardi, mentre i residenti ed il personale medico evacuavano i feriti.

Nell’area è scattata una vasta operazione delle forze di sicurezza alla ricerca della cellula terroristica che, secondo le stesse fonti, apparterrebbe allo Shura Council of Benghazi Revolutionary, una coalizione di milizie integraliste islamiche tra cui la più nota è Ansar al-Sharia ma che comprende anche la brigata 17 Febbraio, la brigata Rafallah al-Sahati e altri gruppi terroristici. I fedeli coinvolti nel sanguinoso attentato, avvenuto intorno alle 20:20 ora locale, stavano uscendo dalla moschea Baiat al Ridwan, nella zona del quartiere di Al Salmani, non lontano dalla zona portuale.

In un primo momento fonti dell’intelligence avevano parlato di 7 morti e venti feriti, ma il bilancio si è poi progressivamente aggravando e molti dei feriti sono morti in ospedale. Tra i feriti, secondo quanto è stato possibile apprendere, vi sarebbero Almahdi Al Falah capo dell’Intelligence department, Internal security e state security, mentre sarebbe morto Ahmed Alfaytori, capo del dipartimento delle unità investigative. Ferito anche, stando a notizie ancora non confermate ufficialmente, il colonnello Belkasim Al Obaidi, del Direttorato della Sicurezza di Bengasi.

La città è teatro da più di tre anni di un conflitto sanguinoso tra le forze leali al generale Khalifa Haftar e gli integralisti islamici. L’esercito nazionale libico di Haftar negli ultimi tempi ha più volte affermato di aver sconfitto gli integralisti e di avere il controllo dell’area portuale. Ma gli attentati fuori dalle moschee, seppure meno frequenti, sono continuati. I combattimenti a Bengasi sono parte del sanguinoso conflitto scatenato in Libia da molteplici fronti dopo la caduta, nel 2011 dell’allora leader libico Muammar Gaddafi. 

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/01/23/due-autobomba-a-bengasi-strage-tra-i-vertici-della-sicurezza_55691ce7-04a3-4776-a963-d0fb2cc59bf1. html).

Nigeria, 3 donne kamikaze in un mercato: 18 morti

Sabato, 17 Febbraio 2018 (La Stampa)

Ancora sangue in Nigeria, ancora Boko Haram in azione, con una strage in un affollato mercato. La gente si affollava fra le bancarelle la sera alla luce dei neon, quando due kamikaze mescolati alla folla – forse donne – hanno fatto detonare i loro corpetti esplosivi, seguiti da un terzo che si è fatto esplodere poco dopo, scatenando l’inferno nel mercato del pesce venerdì sera della cittadina di Konduga, a sud-est della capitale della capitale Maiduguri (stato di Borno), nel travagliato nord-est. Almeno 22 i morti, compresi i kamikaze, e 70 i feriti, una ventina dei quali in gravi condizioni: dato che lascia aperto il bilancio.

Il mercato Tashan Kifi, è un luogo di socializzazione, dove la gente compra, mangia e s’intrattiene, spiegano i media africani. Secondo Ari, della Civilian Joint Task Force (Cjtf), la milizia di autodifesa civile che assiste i militari, «non ci sono dubbi sulla matrice di questa strage: Boko Haram ha preso di mira Konduga molte volte».

La sanguinaria setta, ora affiliata all’Isis, in 9 anni ha provocato la morte di 20.000 persone e creato 2 milioni e mezzo di sfollati e detiene ancora molte delle centinaia di ragazze rapite in una scuola a Chibok, impiegando decine di donne, anche bimbe, come kamikaze.

Musa Bulama, 32 anni, ha raccontato ai media di essere fortunata a essere ancora viva. «Sono arrivata al mercato notturno per comprare pesce per la cena della mia famiglia quando ho sentito un botto fortissimo dietro di me. Prima di capire cosa fosse successo ero in terra e prima che potessi rialzarmi in piedi un’altra esplosione tremenda, poi una terza. Rimasi stesa a terra, ma intorno la confusione era terribile. Sentivo lamenti ovunque e capivo che le vittime erano tante».

Una strage, fanno notare alcuni media africani, che coincide con il primo processo, in corso da una settimana in forma semi-segreta, contro quasi mille sospetti militanti di Boko Haram condotto da un tribunale civile in una remota, blindatissima base militare a Kainji, a circa 8 ore di macchina da Minna, nel centrale stato di nigeriano di Niger, lontanissimo dal terreno d’azione dei terroristi, che opera nel nord a maggioranza musulmana del popolosissimo Paese africano. Esattamente un mese fa, il 17 gennaio e sempre in un mercato nello stato di Borno, in un doppio attentato kamikaze erano morte 12 persone.

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/13051872/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Siamo già in ritardo perché giù in Nigeria e stati vicini continuano imperterrite le esplosioni degli shahīd (nuovi kamikaze), che si fanno esplodere dove c’è più gente e che si imbottiscono prima di saltare in aria di ogni materiale ferroso che possa procurare feriti o (meglio ancora) morti fra bambini e adulti: l’età non conta, conta il numero delle vittime. Le mine o i pappagallini verdi sarebbero superati, perché bisogna far fuori il maggior numero di civili o militari. Forse non si accorgono che esplodendo muoiono anche loro e per sempre, e non solo per il momento.

Certamente è osceno indurre dei minori ad andare incontro al triste destino di saltare in aria, anche se andranno nel loro paradiso: sono talmente convinti che questo destino è più che giusto che glielo propongono come una festa. 

3) Attacco armato alla sede di Save the Children in Afghanistan: 6 morti e 24 feriti 

Il commando era composto da cinque uomini. Un kamikaze si è fatto esplodere allʼingresso. Lʼong sospende tutte le attività nel Paese. LʼIsis ha rivendicato lʼattentato.

ASIA 24 GENNAIO 2018 07:41 di Antonio Palma

Ancora sangue e terrore in Afghanistan dove nella mattinata di mercoledì un commando armato ha attaccato la sede della Ong Save the Children a Jalalabad, capoluogo della provincia orientale afghana di Nangarhar. Un commando di 5 uomini ha attaccato la sede della ong Save The Children a Jalalabad City, in Afghanistan. Il bilancio è di 6 morti (tra cui tre membri della ong) e di 24 feriti. Un kamikaze si è fatto esplodere all’ingresso dell’edificio, permettendo in questo al commando di penetrare all’interno. Dopo 10 ore di assedio, tutti i terroristi sono stati uccisi. Circa 45 membri dello staff sono stati liberati dalle forze di sicurezza afghane. L’Isis ha rivendicato l’attacco.

La ricostruzioni dell’attacco – Secondo una prima sommaria ricostruzione dell’accaduto, l’attacco è cominciato poco dopo le 9, ora locale (l’alba in Italia), quando una vettura imbottita di esplosivo, forse guidata da un attentatore suicida, è stata fatta esplodere all’entrata dell’edificio da dove poi si sparerebbero introdotti un numero non precisato di terroristi armati che hanno cominciato a sparare all’impazzata. Successivamente ci sarebbe stato un violento scontro a fuoco fra i militanti e le forze di sicurezza locali durante il quale alcuni di loro sarebebro stati uccisi dalle forze speciali, mentre altri si sarebbero asserragliati nella struttura, al terzo piano. Dalle prime immagini che giungono da Jalalabad si vedono varie auto in fiamme dinanzi alla sede dell’ong e si sento spari provenire dall’interno.

L’Isis rivendica – I talebani afgani intanto hanno dichiarato di non avere alcuna responsabilità nell’attacco armato a Save the Children. Al riguardo il portavoce Zabihullah Mujahid ha indicato via Twitter: “Attacco odierno nella città di Jalalabad: nulla a che vedere con i mujaheddin dell’Emirato islamico”. Subito dopo, come si sospettava , è arrivata la rivendicazione dell’Isis attraverso l’organo di propaganda dello Stato islamico, Amaq. Nel comunicato si legge che “tre martiri hanno partecipato all’attacco contro le fondazioni britanniche e svedesi e le istituzioni governative afghane”. Il riferimento allo Swedish Comittee per gli affari umanitari e al ministero afghano delle Donne, situati nei pressi della sede dell’ong.

Dopo l’attacco Save the Children ha annunciato che sospende tutte le attività nel Paese

“Ề con profonda tristezza che confermiamo che tre membri dello staff di Save the Children sono stati uccisi nell’attacco di oggi alla nostra sede a Jalalabad, in Afghanistan. Tutto il resto dello staff che si trovava nella struttura è stato tratto in salvo, mentre in quattro sono rimasti feriti nel corso dell’attacco e stanno attualmente ricevendo cure mediche.

Save the Children condanna questo attacco nella maniera più dura possibile. Siamo sconvolti e inorriditi dalla violenza perpetrata contro il nostro staff in Afghanistan, composto da operatori umanitari impegnati a migliorare le vite e il benessere di milioni di bambini in tutto il Paese. Stiamo facendo tutto quello che possiamo per garantire a tutto il nostro staff il supporto di cui ha bisogno in seguito a questo attacco devastante.

Indagini sulla natura dell’attacco sono al momento in corso mentre non è ancora possibile stabilire i motivi di quanto accaduto. Gli attacchi contri gli operatori umanitari non possono in alcun modo essere tollerati e hanno un impatto diretto sui bambini che vogliamo proteggere con il nostro lavoro.

Save the Children opera in Afghanistan dal 1976, realizzando interventi sanitari salva-vita e progetti di educazione, nutrizione e protezione dell’infanzia che hanno contribuito a salvare la vita a milioni di bambini. In seguito a quanto accaduto oggi, abbiamo temporaneamente sospeso le nostre operazioni in tutto il Paese, ma continuiamo ad essere impegnati per supportare i bambini più vulnerabili in Afghanistan.

In segno di cordoglio per i tre colleghi che hanno perso la vita nell’attacco di oggi e per tutti gli operatori umanitari che in tante parti del mondo sono stati uccisi mentre lavoravano per proteggere i bambini e le loro famiglie, da oggi la homepage del sito di Save the Children Italia – www.savethechildren. it – diventa completamente nera. Anche su tutti gli account social dell’Organizzazione, il tradizionale logo rosso di Save the Children diventerà nero in segno di cordoglio”.

UE: “Attacco è grave violazione del diritto internazionale” 

L’attacco terroristico contro Save the Children in Afghanistan è una grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Così in una nota congiunta l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini ed i commissari per le crisi umanitarie e allo Sviluppo, Christos Stylianides e Neven Mimica. “E’ un affronto a tutte le organizzazioni umanitarie, all’umanità, e dimostra un palese disprezzo per il benessere e il futuro di tutti i bambini afgani, che si affidano al lavoro dedicato degli altri”. “Le nostra condoglianze vanno alle famiglie delle vittime – prosegue la nota – e auguriamo una pronta guarigione ai feriti. I nostri pensieri vanno anche a Save the Children, un partner di lunga data dell’Unione europea in Afghanistan e nel resto del mondo, che lavora incessantemente per salvare e cambiare al meglio la vita delle persone. Non permetteremo che atti di terrore possano scoraggiare il nostro sostegno ai piu’ bisognosi in Afghanistan. L’Ue sostiene le autorita’ afghane ed il suo popolo e rimane impegnata nell’aiutare il popolo afghano a raggiungere un futuro di pace”, conclude la nota.

Antonio Palma

(Continua su: https://www.fanpage.it/attacco-armato-alla-sede-di-save-the-children-in-afghanistan-esplosione-e-spari/http://www.fanpage.it/).

4) Kabul, 103 morti e 235 feriti per attacco kamikaze Redazione ANSA – KABUL www.ansa. it › Mondo › Asia – 28 gennaio 2018

I talebani rivendicano l’attentato, per portare l’esplosivo è stata usata una ambulanza

Attacco kamikaze a Kabul vicino alla vecchia sede del ministero dell’Interno che ora ospita l’Alto Consiglio di pace (Hpc) e sorge nei pressi di un ospedale e di numerosi negozi. L’attacco suicida, rivendicato dai talebani, ha un bilancio di 103 morti e 235 feriti secondo quanto reso noto da fonti ministeriali nella capitale afghana.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2018/01/27/afghanistan-violenta-esplosione-a-kabul_e31fdf77-0cb6-46bf-89fd-ada6034f5936.html).

Ambulanza carica di esplosivo, strage a Kabul: 95 morti, oltre 150 feriti

RIVENDICATO DAI TALEBANI 27 gennaio 2018

Kabul – Il bilancio del cruento attentato realizzato oggi a Kabul dai talebani si è ulteriormente aggravato raggiungendo un bilancio di 95 morti e 163 feriti. Lo ha reso noto il portavoce del ministero della Sanità afghana, Wahid Majrooh.

Dall’inviato Giordano Stabile

Un’autoambulanza imbottita di esplosivo e guidata da un kamikaze ha fatto strage questa mattina a Kabul. L’attacco è stato rivendicato dai Taleban e ha causato almeno 63 morti e oltre 150 feriti. Molti sono stati trasferiti all’ospedale di Emergency. Il bilancio è destinato a salire. Il kamikaze ha ingannato gli uomini di guardia a un check-point e si è diretto verso la zona del vecchio ministero dell’Interno, dove ora ci sono gli uffici dell’Unione Europea dell’Alto consiglio per la Pace. L’esplosione ha investito in la gente per la strada e davanti agli uffici.

I feriti all’ospedale di Emergency

Non sono accertate vittime fra gli stranieri ma è chiaro che l’obiettivo dei Taleban, ancora una volta, era colpire gli occidentali che vivono nella capitale e gli afghani che hanno a che fare con loro. Il ministero della Sanità locale ha confermato che è stata un’ambulanza-bomba guidata da un kamikaze a farsi saltare in aria. La maggior parte dei feriti – compresi alcuni bambini – è stata portata all’ospedale di Emergency. «È un massacro» dice Dejan Panic, il coordinatore del Programma di Emergency in Afghanistan. L’attacco è avvenuto a poche centinaia di metri dal loro ospedale. «Abbiamo sentito l’esplosione, fortissima. Lo staff è scosso, ma è tutto al lavoro: l’afflusso di feriti è continuo. Nessuno può fermarsi adesso».

Caccia agli stranieri

Poco dopo l’attacco è arrivata la rivendicazione del gruppo islamista, che ha governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, in un clima di oscurantismo e terrore. Una settimana fa i Taleban hanno colpito all’Hotel Intercontinental e ucciso almeno 22 persone, compresi quattro stranieri. L’obiettivo era un gruppo di americani.

I gruppi islamisti

In Afghanistan ci sono ancora circa 15 mila militari della Nato, dopo un picco di 150 mila nel 2011. Le forze di sicurezza afghane, pur addestrate dagli occidentali, non sono in grado di controllare il territorio. Solo nel 2016 hanno avuto quasi settemila caduti e 12 mila feriti, su un contingente reale inferiore ai 100 mila uomini. I Taleban contano su 40-60 mila combattenti. A Est è presente anche l’Isis, con un migliaio di miliziani, in parte foreign fighters.

(Continua su: http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2018/01/27/AClUvOf-ambulanza_carica_esplosivo.shtml).

Ed ecco che gli attentati rivendicati dai talebani non si fermano: avanti ancora a massacrare la gente; per ora sono 95, ma senz’altro se ne troveranno altri.

Niente ferma la mano omicida che continua imperterrita ad assassinare gente su gente. Al tempo stesso usano qualsiasi mezzo pur di raggiungere il loro scopo: travestimenti da soldati, in questo caso un’ambulanza (ricordiamocelo anche per le nostre nazioni, non si sa mai) e così hanno potuto superare il primo blocco.

E l’esercito degli assassinati va rimpolpando le sue file: ora sono battaglioni sacrificati in nome della violenza. Sappiamo chi spinge questi assassini, ma non si vede un attimo di sosta. Appena possono e trovano shahīd pronti all’atto estremo, via a colpire ancora, distruggere, fare paura, cercare di sottomettere col terrore popolazioni che vogliono vivere e che stentano a vivere, ma farle vivere male, sempre con l’ossessione che la strada non sia più sicura per nessuno, cristiani e mussulmani o altro che siano.

Primo Levi affermava che «Se non si comprendono queste manovre, bisogna conoscerle perché ciò che accade oggi, non è detto che non succeda domani Le coscienze possono essere sedotte ed oscurate, anche le nostre». Questo è il mondo che stiamo preparando per i nostri figli, nipoti, pronipoti.

Ho anche affermato che non tutti sono così e i casi isolati di umanità ci spingono a sperare, ma non a farci sempre cogliere urlanti dopo i fatti: difendiamoci e facciamoci difendere da coloro che lo sanno fare perché c’è qualcuno che ride sempre anche se è un perdente bugiardo ed omicida.

5) Kabul, nuovo attentato: kamikaze e raffiche di mitra contro l’Accademia militare

29 gennaio 2018

Una prima, potentissima deflagrazione all’ingresso del complesso simbolo dell’élite militare, poi altre esplosioni e un prolungato scontro a fuoco. Il numero delle vittime cresce di ora in ora: al momento è di 11 soldati morti e 15 feriti. Cinque i terroristi: quattro morti e uno arrestato. L’azione rivendicata dall’Isis. Capitale afgana ancora scossa: sabato scorso l’autobomba che aveva provocato oltre cento vittime

Nuova potentissima esplosione a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, nei pressi dell’accademia militare “Marshal Fahim”, dove un commando di cinque uomini è entrato in azione ingaggiando un prolungato scontro a fuoco con i soldati. Un’azione terroristica rivendicata dall’Isis, il cui bilancio, cresciuto di ora in ora, è al momento di 11 morti e 15 feriti tra i soldati. Morti anche quattro terroristi, uno si è arreso. Tutto questo ancora a Kabul, solo due giorni dopo il gravissimo attentato di sabato scorso che ha provocato oltre cento vittime e almeno 200 feriti, rivendicato invece dai Talebani.

Secondo una fonte militare, l’attacco è scattato alle 5 di stamattina (ora locale, le 3 in Italia), all’ingresso della struttura, un obiettivo altamente simbolico perché nel complesso, a nordovest della città, vengono formati gli ufficiali dell’élite militare afgana. Ci sono state diverse esplosioni, seguite da numerose raffiche di armi da fuoco. Combattimenti durati diverse ore e, secondo testimoni, uno degli attentatori avrebbe resistito asserragliandosi nel complesso militare. Il portavoce della Difesa, Dawlat Waziri, ha dichiarato che il commando dei terroristi era composto da almeno cinque membri, armati di lancia-granate e armi automatiche. Due sono rimasti uccisi nello scontro a fuoco successivo alle esplosioni, due si sono fatti saltare, il quinto è stato arrestato. Quando lo scontro a fuoco è terminato e i militari hanno ripreso il controllo dell’area, sono stati recuperati un giubbotto da kamikaze, un AK-47 e munizioni.

Secondo una fonte governativa, gli attentatori non sarebbero riusciti a penetrare all’interno della sede militare. Diverso il resoconto di un ufficiale della polizia afgana, secondo il quale gli uomini armati sarebbero riusciti comunque ad entrare nel primo perimetro difensivo dell’accademia militare. Utilizzando, secondo fonti ufficiali, uno schema consolidato: una prima esplosione, forse con alta probabilità da un kamikaze, all’ingresso dell’edificio, poi l’entrata in azione del resto del commando. L’azione terroristica è stata rivendicata dall’Isis. Secondo il portavoce Waziri, “l’obiettivo dell’attacco terroristico non era l’accademia in sè, ma l’unità militare dedicata alla sicurezza della struttura”. L’accademia “Marshall Fahim” è considerata il “Saint Cyr” dell’Afghanistan, o anche il “Sandhurst of The Sands”, riferimenti alle scuole militari d’élite di Francia e Regno Unito.

Quello di oggi è il terzo attacco armato in dieci giorni. Il primo, lo scorso 20 gennaio, contro l’Hotel Intercontinental, che provocò 43 morti. Sabato scorso, il nuovo attentato con l’esplosione di una autoambulanza carica di esplosivo nel centro della città e che ha prodotto un bilancio tragico di vittime (oltre 100) e feriti (almeno 200). Successivamente c’è stato l’attacco contro un centro di “Save The Children” in cui ci sono stati tre morti e diversi feriti. Quanto ai militari sotto attacco, il canale tv Tolo ha ricordato che il 21 ottobre scorso 15 cadetti della stessa accademia “Marshall Fahim” furono uccisi a Kabul da un kamikaze che si schiantò contro l’autobus su chi viaggiavano.

(Continua su: http://www.repubblica.it/esteri/2018/01/29/news/kabul_nuovo_attentato_violentissima_esplosione_nei_pressi_dell_accademia_militare-187523056/)

Il numero di morti citati è sempre impreciso per difetto: rispecchia solo la mano che c’è dietro e che spinge i soliti sprovveduti o indottrinati a seminare paura e terrore non si sa bene in nome di cosa. Si sa però che il millennio precedente ha visto nella battaglia di Lepanto (1571) ed a Belgrado (1717) fermare chi ci voleva assoggettare. Adesso (probabilmente dietro le stesse menti) c’è il fenomeno della mondializzazione e l’invasione è più mascherata da richieste di aiuto per fuggire da una guerra, da una miseria orrenda e per sottrarsi ad iniquità che leggiamo sui media, ma che non sono tutti quelli descritti. I disperati (mi si perdoni il termine), vengono spinti attraverso percorsi di possibile morte definita senza mezzi termini. Quelli che arrivano per imbarcarsi per lidi verosimilmente pensati più accoglienti, sono in condizioni fisiche e psicologiche tutt’altro che ottimali. Tra costoro si annidano i soliti terroristi e criminali, anzi ultimamente un governante africano ha detto che da noi mandano i criminali.

Certo che chi rimane in quei paesi come Somalia, Nigeria e Afganistan, non ha da rallegrarsi, perché la mattanza di tutti civili e non è quasi giornaliera e chi si fa esplodere è ancora nell’esercito dei futuri martiri e similari. 

Le notizie sopra citate sono credibili in quanto successe: i numero possono variare, ma quando si superano i cento cadaveri sono verissime perché c’è un accorrere di ONG che si prodigano a soccorrere il soccorribile e riportano i fatti in maniera obbiettiva per quanto riescono a vedere, sentire e operare.

Il riportare notizie e cifre riguardo ad auto-esplosioni e assassinati non è certo piacevole e si vorrebbe riportare sempre fatti singoli meritevoli dell’umanità che manifestano, anche se non sempre è possibile. Chi compie buone azioni come portare a piedi il nipote disabile a scuola distante chilometri dalla propria abitazione lo fa perché il nipote possa avere un futuro e non un futuro di miseria. Il bambino di cinque anni che trascina il papà fuori dall’abitazione è un esempio per tutta l’umanità. Qualche volta questi fatti spingono le autorità a provvedere in merito, altre volte qualche aiuto può arrivare da persone ammirate dalla volontà di chi opera per il bene futuro dell’umanità, altre volte ancora il papà continuerà a portare il disabile sulle spalle per chilometri e la ricompensa non sarà di questo mondo troppo egoista.

6) Carneficina di bambini in Siria, civili vittime dei raid a Ghouta: 200 morti 

Strage di civili in Siria: le bombe degli aerei russi e dell’artiglieria di Assad hanno provocato ieri quasi cento morti, tra cui venti bambini. In tre giorni di raid hanno perso la vita duecento persone, tra cui 50 minori. Centinaia i feriti. E’ il bilancio dell’ennesima carneficina nella Ghouta, il sobborgo a est di Damasco, sotto assedio da anni. Le Nazioni Unite hanno chiesto la fine immediata dei bombardamenti.

GUERRA IN SIRIA 20 FEBBRAIO 2018 19:44 di Mirko Bellis

Una nuova strage di civili in Siria. Ieri, nella Ghouta, il sobborgo a est di Damasco, le bombe degli aerei russi e dell’artiglieria siriana sono cadute senza sosta provocando una carneficina: almeno 100 le persone uccise, tra cui venti bambini. Uno degli attacchi più mortiferi mai registrati sull’intera area da anni sotto assedio. L’offensiva per riconquistare la periferia orientale della capitale siriana, una delle ultime enclave ribelli, negli ultimi tre mesi ha provocato oltre settecento vittime. Un massacro in cui hanno perso la vita quasi duecento bambini. Raid indiscriminati che non hanno risparmiato neppure ospedali, mosche e scuole.

Le immagini che arrivano da Douma, Beit Sawa e le altre cittadine che formano la Ghouta mostrano scene strazianti. Il panico e le urla dei sopravvissuti che si mischiano a quelle dei volontari delle squadre di soccorso impegnate ad estrarre con vita le persone intrappolate sotto le proprie abitazioni; bambini e neonati feriti portati via con mezzi di fortuna verso gli ospedali più vicini. In tre giorni di bombardamenti governativi sulla Ghuta orientale, a partire da domenica, sono quasi 200 le persone uccise, di cui 57 bambini e adolescenti. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Secondo la fonte, le persone uccise sono almeno 194, di cui 127 nella sola giornata di ieri. I bombardamenti sono proseguiti oggi, con un bilancio di 50 morti, di cui 13 minori.

“Gli aerei governativi stanno sparando su tutto ciò che si muove all’interno delle aree residenziali”, ha detto un medico locale. “I nostri ospedali sono sovraffollati di feriti, stiamo esaurendo gli anestetici e altri farmaci essenziali”. “Gli elicotteri e gli aerei hanno completamente distrutto un intero quartiere”, ha affermato alla Bbc un abitante della Ghouta. “E’ un’autentica pioggia di bombe quella che sta cadendo. Non posso uscire di casa e così i miei figli non hanno niente da mangiare. E’ molto difficile per un padre quando vedi la paura nei loro occhi e sai che non c’è nessun posto sicuro dove proteggerli”.

Le Nazioni Unite hanno chiesto la fine immediata dei bombardamenti sull’intera area dove vivono circa 400.000 abitanti. “È assolutamente necessario porre fine a questa sofferenza umana insensata. Questi attacchi a civili innocenti deve finire adesso”, ha dichiarato Panos Moumtzis, il coordinatore umanitario dell’Onu per la Siria. Anche l’Unione Europea ha voluto far sentire la propria voce sulla grave situazione umanitaria nella Ghouta orientale. In una nota diffusa ieri, Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, è tornata a chiedere a tutte le parti in conflitto di adottare tutte le misure necessarie per garantire la diminuzione della violenza e la protezione del popolo siriano nel rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nel frattempo, a nord della Siria continua l’avanzata delle truppe turche verso il cantone curdo di Afrin. L’offensiva “Ramoscello di ulivo”, secondo i piani di Ankara, mira a creare una “zona di sicurezza” di trenta chilometri in territorio siriano per impedire le attività delle forze dell’Ypg, i miliziani curdi considerati terroristi dalla Turchia. Il rischio di uno scontro armato con l’esercito di Assad è reale dopo che Damasco ha deciso di inviare i propri rinforzi alla zona. E i militari turchi si dicono pronti al combattimento, soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu, il quale ha affermato che “nessuno può fermare la Turchia verso Afrin”. E così, la piccola guerra mondiale che si sta consumando in Siria da ormai sette anni sembra aggravarsi ogni giorno di più, in una spirale senza controllo.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/carneficina-di-bambini-in-siria-civili-vittime-dei-raid-a-ghouta-200-morti/http://www.fanpage.it/).

7) Neonata di quattro mesi avvolta nell’esplosivo: l’avrebbero fatta saltare in aria per uccidere 

In Afghanistan, una neonata di quattro mesi è stata utilizzata dai talebani per nascondere del materiale esplosivo con cui compiere un attentato. E’ accaduto a Kunduz, dove cinque terroristi, tra cui una donna, avevano occultato la bomba tra i vestitini della bimba per cercare di superare i controlli. La polizia è riuscita ad arrestarli prima che potessero realizzare un nuovo massacro.

MEDIO ORIENTE 29 GENNAIO 2018 17:50 di Mirko Bellis

In Afghanistan, una neonata di soli quattro mesi è stata ʽtrasformata’ in un piccolo ordigno esplosivo. La settimana scorsa, cinque persone sono state fermate dalla polizia mentre cercavano di entrare a Kunduz, una città nel nord del Paese. Del gruppo faceva parte anche una donna che teneva in braccio una bimba, avvolta con delle coperte. Solo dopo un controllo più minuzioso gli agenti hanno fatto la raccapricciante scoperta: sotto i vestititi della piccola c’era nascosta una bomba. Secondo quanto ha dichiarato la Direzione nazionale della sicurezza (National Directorate of Security, Nds), gli arrestati avevano occultato l’esplosivo sul corpicino della neonata per cercare di eludere i controlli ed entrare a Kunduz dove volevano compiere un attentato.

La notizia del ritrovamento dell’esplosivo sulla neonata ha suscitato indignazione e rabbia tra gli afghani. “L’uso dei bambini nei conflitti armati è l’atto più brutale e crudele, perché è categoricamente proibito dalla sharia islamica e dalle leggi vigenti nel Paese”, ha commentato Sowita Abulrahizai, vice capo della Commissione Indipendente per i diritti umani in Afghanistan. “I bambini – ha aggiunto – sono i soggetti più vulnerabili, sono innocenti e devono essere protetti e aiutati”.

Nel corso del lungo e sanguinoso conflitto afghano, i talebani hanno utilizzato in molte occasioni bambini e adolescenti per realizzare attentati suicidi. Nel 2014, Spozhmay, una ragazzina di dieci anni, fu obbligata dal fratello ad indossare una cintura esplosiva per compiere un attentato nella provincia di Helmand. “Dovevo attraversare il fiume di notte – raccontò agli agenti – però avevo troppa paura e sono tornata a casa. Mio padre mi ha picchiata così sono scappata e la mattina mi sono arresa alla polizia”. Se Spozhmay è riuscita a salvarsi, altri bambini costretti dai talebani a diventare dei kamikaze non sono stati altrettanto fortunati. Come accaduto nell’attentato al Centro culturale francese di Kabul dove a compiere il massacro fu un adolescente di 16 anni, imbottito di esplosivo. E, sempre nella capitale afghana, a dicembre del 2017 tre ragazzi si sono fatti esplodere in un centro culturale sciita uccidendo oltre 40 persone.

Il reclutamento dei bambini avviene soprattutto nel nord dell’Afghanistan. Secondo un rapporto di Human Right Watch, nelle scuole coraniche gestite dai talebani nella provincia di Kunduz, gli adolescenti vengono trasformati in combattenti pronti a morire. I convitti religiosi – la denuncia di Hrw – attraggono soprattutto bambini e ragazzi provenienti da famiglie povere per le quali la madrasa diventerebbe l’unico modo per assicurare la sopravvivenza dei loro figli. “La strategia dei talebani di reclutare i bambini è cinica e crudele, oltre che illegale”, ha dichiarato Patricia Gossman, ricercatrice di Hrw per l’Afghanistan.

Non c’è pace in Afghanistan dove in pochi giorni c’è stata una terribile sequenza di attentati in tutto il Paese. All’attacco alla sede di Save the Children, avvenuto pochi giorni fa a Jalalabad, è seguito un massacro ancora più sanguinoso con un’ambulanza bomba a Kabul. E mentre si cerca di dare un nome a tutte le oltre cento vittime dell’attentato di sabato scorso, all’alba di lunedì alcuni uomini armati hanno attaccato questa volta l’Accademia militare nella capitale facendo nuovi morti. “I talebani negli ultimi anni hanno agito in maniera sempre più violenta perché sanno che i loro slogan non riescono più ad attrarre la gente. Le persone adesso hanno capito la vera natura dei talebani e provano rabbia e odio verso di loro”, ha concluso Abulrahizai. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Unama, la Missione di Assistenza Onu in Afghanistan, da gennaio a settembre del 2017 sono stati 2. 640 i morti tra i civili. Di questi quasi settecento erano bambini.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/neonata-di-quattro-mesi-avvolta-nell-esplosivo-l-avrebbero-fatta-saltare-in-aria-per-uccidere/ – http://www.fanpage.it/)

8) Sposata davanti a Elvis la coppia degli orrori – MSN. com

Attorno a loro i 13 figli, tenuti in casa in catene per anni

(Continua su https://www.msn.com/it-it/money/other/sposata-davanti-a-elvis-la-coppia-degli-orrori/vp-AAuR2mq)

Da anni tenevano i 13 figli in catene e senza cibo, arrestata coppia di genitori in California

ESTERI 16/01/2018 09:01 CET | Aggiornato 16/01/2018 11: 54 CET

Una 17enne è riuscita a scappare e dare l’allarme. Nella casa la polizia ha trovato altri 12 bambini e ragazzi, dai 2 ai 29 anni

Quando i poliziotti di Perris, California, sono entrati nella casa, hanno visto una scena da film dell’orrore: bambini e ragazzi incatenati ai loro letti, emaciati e sporchi in mezzo a un odore nauseabondo. Il più piccolo aveva 2 anni, il più grande 29: erano i 13 figli di una coppia che è stata arrestata e incriminata per tortura.

L’irruzione ha avuto luogo dopo che una ragazza di 17 anni è riuscita a scappare dalla casa dell’orrore e chiamare la polizia usando un telefono cellulare che si è riuscita a procurare. Era così malnutrita, che in un primo momento gli agenti hanno pensato che avesse solo 10 anni.

In base a questa denuncia, gli agenti sono entrati nella casa e hanno visto, si legge in un comunicato dello sceriffo della contea di Riverside, “diversi bambini incatenati ai loro letti con catene e lucchetti nel buio, in un odore nauseabondo”. I loro genitori, continua il comunicato, “non sono stati in grado di fornire una ragione logica per la quale i loro figli fossero legati in quella maniera”.

I poliziotti hanno individuato nella casa, sostiene ancora l’ufficio dello sceriffo, “quelli che credevano essere 12 bambini, ma sono rimasti scioccati nello scoprire che sette di loro erano in realtà adulti, con età dai 18 ai 29 anni. Le vittime erano malnutrite e molto sporche”.

Alle 13 vittime “sono stati forniti cibo e bevande dopo che hanno detto di star morendo di fame”.

I genitori – il 57enne Dabid Allen Turpin e la 49enne Louise Anna Turpin – sono stati incriminati per tortura e per abusi su minori, con una cauzione fissata a 9 milioni di dollari.

La famiglia viveva in un quartiere medio-borghese, in una casa stuccata in stile spagnolo, a Perris, una piccola città a 110 km a sud-est di Los Angeles. La coppia aveva tre automobili, una delle quali aveva un seggiolino per bambini nella parte posteriore. Ci sono indicazioni che fanno pensare che ai bambini sia stato consentito di andare all’esterno negli ultimi anni.

Una pagina Facebook sotto il nome di David-Louise Turpin include foto della coppia che partecipa a vari matrimoni o altre cerimonie dal 2011 al 2016, con i figli presenti. Nell’ultimo blocco di foto, Louise indossa un lungo vestito bianco da sposa, mentre il marito è vestito da matrimonio. Un sosia di Elvis Presley tiene un microfono ed è in posa con la coppia e i bambini, in una posa che ricorda un tipico matrimonio a Las Vegas. Nove ragazze, tutte con lunghi capelli neri, indossano vestiti fucsia con collant bianchi, mentre una bambina è vestita in rosa. Tre ragazzi con capelli neri con lo stesso taglio del padre, indossano anche lo stesso abito del padre e la stessa cravatta rossa. Nel profilo ci sono diverse foto che fanno pensare a una famiglia normale, tra le quali quella di Louise che tiene in braccio un bambino in t-shirt con la scritta “mamma mi ama”.

La vicina Jamelia Adams ha espresso shock. “Io sono davvero triste. Ci sono posti dove i bambini possono andare, se non li vuoi più, se non sei più in grado di prendertene cura. Qui c’è un bel quartiere, nuove case, nuove auto; nello stesso stesso tempo ci sono ragazzi e bambini da 29 a due anni tenuti prigionieri, malnutriti e sporchi. Spezza il cuore”, ha affermato.

“Io ho visto una coppia di teenager forse l’anno scorso che falciavano il prato e mettevano delle decorazioni di Natale. Mai nulla mi ha fatto pensare che stesse accadendo qualcosa del genere”, ha detto dal canto suo un altro vicino, Julio Reyes.

I media Usa hanno riferito che la coppia di genitori aveva precedentemente presentato bancarotta. David Turpin è registrato come capo di una scuola privata, ma l’indirizzo di questa corrisponde alla casa. La scuola fu aperta a marzo 2011, ma aveva solo sei studenti secondo gli ultimi dati del dipartimento educazione della California.

Il Los Angeles times ha detto che la coppia viveva a Perris dal 2010, arrivata dal Texas. Avrebbe fatto bancarotta due volte. Secondo i documenti del tribunale, quando ha presentato bancarotta nel 2011, la coppia ha detto di aver accumulato debiti da 100mila a 500mila dollari, aprendo la scuola, secondo il New York Times. Il giornale scrive che, nello stesso anno, David Turpin stava lavorando come ingegnere per il contractor della difesa Northrop Grumman, guadagnando 140mila dollari all’anno, mentre la moglie era una casalinga.

(Continua su: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/16/da-anni-tenevano-i-13-figli-in-catene-e-senza-cibo-arrestata-coppia-di-genitori-in-california_a_23334343/)

Questa notizia, che non è una fake news o falsa notizia, ci sveglia dal torpore di credere che nelle comunità civilizzate siano tutti abbastanza critici. Ma non è così: ci sono mamme che uccidono i loro figli, papà che uccidono la moglie e spesso con i figli. Questo è un tragico esempio di come tra umani ci siano, oltre a malati mentali evidenti, queste sottospecie di malati mentali che nascondono bene la loro tragica realtà di cui sono vittime non loro, ma i figli, i parenti. E spesso in pubblico hanno un comportamento che non lascia trasparire all’occhio non esperto quanto è celato più sotto, nel profondo del loro animo ormai determinato al male.

Apriamo anche noi gli occhi e consideriamo gli altri come umani da amare, da rispettare; però impariamo anche a notare dei segnali di qualcosa che non va, che deve essere riportato a chi di dovere, anche se alcune denunce non sono accettate dalle autorità che non approfondiscono certe realtà evidenti, purtroppo, perché si curano solo della poltrona cui sono incollati.

Ringraziamo chi si dà da fare anche a costo di passare per visionario o troppo pessimista. Ormai la gente comune non vuole grane di nessuna sorta e si volta dall’altra parte per non vedere ciò che succede e richiede una certa dose di forza morale che altera il pacifismo che invece si vuole e nel quale si cancellano gli altri, chiunque siano e qualunque cosa facciano.

Ci sono persone molto serie anche tra le autorità: andiamo da quelle e non da chi non si vuole prendere responsabilità che richiedono sacrifici. Le persone serie ci sono e spesso pagano con la loro vita stessa. Sono persone come Falcone e Borsellino e tanti altri conosciuti e sconosciuti…

9) Migranti: ad Agrigento tre sbarchi “fantasma” in un giorno

Episodi che si verificano da due anni, documentati con foto e video dall’associazione ambientalista “Mareamico”

di ANGELO AMANTE – 17 agosto 2017

Proseguono gli sbarchi “fantasma” sulle spiagge dell’Agrigentino. La mattina, i bagnanti trovano piccoli pescherecci che galleggiano a pochi metri dalla battigia. Sono episodi che si verificano da due anni, documentati con foto e video dall’associazione ambientalista “Mareamico”.

Agrigento: tre sbarchi “fantasma” in un giorno

Gli ultimi erano avvenuti dieci giorni fa. Le navi vengono utilizzate da piccoli gruppi di migranti, che partono dalla Tunisia per raggiungere la costa meridionale della Sicilia. Tra oggi e ieri, sono state rinvenute altre tre barche. Questa mattina, un’imbarcazione lunga dieci metri è arrivata a Torre Salsa, fermandosi a quaranta metri dalla costa. Carabinieri e Guardia di finanza sono riusciti ad acciuffare trenta passeggeri, ma si stima che almeno dieci di loro siano riusciti a dileguarsi.

Ieri ci sono stati altri due casi: uno nei pressi di Siculiana; l’altro nella zona di Punta Grande, tra Realmonte e Porto Empedocle, dove alle sei del mattino è stata trovata una barca di sette metri con motore fuoribordo. Dei viaggiatori, per adesso, non c’è traccia.

(Continua su: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/08/17/news/migranti_ad_agrigento_tre_sbarchi_fantasma_in_un_giorno-173239226/).

L’Italia è troppo un colabrodo a causa delle sue coste non sorvegliate come si dovrebbe fare: in questo modo è possibile ogni sbarco in ogni punto, che sia adatto all’approdo o meno.

La tratta degli umani è fiorente: non interessa come arrivano e cosa hanno subìto: l’importante è il dio denaro che va sempre onorato, riverito. Poi quel che succede o è successo ai singoli migranti non conta, anche se sono bambini e se muoiono per strada durante i viaggi da paura: l’importante è farsi pagare prima. Crudeli e brutali sono gli uomini che lavorano per la tratta, chiunque essi siano e qualunque mansione abbiano in questo lurido macello. Ricordiamo che, oltre ai danni fisici, ci sono quelli psicologici che schiantano tutti i migranti, che riporteranno sindromi future che possono portarli a rivoltarsi anche contro i paesi ospitanti. Non dimentichiamolo quando arrivano e vengono trattati in modo tutt’altro che umano. Leggiamo un po’ i resoconti di volontari infiltrati e scopriamo che c’è gente che guadagna nel riceverli e nel sottoporli ad altre torture, fingendo di fare il possibile… sì, il possibile per le loro tasche!

Non dimentichiamo i veri volontari che li aiutano in ogni modo e la gente comune che fa quello che può per loro. Ricordiamo cosa successe ultimamente in Russia nella seconda guerra mondiale ai nostri Alpini che si ritiravano a 30/40 gradi sotto zero, tallonati dai russi che coi loro carri armati, quando trovavano un italiano nella neve, gli andavano sopra e giravano in tondo fino a sfracellarlo; ma la povera gente soccorreva nel possibile i nostri soldati condividendo la loro miseria. Poi, invece, quando giunsero decimati in Italia, ci fu chi vedendoli così conciati e distrutti chiuse i vagoni per non farli vedere alla popolazione che li aspettava e qualcuno disse: «Non vedete che fate schifo» (cfr. Centomila gavette di ghiaccio, Ugo Mursia Editore, 2011).

10) In Germania giubbotti con la sabbia per calmare i bambini iperattivi: ”Ma non sono costretti” – 20 gennaio 2018

La misura adottata in duecento scuole del Paese: “Gli alunni amano indossarli e nessuno è costretto a farlo contro il suo volere”. Ma molti genitori e psichiatri criticano la scelta 

ROMA – Pesa da 1,2 a 6 chilogrammi e sembra un gilet con piume d’oca ma al suo interno ha la sabbia. In Germania viene fatto indossare ai bambini che soffrono del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) per farli stare seduti al loro posto. Ad adottare l'”armatura” sono 200 scuole in tutto il Paese, che si dicono soddisfatte per avere ottenuto un cambiamento notevole nel comportamento dei bambini. L’accorgimento ha suscitato però i dubbi di alcuni genitori e psichiatri.

A un numero sempre maggiore di piccoli alunni è diagnosticato ogni anno il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adha). Per le scuole il gilet, che costa tra i 140 e i 170 euro, è un sistema semplice per affrontare il fenomeno, senza dover ricorrere alle più aggressive medicine.

“I bambini amano indossarle e nessuno è costretto a farlo contro il suo volere”, ha dichiarato al Guardian Gehild de Wall, a capo dell’unità per l’inclusione della scuola Grumbrechtstrasse ad Amburgo, tra i pioneri nel suo utilizzo. Il giubbotto, spiega, viene indossato solo se il bimbo è accondiscendente e per un massimo di 30 minuti. Inoltre, il peso (scelto in base alla corporatura del bambino) non rappresenterebbe un problema perché concentrato nella parte speriore del corpo. E spesso, guardando i loro compagni, la vogliono anche i bambini che non hanno problemi di concentrazione: “gli alunni saltano in piedi all’opportunità di averla, così la diamo anche a quelli che non ne hanno bisogno per assicurarci che non sia collegata a nessun stigma”.

Una maestra che racconta di avere usato il giubbotto nella sua classe arriva a definirlo un surrogato dell’abbraccio di cui spesso alcuni bambini hanno bisogno per calmarsi, gesto che però le maestre non sono autorizzate ad elargire. Ciò che però rende scettici alcuni psichiatri è anche l’uso a lungo termine, di cui ancora non si conoscono gli effetti sulla salute psichica.

La Beluga Healthcare, azienda sassone tra i principali produttori del giubbotto con la sabbia, fa sapere di aver accontentato ”centinaia di consumatori soddisfatti” negli ultimi 18 anni con la “sand therapie”, riporta il Guardian. Ma specifica anche che non si tratta certo di un toccasana per bambini cui è stato diagnosticato l’Adhd.

(Continua su: http://www.repubblica.it/salute/2018/01/20/news/in_germania_giubbotti_con_la_sabbia_per_bambini_iperattivi-186912255/).

Sempre i soliti esperti dicono che quei pesi sulle spalle dei bambini sono utili, come se non ne avessero già abbastanza negli zaini colmi di libri e quaderni che sono costretti a portare per anni. Ma quanti politici si sono interessati a prendere qualche provvedimento per la loro salute? O hanno fatto finta di niente, in linea con l’idea “mal comune mezzo gaudio”?

È ben vero che singolarmente alcune scuole intelligenti, con professori attenti alla salute dei loro allievi, hanno preso provvedimenti in merito. Nonostante ciò, non è tutto così facile per la presenza di allievi che rubano e rendono quelle fatiche terra bruciata: tuttavia anche questo dovrebbe essere punito. Si dice “dovrebbe” perché i politici sono capaci di coniare nomi nuovi, come cyberbullismo ed altro, ma, guarda un po’ come ci giudicano altre nazioni come la Germania e che lo dicono senza mezzi termini portando anche delle prove di quelle che dicono (non fake, secondo la tendenza che oggi imperversa).

11) Italia messa peggio della Grecia, lo dice la stampa tedesca

Die Welt, unico Paese eurozona in cui livello vita è diminuito – 26 gennaio 2018

“L’Italia è l’assoluto fanalino di coda dell’eurozona, messo anche peggio della Grecia”, si sostiene dalle pagine finanziarie del quotidiano Die Welt, nell’articolo “Se i greci lasciano indietro gli italiani”. E il timore degli economisti delle banche d’affari è che alle prossime elezioni, indipendentemente da chi vinca, “non c’è da aspettarsi riforme di base”, dice Timo Schwietering, analista della banca Metzler. “Solo riforme radicali, come in Grecia, potrebbero cambiare qualcosa” dice il quotidiano di Berlino. “Ma cose del genere non sono nel programma elettorale di nessuno dei contendenti alle elezioni”.

“L’Italia è l’unico paese dell’eurozona il cui livello di vita, dall’entrata in vigore dell’unione monetaria, è diminuito”, prosegue Timo Schwietering.

“Prima l’Italia aveva un modello economico facile”, dice Daniel Hartmann, capo economista della banca Bantleon, che si occupa del risparmio gestito. “Quando la congiuntura si bloccava, si svalutava la lira, che ridava benzina alle esportazioni e rianimava la congiuntura”. Dall’entrata in vigore dell’unione monetaria questo modello non ha più funzionato e il paese dovrebbe abbassare i costi o aumentare la produttività. “Il passaggio al nuovo campo all’Italia non è ancora riuscito”.

Sarebbe necessaria soprattutto una riforma dell’amministrazione: “le prestazioni sono scarse e per giunta care”. Un permesso di costruzione costa tre volte la Germania, un procedimento giuridico in Italia è di 3 anni, in Germania di uno e mezzo. Le premesse di riforma c’erano con il governo Renzi, ma ora rischia di bloccarsi tutto, secondo Welt.

(Continua su: http://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/altrenews/2018/01/25/germania-stampa-italia-messa-peggio-della-grecia_15157700-bdee-4cea-a3a6-e229db1d5020.html).

12) Molestie Onu, per esperto vige cultura dell’impunità – Venerdì, 19 Gennaio 2018 euronews

“Manca la volontà di perseguire seriamente le molestie sessuali”, Peter Gallo

Nuovo scandalo all’Onu, la stampa britannica ha scoperto che decine di donne sono state sottoposte e molestie sessuali. Appena alla fine del 2017 altri scandali sessuali avevano inchiodato le Nazioni Unite alle proprie responsabilità. Ora nuovi schizzi di fango dimostrano che una cultura dell’impunità era ben radicata all’interno dell’organizzazione. Decine le testimonianze di persone in varie sedi del mondo.

Un analista che ha realizzato uno studio al riguardo ha detto a Euronews che: “questo sembra un problema radicato in tutti gli uffici ed evidentemente il controllo non funziona, non è mai stato affrontato il problema nella sua interezza ed è evidente che non vengono effettuate indagini e non si cerca di mettere in galera che perpetra quelli che restano dei crimini”.

Il segretario generale Antonio Guterres, ha dato la priorità alla lotta contro le molestie sessuali e sostiene la politica della tolleranza zero, ma la ripetitività con cui questi scandali tornano ad esplodere, dimostra che il problema è ben più radicato di quanto, al palazzo di vetro e a Ginevra, amino far credere.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/01/19/molestie-onu-esperto-sessuali)

La corruzione e le violenze sessuali sono all’ordine del giorno in ogni ufficio e anche all’Onu non sono da meno degli altri, ma con il solito particolare che si cerca di nascondere il tutto, licenziare chi tenta denunce e quant’altro. Chi è a capo di una istituzione mondiale non può esporsi al pubblico in modo ambiguo, anche se lo fa. ma la “cultura dell’immunità arriva a questo ed altro:

Molestie e stupri negli uffici delle Nazioni Unite – Venerdì, 19 Gennaio 2018 euronews

L’inchiesta del ‘The Guardian’ svela un sistema di minacce e omertà e ora l’ONU teme che il problema sia sottostimato. I casi in diversi uffici del mondo. Le vittime denunciano anche l’inutilità di segnalazioni formali alle figure preposte.

Almeno 15 casi verificati di agressione sessuale negli ultimi cinque anni. Vanno dalla frase spinta allo stupro, il tutto ovattato da una “cultura del silenzio” con “un sistema di reclami difettoso che si rivolta contro le vittime”, è scritto testualmente. Dove? All’ONU, in diversi uffici del mondo.

La denuncia è del quotidiano britannico The Guardian che ha raccolto le testimonianze di dozzine di lavoratori. “O ti concedi o il tuo contratto scadrà senza essere rinnovato e così il tuo visto”, era il tono delle minacce e a volte la denuncia all’ufficio preposto si risolveva in un nulla di fatto o peggio in un esaurirsi del rapporto di lavoro, soprattutto per i consulenti, racconta una donna. Per una di loro le prove mediche dello stupro, il cui colpevole a detta della vittima era un alto funzionario più anziano di lei, sono state considerate insufficenti e per lei non c’è stata nessuna protezione: ha dovuto lasciare il lavoro e tornare nel Paese d’origine.

Il portavoce dell’Onu ha affermato che “la lotta alle molestie sessuali è una priorità” per il segretario generale Antonio Guterres ed ha aggiunto che non sarebbe una sorpresa sapere che il problema è sottostimato. Ufficialmente all’ONU hanno raccolto 15 denunce di molestie nel 2016 e 20 nel 2015.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/01/19/molestie-e-stupri-negli-uffici-delle-nazioni-unite).

Ogni commento è superfluo, perché dove non c’è corruzione e stupro? Ci vogliono abituare a considerare normale tutto e il solito popolo, vedendo che succede nelle cosiddette “alte sfere” (che poi non sono tante alte), considera lecito ogni disordine morale, che avrà ben altri aspetti di qui ad un po’, come l’eutanasia, che poi diventa omicidio legalizzato dalle nazioni e dai giudici che ormai giustificano ogni attentato all’uomo perché siamo in troppi e bisogna sfoltire la massa.

13) Cina: nonna di 76 anni percorre 24 chilometri al giorno per portare il nipote disabile a scuola           

Shi Yuying – 76 anni – è l’unica persona rimasta accanto al nipotino di nove anni con paralisi cerebrale.

25 GENNAIO 2018 12:49 di D. F.

Dodici all’andata, dodici al ritorno: in tutto fa 24 e sono i chilometri che ogni giorno un’anziana donna cinese percorre per accompagnare il nipote disabile a scuola. Shi Yuying, una nonnina di 76 anni di Jiang Haowen, quotidianamente porta il bimbo di nove anni in classe. Il nipotino soffre di paralisi cerebrale, una condizione permanente che influenza il movimento e la coordinazione e lo rende incapace di camminare. Il bambino ha bisogno di cure costanti e l’unica che può assisterlo è la nonna: la madre, infatti, l’ha abbandonato per iniziare una nuova relazione, mentre il padre lavora in un’altra città nel tentativo di sostenere le spese familiari. Molti infatti sono i debiti contratti dalla famiglia per garantire le cure necessarie a Jiang.

L’unica figura che è rimasta vicina al piccolo è la nonna Yuying: grazie a lei e alla sua tenacia il bambino può coltivare i suoi interessi scolastici. Malgrado l’età avanzata la signora Yuying spinge la sedia a rotelle su strade dissestate (…) verso la scuola situata nella provincia di Guangxi. Naturalmente ad ogni viaggio di andata corrisponde uno di ritorno ma malgrado questo e la fatica quotidiana, la nonna non si ferma cercando la forza nell’amore incondizionato verso il nipote. Che ci sia neve, pioggia o vento poco importa, la nonna non intende smettere: “Finche avrò la forza continuerò a farlo” dice.

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Questa bella notizia, carica anche di fatica, ci illumina la vita ed il futuro dell’umanità: non tutto è così violento, ma ci sono persone che si sacrificano per gli altri e per gli indifesi e i disabili. Grazie, nonna, di quello che fai per il tuo nipote; speriamo che qualche autorità cinese si svegli e provveda in merito, anche se penso che qualche privato farà qualcosa per aiutarti. Grazie sempre per quello che fai e che è di esempio a tutti noi del popolo, che si sente vicino ai tuoi sforzi fisici per il nipote disabile. Grazie ancora: anche se non avremo più notizie di te, tu sei una guida per molti di noi che possono seguire il tuo esempio.

Grazie ancora e che Qualcuno ti ricompensi secondo le Sue leggi e non le nostre. 

14) Migranti, 800 salvati in mare e 3 morti. Aquarius: “La Libia ci ha impedito di aiutare un gommone” 

Ottocento persone sono state salvate nelle ultime 24 ore nel Mediterraneo, ma 3 donne sono morte e numerosi sono ancora i dispersi, tra cui bambini. La denuncia della nave Aquarius di Sos Mediterranèe: “Una motovedetta della Guardia costiera libica ci ha imposto di girare la prua e tornare indietro e ha rifiutato il nostro aiuto”.

CRONACA ITALIANA 28 GENNAIO 2018 14:57 di Ida Artiaco

Ennesima tragedia nelle acque del Mediterraneo. Nelle ultime 24 ore 800 persone sono state salvate, ma tre donne sono morte e numerosi risultano ancora i dispersi, tra cui molti bambini, secondo le testimonianze dei superstiti, dopo che un gommone è colato a picco. Due delle vittime, recuperate in fin di vita con i loro bambini, sono decedute sulla nave Aquarius di Sos Mediterranèe, inviata in soccorso dalla sala operativa della Guardia costiera di Roma. Il team di Medici senza frontiere, giunto proprio su Aquarius, ha tentato l’impossibile per salvarle ma non ce l’hanno fatta, una terza è morta questa mattina all’ospedale di Sfax dove era stata trasportata d’urgenza insieme a sei bambini in gravi condizioni con i polmoni pieni d’acqua.

Non sono mancate le denunce. Proprio Aquarius ha raccontato che una motovedetta libica le ha intimato l’alt e le ha impedito di prendere parte alle operazioni di salvataggio. Lo ha fatto rendendo pubblico un documento fotografico: “Siamo stati mandati dalla sala operativa di Roma a soccorrere un gommone in difficoltà ma arrivati a cento metri di distanza una motovedetta della Guardia costiera libica ci ha imposto di girare la prua e tornare indietro e ha rifiutato il nostro aiuto – hanno sottolineato -. Una cosa orribile: abbiamo visto i volti delle persone e sentito le loro voci che chiedevano aiuto ma non ci è stato permesso di soccorrerli. Una giornata devastante, due donne sono morte e hanno lasciato due bambini orfani”.

L’ennesima giornata terribile nel Mediterraneo e per le associazioni umanitarie impegnate nel salvataggio dei migranti che dalle coste libiche si dirigono verse quelle italiane, dopo che già il 15 gennaio scorso era stato rinvenuto in acque internazionali un gommone semisgonfiato sempre dalla nave Aquarius. Sono 800 le persone complessivamente salvate nelle ultime 24 ore in cinque diverse operazioni di soccorso nel Mediterraneo. In 330, a bordo di una nave militare spagnola, sono già diretti verso il porto di Pozzallo.

Ida Adriatico

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15) Migranti, naufragio al largo della Libia, Oim: “Almeno 90 morti”

L’Oim ha riferito che ci sarebbero tre sopravvissuti, mentre sono affiorati una decina di cadaveri.

CRONACA ITALIANA 2 FEBBRAIO 2018 11:52 di Annalisa Cangemi

Ancora una tragedia del mare. Si teme che almeno 90 migranti siano affogati nel naufragio di un barcone, con a bordo soprattutto cittadini pachistani, a largo delle coste libiche. Lo riferiscono le Nazioni Unite da Ginevra.

I soccorritori sono già sul posto, per tentare di rintracciare eventuali sopravvissuti. “Dieci corpi sono affiorati sulle coste libiche, fra cui otto pakistani e due libici, mentre ci sono tre sopravvissuti”, ha dichiarato la portavoce dell’Oim, Olivia Headon a Ginevra. Due dei superstiti sono arrivati a riva a nuoto, mentre l’altro sarebbe stato recuperato da un peschereccio. I corpi senza vita sono stati rinvenuti su una spiaggia nei pressi della città di Zuwara. Probabilmente il barcone si è ribaltato perché eccessivamente carico di persone. L’Oim ha riferito che ultimamente sta crescendo il numero di pachistani che tenta di arrivare in Europa dalla Libia, passando per l’Italia. In tutto si calcola che nel 2017 i cittadini pachistani arrivati in Italia attraverso la Libia sono stati almeno 3138; mentre dall’inizio dell’anno i migranti arrivati dal Pakistan sono stati 240, a fronte degli appena 9 dello stesso periodo dell’anno scorso.

“Ogni morte in mare è una vita persa di troppo. Per questo continuiamo con la nostra azione di salvataggi e per combattere contro i network di trafficanti”, si è espressa così una portavoce della Commissione europea, Catherina Ray, dopo le notizie del naufragio.

Nella serata di ieri 236 migranti sono sbarcati a Pozzallo in Sicilia dopo essere stati salvati nel Canale di Sicilia dalla nave “Corsi”.

Annalisa Cangemi

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16) I corpi di 16 migranti sono stati recuperati al largo del Marocco – MONDO 04.02.2018

La guardia costiera del Marocco ha recuperato i corpi di 16 persone che erano stati avvistati nel mar Mediterraneo al largo dell’enclave spagnola di Melilla dall’equipaggio di un’imbarcazione. Un medico che ha esaminato i corpi ha detto all’agenzia di stampa Agence France-Presse che i morti sono tutti di origine sub-sahariana, fatta eccezione per una persona marocchina. È probabile che stessero cercando di raggiungere l’Europa dopo essere partiti a bordo di un’imbarcazione da Melilla, che è un punto di riferimento per i migranti che cercano lavoro nei paesi europei o vogliono fare richiesta d’asilo. La città ha 86mila abitanti ed è l’unico territorio dell’Unione Europea che ha frontiere terrestri con l’Africa insieme a Ceuta, un’altra enclave spagnola che si trova vicino allo Stretto di Gibilterra. Questa mattina la guardia costiera spagnola ha pattugliato il tratto di mare attorno a Melilla per cercare eventuali altri corpi o persone ancora in vita.

Nell’ultimo periodo il numero di migranti che cercano di raggiungere l’Europa passando dal Nord Africa alla Spagna è aumentato. Dall’inizio del 2018 circa 1.300 migranti sono arrivati in Spagna, circa 4.300 in Italia. Senza contare quelli di questo finesettimana, almeno 243 migranti sono morti o dispersi nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

(Continua su: https://www.ilpost.it/2018/02/04/corpi-16-migranti-recuperati-mar-mediterraneo-melilla/).

Spesso si legge solo di migranti che sono annegati nel tratto Libia – Italia: ricordiamo che purtroppo il conto non è così, ma questo riferimento ci butta negli occhi che, da più parti, chi perisce nel tentativo di raggiungere un altro paese affidandosi a mezzi inadeguati affronta sempre l’insicurezza: questo è quello che succede vicino a noi, tra le coste del Marocco e della Spagna. Altrove idem.

Cerchiamo di essere presenti con umanità di fronte all’esercito degli scomparsi.

17) Guardian: in Italia 50 combattenti dell’ISIS sbarcati in Sicilia. Governo smentisce: “Falso” 

Il Guardian rivela un documento dell’Interpol nel quale si segnala al Governo italiano la presenza di foreign fighters dell’Isis sul nostro territorio, giunti con quelli che in gergo si chiamano “ghost landings”. Ma il Governo italiano smentisce.

POLITICA ITALIANA 31 GENNAIO 2018 13:35 di Redazione

AGGIORNAMENTO: È arrivata immediatamente la replica del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che sostanzialmente smentisce la ricostruzione del Guardian e ribadisce la bontà del lavoro di cooperazione fra l’Italia e la Tunisia per il contrasto dell’immigrazione clandestina verso le nostre coste:

«In riferimento all’articolo pubblicato sul sito del quotidiano inglese The Guardian dal titolo “Interpol circles list suspected Isis fighters belivied to be in Italy”, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza precisa quanto segue. 

Non trova alcun riscontro l’informazione di 50 “combattenti stranieri” approdati sulle coste italiane appartenenti all’Isis e pronti a compiere attentati. 

Nell’ambito di un consolidato, costante e prolifico rapporto di collaborazione e scambio d’informazioni tra le autorità italiane e tunisine, quest’ultime hanno segnalato nel tempo al nostro Paese il probabile ingresso in Italia di appartenenti a presunti gruppi integralisti. Il proficuo rapporto di cooperazione internazionale di polizia tra i due Stati ha permesso di rintracciare un esiguo numero di persone segnalate le quali, a seguito delle previste procedure d’identificazione, sono state immediatamente rimpatriate. 

Ovviamente è massima l’attenzione verso tutti coloro che raggiungono illegalmente il nostro territorio e l’immediata espulsione di alcuni soggetti segnalati ne è una incontrovertibile conferma. Giova inoltre ricordare che grazie alla citata collaborazione con le Autorità tunisine, due volte alla settimana vengono effettuati rimpatri collettivi verso quel Paese».

L’Interpol ha stilato una lista di 50 combattenti dell’ISIS, che, dopo le recenti sconfitte dello Stato islamico in Siria e Iraq, sarebbero tornate in Europa, raggiungendo l’Italia attraverso la Tunisia. Si tratterebbe di 50 persone di nazionalità tunisina, sbarcate in Sicilia con l’obiettivo di attraversare l’Italia e raggiungere Francia e Germania. A rivelarlo è il Guardian, che ha ottenuto un documento riservato dell’Interpol, inviato al ministero dell’Interno italiano lo scorso 29 novembre.

Stando a quanto rivela il giornale britannico, alcuni di loro sarebbero già stati identificati dalle forze di polizia italiane al momento dello sbarco, mentre pare che uno di loro abbia attraversato la frontiera per raggiungere Gard, nel sud della Francia.

A quanto risulta, gran parte dei tunisini avrebbe raggiunto le coste del nostro paese tra luglio e ottobre dello scorso anno, con canali diversi rispetto a quelli maggiormente utilizzati dai trafficanti di uomini per permettere lo sbarco di decine di migliaia di migranti sulle coste siciliane. In poche parole, i sospettati non avrebbero raggiunto l’Italia “nascosti nei gommoni” che partono dalla Libia o dalla stessa Tunisia, ma utilizzando piccole imbarcazioni, che trasportano passeggeri di notte, a gruppi di 20 o 30 alla volta. Si tratta dei cosiddetti “ghost landings”, sbarchi fantasma, con le imbarcazioni che sfuggono ai controlli e vengono abbandonate sulle spiagge siciliane (in particolare in provincia di Agrigento) e spesso ritrovate quando i passeggeri hanno già fatto perdere le loro tracce.

Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, spiega: “Non possiamo escludere che tra i migranti che utilizzano questi sbarchi fantasma possano nascondersi jihadisti”. E altre fonti investigative siciliane spiegano le difficoltà di intervento anche nei casi in cui un gruppo di persone sia fermato dalle autorità italiane: “Non sappiamo cosa hanno fatto prima di sbarcare qui, non sappiamo chi sono e cosa siano stato prima di arrivare in Sicilia. Alcuni non vogliono farsi identificare e rifiutano di farsi prendere le impronte digitali. Per questi motivi, se sei un terrorista, il modo più sicuro per raggiungere l’Europa è attraverso Agrigento”.

Si calcola che siano circa 5500 i tunisini che hanno combattuto in Siria per lo Stato Islamico, molti dei quali avrebbero fatto ritorno in patria e potrebbero cercare di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo. Sono circa 5mila, invece, i migranti “economici” di nazionalità tunisina arrivati in Italia con i barconi lo scorso anno, la metà dei quali già rimpatriata grazie agli accordi fra Roma e Tunisi.

Redazione

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Cinquanta terroristi sono un bel numero e sarebbero arrivati in Italia attraverso sbarchi organizzati in modo fantasma, cioè senza ricorrere ai soliti barconi sgonfi, ma in barchette di legno che poi li hanno depositati su spiagge al di fuori delle rotte normali, in modo da non essere recuperati dalla polizia e così identificati.

È certo un bel traguardo avere dei terroristi in casa o comunque che circolano qua in Italia, anche se poi raggiungono paesi più sicuri dove hanno altri contatti per potersi proteggere e non farsi riconoscere.

Così adesso sappiamo che arrivano un po’ dappertutto, sembrerebbe in Sicilia, ma altre segnalazioni di barche su spiagge ci sono già state anche nell’Adriatico e in Sardegna: così ce li ritroviamo, pronti a preparare qualcosa in Italia tanto per fare qualche macello anche qua.

Non c’è più nulla di sicuro nel mondo e noi non siamo dammeno, perciò è meglio aprire gli occhi, non credere al “tutto va ben, madama la marchesa”, ma guardarsi un po’ attorno quando si cammina, quando si entra in posti affollati, purtroppo anche quando si passeggia.

In un articolo del 18 agosto 2017, Charlotte Matteini diceva:

« Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha dichiarato che “l’attenzione rimane altissima, ma il livello della minaccia non cambia”, rimanendo dunque “allerta 2”, ovvero il grado di allarme massimo, un gradino sotto quello attuabile in caso di attacco terroristico in corso».

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18) Migranti, quasi 250 morti nel Mediterraneo a gennaio – Lo rivela l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Redazione ANSA – 02 febbraio 2018)

Sono 246, quasi tutte sulla rotta che porta all’Italia, le morti di migranti registrate dall’Oim nel primo mese di quest’anno. Lo riporta il comunicato in cui si annuncia il naufragio di stamattina che si teme abbia causato almeno 90 vittime. L’Oim precisa che sulla rotta mediterranea centrale, quella che dalla Libia porta all’Italia, le morti sono state 218. Le restanti 28 sono sulla rotta per la Spagna. La cifra di 246 migranti deceduti rende il gennaio 2018 “il secondo più mortale nel Mediterraneo dal giugno 2017”, nota l’Oim. A dicembre erano state registrate 23 morti.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/02/02/migranti-quasi-250-morti-in-mediterraneo-a-gennaio_3c394a7a-20e5-4257-b5ac-e497b20b8286. html).

19) Ancora violenze su minorenni, non c’è nessuna videocamera dei luoghi comuni?? 

19a) Palpeggiamenti e baci in bagno e nel ripostiglio della scuola, bidello arrestato a Bari 

Un 58enne barese, bidello in un istituto scolastico di Bari, è stato arrestato e posto ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Avrebbe costretto quattro alunne a subire atti sessuali, baci sul collo e sulle labbra, palpeggiamenti e abbracci.

CRONACA ITALIANA 30 GENNAIO 2018 15:12 di Susanna Picone

Con l’accusa di violenza sessuale aggravata i carabinieri hanno messo agli arresti domiciliari P. R. , un cinquantottenne di Bitetto (Bari), collaboratore di un istituto scolastico comprensivo di Bari. Il bidello avrebbe costretto quattro alunne di età compresa fra i dieci e i dodici anni a subire atti sessuali. Nei dettagli, l’uomo avrebbe molestato le bambine con palpeggiamenti, abbracci, baci sul collo e sulle labbra. Stando alle indagini della sezione di Pg dei carabinieri e dei militari di Bitetto, coordinate dal pm Simona Filoni, approfittando della sua posizione nella scuola e della condizione di inferiorità fisica e psichica delle giovani alunne, il cinquantottenne avrebbe appunto in diverse occasioni abbracciato, baciato e palpeggiato le bambine che bloccava quando andavano in bagno o che venivano costrette a entrare in un ripostiglio buio insieme a lui. I fatti contestati risalgono al novembre dello scorso anno, ma le bambine, che sono state sentite dalla magistratura barese con ascolto protetto, hanno raccontato di aver subito abusi fin dall’inizio dell’anno scolastico.

Il bidello aveva cercato di ottenere la fiducia delle bambine facendo loro complimenti – A far scattare le indagini è stata la denuncia di un genitore al quale la figlia di dodici anni aveva raccontato quello che succedeva a scuola col bidello. In una occasione, con la scusa di voler aiutare una ragazzina ad asciugarsi le mani dopo essere andata in bagno, l’uomo l’avrebbe costretta a sedersi sulle sue gambe per poi toccarle il petto e baciarla sul collo. Secondo quanto spiega la Procura in una nota, il bidello avrebbe anche tentato di carpire la fiducia delle quattro bambine “mostrandosi loro quale amico e confidente, lusingandole con complimenti e facendo sì che le giovani, almeno in un primo momento, scambiassero tali sue perverse manifestazioni lascive ed erotiche, con ingenue manifestazioni di affetto”.

Susanna Picone

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19b) Pordenone, bimbi dell’asilo e del nido picchiati e umiliati da 4 maestre e una bidella

Percosse e urla contro una ventina di bambini, anche molto piccoli, che frequentano una struttura privata con asilo nido e scuola materna nella provincia di Pordenone. Le indagate incastrate dalle telecamere nascoste.

CRONACA ITALIANA 3 MARZO 2018 13:06 di Susanna Picone

Quattro maestre e una bidella risultano indagate e la struttura privata con asilo nido e scuola materna in cui lavoravano è stata posta sotto sequestro nel corso di una operazione dei carabinieri della Compagnia di Pordenone. Arriva dalla provincia del Friuli-Venezia Giulia l’ultimo caso di violenza in una scuola. Le vittime in questo caso sarebbero una ventina di bambini di età compresa tra i sei mesi e i sei anni. Le azioni violente delle quattro insegnanti e dell’inserviente sono state svelate grazie ad alcune telecamere che erano state nascoste dagli investigatori in seguito alla denuncia della mamma di un bambino, che ha fatto scattare le indagini. Le telecamere nascoste hanno filmato una serie di violenze fisiche e intimidazioni operate ai danni dei bambini i quali, secondo l’accusa, per futili motivi venivano fatti oggetto di percosse di vario genere, anche sulla nuca e sul viso, talvolta facendo sbattere il volto dei piccoli sul tavolo, in altri casi afferrandoli e strattonandoli con forza, oppure traumatizzandoli sottoponendoli a vari tipi di punizioni umilianti e lesive della dignità dei minori. Le indagate, da quanto emerso, urlavano ai piccoli con il viso a pochi centimetri dal loro volto.

Maestre indagate per il reato di maltrattamento di minori – I carabinieri della Compagnia di Pordenone, coordinati dal tenente colonnello Marco Campaldini, hanno dato esecuzione a due misure interdittive emesse dal Gip di Pordenone, del divieto di esercitare la professione presso qualsiasi ente pubblico e privato, nei confronti di due delle maestre che risultano indagate per il reato di maltrattamento di minori. Si tratta di una donna di quarantasei anni e di un’altra di venti anni, entrambe residenti nella provincia di Pordenone. Altre due insegnanti e l’inserviente sono indagate in concorso. La struttura privata con il nido e la scuola materna è stata sottoposta a sequestro in esecuzione di decreto dell’Autorità Giudiziaria.

Susanna Picone

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Siamo ancora daccapo. Ma non capiscono i nostri parlamentari e qualche ministero che si devono mandare in giro ispettori che ascoltino i genitori e i parenti, che facciano improvvise irruzioni negli asili per riprendere ciò che succede? Si mandano in giro ispettori ovunque, con le spese a carico dello stato come sempre, ma per i bambini potenziali vittime niente, nessun controllo! Perché lo Stato se ne frega dei bambini che subiscono e riporteranno cicatrici psicologiche per tutta la vita, facendo finta di nulla e non promuovendo nessun controllo. Tutto è lasciato alla buona volontà delle singole maestre, e alla volontà di chi sfoga sui bambini comportamenti terrificanti. Perché nessuno si ribella se non dopo che è successo il fatto?

Le mamme o i papà non leggono di questi casi, che sono fatti sparire alla svelta dai media perché c’è altro, come per esempio le elezioni, da seguire e non controllano con attenzione e continuità le condizioni dei propri figli.

Certo, che è uno Stato che fa leggi, ma non le mette in atto; oppure le leggi vengono vanificate e i bambini subiranno ancora. Poi ci si lamenterà se dei bambini crescono con delle problematiche o sono affetti da sindrome di iperattività motoria o altro. Invece il loro stato futuro è provocato proprio da maestre non controllate, cui non sono fatti sistematicamente test di accertamento di idoneità e che potrebbero essere avviate a corsi specifici di recupero idoneità.

Si tratta di gravi mancanze continuative, che procureranno in futuro anche altri casi simili se non si ferma questa mostruosa tendenza a creare vittime innocenti che non sono fake, ma realtà umilianti per tutta la nazione.

20) La storia di Luca, tormentato dai bulli: “Non riuscivo neanche a bere l’acqua, vivevo nel panico”

Luca Di Pasquale è un ragazzo abruzzese di 18 anni. Per anni è stato vittima di bullismo che l’ha portato a sviluppare una profonda depressione. Oggi sta tentando di risalire ed ha scelto di raccontarci la sua storia.

30 GENNAIO 2018 13:45 di Simona Berterame

Questo ragazzo immortalato mentre gioca con il suo cagnolino si chiama Luca, ha appena 18 anni e ha scritto a Fanpage. it una lettera dove racconta a cuore aperto di essere stato vittima di bullismo e chiede di poter raccontare la sua storia, con l’obiettivo nobile di sensibilizzare su una piaga giovanile così diffusa.

«Ciao mi chiamo Luca Di Pasquale ho 18 anni e vivo a Scerni, un piccolo paesino. Volevo raccontarvi la mia storia. Ho sofferto di bullismo dall’età di 9 anni fino ai 15, bullismo psicologico precisamente, e fino a quando non ho retto più gli insulti e le prese in giro pesanti contro di me da quasi tutti i giovani del paese. Ho sofferto e soffro di depressione maggiore con disturbo di ansia e attacchi di panico, ho passato l’inferno, ma chiamarlo così sarebbe un insulto allo stesso».

Al telefono la voce di Luca trema ma non si spezza. E’ un fiume in piena mentre racconta la sua storia, un’adolescenza ferita e catapultata nel tunnel della depressione. «Ero molto chiuso e non riuscivo a farmi amici maschi. Avevo solo un’amica e perciò i ragazzi del paese hanno iniziato a prendermi di mira gridandomi ‘Frocio di m***a, sembri una femminuccia’. Io non sono omosessuale e non considero un insulto esserlo, però loro utilizzavano questa parola in modo dispregiativo, per mettermi in ridicolo davanti a tutti e questo mi faceva stare male». Un calvario iniziato fin dalle elementari e che Luca si è trascinato fino alle scuole superiori. Nel piccolo paesino abruzzese dove Luca è cresciuto, era diventata quasi una moda prendersi gioco di lui.

Nel 2015 dopo anni di vessazioni e insulti, Luca inizia a chiudersi sempre di più in sé stesso e ad aver paura anche di uscire di casa. “Se ti rivediamo in giro ti picchiamo” gli scrivevano per SMS i bulli, minacce che non avevano una motivazione se non quella di escluderlo dalla vita sociale del paese solo per puro divertimento. Una situazione insostenibile che lo porterà a sviluppare una profonda depressione e un disturbo alimentare. «Mi sentivo sempre più triste, malinconico verso la vita e verso tutti, iniziai a perdere interesse su tutto quello che mi interessava e a rifiutare il cibo – ci racconta il giovane – Nascondevo tutti i panini per la scuola in una busta e ogni settimana andavo a gettarli nel bosco dietro casa mia, rifiutavo ogni sorta di cibo, non riuscivo neppure a mangiare un boccone e spesso se ero forzato a mangiare, subito dopo vomitavo, anche l’acqua era diventata pesante per me; avevo lo stomaco completamente chiuso». La bulimia lo porta a perdere 10 kg in 2 mesi e anche solo recarsi a scuola e seguire una lezione iniziava a diventare complicato, complice anche una professoressa poco empatica «Passavo molto tempo in bagno a piangere e vomitare, seguire una lezione senza almeno un accenno di un attacco di panico era ormai impensabile per me. Purtroppo una delle mie insegnanti invece di comprendermi e aiutarmi (avevo appena 16 anni) mi etichettò subito come ‘il problema della classe’. Divenne molto severa con me, impedendomi di uscire dall’aula, nonostante i miei ormai continui attacchi di panico».

A soli 18 anni questo ragazzo sente di aver toccato il fondo, avendo anche considerato il gesto più estremo. La voglia di farla finita lo ha portato a tentare il suicidio per ben due volte. La prima volta buttandosi da un tetto ma uscendone miracolosamente illeso, per l’altezza molto modesta del salto. Dal secondo tentativo Luca probabilmente non ne sarebbe uscito vivo, se non fosse stato per la sorella, corsa per acciuffarlo al volo convincendolo poi a scendere da quel cornicione così alto.

Luca oggi non crede di essere uscito del tutto dal tunnel della depressione e non sa quando ce la farà, ma sta provando a risalire grazie all’aiuto e all’amore della sua famiglia che non l’ha mai lasciato solo in questa battaglia e ad un percorso terapeutico che ha intrapreso da ormai diverso tempo.

«Voglio che arrivi a tutti questo messaggio, non giudicate mai un ragazzo o ragazza per quello che appare fuori, dentro ha un mondo da scoprire, non abbiate pregiudizi. Prima di giudicare riflettete, prima di parlare pensate, e non lasciatevi mai dire che non valete niente che siete inutili e brutti. Voi valete tanto e chi ha il cuore cattivo non lo sa. Ricordate sempre che chi vi giudica è perché voi avete qualcosa che loro non avranno mai. E per quelli che come me soffrono di depressione o altre malattie psichiche, vi dico che la medicina più potente è l’amore della propria famiglia, il loro amore sarà la vostra forza, il loro sorriso il vostro coraggio e un cucciolo di cane il vostro psicoterapeuta. Vivete ogni giorno al massimo, amate ogni singolo istante, toccate ogni cosa, esplorate la natura, giocate con gli animali e fate ciò che vi rendi sereni e non pensate al futuro».

(Continua su: https://www.fanpage.it/la-storia-di-luca-tormentato-dai-bulli-non-riuscivo-neanche-a-bere-l-acqua-vivevo-nel-panico/http://www.fanpage.it/).

21) Yemen: Onu, 68 bambini uccisi in 3 mesi – Roma, 02/02/2018 – 19:00

Rapporto ottenuto da Al Jazeera, 36 feriti nei raid

ROMA, 2 FEB – Sono 68 i bambini uccisi nei raid dela Coalizione araba a guida saudita in Yemen tra i mesi di luglio e settembre 2017. Secondo Al Jazeera, i dati sono contenuti in un estratto di un rapporto riservato dell’Ufficio delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 19 gennaio. Nel rapporto confidenziale, ottenuto da Al Jazeera, viene aggiunto che 36 bambini sono stati feriti durante i raid della Coalizione nel corso dei tre mesi estivi del 2017.

(Continua su: http://www.lasicilia.it/news/mondo/137798/yemen-onu-68-bambini-uccisi-in-3-mesi.html).

22) L’inquietante e-commerce dei bambini, bebè come merce: in vendita a 1000 euro su un sito egiziano

In Egitto, bambini e neonati venivano venduti sul web come merce qualunque. Il prezzo era determinato dal colore della pelle, degli occhi e dalle condizioni di salute. In alcuni casi si arrivava fino a 1000 euro ma era possibile “comprare” un bimbo anche solo per pochi spiccioli.

ESTERI 15 FEBBRAIO 2018 16:18 di Mirko Bellis

“Vendiamo bambini di tutte le età a chiunque sia interessato all’adozione o all’acquisto”. Così un sito web in Egitto offriva neonati e bimbi rapiti o abbandonati dai genitori. Il loro prezzo? Da poche decine di sterline egiziane fino ad un massimo di 22.000 (1000 euro). Il loro costo variava a seconda del genere, del colore della pelle o degli occhi e delle condizioni di salute. Nel sito, accanto agli annunci di auto usate, elettrodomestici e immobili, apparivano anche le proposte commerciali che riguardavano bambini, in alcuni casi appena nati o ancora nel ventre materno.

“I sogni diventano realtà. Abbiamo la soluzione per le donne che non possono avere figli: Mohaied, 4 anni, pelle bianca”, recita un’inserzione. Mentre in un’altra i gestori della pagina web lanciano una richiesta: “Ci ha chiamato una coppia che sta cercando una bambina appena nata…o una donna incinta. Sono disposti a pagarla o a mantenerla fino a quando non partorisce”.

La notizia della vendita di bambini in internet ha generato un’ondata di indignazione nella società egiziana. La denuncia dell’orribile commercio è partita da Ramy el-Gebali, un ingegnere informatico che, dopo aver scoperto gli annunci, ha deciso di informare le autorità. L’uomo è anche l’amministratore della pagina Facebook “Bambini scomparsi”, una comunità con oltre 1,2 milioni di follower, nata per aiutare le famiglie egiziane a ritrovare i loro figli svaniti nel nulla.

Le prime segnalazioni della compravendita dei minori sono arrivate proprio sul popolare social network. Alcuni abitanti di El Shorouk, una città a nord-est del Cairo, hanno raccontato a el-Gebali di uno strano andirivieni di uomini e donne da un appartamento in cui vivevano molti bambini. Le coppie, all’apparenza molto agiate, entravano nell’abitazione da sole e ne uscivano con i piccoli. Dopo la denuncia, la polizia ha scoperto che il luogo era la base di una banda di criminali dedita alla vendita dei bimbi. Con l’arresto dei malviventi, el-Gebali cominciò a chiedersi come facessero i trafficanti a trovare i loro clienti. E così, grazie alle sue indagini, è arrivato ad individuare il sito in cui bambini e neonati venivano offerti come se si trattasse di una merce qualunque. Secondo quanto ha dichiarato l’ingegnere, il proprietario della pagina web è un cittadino arabo residente in Olanda, un particolare questo che ha portato le autorità a supporre che la tratta avvenisse anche al di fuori dell’Egitto con una clientela internazionale.

Per gli autori di questi crimini, la legge egiziana prevede dieci anni di carcere e una multa che può arrivare a 200.000 sterline per ogni bambino vittima della tratta, una pena che viene applicata anche se il reato è commesso all’estero. Dal 1998, in Egitto esiste una speciale unità per contrastare il traffico dei bambini. Questa piaga è diventata una priorità anche per il Consiglio nazionale per l’infanzia e la maternità (Nccm). “La tratta di minori – si legge nel sito della Nccm – sta diventando sempre di più un’attività lucrativa che pone in serio pericolo i nostri figli. L’unità speciale avrà il compito di proteggere i bambini da questa grave minaccia e riabilitare le vittime della tratta”.

Il Paese nordafricano non è nuovo ai rapimenti di minori. “Il sequestro a scopo di ricatto – ha affermato el-Gebali – si verifica soprattutto nelle province egiziane più povere o nei quartieri popolari del Cairo o Alessandria, dove la mancanza di sicurezza e l’emarginazione sono maggiori”. “Il nostro lavoro – ha aggiunto – non si limita solo alle segnalazioni di bambini scomparsi. Siamo sempre più impegnati ad individuare le bande criminali che sequestrano i piccoli negli ospedali o asili nido”. E i bambini rapiti o venduti – riconosce il Consiglio egiziano per l’infanzia – vanno incontro ad un terribile destino: accattonaggio, sfruttamento lavorativo, schiavitù sessuale fino ad arrivare al traffico dei loro organi.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/l-inquietante-amazon-dei-bambini-bebe-come-erce-in-vendita-a-1000-euro-su-un-sito-egiziano/http://www.fanpage.it/).

Che tristezza chiudere anche questa relazione non potendo citare delle azioni mirate alla salvaguardia della nostra dignità. Al contrario, aumentano anche i casi di assassini di bambini all’interno delle famiglie: sono casi cui non si dà risalto su tutti i media, ma che alcune testate non fake denunciano comunque, sciorinando un lungo elenco di genitori assassini.

Ricordiamo come molte associazioni di veri volontari siano da citare e ringraziare sempre per le loro silenziose prestazioni che sono apprezzate da chi le riceve a da noi che non possiamo citarle tutte. Come dice il proverbio, “fa più rumore un ramo che cade di mille arbusti che crescono”.04

Non ci resta che rivolgerci a Chi ci ha creato ed implorare la promessa di un tempo migliore, anche se lontano per noi che viviamo ora.