Migranti, nell’UE non vi vogliono più. Attenti alle false dichiarazioni millantate./Migrants, the EU Does Not Want You Any More! Beware of the False Statements that Are Proclaimed

È già stato pubblicato più volte, ma si capisce che i migranti, ammassati sulle sponde della Libia con donne che sono stuprate da quando partono dal loro paese fino a destinazione, ne vedono di tutti i colori e ne subiscono troppe lungo il tragitto, anche se ormai sono decisi a portare a termine quel viaggio che diventa un martirio continuo. Resta il ricordo della mammana che le ha fatto giurare, una volta raggiunta la terra promessa a base di stupri o di ricollocazione nella prostituzione, di inviare i soldi a casa per pagare appunto la mammana, prima criminale all’inizio del viaggio verso il mare che poi dovrà attraversare. Devono guadagnare i soldi che la famiglia ha speso per mandarli (ironia) in un posto migliore di cui poi si scopre la vera realtà. Se è presente il marito o fratello può non succedere quanto si è detto. Ma tutti i migranti subiscono torture e violenze dagli uomini della tratta dei migranti lungo tutto il viaggio e poi anche nel corso della traversata opera degli stessi scafisti che vogliono soldi e somministrano botte a ruota libera.

1) Austria, pronti a schierare l’esercito

 

Ministro Difesa, ‘se afflusso migranti da Italia non diminuisce’Austria, pronti a schierare l’esercito – Europa – ANSA.it – www.ansa.it › Mondo › Europa (ANSA) – ROMA, 4 LUG 2017

 

(ANSA) – ROMA, 4 LUG – L’Austria è pronta a schierare fino a 750 militari al Brennero “molto presto” se il flusso di migranti dall’Italia non diminuirà. Lo ha annunciato il ministro della Difesa austriaco Hans Peter Doskozil al quotidiano Kronen Zeitung. “Credo che molto presto saranno attivati controlli alle frontiere e ci sarà bisogno di un dispiegamento dell’esercito”, ha dichiarato il ministro austriaco sottolineando che la misura sarà “indispensabile se l’afflusso di migranti dall’Italia non diminuisce”

 

Nazioni unite nel non ricevere nei loro porti i migranti, l’UE dava un contentino all’Italia coi soliti soldi per non mettere zizzania e lasciare le nazioni che non vogliono che i migranti restino nei loro covi.

 

Contrordine compagni! Ora l’Austria ha detto che non userà quei mezzi per fermare i migranti. Ma li hanno spostati davvero o sono ancora là che aspettano?Tanto altre nazioni come la Francia, la Spagna ed altre non li vogliono e tutti reclamano una centralità della Libia nel fermare quel traffico umano verso le nostre coste. Attendiamo e seguiamo le sconfortanti relazioni che si accavallano sulla pelle dei migranti che raccontano già per conto loro storie incredibili su quello che subiscono nella loro terra fino al mare per raggiungere l’Italia (se ci riescono) per poi trovare quello che trovano nonostante la volontà e la forza di quei veri volontari. Volontari magari non pagati che li accolgono e non sanno che altrettanti “volontari” sono invece pagati.

 

Veramente poche sono quelle associazioni di volontari che insegnano ai migranti le regole di vita italiane, minime ma indispensabili per una convivenza che vedrà altri spettacoli tra breve.

 

Brave, le nazioni dell’Europa che non vogliono migranti! Lasciamo agli altri le beghe e non rompete!

 

2) Migranti, Francia e Spagna si oppongono agli sbarchi: “Non possiamo accogliere nessuno”

 

Sulla questione migranti, che da giorni sta tenendo banco in sede europea, interviene anche l’Onu: “È irrealistico pensare che l’Italia dovrebbe avere la responsabilità di tutti gli sbarchi di migranti che arrivano sulle sue coste. Doveroso chiedere più solidarietà”, dichiara il portavoce dell’Unhcr, sottolineando però che l’ipotesi della chiusura dei porti avanzata dall’Italia non è percorribile.

 

POLITICA ITALIANA – EUROPA – 3 LUGLIO 2017 – 16:28 di Charlotte Matteini

 

Il dibattito relativo alla questione migranti scaturito dall’ipotesi di chiusura dei porti italiani alle navi delle organizzazioni umanitarie battenti bandiera straniera avanzata dal Belpaese continua a tenere banco. In sostanza, con l’aumentare degli sbarchi nel corso delle ultime settimane, il Viminale, preoccupato dall’eventualità di un’ulteriore crescita della pressione migratoria da qui a fine anno, e conseguentemente dall’inadeguatezza del sistema di accoglienza predisposto in rapporto ad afflussi minori, ha chiesto all’Europa di fare la propria parte, minacciando il blocco dei porti alle ong straniere. Nel corso di un vertice urgente organizzato lo scorso weekend tra Italia, Francia e Germania, le tre nazioni europee, insieme al commissario Avramopoulos, avrebbero raggiunto una piena intesa e stilato alcune linee guida da attuare per contrastare da un lato l’aumento degli sbarchi attraverso l’esternalizzazione delle frontiere del Mediterraneo, e dall’altro favorire la relocation dei migranti tratti in salvo.

 

Dall’inizio dell’anno sono sbarcati sulle coste italiane circa 85.000 migranti e rifugiati, mentre si contano oltre 2.000 persone tra morti e dispersi. La Croce rossa italiana ha lanciato l’allarme: la situazione nei centri di accoglienza superaffollati sta diventando critica e il capo dell’Unhcr Filippo Grandi ha descritto quanto sta accadendo nel Paese come “una tragedia in atto”.

 

“Limitare fortemente l’azione Ong ed esternalizzare le frontiere è inaccettabile, vuol dire andare nel senso inverso a quanto da noi auspicato: cioè trovare canali legali e sicuri d’ingresso in Europa. Nel programma ci sono spunti positivi, per esempio lo spingere sulla relocation in altri Paesi europei, abbassando la soglia di accesso sotto il 75% e far sbarcare i migranti anche nei porti di Barcellona e Marsiglia”, spiega Oliviero Forti, responsabile dell’area immigrazione per l’associazione Caritas. “Continua però la delegittimazione, anche se indiretta, delle Ong. Temiamo non si vogliano avere soggetti indipendenti in mare per verificare l’operato della guardia costiera libica, al momento sotto osservazione della Corte di giustizia europea per questioni legate a crimini contro l’umanità, tra cui il caso dell’affondamento di un barcone sparando in aria. Poi, rispetto alla esternalizzazione delle frontiere in Libia, per noi è un piano inaccettabile dal punto di vista dei diritti umani”.

 

Sulla questione è intervenuto l’Onu, ribadendo che l’Italia non può far fronte da sola all’accoglienza dei migranti e che è necessario che l’Europa si metta a disposizione concretamente: “È irrealistico pensare che l’Italia dovrebbe avere la responsabilità di tutti gli sbarchi di migranti che arrivano sulle sue coste. Doveroso chiedere più solidarietà”, ha dichiarato Vincent Cochetel, l’inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo. L’Unhcr intende proporre un meccanismo di sbarco regionale per distribuire il peso dell’accoglienza dei migranti. Non è sostenibile che l’Italia se ne occupi da sola, abbiamo bisogno di altri Paesi che si uniscano e condividano la responsabilità”. L’Onu comunque ribadisce che l’ipotesi della chiusura dei porti avanzata dall’Italia non è percorribile.

 

Secondo la Marina di Tripoli, però, le organizzazioni umanitarie operanti nel Mediterraneo agirebbero in violazione delle regole: “Le cosiddette ong, che si trovano in gran numero nel Mediterraneo, soprattutto di fronte alle coste libiche, commettono aperte violazioni alla sovranità marittima libica, oltre ad accusare ripetutamente e ingiustificatamente la Guardia costiera e gli apparati per la lotta alla migrazione illegale libici, ostacolando qualsiasi accordo con la parte europea che aiuti la parte libica nel far fronte al fenomeno”, ha dichiarato il portavoce Ayyoub Qasem, intervistato da AdnKronos. “Incoraggiano i migranti illegali, che affluiscono in Libia da oltre 30 Paesi africani e non e non si curano minimamente della sovranità della Libia sul proprio territorio e sulle sue acque territoriali”.

 

Quanto alla possibilità di poter utilizzare anche i porti di Barcellona e Marsiglia per gli sbarchi umanitari, il vice sindaco della città francese si oppone: “No all’apertura del nostro porto alle navi umanitarie che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, se ogni settimana facessimo entrare navi con centinaia se non migliaia di migranti saremmo nell’incapacità totale di alloggiare queste persone. Perché una volta sbarcate, queste persone bisogna alloggiarle, ma non abbiamo i mezzi, non possiamo accogliere dei migranti in queste condizioni”, ha spiegato Dominique Tian.

 

La Spagna, invece, solidarizza con l’Italia ma avverte che “qualunque soluzione al problema deve essere europea e non bilaterale”. “Al momento il peso della crisi migratoria ricade per l’86% sull’Italia, il 9% sulla Grecia e il 4% sulla Spagna. Ripartire i migranti fra i paesi del Sud non è la soluzione. Ci deve essere una risposta europea davanti a una situazione eccezionale, come si è fatto per la crisi dei rifugiati che arrivavano sulle coste greche. La Spagna inoltre già si fa carico dei migranti che arrivano sulle sue coste dal Marocco, dall’Algeria e dalla costa atlantica africana, anche se in numeri molto inferiori a quelli in Italia. Inoltre, il 90% degli arrivi è formato da migranti economici che non hanno diritto di asilo, ma restituirli ai loro paesi di origine risulta molto complesso in quanto in maggioranza non hanno documenti”.

 

Nel frattempo, la Commissione europea ha annunciato che nella giornata di domani, 4 luglio 2017, discuterà e presenterà “una serie di misure in sostegno dell’Italia, per ridurre i flussi migratori nel Mediterraneo Centrale, che formeranno la base per la discussione nel prossimo Consiglio Affari Interni informale che si terrà a Tallinn giovedì. Non ci saranno nuove proposte legislative, in questa fase, ma un piano d’azione, con delle misure concrete attuabili in tempo breve, per affrontare la situazione”.

 

“Quello che sarà nuovo sarà il bisogno di fare delle cose immediatamente ma sappiamo che il problema non è nuovo e che le soluzioni che si possono trovare non sono nuove. Si tratta di un’accelerazione in quello che stiamo facendo tutti, le istituzioni europee, gli altri Stati membri e l’Italia, per mettere meglio in opera la nostra politica in materia d’asilo”.

 

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3) Solidarietà Ue, la sfida di Tallinn per l’Italia. Anche Germania contro l’apertura di altri porti

 

Al vertice nodo sbarchi migranti in altri porti e risorse per l’Africa

 

ANSA.it – Mondo – Europa 7 luglio 2017

 

Nel vertice di Tallinn dopo Francia e Spagna, anche Germania e Belgio si oppongono all’apertura di altri porti Ue, come invece proposto dall’Italia. I ministri dell’Interno Ue hanno, invece, raggiunto un accordo sulla Libia, le ong e i rimpatri.

 

Mercoledì la retromarcia dell’Austria, nessuno schieramento di forze armate al confine con l’Italia. Lo ha chiarito il cancelliere Christian Kern dopo un colloquio telefonico con il premier Gentiloni. Per il presidente del Parlamento europeo Tajani quella di Vienna è una ‘scelta saggia’.

 

Consiglio Ue, intesa su Libia,ong,rimpatri – “I ministri dell’Interno Ue hanno raggiunto un accordo sulla necessità di accelerare il lavoro collettivo nell’attuazione delle seguenti azioni prioritarie per ridurre la pressione migratoria sulla rotta del Mediterraneo centrale e rafforzare il sostegno all’Italia: aumentare l’impegno per la Libia e altri Paesi terzi chiave; rivedere e coordinare meglio le operazioni di search and rescue (codice condotta ong); e i rimpatri”. Si legge in una nota della presidenza estone del Consiglio Ue.

 

Fronte Ue contro l’apertura di altri porti – “Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”. Così il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere arrivando alla riunione a Tallinn, in riferimento alla proposta italiana di condividere con altri Stati l’accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. Sulla stessa linea il ministro per l’Asilo e politica migratoria belga Theo Francken: “Non credo che il Belgio aprirà i suoi porti” ai migranti salvati nel Mediterraneo.

 

“L’Italia ha chiesto aiuto, e noi vogliamo dargliene, ma i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale, aumentata del 140%, che impone anche a noi un grosso sforzo per i salvataggi in mare”. Così il ministro dell’Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido.

 

“Aprire più porti” europei ai migranti soccorsi “non risolverà il problema. Bisogna pensare al ruolo che i porti africani potrebbero avere”, porti come quelli “di Tunisia ed Egitto ad esempio”. Lo sostiene il ministro per la Sicurezza e Giustizia olandese Stef Blok.

 

Cambiare il mandato della missione Triton? “No. Il mandato della missione è ben definito. Si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già concordato. Fanno già un lavoro molto buono”. Lo ha affermato il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos.

 

“L’obiettivo di Triton com’è attualmente è chiaro. Però occorre più lavoro all’interno dell’Ue, ma anche con i nostri vicini nordafricani, per condividere il peso ed assicurare che l’Italia non sia lasciata sola”. “L’Agenzia Ue delle guardie di frontiera avrà una discussione con le autorità italiane e gli altri Stati coinvolti, sul piano operativo, la settimana prossima”, ha aggiunto Avramopoulos.

 

Minniti, unanimi su Libia, codice ong,rimpatri – “La riunione è andata secondo le aspettative, perché c’era un’agenda che era già stata disegnata dall’incontro di Parigi di domenica scorsa e dalla Commissione europea”. Così il ministro dell’Interno Marco Minniti lasciando la riunione di Tallin, che rileva “una posizione quasi unanime”, su tre punti: Libia, codice di condotta delle organizzazioni non governative, e rimpatri con la stretta sui visti.

 

“Sulla questione dei flussi migratori in Libia c’è stato un ampio consenso, con la sottolineata necessità di ampliare i finanziamenti andando oltre i fondi già predisposti dalla Commissione europea e prevedendo finanziamenti dei singoli Stati membri. Per quello che si è ascoltato in questa riunione sembra che ci sia stata una disponibilità dei singoli Stati”, ha spiegato Minniti.

 

L’apertura di altri porti Ue “non era in discussione, perché non era la sede giusta. Sapete che abbiamo mandato una lettera alla sede formale che ne deve discutere, che è Frontex. In quella sede discuteremo la prossima settimana, è evidente che su questo punto ci sono posizioni contrastanti. L’Italia ha un suo punto di vista, altri Paesi hanno un loro punto di vista, come è giusto. Discuteremo, legittimamente e anche con la necessaria fermezza”.

 

Alfano, non devono arrivare in Libia – “La crisi dei migranti non può essere fermata solo nelle acque del Mediterraneo. Ci vuole un lavoro a sud della Libia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano nella conferenza stampa conclusiva della conferenza dei paesi di transito. “Perché l’afflusso dei migranti diminuisca occorre non arrivino in Libia”, ha sottolineato il titolare della Farnesina.

 

(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2017/07/06/solidarieta-ue-la-sfida-di-tallinn-per-litalia_9f4139e0-718e-4432-a35c-71d071a7bf50.html).

 

4) Gli Stati membri Ue non apriranno i loro porti ai migranti: l’Italia continuerà a fare da sola.

 

Le prime indiscrezioni dal vertice di Tallinn: no alla proposta italiana di condividere l’accoglienza a livello europeo. Al nostro Paese più fondi e un mandato per scrivere il codice di comportamento per le ONG.

 

POLITICA ITALIANA 6 LUGLIO 2017 – 11:47 di Redazione

 

In sede di presentazione della riunione informale dei ministri dell’Interno dei Paesi Ue, che si sta svolgendo oggi a Tallinn, in Estonia, il ministro Minniti aveva spiegato quali sarebbero state le richieste italiane ai partner europei. Come confermato dall’action plan elaborato dalla Commissione Europea, l’Italia chiederà il via libera a stilare un codice di comportamento al quale le ONG che compiono operazioni di search and rescue al largo della Libia dovranno attenersi. Fra le norme è probabile che siano inseriti il divieto di ingresso in acque libiche, quello di spegnere i trasponder, l’obbligatorietà della presentazione dei bilanci con la lista dei finanziatori e nuove modalità per la collaborazione con le autorità di polizia giudiziaria italiana.

 

In più, Minniti avrebbe voluto che gli stati membri si impegnassero alla cosiddetta “regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”, ovvero ad aprire i propri porti a eventuali sbarchi di migranti salvati nelle acque del Mediterraneo. La tesi italiana è quella che non si possa pretendere collegialità nelle operazioni di salvataggio lasciando poi che sia un solo Stato, il nostro, a doversi sobbarcare il sistema di accoglienza e gestione delle richieste di asilo e protezione internazionale. Inoltre, il nostro Paese intende chiedere la modifica delle regole di ingaggio dell’operazione Triton, in modo da ottenere maggiori margini di manovra per le navi di Marina Militare e Guardia Costiera.

 

Se probabilmente non ci saranno problemi per quanto concerne i finanziamenti alla Libia e il codice di condotta delle ONG, è molto difficile che siano accolte queste ultime richieste italiane.

 

Come riporta La Stampa, infatti, Francia, Olanda, Spagna e Belgio hanno già fatto sapere di non essere disponibili ad aprire i porti ai migranti salvati nel Mediterraneo e spingono perché invece si coinvolgano alcuni porti africani, come quelli di Tunisia, Egitto e della stessa Libia. Sulla stessa linea anche la Germania. Inoltre, “il commissario Ue per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos non è d’accordo con la proposta italiana di cambiare il mandato per la missione Frontex Triton”, dal momento che ritiene che “fa già un lavoro molto buono e dunque si tratta solo di migliorare l’attuazione di quanto deciso”.

 

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5) G20, Gentiloni: “Chi accoglie non va lasciato solo, il problema migranti è globale”

 

I leader dei Paesi del G20 hanno raggiunto un accordo di compromesso sul libero scambio, ribadendo la propria contrarietà al protezionismo. Sul clima, preso atto della presa di posizione degli Stati Uniti, i membri del G20 hanno ribadito la necessità di rispettare gli accordi siglati a Parigi.

 

EUROPA 8 LUGLIO 2017  16:12 di Charlotte Matteini

 

“I Paesi impegnati a salvare e accogliere i migranti non vanno lasciati soli. L’Italia rivendica il lavoro fatto in questi anni, ma questo impegno o è una sfida globale o alla lunga è difficile da sostenere”. Con queste parole il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha aperto la sessione introduttiva del G20, intervenendo sulla questione migranti. “Siamo tutti consapevoli della differenza giuridica tra rifugiati e migranti economici. Ma questi sono oltre l’85 per cento degli arrivi e quindi gestire e contenere i flussi è e sarà sempre più una sfida europea e globale”, ha proseguito Gentiloni.

 

Gentiloni ha in seguito sottolineato l’importanza del “global compact lanciato nel settembre scorso dall’Onu”, ribadendo la necessità di “investire in Africa per lo sviluppo e contro le conseguenze del cambiamento climatico, stabilizzare la Libia, combattere i trafficanti”. Durante la sessione, sono stati inoltre discussi “i modi ed i contenuti di un lavoro comune per fornire soluzioni sostenibili per prevenire i mutamenti climatici e promuovere lo sviluppo dell’Africa”.

 

Oltre alla questione migranti, i leader riuniti ad Amburgo hanno anche discusso di libero commercio, arrivando a un accordo di compromesso tra le parti. Secondo quanto anticipato dall’agenzia di stampa tedesca Dpa “i paesi si sono riconosciuti sul libero commercio e contro il protezionismo. Ma viene riconosciuto anche il ruolo legittimo di strumenti di difesa”.

 

Per quanto riguarda la lotta al riscaldamento globale, il G20, prendendo atto della decisione degli Usa di ritirarsi dall’accordo di Parigi, ha comunque ribadito la necessità di mantenere l’impegno degli altri 18 paesi e dell’Unione Europea ad attuare completamente gli impegni previsti dall’accordo. Secondo fonti europee, nel testo del comunicato congiunto ufficiale che verrà diffuso a margine del vertice si leggerà che “un’economia forte e un Pianeta in salute” sono due cose che “si rafforzano a vicenda”. Attraverso una “vera innovazione”, la “creazione di posti di lavoro”, la “competitività” si possono affrontare le sfide del cambiamento climatico”, nonché verrà nuovamente ribadito che il cambiamento climatico “è un problema globale”, che i paesi del G20 “devono affrontarlo” e che “collaboreranno strettamente a questo fine. I 19 confermano il loro impegno e la loro volontà di applicare in pieno l’accordo di Parigi nei mesi e negli anni a venire e in accordo con i principi che abbiamo concordato”.

 

A causa dell’opposizione di Russia e Cina, Bruxelles non è riuscita nell’intento di far inserire nel documento conclusivo l’obiettivo di ottenere delle sanzioni Onu mirate contro i trafficanti di esseri umani. “Il testo finale è meno buono di quello che volevamo: avremo degli impegni piuttosto vaghi contro i trafficanti, con l’impegno di portarli davanti alla giustizia, ma sarà chiaramente meno di quello cui il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk mirava”.

 

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6) Amnesty: a Mosul “catastrofe” per civili

 

11 luglio 2017 04.00

 

Amnesty International denuncia la “catastrofe” per i civili nella battaglia di Mosul: l’Isis ha usato “intere famiglie come scudi umani” e, sul fronte opposto, le forze irachene e della coalizione a guida Usa hanno utilizzato “armi inappropriate rispetto alle circostanze” ed “in alcuni casi può essersi trattato di crimini di guerra”. La denuncia è in un rapporto,intitolato “A tutti i costi:la catastrofe di civili a Mosul ovest”, che prende in esame il periodo gennaio-metà maggio 2017 con descrizione di attacchi e interviste.

 

(http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-810ca80e-0b00-44ee-a116-07b7b2829389.html).

 

7) Strage di civili a Mosul, Amnesty denuncia: “La coalizione ha compiuto crimini di guerra”

 

In un nuovo rapporto la ong denuncia una catastrofe per i civili: “Famiglie usate come scudi umani”

 

di Laura Boazzelli –  Lug 11, 2017

 

A Mosul, la città liberata dall’Isis nelle scorse ore, è strage di civili. Morti, feriti e sofferenza dominano il paesaggio assieme alle macerie. I cittadini sono rimasti intrappolati negli scontri che hanno attanagliato la parte ovest della città. Lo Stato Islamico ha usato intere famiglie come scudi umani, mentre le armi esplosive imprecise impiegate dalle forze irachene e dalla coalizione a guida Usa hanno ucciso migliaia di civili. E Amnesty International denuncia: “In alcuni casi può essersi trattato di crimini di guerra“.

 

La catastrofe dei civili

 

In un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International, e intitolato “A tutti i costi: la catastrofe di civili a Mosul ovest“, in riferimento al periodo gennaio – metà maggio 2017 ed è basato su 151 interviste ad abitanti di Mosul ovest, esperti e analisti, la ong descrive un quadro spaventoso: dei 45 attacchi, in cui sono morti almeno 426 civili e ne sono stati feriti più di 100, fornisce una dettagliata analisi di 9 di essi, condotti dalle forze irachene e dalla coalizione a guida Usa.

 

Il disprezzo della vita umana

 

“La dimensione e la gravità delle perdite di civili durante le operazioni militari per riconquistare Mosul devono essere immediatamente e pubblicamente riconosciute dalle massime autorità di governo dell’Iraq e dei paesi che fanno parte della coalizione a guida Usa”, afferma Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche di Amnesty International sul Medio oriente. Poi aggiunge: “L’orrore sperimentato dalla popolazione di Mosul e il disprezzo per la vita umana mostrato da tutte le parti in conflitto non devono rimanere impuniti. Intere famiglie sono state distrutte e molte di loro ancora oggi sono sepolte sotto le macerie. Il governo ha il dovere di rassicurare la popolazione di Mosul che vi saranno giustizia e riparazione, e che il devastante impatto di queste operazioni militari sarà adeguatamente preso in considerazione”. Quindi avanza una richiesta: “Chiediamo l’istituzione di una commissione indipendente che assicuri che ovunque emergano prove credibili di violazioni del diritto internazionale vi siano indagini efficaci e che i loro esiti siano resi pubblici”.

 

Le violenze dell’Isis

 

Nella seconda parte del dossier, Amnesty denuncia anche le violenze dell’Isis: trasferimenti forzati, uccisioni sommarie e scudi umani. Infatti, a partire dall’ottobre dello scorso anno, lo Stato islamico sta portando avanti una campagna sistematica di trasferimenti forzati, spostando migliaia di civili dei villaggi circostanti nelle zone di Mosul sotto il suo controllo per poi usarli come scudi umani. “Dicevano ‘O ve ne andate o vi uccideremo’“. E’ la testimonianza di Abu Haidar, un uomo del villaggio di Tel Arbeed. “Ci hanno presi e usati come scudi umani, piazzati tra loro e i missili. Questo è accaduto appena prima dell’inizio delle operazioni per Mosul ovest. Quando le forze irachene sono avanzate, lo Stato islamico è arretrato e ha portato la maggior parte dei civili con sé”, aggiunge. Per evitare la loro fuga, l’Isis aveva intrappolato le famiglie nelle abitazioni, sprangando le porte e piazzando trappole esplosive all’esterno, uccidendo in modo sommario centinaia, se non migliaia, di persone che avevano tentato la fuga. Mohsen, un abitante di Mosul, racconta: “Sono arrivati su un pick-up e hanno chiuso lo spazio tra le due porte. Poi sono andati a un altro edificio, chiudendo tutte le porte con centinaia di persone all’interno”. Chi fugge, viene impiccato ai pali della luce. “Non avevamo scelta – racconta Hassan, testimone delle impiccagioni -. Se fossimo rimasti, saremmo morti nelle nostre abitazioni a causa dei combattimenti. Se avessimo provato a fuggire, ci avrebbero preso e impiccato ai pali della luce come monito agli altri. Quattro dei miei vicini hanno fatto quella fine. Li hanno lasciati lì a penzolare per giorni. A volte ce n’erano anche 50 appesi così”. La paura di essere uccisi durante la fuga ha costretto molti civili a rimanere fino a quando i combattimenti si sono infittiti al punto che i combattenti del gruppo armato hanno dovuto pensare solo agli scontri. In questo modo alcuni civili sono riusciti ad attraversare la linea del fuoco e a raggiungere le forze irachene.

 

La distruzione della coalizione Usa

 

Ma anche la coalizione guidata dagli Usa è rea di violenze contro i civili. Amnesty International denuncia attacchi illegali e uso di armi esplosive imprecise. Mohsen racconta che “quando le forze irachene sono arrivate, sono arrivati anche i colpi di mortaio e i missili”. Poiché lo Stato islamico trasferiva civili nelle aree di combattimento e impediva loro di fuggire, le zone di Mosul ovest ancora controllate dal gruppo armato sono diventate più affollate con l’infuriare della battaglia. Ma le forze irachene e della coalizione non hanno adattato le loro tattiche a questa situazione, continuando a usare armi esplosive imprecise. Il risultato? “L’uso degli scudi umani da parte dello Stato islamico. Un azione che non ha reso meno vincolante l’obbligo legale delle forze governative di proteggere i civili. Chi pianificava gli attacchi avrebbe dovuto fare ancora più attenzione per garantire che essi non sarebbero risultati illegali”, commenta Maalouf. Inoltre, la ong documenta una serie di attacchi in cui le forze della coalizione a guida Usa e quelle irachene non hanno colpito l’obiettivo militare designato, ma distrutto o danneggiato obiettivi civili, uccidendo e ferendo. In alcuni casi, le perdite civili sono apparse il risultato della scelta di armi inappropriate rispetto alle circostanze o della mancata adozione delle precauzioni necessarie per verificare che il bersaglio fosse davvero un obiettivo militare.

 

L’uso di armi inappropriate

 

Anche negli attacchi che avevano come obiettivo quello militare designato, l’uso di armi di potenza, che appare superiore al necessario, e l’assenza delle necessarie precauzioni, ha comportato la perdita di vite civili. E’ quanto accaduto il 17 marzo: per neutralizzare due cecchini jihadisti, una bomba Usa ha ucciso almeno 105 civili nel quartiere di al-Jadida. A prescindere da eventuali esplosioni successive – tesi sostenuta dal Pentagono – è evidente che il rischio cui sarebbero andati incontro i civili grazie all’uso di una bomba da 500 libbre fosse superiore rispetto al vantaggio militare preventivato. Mohamed, del quartiere di al-Tenak, racconta: “Il bersaglio degli attacchi erano i cecchini dello Stato islamico. Ma hanno distrutto un intero edificio di due piani e colpito tante altre case. Attaccavano giorno e notte. Un altro attacco ha colpito una casa e distrutto le altre due di fronte uccidendo tantissime persone“.

 

L’appello di Amnesty

 

“Le forze irachene e quelle della coalizione a guida Usa devono assicurare che la battaglia contro lo Stato islamico, non solo per Mosul ma in altre zone dell’Iraq e della Siria, sia portava avanti in modo rispettoso delle leggi e degli standard internazionali. Gli stati coinvolti non solo devono concentrarsi sugli aspetti militari dei combattimenti ma anche mettere a disposizione le risorse necessarie per alleviare l’incredibile sofferenza dei civili intrappolati nel conflitto e brutalizzati dallo Stato islamico”, conclude Maalouf.

 

(http://www.interris.it/2017/07/11/123449/cronache/le-periferie/strage-di-civili-a-mosul-amnesty-denuncia-la-coalizione-ha-compiuto-crimini-di-guerra.html).

 

8) Iraq, a Mosul bambini ancora intrappolati e sotto choc. Unicef: “Agire subito”

 

23 luglio 2017

 

ROMA – “Il momento peggiore delle violenze a Mosul può essere terminato, ma per troppi bambini a Mosul e nella regione, continua una sofferenza estrema. Continuano ad essere trovati bambini in stato di shock, alcuni tra i detriti o nascosti nei tunnel di Mosul. Alcuni bambini hanno perso le loro famiglie mentre fuggivano per salvarsi. Le famiglie sono state costrette ad abbandonare i loro bambini, che ora vivono nella paura, soli. Molti bambini sono stati costretti a combattere e alcuni a compiere atti di violenza estrema”. Il terribile racconto e’ di Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, che ricorda come questi “sono tempi terribili per troppi bambini in Iraq e in altri paesi colpiti dal conflitto nella regione. La violenza e i conflitti stanno mettendo a rischio la vita e il futuri di quasi 27 milioni di bambini (il riferimento e’ ai bambini colpiti dalla violenza nello Yemen, all’interno della Siria e nei Paesi che ospitano i rifugiati, nello Stato della Palestina, in Iraq, in Libia e in Sudan, ndr)”.

 

(Continua su: https://www.unicef.it/doc/7695/ad-ar-raqqa-in-siria-tra-30000-e-50000-civili-continuano-ad-essere-intrappolati.htmI.

 

9) Li chiamano migranti economici ma è un’ipocrisia

 

Opinioni13 luglio 2017 di: NICOLA TRANFAGLIA

 

Le persone che rischiano la vita attraversando prima il deserto e poi il Mediterraneo, di fronte a una crisi di acqua e di conseguente siccità che ha colpito più di venti milioni di persone tra Etiopia, Somalia, Niger,Nigeria e altri paesi africani noi li chiamiamo, a cominciare dal segretario del maggior partito rappresentato all’interno del centro-sinistra, non della destra ben si intenda, migranti economici. E si tratta di un’espressione assai poco adatta alla situazione reale. Secondo le Nazioni Unite siamo di fronte alla peggior crisi elementare dal 1945 e soltanto nel Corno d’Africa rischiano di morire molte migliaia di bambini per la terribile siccità a cui le popolazioni devono far fronte.

 

Ma tutto nasce, per così dire, dal forte posizionamento a destra nato dall’insistenza delle anticipazioni che i quotidiani italiani hanno creduto di dover dare del libro (Avanti!) edito da Feltrinelli e in uscita di Matteo Renzi. I punti fondamentali vanno tutti nella stessa direzione. Sull’immigrazione,c on l’azione del ministro Marco Minniti che paradossalmente punisce soprattutto le ong e la decisione di scegliere la parola d’ordine di “aiutare i migranti a casa loro” finisce per indicare soprattutto una volontà di aprirsi a posizioni trasversali che travalichino il semplice bacino dell’elettorato di partito, di destra o di sinistra che sia. Un esempio perfetto di come, quasi senza accorgersene, farsi condizionare da un’agenda conservatrice. E dunque spostare come riflesso quasi involontariamente la propria posizione.

 

Un altro tema che ha preso lentamente a scivolare verso destra è il rapporto con l’Europa. Mentre il governo continua a mantenere una parvenza di rispetto nei confronti delle regole europee, nel suo libro Renzi guida la rivolta contro quegli stessi criteri che il governo dice di voler difendere. Facendone una battaglia pubblica e stentorea fino ad arrivare all’ormai nota proposta di mantenere il rapporto tra deficit e PIL al 2,9% e renderla un pezzo importante della futura piattaforma elettorale.

 

Il terzo indizio è la gestione della crisi bancaria. Su questo il governo ha fatto quello che l’Unione ha chiesto. Ma il modo in cui il processo è stato gestito-a partire dalla banca Etruria e il ruolo del “giglio magico” renziano-ha alimentato la sensazione popolare sempre più vasta, che gli interventi di salvataggio siano in fondo serviti soltanto a chi le banche le aveva o le dirigeva. Senza minimamente sanzionare o punire chi colpa ha avuto in quei fallimenti. In questo caso la piattaforma del PD ha seguito quella del governo. Col risultato finale di spostare l’elettorato democratico a favore di un tipico risentimento dei conservatori.

 

Inoltre un piccolo esempio che riguarda la Rai. Il taglio dei compensi può essere giudicato sbagliato o giusto ma è difficile non vedere come la proposta di portare gli stipendi a equa misura non sia per un’azienda pubblica una proposta politica degna di un governo di centro-sinistra.

 

(Continua su: https://www.articolo21.org/2017/07/li-chiamano-migranti-economici-ma-e-unipocrisia/).

 

10) In Siria la violenza si é intensificata nelle ultime settimane

 

Nella città nord-orientale di Ar-Raqqain Siria, la violenza si e’ ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con i bambini che vengono ripetutamente attaccati. Secondo il direttore dell’Unicef “tra 30.000 e 50.000 civili continuano ad essere intrappolati nella città, mentre continua una terribile violenza attorno a loro. Le famiglie hanno parlato di condizioni orribili e pericolose, con cecchini, mine e ordigni di guerra inesplosi“.

 

E aggiunge: “Questi bambini sono stati arrestati, abusati e stigmatizzati per le affiliazioni percepite, mentre rimangono alte le tensioni all’interno e tra le comunita’. Questi bambini che sono soli hanno bisogno del nostro supporto per trovare le loro famiglie, essere riuniti e essere accuditi con protezione e assistenza, indipendentemente dall’origine o dall’affiliazione della loro famiglia. Come per qualsiasi altro bambino nel mondo, hanno il diritto di essere salvaguardati, anche attraverso la documentazione legale”. “I bambini sono bambini! – urla l’organizzazione -. Ora é il momento di agire. Come possiamo costruire un futuro piu’ stabile e prospero per tutti, mentre i bambini sono esposti a tali orrori e vengono trattati in questo modo?”. Per questo motivo l’Unicef Italia ha lanciato una campagna di raccolta per aiutare i bambini di Mosul e dell’Iraq.

 

(Continua su: http://www.dire.it/23-07-2017/135324-iraq-a-mosul-bambini-ancora-intrappolati-e-sotto-choc-unicef-occorre-agire/).

 

Anche se le notizie arrivano stentatamente non si pensi che a Mosul e dintorni è tutto finito. In giro ci sono ancora bombe inesplose, mine ben interrate che fanno i loro danni sulle persone che camminano; ci sono anche i pappagallini verdi per invogliare i bambini a raccoglierli e scoppiano loro in mano. Insomma c’è tutto quello che è stato lasciato intenzionalmente per nuocere ancora. Poi i crimini contro le persone che sono oggetto di chiacchiere non vere e che così etichettano persone innocenti con una vendetta di morte (sembrerebbe ricalcare qualcosa di non lontano anche da noi). Poi ci sono le testimonianze delle persone sopravvissute che raccontano crimini contro di loro e le famiglie, usate come scudi umani, oltre ad altre atrocità come la fame e la sete che ha mietuto vittime, gli stupri, i cecchini e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia qui in occidente le notizie o arrivano su siti specifici o sono state interamente cancellate da tempo, dichiarando che la guerra è finita mentre invece non lo è né finirà presto.

 

Si pensi poi ai bambini soli che devono sopravvivere e che devono improvvisare la loro vita giornaliera senza avere nessuno con cui condividere la sorte se non qualche altro bambino nelle medesime condizioni. E sono sempre i bambini a pagare per gli adulti perversi e criminali. Sempre grazie a quei volontari che riescono a rendere meno penosa la vita di quei bambini soli.

 

Avrete senz’altro la vostra ricompensa da Chi ci osserva nella nostra libertà anche di esseri crudeli verso gli inermi e i fanciulli.

 

11) Migranti, parla il sindaco di Castell’Umberto e attacca il prefetto – 15.07.2017

 

“Questa è anarchia gestita dalle istituzioni”. Non usa mezzi termini il sindaco di Castell’Umberto Vincenzo Biagio Lionetto che ha indossato la fascia tricolore e presidia l’Hotel Il Canguro, la struttura dove, da ieri sera, sono ospitati un trentina di giovani migranti inviati qui dalla prefettura di Messina: “Un blitz in piena regola – dice il sindaco -. Ormai siamo a questo punto: le istituzioni non si fidano dei comuni e organizzano blitz come questo”.

 

Cosa è successo in concreto?

 

“Ieri sera il prefetto alle 21,58 mi ha telefonato per dirmi che avrebbero mandato i migranti. In verità i migranti erano già qui e nonostante la struttura fosse senza energia elettrica hanno organizzato tutto con i gruppi. Quando io sono arrivato erano già dentro. Lo vuole sapere cosa penso?”

 

Mi dica.

 

“Secondo il prefetto i sindaci non contano un cazzo, ecco l’ho detto. Non contano assolutamente nulla. E il nostro parere non vale niente”.

 

Perché dice così?

 

“A dicembre l’albergo utilizzato per ospitare i migranti era stato dichiarato inagibile, non aveva le condizioni minime per ospitare i turisti. Ora li ha per i migranti? Tra l’altro è gestito da una cooperativa di Palermo e ieri sera mi sono ritrovato con un gruppo di giovani palermitani pronti a lavorare. Ma non c’è solo questa questione che pure mi sembra rilevante”.

 

Che altro?

 

“Noi siamo contrari perché non ci sono i requisiti. Ma c’è anche un metodo assurdo: nessun tipo di coordinamento, di accordo con le amministrazioni locali. Un blitz in piena regola. Io quando devo fare qualcosa, per dire un’iniziativa, mi obbligano a rispettare una serie di regole. Loro si comportano così. Ma non c’è solo questo”.

 

Che altro succede?

 

“Lo Stato è attivo quando si tratta di fare i blitz ma non lo è quando deve fronteggiare i problemi dei cittadini. Noi, a causa del dissesto idrogeologico, abbiamo 40 famiglie senza casa: ho dovuto fare un’ordinanza di sfratto. Lo Stato ci ha risposto: i soldi sono finiti, arrangiatevi”.

 

(http://www.nebrodinews.it/migranti-parla-sindaco-castellumberto-attacca-prefetto/)

 

12) Gli stupri dei Caschi blu – 15.07.2017

 

Le accuse di stupro ad alcuni peacekeepers non rappresentano una novità. Barack Obama dedicò un incontro privato al problema degli abusi sessuali perpetrati dai caschi blu nel 2010. Il palazzo di vetro dell’Onu riconobbe il dramma strutturale nel 2003 e un’inchiesta del Wall Street Journal sottolineò quanto poco fosse stato fatto per risolvere il problema. Una storia pesantissima, aggravata dalle tipologie di vittime: donne e bambini. “Nel novembre del 2007 cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani dai dieci ai sedici anni, nelle docce, nelle torrette di guardia, persino nei camion dell’Onu. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine impegnate nella Costa d’Avorio e truppe indiane sono state incriminate in Congo due anni fa”, scrisse Giulio Meotti in questo pezzo.

 

Eventi disseminati nelle missioni prescindendo dalla territorialità, quindi. Da quando Antònio Guterres, però, è succeduto a Ban Ki-moon come nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, sembrava che le cose fossero destinare a cambiare. Una delle sue priorità, infatti, è stata quella di stabilire precise linee guida riguardo queste accuse di stupro. Tra le misure adottate, del resto, c’è stata l’applicazione di una task force. Ma il problema è lungi dall’essere risolto.

 

I nuovi dati rilasciati dall’Onu, infatti, quelli riferiti al 2017, citano 33 nuovi casi di sfruttamento e abusi sessuali, che sarebbero riferiti all’inizio di giugno di quest’anno. Secondo quanto scritto qui, poi, l’Onu ha annunciato poco prima il rimpatrio a Kinshasa di 600 caschi blu della Minusca, provenienti da una missione nella Repubblica Centrafricana. Tutti presunti accusati di violenze o sfruttamento.

 

Secondo il rapporto dell’Onu, 6 casi dei 33 segnalati riguarderebbero abusi sessuali, 26 sfruttamento e uno entrambi i tipi. Le Nazioni Unite, insomma, hanno più di qualche difficoltà nell’investigare, individuare e sanzionare giuridicamente i responsabili degli episodi di stupro che, però, vengono puntualmente portati all’attenzione del pubblico mediante i rapporti.

 

Le difficoltà in merito sono principalmente due: i processi non possono essere condotti se non all’interno delle nazioni che forniscono le truppe, quindi non in quelli in cui sono avvenute le condotte incriminate, e gli addestramenti, risultati evidentemente carenti e privi, in alcuni casi, per usare un eufemismo, di attenzione specifica in merito.

 

Ipotizziamo, ad esempio, che una nazione distante centinaia di km dal luogo di una missione fornisca dei caschi blu, poi incriminati per reati di violenza e stupro: i testimoni risulteranno chilometricamente distanti e la situazione del quadro geopolitico dei paesi interessati non sarà certo d’aiuto per semplificare il quadro.

 

La task force è guidata da Jane Holl Lute, ex vicesegretario per la sicurezza nazionale e senatrice degli Stati Uniti, un nome che dovrebbe quindi garantire una sterzata sul caso, ma un’inchiesta dell’ agenzia Associated Press ha contribuito a riportare in superficie l’enormità numerica del dramma: tra il 2005 e il 2017 ci sarebbero state 2.000 accuse di violenze e stupri riferibili ai caschi blu. L’Onu ha stanziato per il biennio 2017-2018. 6.8 miliardi di dollari per 14 missioni di pace, mentre Donald Trump ha annunciato di voler tagliare circa un miliardo di fondi destinati alle missioni dei caschi blu.

 

(http://www.occhidellaguerra.it/nuove-accuse-di-stupro-ai-caschi-blu-in-africa-centrale/)

 

Già ad aprile 2016 se ne era parlato.

 

Forze di Pace, scuote l’Onu lo scandalo degli stupri commessi dai soldati stranieri – 04.04.2016

 

Donne vittime di violenze nei conflitti: 60 mila in Sierra Leone; 40 mila in Liberia; 200 mila in Congo. E adesso Ban Ki-moon deve affrontare il dossier degli abusi sessuali dei militari francesi in Centrafrica. Dalla Bosnia al Continente Nero, lo stupro da parte dei «liberatori» è sempre un’arma di guerra. Che fa orrore

 

di Sara Gandolfi

 

(Continua su: http://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/04/04/forze-pace-scuote-l-onu-scandalo-stupri-commessi-soldati-stranieri-9ebad922-fa3c-11e5-9ffb-8df96003b436.shtml).

 

Migranti non tollerati e un sindaco che con la fascia tricolore, quindi in rappresentanza dell’Italia, presidia un ex albergo dove sono stati messi dei migranti. Ormai l’intolleranza è diffusa e sta invece insinuandosi l’idea di aiutare i migranti “a casa loro” dove magari c’è guerra, fame, sete, mancanza di ogni mezzo di sostentamento e di cure. Questa notizia era scomparsa da anni dai media, ma adesso è riproposta come la soluzione ideale. Ma troppi migranti non vogliono ritornare da dove sono partiti, a causa di quello che hanno lasciato e non vogliono più saperne.

 

Si pensi un attimo a questa propaganda che non tiene conto del fatto che non basta inviare soldi e personale (qualificato) dove non c’è nessuna preparazione delle persone a viverci di nuovo e a sopravvivere coi mezzi che non possono essere forniti a causa della corruzione. Grandi società spadroneggiano e si impossessano dei beni che la nazione produce. E allora come la mettiamo? Non lasciamo che siano i nostri politici a mettere mano a questo progetto che richiede molto di più di quello che si pensa. Vedremo il futuro cosa riserva a loro e alla gente italiana ancora residente.

 

13) Austria: “L’Italia lasci i migranti a Lampedusa senza portarli sulla terraferma”
La surreale richiesta del ministro degli Esteri austriaco ad Alfano: “L’Italia non porti i migranti sulla terraferma ma li lasci sulle isole”.

 

20 LUGLIO 2017 18:09 di Redazione
Per il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz la soluzione per l’emergenza migranti in Italia è semplice: lasciare tutti a Lampedusa o sulle altre isole, senza trasferirli sulla terraferma. È quanto emerge al termine del vertice tenuto col suo omologo italiano Angelino Alfano a Vienna e del quale probabilmente si parlerà a lungo.
L’Austria ha sostanzialmente intimato al nostro Paese di interrompere il meccanismo in base al quale i miranti vengono distribuiti sul territorio nazionale dopo il salvataggio in mare e la fase di prima accoglienza. “Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terraferma”, ha intimato Kurz, aggiungendo: “Se l’Italia dovesse continuare con i tempestivi trasferimenti sulla terraferma, da dove i migranti proseguono verso nord, non aumenterà solo il sovraccarico in Europa centrale, ma continueranno anche gli annegamenti”.
Nella lettura del Governo di Vienna, dunque, il problema è rappresentato dalla semplice possibilità che i migranti possano oltrepassare le Alpi e raggiungere l’Europa centrale, ragion per cui non si escludono altre iniziative di difesa dei confini. In particolare, ha aggiunto: “Se l’Italia dovesse applicare il lasciapassare verso il nord, metteremo in sicurezza i nostri confini”. La chiusura del Brennero, in sostanza.

 

(Continua su: http://www.fanpage.it/austria-l-italia-lasci-i-migranti-a-lampedusa-senza-portarli-sulla-terraferma/ – http://www.fanpage.it/).

 

I dictat dei vari personaggi politici parlano chiaro: l’Italia non si permetta di mandare in altre nazioni i migranti, interrompere i traghettamenti (esclusi i naufraghi, magari per loro, se recuperati, ci sarà qualche cimitero che li accoglie… magari!). Quasi tutte le nazioni del Nord Europa stanno alzando muri, rinforzando frontiere con militari e facendo la voce grossa verso i nostri politici. Il futuro è incerto e per nulla promettente di soluzioni tranquille! Si vedrà cosa succederà. Ma sì… si continui a lasciar fare al tempo che non è un mezzo sicuro né docile. Si ricordi un nostro presidente quando scese dall’aereo a Napoli, dove c’era un’epidemia di colera: chi osservava le sue mani rimase allibito su come si risolveva quell’epidemia.

 

14) Botte ai bambini, anche disabili: maestra ai domiciliari – La Stampa

 

www.lastampa.it › Cronache – 3 luglio 2017

 

Violenze fisiche e psicologiche ad alunni di sei anni in una scuola a Roma

 

Violenze fisiche e psicologiche ad alcuni alunni di 6 anni come, in un caso, schiaffi in faccia e ginocchiate nella schiena. Per questo motivo una maestra elementare di 54 anni è stata arrestata, e messa ai domiciliari, su disposizione del gip di Roma. Secondo quanto accertato dalla polizia l’insegnante avrebbe infilato la testa di una bambina, con difficoltà psicofisiche, nel cestino dei rifiuti. Ad accusare la maestra colleghi ed ex alunni.

 

Questa mattina gli investigatori della Polizia di Stato del commissariato Appio, hanno eseguito la misura cautelare. Le indagini sono partite nel marzo scorso quando i poliziotti hanno raccolto lo sfogo di un collaboratore scolastico che aveva assistito ad un gesto di violenza fatto dalla maestra ad un bambino di 6 anni; secondo il racconto del testimone, la maestra, tenendo il bimbo per un braccio, lo avrebbe colpito con una ginocchiata alla schiena ed un forte schiaffo in faccia.

 

La polizia ha raccolto varie testimonianze di ex alunni, di genitori e familiari di alcuni bambini. Fin dai primi racconti è emerso, secondo gli inquirenti, «un quadro inquietante»: la maestra avrebbe avuto l’abitudine di far stare i bambini con il capo chino sul banco per poter mangiare in tranquillità e, soprattutto negli ultimi anni, le violenze fisiche sarebbero aumentate ed in un caso è stato segnalato che l’insegnante avrebbe infilato la testa di una bambina, con difficoltà psicofisiche riconosciute, nel cestino della spazzatura. La maestra, nel corso degli ultimi anni, è stata più volte spostata di classe; circostanza che è tuttora oggetto di valutazione da parte degli inquirenti.

 

(http://www.lastampa.it/2017/07/03/italia/cronache/botte-ai-bambini-anche-disabili-maestra-ai-domiciliari-FpYDpqwi9ubJQo1yq2c2lI/pagina.html).

 

In Italia non cambia proprio nulla a favore della gente che vive, suda e digrigna i denti. Nulla è cambiato nella scuola come preventivo per avere insegnanti non aggressivi e non violenti. Si spera sempre che i casi che emergono vengano subito cancellati dai media ed intanto quanti bambini che prendono botte a tutto spiano cresceranno come possono e come la disuguaglianza insegna loro? Bravi! Crescete così per ribellarvi anche agli adulti che guadagnano su di voi e vi usano come tappeti da sbattere, alla faccia dei politici che devono pensare ad altro come lasciare futuribili leggi nel dimenticatoio, specie se toccano i loro stipendi o le convenzioni a loro favore, sicuramente votate da loro stessi.

 

 

 

15) Doppio attentato in Nigeria: donna kamikaze si fa esplodere in una moschea

 

Almeno 12 morti e una ventina di feriti: questo il bilancio di un doppio attacco kamikaze in Nigeria, nella città di Maiduguri, nel nordest del Paese.

 

17 luglio 2017 – Susanna Picone
Due attentati in poche ore oggi in Nigeria hanno provocato almeno dodici vittime. In entrambi i casi si tratta di attentati kamikaze, uno dei quali realizzato da una donna che alle prime ore di questa mattina si è fatta esplodere davanti a una moschea nell’area di Maiduguri, nel nord-est del Paese, epicentro dal 2009 dell’attività terroristica dei Boko Haram. Il primo attacco kamikaze avrebbe provocato almeno dieci vittime e una ventina di feriti. La kamikaze – secondo quanto ha dichiarato ai giornalisti il commissario della polizia di Borno Damian Chukwu – avrebbe fatto detonare gli esplosivi quando le è stato impedito di entrare nella moschea, nel momento in cui i fedeli accorrevano in massa per le preghiere del mattino. La deflagrazione ha fatto anche crollare il tetto dell’edificio. Il secondo attentato nella cittadina di Molai, sempre nei sobborghi di Maiduguri, avrebbe provocato altre due vittime.

 

Maiduguri colpita da un’ondata di attacchi terroristici – L’area di Maiduguri è stata colpita da un’ondata di attacchi terroristici nelle ultime settimane, l’ultimo martedì scorso quando alcuni kamikaze facendosi saltare in aria hanno provocato almeno diciassette vittime e decine di feriti. Molti di questi attentati sono stati rivendicati dal gruppo islamista Boko Haram, che ha minacciato rappresaglie dopo che l’esercito nigeriano ha dichiarato di averlo sconfitto.
Susanna Picone

 

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Anche se si potrebbe pensare che due pericolosi terroristi ormai non nuoceranno più, si pensi al fatto che i kamikaze potevano essere stati adescati a quel tipo di violenza, potevano essere stati pesantemente drogati e quindi incoscienti di quello che stavano facendo. Non è infrequente che il carnefice si riveli una vittima incosciente degli atti che stava eseguendo.

 

16) Migranti, l’Ungheria minaccia l’Italia: “Chiudete i porti”. Gentiloni: “Non accettiamo lezioni”
Il premier ungherese Orban, sulla scia dell’austriaco Kurz, chiede a Gentiloni di chiudere i porti. Gentiloni replica: “Dai nostri vicini, dai Paesi che condividono il progetto europeo abbiamo diritto di pretendere solidarietà. Non accettiamo lezioni né parole minacciose”.

 

21 LUGLIO 2017 17:52 di Annalisa Cangemi

 

Orban contro i migranti. Dopo le dichiarazioni di chiusura dell’Austria, la segue a ruota anche il premier ungherese: “Italia dovrebbe chiudere i porti” per arginare i flussi migratori dal Mediterraneo. Il problema insomma andrebbe risolto il Libia. Con una lettera indirizzata al premier Gentiloni i leader del gruppo di Visegrad, cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, hanno ribadito di voler adottare una politica di respingimento. Viktor Orban non esclude nemmeno l’opzione dell’intervento militare. È l’Europa che alza i muri a parlare, quella che si contrappone alla visione comunitaria di accoglienza, perché ritenuta troppo pericolosa. Già l’Oim ha pubblicato i dati sugli arrivi nel 2017: 111,514 arrivi in Italia dal mare e 2360 dispersi.
In un’intervista alla radio pubblica Mr, Orban definisce “irrealistiche” le proposte della Commissione europea, in quanto alimenterebbero i rischi di terrorismo. L’unica soluzione è per il premier ungherese quella di chiudere le frontiere, così come l’austriaco Kurz ha chiesto ieri al ministro Alfano. Non si trattava quindi di una mera provocazione, ma sembrerebbe piuttosto una strategia pianificata, per isolare l’Italia. Nell’intervento in radio Orban ha spiegato che presto Austria e Germania chiuderanno le frontiere e se anche l’Italia non si impegnerà a fare lo stesso con i suoi porti, i numeri saranno ingestibili. Secondo la visione del leader ungherese se la Libia non sarà disposta a cooperare per riportare i migranti in Africa e bloccare i trafficanti, si ricorrerà alle maniere forti. Il premier ungherese ha lanciato poi le sue accuse contro George Soros, il miliardario americano di origine ungherese, colpevole secondo lui di aver finanziato le ong.
Le parole di Orban hanno ricevuto in Italia il plauso della Lega. Tony Iwobi, responsabile federale Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega Nord ha detto che la proposta di Orban è di buon senso: “Forse, lo dico provocatoriamente, l’Austria e l’Ungheria dovrebbero invadere l’Italia, cacciare il governo Gentiloni e iniziare a governare il nostro Paese con le leggi e con i metodi austriaci e ungheresi. Finalmente si fermerebbe l’invasione”.
Gentiloni replica alle minacce di Orban
Non si fa attendere la replica di Gentiloni: “Dai nostri vicini, dai Paesi che condividono il progetto europeo abbiamo diritto di pretendere solidarietà. Non accettiamo lezioni né parole minacciose. Serenamente ci limitiamo a dire che noi facciamo il nostro dovere e pretendiamo che l’Europa faccia il proprio senza darci improbabili lezioni”.

 

Annalisa Cangemi
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17) Armi italiane vendute nel mondo. (Amnesty International – diritti riservati)

 

“Partono di notte (di giorno si farebbero vedere) e scortate dall’aeroporto di Cagliari, dal porto di Olbia, o da quello di Piombino. Sono le armi di fabbricazione italiana con cui l’Arabia Saudita colpisce lo Yemen e i suoi civili, in una guerra dimenticata da tutti. Solo qualche giorno fa sono arrivate nel porto toscano, scortate dalle forze dell’ordine, 1000 bombe Mk83, prodotte nei cantieri sardi della RWM, e dirette via mare alla base militare saudita di Taif. Il traffico è inarrestabile, nonostante gli appelli di Amnesty International Italia (tra le altre associazioni) e di alcuni esponenti politici che da settimane chiedono al governo di interrompere l’invio. Un invio di bombe «vietate dall’Onu e la cui compravendita va contro la normativa italiana», aveva denunciato il deputato indipendente Mauro Pili. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha telegraficamente ribadito che la spedizione delle armi avviene nel rispetto della legge e secondo regolari contratti commerciali, ma questo stride con gli accordi internazionali sull’esportazione di materiale bellico che l’Italia ha platealmente sottoscritto, così come altri Paesi.”

 

Bombe in arrivo al porto di Piombino (Fonte: Il Tirreno, tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).

 

La legge del 1990 oltre al Trattato Internazionale sul commercio delle armi (valido da circa un anno), che prevede “il divieto di trasferimento delle armi in aree dove vi siano rischi concreti del loro utilizzo in violazione dei diritti umani”, nel nostro Paese è attualmente in vigore, illustrando lo stesso principio, la legge 185 del 1990, che proibisce anche, “nuove delibere delle Camere a parte, l’esportazione di armamenti verso Nazioni in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”, ovvero quelli della legittima difesa come eccezione al divieto dell’uso della forza. Il regolamento vieta inoltre la vendita di strumenti bellici a Paesi particolarmente poveri ed indebitati. Il coinvolgimento indiretto italiano nelle guerre è derivante principalmente da motivazioni di ordine economico e diplomatico (ricordiamo l’alleanza che l’Italia ha, di fatto, con l’Arabia Saudita). Ma va a scontrarsi inevitabilmente con i principi e la difesa dei diritti umani e della libertà: «L’intervento dei sauditi nello Yemen, inoltre – sottolinea Amnesty International – non è stato in nessun modo legittimato né autorizzato dall’Onu».

 

Aeroporto di Elmas – Cagliari

 

Lo Yemen e gli altri Come denunciano i giornalisti di Reported.ly e gli osservatori della ONG Human Rights Watch, nel tremendo conflitto in atto nello Yemen sono state ritrovate numerose armi di fabbricazione italiana, come le temibili bombe Mk83, che possono provocare “gravi lesioni a causa dell’effetto di deflagrazione e frammentazione”. Nell’inchiesta si sottolinea anche come “molti fondi d’investimento occidentali, tra cui fondi pensione e fondi pubblici, traggano beneficio dalla vendita di queste armi perché in possesso di azioni della Rheinmetall Defense Ag, la società che controlla la RWM”. Dalla scorsa primavera, nello Stato orientale, dove è in corso una guerra contro i ribelli houti, sono rimasti uccisi più di 5mila civili, tra cui centinaia di bambini. Decine di migliaia i feriti e oltre un milione gli sfollati. Ma le armi italiane sono arrivate anche in Libia, Nigeria, Iraq, Ucraina, Israele, Libano, ed altri Paesi dilaniati dalle guerre.

 

Un mercato sempre florido

 

Nel 2014 l’Italia ha esportato armi leggere (pistole, fucili) per 453 milioni di euro, e ne ha inviate complessivamente (ogni tipo di arma) per circa 2 miliardi e 600 milioni di euro, il 28 per cento dirette in aree calde come l’Africa settentrionale e il Medio Oriente. L’arsenale che vendiamo nel mondo è costituito (veicoli a parte) da bombe d’aereo del tipo Mk, bombe penetranti come le Blu-109/B (in grado di perforare velivoli corazzati, e le cui particelle espongono a gravi malattie), testate per missili, mine marine, siluri, munizioni e spolette.

 

(Continua su: http://www.dirittodicritica.com/2015/11/30/yemen-libia-nigeria-quelle-bombe-italiane-che-uccidono-nel-mondo/).

 

Brava l’Italia e il suo gioco di vendere armi a chi le cerca per soldi ed interessi che faranno morti e feriti in quantità. Ma l’Italia si considera all’altezza della situazione di umanità. Tempo fa vendeva le mine antiuomo smontate come se fossero strumenti casalinghi, tanto per non dare nell’occhio della comunità in genere. Ciò che meraviglia è che di questa vendita non si parla su tutti i quotidiani che evitano questo argomento. Tanto i vari concerti pagati non si sa da chi devono stordire gli italiani, come da direttive del nuovo ordine mondiale, e farli divertire per dimenticare il resto. Queste modalità imperversano e si chiamano la fabbrica della manipolazione, ma tutti si domandano: «Carneade, chi era costui?» e tutto finisce lì, sempre più appiattiti e dequalificati dalle informazioni che ci declamano, ma cui pochi credono ancora così veritiera.

 

Chiunque alimenta il mercato della guerra e il traffico degli esseri umani pensi ai bambini soli che devono sopravvivere e che devono improvvisare la loro vita giornaliera senza avere nessuno con cui condividere la sorte se non qualche altro bambino nelle medesime condizioni. E sono sempre i bambini a pagare per la condotta degli adulti perversi e criminali.

 

Si rinnova il ringraziamento a quei volontari che riescono a rendere meno penosa la vita di quei bambini soli.

 

Avrete senz’altro la vostra ricompensa da Chi ci osserva nella nostra libertà anche di esseri crudeli verso gli inermi e i fanciulli.

 

 

Violenze degli stati e migranti sotto shock: quasi nessuno li vuole e lo dicono gli stati dell’UE ad alta voce/States’ Violence and Shocked Migrants: Hardly Anyone Wants Them and EU States Clearly State It

Il passato prossimo non cancella nulla, ma scopre ciò che gli alti comandi tentano invano di nascondere sotto la polvere del tempo. E quello che più fa male è che è stata proprio la polizia nel 2001 a Genova, durante il G8, a dare il cattivo esempio con l’irruzione in una scuola ed il massacro degli occupanti: tutti hanno subito qualcosa e ci sono ancora giornalisti stranieri che erano all’interno che hanno riportato lesioni gravi e non sono stati risarciti. Hanno fatto invece carriera coloro che hanno comandato quella carica, non avendo il minimo ritegno di nascondersi nell’ombra.

Ma la giustizia è arrivata anche per loro, anche se l’Italia li ha assolti e promossi: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia anche se in Cassazione hanno favorito questi “capi”(come mai assolti ‘????) Strano, vero? Ma la corte di Strasburgo li ha bollati per sempre dicendo che c’è stata una tortura di cui l’Italia non dovrebbe andare fiera, mentre in realtà se ne vanta, avendo promosso parecchie di queste persone.

Caso strano, vari parlamenti non hanno mai preso in considerazione la tortura non ai parlamentari, ma a persone che incappano in funzionari sbagliati, e Genova non è certo l’unico esempio di tortura italiano. Tuttavia, di fronte alle promozioni di coloro che hanno ordinato quel vergognoso attacco, cosa pensare dello sfacelo italiano e della disuguaglianza di trattamento? Il criminale è protetto dai suoi stessi compagni e superiori e la vittima è quasi derisa per quello che ha subito: bravi quei poliziotti che hanno disonorato l’Italia già degradata per conto suo.

1) Nessuno ha pagato per le torture della Diaz

La Diaz ha continuato a “portare fortuna” anche dopo la sentenza della Cassazione ai funzionari coinvolti: ecco cosa fanno ora, tra promozioni, trasferimenti e consulenze (anche a Mario Balotelli…).

Politica italiana 9 APRILE 2015 – 18:04 di Claudia Torrisi

Dopo quattordici anni dalla notte del 21 luglio 2001, la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ha detto a voce alta: ciò che è successo alla scuola Diaz di Genova si chiama tortura. Strasburgo ha condannato l’Italia per le violenze contro Arnaldo Cestaro – il manifestante che ha presentato il ricorso – e anche per la “risposta inadeguata” del nostro paese “tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz”. I giudici, oltre all’assenza nell’ordinamento del reato di tortura, lamentano il fatto che “la polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura” e che alla fine del procedimento penale nessuno ha pagato per i pestaggi a Cestaro e agli altri manifestanti. All’operazione alla scuola Diaz avevano partecipato 400 uomini, la maggior parte non identificabili.

Ben prima della sentenza di Strasburgo, i giudici della Corte di Cassazione nel 2012 hanno scritto che l’operazione alla Diaz ha “gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero”. Ma la verità è che, nonostante i processi, per quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale” nessuno ha pagato.

Il processo di primo grado si è concluso nel 2008, con 13 condanne e l’assoluzione dei funzionari di grado più alto. Le accuse erano di lesioni – così vennero qualificati i pestaggi a manifestanti inermi – falsificazioni dei verbali – per lo più relativi al finto ritrovamento di molotov nella scuola o a presunte sassaiole e resistenza violenta dei presenti nella scuola – e arresto arbitrario. In appello, nel 2010, invece, le condanne sono state 25, comprendevano anche l’interdizione dai pubblici uffici, e hanno colpito anche gli alti funzionari di polizia. Il procedimento è poi arrivato in Cassazione solo il 26 novembre del 2011, a causa di ritardi e lungaggini delle operazioni di notifica, mentre scorrevano i termini per la prescrizione, tra i timori e le proteste. Nel luglio 2012, l’ultimo grado di giudizio ha confermato le condanne per falso aggravato, mentre i reati di lesioni e arresto arbitrario sono stati dichiarati prescritti. Per i giudici di Strasburgo, di fronte al reato di tortura la legge deve escludere l’intervento di “prescrizione, amnistia, grazia”. Ma in Italia il reato di tortura al momento continua a mancare.

Tra l’altro, nessuno dei colpevoli per falso aggravato è andato in carcere: destinatari di pene tra i 4 anni e i tre anni e 8 mesi, hanno beneficiato tutti dello sconto di tre anni dell’indulto del 2006. I colpevoli sono rimasti praticamente impuniti, trascorrendo pochi mesi agli arresti domiciliari.

Per i condannati, la Cassazione ha confermato le pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Nel ricorso presentato alla Corte, Cestaro lamentava che i responsabili delle violenze nei suoi confronti non erano stati sanzionati in maniera adeguata – a causa di prescrizione e indulto – e “l’assenza di sanzioni disciplinari” verso agenti e dirigenti coinvolti. Fino all’intervento della sentenza definitiva, infatti, l’aver reso dichiarazioni false per giustificare la macelleria messicana non ha creato troppi problemi lavorativi ai vertici della polizia. Alcuni di loro, anzi, fino all’interdizione hanno accumulato promozioni su promozioni. Nessuno ha mai sollevato il dubbio se, dopo le condanne di primo e secondo grado, fosse opportuno rimuovere gli imputati dai loro incarichi.

Francesco Gratteri, che nel 2001 era direttore Servizio Centrale Operativo (Sco), è stato prima promosso nel 2005 questore di Bari, poi capo della Direzione Centrale Anticrimine (DCA). Allo Sco nel 2001 era anche Gilberto Caldarozzi, che da vicedirettore, con l’abbandono di Gratteri, ne è diventato direttore. Giovanni Luperi, invece, ai fatti di Genova era vicedirettore dell’Ugicos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), ma nel 2007 è passato a capo del dipartimento analisi dell’Aisi, ex Sisde; Fabio Ciccimarra da commissario capo di Napoli era approdato nel 2011 a capo della mobile di L’Aquila; mentre Filippo Ferri, a capo della Squadra Mobile di La Spezia nel 2004 si è spostato a dirigere quella più prestigiosa di Firenze. Nando Dominici, ex dirigente squadra mobile Genova, nello stesso anno del G8 è passato a vice questore vicario della Questura di Brescia, per poi giungere nel 2008 al ruolo di dirigente della Polfer di Verona e del Trentino Alto Adige. Spartaco Mortola, invece, da dirigente Digos è diventato vice-questore vicario e capo della Polfer a Torino. Vincenzo Canterini, infine, comandante dei “celerini” romani, accusato di concorso in lesioni – prescritto – falso e calunnia, è diventato questore.

Ma la Diaz ha continuato a “portare fortuna” anche dopo la sentenza della Cassazione: nel 2013 Ferri è stato nominato dal Milan in qualità di tutor di Mario Balotelli, “con il compito di seguirlo fuori dal campo e placarne eventuali comportamenti”. Lo scorso gennaio, invece, Caldarozzi è stato chiamato per una consulenza nel settore sicurezza dal Gruppo Finmeccanica, presieduto da Gianni De Gennaro, che nel 2001 a Genova era capo della Polizia. Mentre era inquisito – poi assolto in primo grado, condannato in appello e nuovamente assolto in Cassazione – con l’accusa di aver indotto una falsa testimonianza in un procedimento sull’assalto alla Diaz, De Gennaro è diventato prima capo di Gabinetto del ministro dell’Interno, poi super commissario per l’immondizia a Napoli e capo del coordinamento Servizi segreti. Nel 2013 è stato nominato dal governo Letta presidente di Finmeccanica (e, stando alle ultime dichiarazioni di Matteo Renzi, pare destinato a restarci).

Gli agenti che materialmente pestarono i manifestanti – per cui il reato è stato prescritto – invece, sono stai reintegrati, dopo una sospensione di pochi mesi. È stato l’unico provvedimento disciplinare noto messo in atto dal ministero dell’Interno.

All’indomani della notte cilena della Diaz sono stati messi in atto depistaggi, calunnie e vere e proprie menzogne – fino alla negazione dell’evidenza nel comunicato finale letto alla stampa in questura dove si definiscono “pregresse” le ferite dei manifestanti arrestati – per giustificare l’ingiustificabile. Queste operazioni e chi le ha condotte hanno sempre goduto di una certa copertura dai governi che si sono succeduti dal 2001 in poi. O, quanto meno, di un testardo beneficio del dubbio.

Nessuno ha pagato. Qualcuno adesso dovrà chiedere scusa.

Claudia Torrisi

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– Alla Diaz fu tortura, Corte Strasburgo condanna Italia

Redazione ANSA – 06 luglio 2015 – 15:07

La “macelleria messicana” compiuta dalla Polizia nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001 “deve essere qualificata come tortura”: l’Italia va dunque condannata doppiamente, per il massacro dei manifestanti e per non avere ancora una legge adeguata a punire quel reato. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a 15 anni di distanza, mette per la prima volta nero su bianco in un atto giudiziario quel che decine di testimoni hanno visto e raccontato.

La sentenza della Corte di Strasburgo è il risultato del ricorso di Arnaldo Cestaro, oggi 76enne: quella notte era alla Diaz e fu uno degli 87 no global massacrati e feriti – su 93 che furono arrestati – durante quella che la Polizia definì una “perquisizione ad iniziativa autonoma” finalizzata alla ricerca di armi e black bloc dopo le devastazioni avvenute in mezza Genova durante le proteste contro il G8. “Questa sentenza è una cosa molto importante – ha commentato l’uomo – quel che ho visto e subito è una cosa indegna in un sistema democratico”. “Finalmente – ha aggiunto il papà di Carlo Giuliani – sono state determinate le brutture commesse dallo Stato italiano. E’ una cosa bella e chissà se l’attuale governo troverà il tempo di occuparsi di queste cose che riguardano la dignità del paese”. Resta, aggiunge Giuliano Giuliani, “la rabbia perché l’omicidio di Carlo è ancora impunito”.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/04/07/diaz-corte-strasburgo-condanna-italia-per-tortura_863cd584-3a39-4b73-8df7-fb085da71294.html).

– G8 Genova, l’agente che finse accoltellamento alla Diaz punito con una sanzione di 47 euro

Massimo Nucera aveva dichiarato di essere stato accoltellato da uno dei no-global presenti all’interno dell’istituto, mostrando, come prova, il giubotto dell’uniforme lacerato. Condannato a 3 anni e 5 mesi, il reato si era prescritto. La polizia, invece, l’ha sanzionato con la decurtazione di un giorno di stipendio.

POLITICA ITALIANA 8 LUGLIO 2016 – 11:15 di Claudia Torrisi

Dall’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova sono passati quindici anni. All’indomani della “macelleria messicana”, l’agente Massimo Nucera aveva dichiarato di essere stato accoltellato da uno dei no-global presenti all’interno dell’istituto, mostrando, come prova, il giubotto dell’uniforme lacerato. Un’aggressione che aveva in qualche modo “giustificato” la violenza che poi è seguita. Una successiva perizia ha dimostrato che quanto raccontato da Nucera non era vero: l’agente aveva “accusato di tentato omicidio una persona non identificata sapendola innocente”. I tagli sul giubbotto, invece, se li era porcurati da solo, con l’aiuto di un altro agente.

Per questa messinscena Nucera era stato condannato nel 2012 dalla Cassazione a tre anni e cinque mesi per falso – una pena poi però caduta in prescrizione. Nel 2013 il Consiglio provinciale di disciplina della polizia aveva deliberato una sanzione per l’agente: per aver dichiarato il falso per “giustificare la violenza” contro persone indifese e aver falsamente dichiarato che ci fu alla scuola Diaz “resistenza armata”, sarebbe stato sottoposto a una sospensione dello stipendio di un mese. Successivamente, però, nel 2014, l’allora capo della polizia Alessandro Pansa – su ricorso di Nucera – ha portato la sanzione a un solo giorno di sospensione, considerati “l’ottimo stato di servizio”, i premi e le “capacità dimostrate”. In definitiva, una pena che ammonta a 47 euro.

Nel 2010 Nucera era stato condannato e nuovamente prescritto per un altro processo per falsa testimonianza. Pochi anni dopo la Diaz, nel 2005, alla fine di una partita di basket tra Teramo e Roseto, tre poliziotti picchiarono “senza alcuna valida giustificazione” un tifoso della squadra locale. Nucera è accusato di aver coperto i colleghi, testimoniando che la vittima si fosse ferita prima della partita (durante una rissa, in realtà mai avvenuta). La pena – un anno e quattro mesi di reclusione – però, è stata prescritta in appello.

(Continua su: http://www.fanpage.it/g8-genova-l-agente-che-finse-accoltellamento-alla-diaz-punito-con-una-sanzione-di-47-euro/ – http://www.fanpage.it/).

2) Lecce, dalla Nigeria sui barconi in Italia donne schiave costrette a prostituirsi: 5 arresti

Le indagini hanno fatto luce su un sodalizio criminale con cellule in Libia: l’inchiesta partita da una mamma nigeriana che aveva denunciato il sequestro di sua figlia minorenne da un collegio

22.06.2017

LECCE – É partita dalla denuncia presentata nel suo paese da una donna nigeriana, una denuncia di sequestro, quello di sua figlia minorenne nel collegio dove studiava e alloggiava, l’inchiesta che ha portato i carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo e del Comando provinciale di Lecce ad arrestare arrestato cinque cittadini nigeriani (3 donne e 2 uomini), con le accuse di associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù a fini sessuali, tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione in stato di clandestinità e sfruttamento della prostituzione. Gli arresti sono stati effettuati nelle province di Verona, Sassari e Roma. Sono indagati sul territorio nazionale altri nove cittadini nigeriani.

Lecce, scoperta tratta delle migranti: 5 arresti

Le misure cautelari sono state emesse dal gip del tribunale di Lecce, su richiesta della Procura distrettuale antimafia. A seguito del rapimento, perpetrato a dire della denunciante da un’organizzazione criminale che aveva l’interesse ad inserire giovani nigeriane nel mondo della prostituzione, i sequestratori hanno richiesto il pagamento di un riscatto di trentamila euro per la liberazione della giovane.

Successivamente la minorenne avrebbe deciso autonomamente di intraprendere il viaggio per raggiungere l’Italia affidandosi ai referenti della compagine criminale. Monitorando le comunicazioni dei presunti rapitori in contatto con la madre, i carabinieri hanno progressivamente individuato l’organizzazione.

Il gruppo era costituito da più cellule con basi logistiche sia nella nazione d’origine sia nel nord Africa ed in particolare in Libia, nelle città di Sebha, Sabratha e Tripoli, dove operano stabilmente referenti in accordo con bande criminali locali e di altre nazionalità, dedite alla gestione di giovani vittime destinate allo sfruttamento sessuale da far giungere anche in Italia tramite i flussi migratori clandestini dal continente africano a quello europeo attraverso collaudate rotte di viaggio.

La giovane è stata individuata e salvata, come anche numerose altre ragazze sbarcate in tempi diversi sulle coste italiane e destinate al mercato della prostituzione, alcune delle quali hanno deciso di sottrarsi alle maglie dell’organizzazione e di rendere dichiarazioni che hanno confermato la ricostruzione dei carabinieri.

Queste le fasi salienti del traffico delle migranti. La prima è quella del reclutamento, effettuato in Nigeria ad opera di persone spesso legate da vincoli di parentela con i referenti dell’organizzazione presenti in Italia. I criteri sono l’età e le fattezze fisiche delle ragazze, e la loro eventuale verginità, caratteristiche documentate anche attraverso fotografie.

La seconda fase è quella del trasporto delle donne, insieme ad altri clandestini che utilizzano le stesse rotte, attraverso il Niger e quindi verso la Libia dove, nella città di Sebha, tutti i migranti vengono trattenuti in attesa di essere trasferiti sulla costa e di salpare alla volta dell’Italia. In attesa dell’imbarco, centinaia di uomini e donne vengono ammassati in edifici fatiscenti, sorvegliati da uomini armati al soldo delle varie organizzazioni criminali e fatti oggetto di umiliazioni psicologiche, violenze fisiche e ridotti, di fatto, ad una condizione di assoluto assoggettamento, tipico della riduzione in schiavitù.

Spesso le donne subiscono violenze sessuali in cambio del cibo e della loro sopravvivenza.

Dalle dichiarazioni si comprendono le difficoltà del viaggio, effettuato con mezzi di fortuna, a volte con l’utilizzo di biciclette da parte di due o addirittura tre persone contemporaneamente per attraversare il confine con il Niger con l’ordine perentorio di abbandonare nella savana l’eventuale passeggero che, stremato dalla stanchezza, non riesce a continuare.

(http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/06/22/news/lecce_donne_in_schiavitu_costrette_a_prostituirsi-168782125/?rss)

– Donne migranti costrette a diventare schiave e prostitute in Italia: 5 nigeriani arrestati

Donne migranti costrette a diventare schiave e prostitute in Italia: 5 nigeriani arrestati
L’operazione dei carabinieri di Lecce ha portato all’arresto di 5 cittadini nigeriani Sedici in tutto le persone indagate. Le ragazze venivano fatte imbarcare in Libia e arrivano in Sicilia, poi venivano portate in strada. Arrivano coi barconi in Italia dalla Nigeria in cerca di un futuro migliore, ma finivano per essere costrette a prostituirsi. Le indagini del Nucleo investigativo anticrimine dei Carabinieri di Lecce hanno portato all’arresto di cinque persone facenti parte di un sodalizio criminale transnazionale radicato in Nigeria, con cellule operative in Libia in diverse aree del territorio nazionale. Devono rispondere di associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù a fini sessuali, tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione.

Il modus operandi vedeva le donne coinvolte messe subito in contattate con le persone che avrebbero poi dovuto avviarle alla strada nel nostro Paese: solitamente si trattava di anziane nigeriane. Quindi le vittime arrivavano in Italia a bordo di barconi pieni di immigrati, salpati dalla Libia verso la Sicilia. Una volta giunte in Italia, le giovani permanevano nei centri di accoglienza fino all’ottenimento del permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari. Nonostante fossero in contatto con i responsabili della tratta di schiavi, solo dopo aver ottenuto il documento venivano recuperate dai componenti dell’organizzazione criminale, di cui facevano parte anche i 5 arrestati. Le indagini hanno interessato complessivamente 16 persone, tra cui i fermati. L’ordinanza è stata emessa dal gip di Lecce Michele Torello su richiesta del sostituto procuratore distrettuale antimafia Guglielmo Cataldi.

Biagio Chiariello

(Continua su: http://www.fanpage.it/donne-migranti-costrette-a-diventare-schiave-e-prostitute-in-italia-5-nigeriani-arrestati/ – http://www.fanpage.it/).

Purtroppo la prostituzione è un metodo molto diffuso specie quando ci sono figure femminili che cercano di inserirsi nel mondo del lavoro e sono imbrogliate con quelle metodiche criminali di violenza per ottenere una sindrome di stoccolma ed essere gettate sulle strade o in bordelli e psicologicamente azzerate nei loro sogni e desideri meno abbietti. I o le magnaccia sanno come trattarle per ottenere ciò che vogliono cioè potere su quelle disgraziate e soldi :non hanno altro sentimento che quelloe forse anche in ricordo di quello che possono aver subito loro ai loro tempi,ma ciò non giustifica per nulla l’avvio di innocenti a quel massacro fisico e psicologico. Ringraziamo quelle associazioni che con veri volontari si espongono all’ira dei magnaccia cercando di convincere quelle nuove leve ad abbandonare quel degradante mestiere. Grazie di cuore anche per quello che fate per noi che siamo alla finestra di questo povero mondo irresponsabile e balordo.

3) L’Uganda? Terra esempio di accoglienza. Guterres (Onu): “Sosteniamo il Paese”

ROMA – “In un mondo in cui sempre più persone chiudono egoisticamente le porte o le frontiere, impedendo ai rifugiati di entrare, un esempio come questo va lodato e ammirato da tutta la comunità internazionale”. Lo ha detto Antonio Guterres, visitando il campo profughi di Imvepi, nell’Uganda settentrionale.

Guterres si trova in Uganda per partecipare a un summit di alto livello indetto dal governo proprio per affrontare la crisi dei migranti.

Come ricordano le Nazioni Unite sul proprio sito web, questo campo è la prima tappa dei sud-sudanesi dopo aver superato il confine, in fuga da un Paese afflitto da quattro anni di violenze.

In questo centro, aperto a febbraio scorso, ora risiedono non meno di 120mila persone – in maggioranza donne e bambini – ma in totale l’Uganda ne ospita almeno 900mila. Altri 300-400mila appartengono ad altre nazionalità.

“L’Uganda sta diventando la principale meta per i profughi subsahariani in fuga dai luoghi di conflitto”, ha spiegato alla DIRE qualche giorno fa Domenico Fornara, ambasciatore italiano a Kampala.

Le fonti dell’Onu evidenziano che in solo 12 mesi, i profughi in Uganda sono più che raddoppiati, passando da 500mila a quasi 1 milione e 300mila. Ciò rende l’Uganda il terzo Paese a livello mondiale per numero di rifugiati.

Guterres ha quindi espresso l’augurio che oggi, i leader dei Paesi del Bacino del Nilo, sostenuti dall’Onu e da altre organizzazioni internazionali, sappiano “rispondere al nostro appello a un aiuto finanziario massiccio, sia per rispondere all’emergenza umanitaria, sia sul piano degli investimenti necessari al sistema educativo, medico-sanitario, delle infrastrutture e (della tutela) dell’ambiente, in modo da poter rispondere a questa colossale sfida”.

A proposito del Sud Sudan, il successore di Ban Ki-Moon e Kofi Annan ha detto: “E’ ora che la guerra finisca. E’ ora che tutti i leader sud-sudanesi capiscano che devono porvi fine”. Quindi ha ringraziato i capi di Stato della regione e gli esponenti degli organismi internazionali – vale a dire l’Autorità intergovernamentale per lo sviluppo (Igad), l’Unione africana e l’Onu – “per gli sforzi profusi” nel sostenere “la creazione delle condizioni affinché la pace sia ripristinata”.

– RADIO PACIS: DIAMO SPERANZA AI SUD-SUDANESI

“Ad Arua lavoriamo nei campi profughi per dare loro speranza, ma senza trascurare le comunità locali: anche loro soffrono gli effetti di questa invasione”. A raccontarlo alla DIRE è padre Tonino Pasolini, direttore di ‘Radio Pacis’, un’emittente che lavora ad Arua, distretto al confine col Sud Sudan.

Negli ultimi 12 mesi si è passati infatti da 500mila a 950mila rifugiati provenienti dal Paese più giovane del mondo, e già afflitto da quattro anni di conflitto armato. Questa emittente, fondata nel 2001 dai missionari comboniani, sta cercando di fare la sua parte: “Col permesso delle autorità, andiamo nei campi profughi di Arua e organizziamo dei tavoli di dialogo, che raccolgono dalle cento alle 300 persone”, prosegue il comboniano, in Uganda da 51 anni.

“Il nostro scopo – sottolinea padre Pasolini – è dare una speranza a questi sfollati, che a causa della guerra hanno perso tutto. Poi, coinvolgiamo anche le comunità locali, che ormai sono ridotte in minoranza rispetto ai profughi”. Anche gli ugandesi soffrono gli effetti di questa “invasione”, è un fatto “normale”, dice il missionario.

Uganda, i campi per i rifugiati sud-sudanesi sono al collasso

“É importante però che si rendano conto di quanto le sofferenze dei sud-sudanesi siano intense: si sentono senza un futuro, stranieri in terra straniera”. Il terzo obiettivo, secondo padre Pasolini, “è far capire alle organizzazioni umanitarie attive nei campi quali sono i reali bisogni degli sfollati”. Le discussioni infatti vengono registrate e poi inserite nella scaletta settimanale dei programmi radio.

“In questo modo chiunque può ascoltarci, e trarre spunto”. Il vostro lavoro quindi è favorire l’integrazione? “In un certo senso sì – risponde padre Tonino – diciamo che si tratta di dare speranza”.

E del summit di ieri e oggi a Kampala, che il governo del presidente Yoweri Museveni ha indetto proprio per parlare di questa emergenza? “Mi rifaccio alle parole del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: servono più aiuti. Ma non solo: serve che la comunità internazionale faccia pressione affinché la guerra in Sud Sudan finisca, attraverso una soluzione politica. E’ di questo che la gente ha bisogno. Io non capisco molto di queste cose, ma vedo che per il momento ci si muove solo per mantenere vive queste persone. Va bene, certo, ma bisogna risolvere il conflitto in quel Paese, che sta assumendo proporzioni sempre più drammatiche”.

23 giugno 2017

(http://www.dire.it/23-06-2017/129710-luganda-la-terra-dellaccoglienza-guterres-onu-sosteniamo-paese/).

N.B.: Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l’indirizzo «www.dire.it» (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata).

Purtroppo anche in questa terra la situazione non è migliore che da altre parti. Paese ai limiti dell’assistenza e nel contempo invaso da disperati che necessitano proprio di tutto e che sono arrivati per salvare se stessi e i loro figli. Questo nonostante il fatto che in quel paese la situazione non è delle migliori, perché questi arrivi portano squilibrio dove già la vita è difficile per i soliti e malaugurati motivi: guerra e mancanza di presa in carico per i bisogni più importanti.

Purtroppo ci si affida anche agli organismi mondiali, che però non sempre sono all’altezza delle richieste più semplici. Anche qui si inseriscono i volontari, religiosi e non, che sono sempre in prima fila ad entrare nei centri di raccolta dove il vivere è perlomeno drammatico e spesso non corrispondente ai reali bisogni di quelle popolazioni.

Anche qui si infiltra spesso la tratta delle donne futuribili prostitute, dei bambini come futuri esseri da sfruttare dietro la promessa di una vita differente, ma che spesso è peggiore di quella che vivono ora. Un grazie ai missionari che si affiancano alle loro vite e cercano non di convertirli, ma di dare loro dignità umana, per loro ed i loro immancabili figli che cercano di proteggere come possono, indifferenti al fischio delle pallottole di una guerra in cui sono pure immersi.

4) Usa, mamma chiude la figlia di 2 anni col fratellino in macchina per punizione: morti entrambi 

È successo in Texas: Cynthia Marie Randolph, 24 anni, è stata arrestata con l’accusa di gravi lesioni per aver chiuso in macchina e sotto al sole i figli di due anni e 16 mesi per punizione, “perché non volevano uscire dalla vettura

USA 25 GIUGNO 2017 – 11:20 di Ida Artiaco

Voleva punire la sua bambina di soli due anni che non voleva uscire dall’auto e l’ha chiusa nel veicolo insieme al fratellino, noncurante del caldo estremo. Così, entrambi i bambini sono morti nell’abitacolo a causa di soffocamento dal caldo. È una storia raccapricciante questa che arriva direttamente dalla zona di Lake Weatherford in Texas, Stati Uniti. La donna protagonista della vicenda è una 24enne, Cynthia Marie Randolph, che è stata arrestata con l’accusa di grave lesioni. I fatti risalgono allo scorso 26 maggio: la mamma aveva raccontato alla polizia che i due bimbi si erano chiusi un macchina, impedendole di entrare. Ma, dopo una serie di indagini, le forze dell’ordine hanno scoperto solo nelle scorse ore che la verità era un’altra.

Cynthia ha infatti confessato di aver chiuso nell’auto la figlia Julie Ramirez per “darle una lezione”, dato che si era rifiutata di uscire dalla vettura. Così, ha bloccato lei e il fratellino di 16 mesi, Cavanaugh, all’interno. “Pensavo che sarebbe uscita da sola e avrebbe tirato fuori il fratello”, ha detto la donna allo sceriffo. Ma così non è stato. Per di più, all’esterno il termometro registrava una temperatura che superava i 35 gradi. Ma la donna, noncurante di ciò, è rientrata in casa, ha fumato marijuana e si è addormentata per svegliarsi solo tre ore dopo, quando per i due bimbi non c’era più nulla da fare. Nonostante abbia chiamato i soccorsi, i sanitari, una volta giunti sul luogo, non hanno potuto far altro che decretarne il decesso.

La donna ha anche aggiunto di aver rotto i finestrini dell’auto, dopo essersi resa conto di quello che stava succedendo e prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, in modo da inscenare un incidente. Ma i suoi alibi sono presto crollati. Così, è stata arrestata con l’accusa di gravi lesioni.

(Continua su: http://www.fanpage.it/usa-mamma-chiude-la-figlia-di-2-anni-col-fratellino-in-macchina-per-punizione-morti-entrambi/ – http://www.fanpage.it/).

Questa nuova e vecchia violenza familiare si fonda sul fatto che i bambini sono bambini e le loro esigenze sono tali e semplici, ma che una madre tossica e deficiente non capisce, poiché ottenebrata dai fumi della marijuana… E allora ogni soluzione è possibile, anche se portatrice di morte per i bambini stessi. La madre sarà punita, ma ciò non ha risolto il problema di quei bambini che volevano solo giocare e che la mamma, in preda alla voglia di drogarsi, non ha capito e probabilmente non capirà mai: i bambini muoiono di una morte certo non invidiabile e terminano così in un’auto chiusa la loro voglia di vivere e crescere peri il futuro del mondo.

Che dire di questa situazione che però sta infiltrandosi nella mentalità di chi ci vuole distruggere e sottometterci al volere di quel nuovo ordine mondiale, che pianifica la pulizia etnica ed il livellamento sempre più usuale, che vuole renderci schiavi psicologici di un’umanità spaventosamente priva di ogni critica contro quei cosiddetti “potenti”, che non si aspettano che anche per loro c’è un redde rationes! La resa dei conti verrà, anche se sono apparentemente protetti dal solito male o angelo del male, che in realtà usa anche loro, ma lo fa per il gusto di distruggere quell’umanità che non sa più riconoscerlo, nonostante le sue promesse che sono come una torta di cui non si mangerà mai nemmeno una briciola.

5) Yemen, oltre 200 mila casi di colera: 1300 morti, un quarto sono bambini (La Repubblica)

“La peggiore epidemia al mondo”, la definiscono le organizzazioni umanitarie. I dati e l’appello del direttore generale dell’UNICEF e di quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

di CARLO CIAVONI – 25 giugno 2007

ROMA – “Nello Yemen – dove si sta consumando sulla testa della popolazione civile l’ennesima resa dei conti tra sunniti e sciiti, con alle spalle i loro referenti di sempre, l’Arabia Saudita e l’Iran, assieme ai soliti “auto-invitati”, Daesh e Al Qaeda – l’epidemia di colera si sta diffondendo rapidamente: oltre 200.000 i casi sospetti, aumentando ad una media di 5.000 al giorno. Attualmente, secondo il parere delle Ong e delle organizzazioni umanitarie sul campo, ci troviamo di fronte alla più grave epidemia nel mondo. In soli due mesi, la patologia si è diffuso in quasi tutti i governatori di questo Paese, per giunta dilaniato dalla guerra. Sono già morte più di 1.300 persone, di cui un quarto sono bambini e si prevede che il numero possa aumentare. L’UNICEF, e l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) stanno lavorando per fermare l’accelerazione di questa tragica epidemia. “Si sta lavorando 24 ore su 24 per localizzare e monitorare la diffusione della malattia – si legge in un documento diffuso – e per raggiungere persone con acqua pulita e adeguate cure sanitarie e igieniche. Le squadre di intervento rapido vanno di casa in casa per raggiungere le famiglie con informazioni su come proteggersi”.

Senz’acqua oltre 14 milioni di persone. Il collasso dei sistemi idrici e igienico-sanitari ha tagliato fuori 14,5 milioni di persone dall’accesso regolare all’acqua e ai servizi igienici, aumentando la capacità della malattia di diffondersi. L’aumento dei tassi di malnutrizione ha indebolito la salute dei bambini e li ha resi più vulnerabili alla malattia. Circa 30.000 operatori sanitari locali dedicati che svolgono il ruolo più importante per fermare questo epidemia non sono vengono pagati da quasi 10 mesi. L’invito delle due organizzazioni umanitarie è rivolto a tutte le autorità del Paese affinchè paghino questi operatori e soprattutto pongano fine a questo devastante conflitto”.

Le origini di un conflitto che sfianca la popolazione. L’UNICEF e l’OMS stanno prendendo tutte le misure per aumentare gli interventi di prevenzione e di trattamento. Nel frattempo, si invitano le autorità dello Yemen ad aumentare i loro sforzi interni per impedire che l’epidemia si diffonda ulteriormente. Inutile sottolineare che il colera non è che la conseguenza diretta di due anni di un conflitto durissimo, iniziato nel marzo del 2015, quando le forze aeree dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi bombardarono i dislocamenti militari dei ribelli sciiti Houthi, che avevano appena conquistato la capitale Sana’a, oltre ad altre aree del territorio nazionale, nella parte occidentale dello Yemen.

Un Paese strategicamente importante. Malgrado sia generalmente fuori dai radar del sistema mediatico, possono essere elencate una serie di ragioni per le quali i paesi arabi, protetti dagli Stati Uniti, hanno dato vita ad un conflitto così violento e senza visibili vie d’uscita. In primo luogo, va considerata la posizione strategica del Paese, dalla quale è di fatto possibile controllare lo stretto di Bab el Mandeb, che segna il punto in cui le coste yemenite e quelle di Gibuti sono più vicine, un passaggio angusto che collega il Golfo di Aden con il Mar Rosso, una rotta navale importantissima per i commerci, soprattutto per quello del petrolio.

Le forze in campo. La complessità della situazione – che coinvolge la popolazione civile, ormai stremata da una povertà congenita: (lo Yemen è in assoluto il Paese a più basso indice di sviluppo del Medio Oriente) è aggravata anche dal fatto che, al di là dello scontro tra i miliziani sciiti Houthi a fianco delle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, in campo sono scesi – sostenuti dai Sauditi – le forse del neo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, oltre ad altri Paesi esterni. Un contributo decisivo alla complicazione del quadro generale, lo danno anche le aspre rivalità personali di esponenti politici di primo piano. Va tuttavia messo in chiaro il fatto che gli Houthi sono – sì – un gruppo sciita, ma di ispirazione zaydita, una fazione particolare dello sciismo yemenita, che per molto tempo ha convissuto pacificamente con i sunniti, al punto di onorare Allah tutti assieme nelle stesse moschee e dando vita anche a matrimoni misti.

Brevi cenni di storia recente. Le tensioni del Paese sono cominciate con un vuoto di potere, coinciso – tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 – con l’uscita di scena di Ali Abdullah Saleh, alla guida del Paese per più di trent’anni. Tensioni via via dilatate che hanno finito per fare da detonatore per lo scoppio di una guerra civile (con pesanti interferenze esterne, soprattutto da parte dell’Arabia Saudita, da una lato, e dall’Iran, dall’altro) che si è trasformata in una vera e propria guerra, di cui non si vede la fine e che rappresenta una delle crisi internazionali più complesse e rischiose dei nostri tempi. Dal 1962 al 1990 esistevano due Stati yemeniti: quello settentrionale, la “Repubblica Araba dello Yemen”, alla guida del quale c’era, appunto, Ali Abdullah Saleh; a Sud c’era invece la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, con una forma di governo di stampo marxista. Malgrado nel 1990 ci sia stata l’unificazione, le spinte irredentiste contro il governo centrale sono proseguite.

La transizione gestita dalle monarchie del Golfo. La “Primavera araba” nello Yemen è avvenuta con alla testa gli Houthi e il gruppo Islah, cui fanno parte anche i Fratelli Musulmani yemeniti. Ali Abdullah Saleh era alla testa dello Yemen dal 1978, prima controllava solo il Nord e poi l’intero paese dopo l’unificazione. Per quanto riguarda la transizione politica, il tentato di controllarla a distanza è stato praticato dalle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), ma soprattutto dall’Arabia Saudita. Saleh è stato oggetto di forti pressioni, affinché si levasse di torno. Una decisione ha poi finito per prendere, lasciando il posto a Abdel Rabbo Monsour Hadi, nominato a capo del governo dopo una consultazione elettorale legittimata dai paesi arabi e dall’Occidente. Anche se Saleh, in realtà, non se ne è proprio andato, come altri, sospinto dai venti delle “Primavere arabe”. E’ ancora a Sana’a, nella sua grande residenza, dirige il suo partito e continua a controllare un buon numero di burocrati dell’apparato statale, e militari in postazioni di comando strategico.

La situazione del Medio Oriente rispetto al colera sta peggiorando e la falcidia è come al solito per le persone meno immunizzate, come i bambini e le donne, ma anche giovani e uomini con un sistema immunitario da spavento. Purtroppo si assiste da lontano alla violenza di una subdola malattia che progredisce proprio là dove manca un minimo di condizioni igieniche, perché non esiste la possibilità di vita più sana. E la campana suona sempre, sia per chiamarci ad un ennesimo aiuto, sia per avvisarci di quanto ancora si dovrebbe fare in quei paesi dove i governanti non pensano al bene comune, ma ai loro interessi, che sono i primi e più importanti fini da raggiungere e lasciano poi alla corruzione dei loro funzionari le modalità di governare la massa di gente che chiede il minimo per vivere e che spesso non ha nemmeno quello. Un grazie, come sempre ai veri volontari, che danno quello che possono e che spesso piangono per quello che non possono dare.

Questa malattia strisciante prodotta dalla mancanza di igiene sta compiendo i soliti disastri perché mancano i mezzi per combatterla, oppure perché la gente usa sostanze come l’acqua sporca (in mancanza di altro) per bere e far bere ai loro figli. Destino crudele che  potrebbe essere fermato in modo semplicissimo: la pulizia personale. Ma chi sta subendo guerre, assassini e distruzione ha altro da pensare, preoccupato com’è di salvarsi la vita e tutelare se stesso e i propri familiari… E allora le norme igieniche passano in terza linea. Anche la pioggia potrebbe fermare il colera, ma comandare alla meteorologia è un po’ difficile, specie in quelle situazioni.

6) Charlie, Corte europea dà ragione ai medici: “Possono staccare la spina al bimbo di 10 mesi”

La Corte dei diritti umani ha respinto il ricorso dei genitori di Charlie Gard, approvando invece la decisione delle autorità britanniche di staccare i macchinari che tengono in vita il bambino anche contro il volere del padre e della madre.

EUROPA 27 GIUGNO 2017 – 20:20 di Antonio Palma

Il piccolo Charlie Gard può morire. Con una sentenza che getta nello sconforto i genitori, la Corte europea dei diritti umani infatti ha dato il via libera alle decisioni prese dai tribunali britannici in base alle quali si possono sospendere le cure che finora hanno tenuto in vita il bimbo di dieci mesi. Respinto quindi il ricorso dei genitori del bambino che in questi mesi hanno tentato in tutti i modi di tenere in vita il figlio, intraprendendo una dura battaglia legale e sui media per il diritto alla vita del piccolo che ha scatenato un acceso dibattito i Gran Bretagna. Proprio nell’ambito di questa lotta i due, Connie Yates e Chris Gard, avevano deciso infine di ricorre al tribunale di Strasburgo ottenendo anche una sospensiva della decisione britannica nei giorni scorsi ma anche questa mossa si è rivelata inutile.

Nel ricorso i genitori del piccolo Charlie avevano sostenuto che l’ospedale inglese avesse bloccato l’accesso a un trattamento sperimentale per mantenere in vita il piccolo negli Stati Uniti, violando così il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento. Inoltre, avevano denunciato le decisioni dei tribunali britannici “come un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”. I giudici hanno respinto la loro tesi dando di fatto il via libera alla morte del piccolo.

“La Corte ha dato peso al fatto che esiste una legislazione – compatibile con la Convenzione europea dei diritti umani – che regola sia l’accesso ai trattamenti sperimentali che la sospensione dei trattamenti per tenere in vita qualcuno” si legge nel sentenza. Inoltre i giudici hanno rilevato che “le decisioni dei tribunali nazionali sono state meticolose e accurate e riesaminate in tre gradi di giudizio con ragionamenti chiari ed estesi che hanno corroborato sufficientemente le conclusioni a cui sono giunti i giudici“.

La tormentata storia di Charlie Gard infatti è da tempo al centro sia del dibattito pubblico sia dei tribunali in Gran Bretagna. Tutto è iniziato quando il piccolo, dopo otto settimane di vita, aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato nel più importante ospedale pediatrico inglese, gli era stata diagnosticata una rarissima malattia genetica, la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli fino ad impedirgli anche di respirare. Quando i medici del Great Hospital di Londra, constatando l’inesistenza di cure, hanno deciso di staccare le spine ai macchinari, i genitori si sono opposti e il caso è finito davanti i giudici.

Antonio Palma

(Continua su: http://www.fanpage.it/charlie-corte-europea-da-ragione-ai-medici-possono-staccare-la-spina-al-bimbo-di-10-mesi/ – http://www.fanpage.it/).

A questo povero Charlie, nato con una malformazione che la scienza non riesce a curare perché troppo impegnata in studi interstellari da paura e da un futuro per l’umanità tutto da capire, presto verranno staccati gli strumenti che provvedono ai più elementari suoi bisogni, cioè la ventilazione, l’idratazione e l’alimentazione. I medici inglesi hanno detto che soffre troppo, ma vorrei realmente sapere come fanno a capire se un bimbo di 10 mesi soffre o non soffre: quali segni di tale sofferenze abbia mostrato, oppure se il solito “ipse dixit” fa zittire coloro che ascoltano anche se dicono cavolate senza limiti. Anni fa medici coscienti avevano dimostrato che si potevano operare i bambini fino al sesto mese in utero perché il sistema neurologico del dolore non era ancora sviluppato. Certo il tutto va dimostrato e senza dubbio oltre all’ignoranza su come curare quella malattia che può loro dare fastidio perché risultano perdenti e perché é abilmente nascosta, c’è anche la spinta a non voler spendere troppo per un unico caso che costa troppo. Allora l’assassinio è perpetrato sotto falsi preconcetti evidenti come il sole: «stacchiamo quelle spine dispendiose e lasciamolo morire, tanto non è che un futuro esempio di come verranno trattati i malati che non rispondono alle cure.»

Come a Sparta il monte Taigeto insegna sempre a gettare giù i più deboli e che costano troppo, sebbene meno di favolose scoperte sull’universo che forse lasciano il tempo che trovano. È ben vero che queste ultime potrebbero essere utili e non solo da un punto di vista nozionistico, ma restano subordinate al dovere di seguire i governanti paranoici o chi influenza o sottomette i governanti. Durante l’ultima guerra circolavano voci secondo cui qualche nazione aveva prodotto incroci tra uomini e primati per ottenere delle schiavi subumani disponibili in ogni caso. Ma subito ci fu chi disse che era tutta una bufala: anche se poteva essere dimostrabile, restava top secret. Di tante cose che succedono la gran massa non deve sapere nulla: “panem et circenses”, anche se il pane è fatto con farine tutte da buttare via e i circenses servono a imbesuire la gente, anche solo per qualche ora, liberando le loro interne angosce.

7) Pili, ancora bombe partite da Sardegna. Deputato Unidos, “tutto fuorilegge segnalerò a Procura Tempio”

Politica – ANSA.it www.ansa.it › Politica – 30 giugno 2017

(ANSA) – OLBIA, 30 GIU – “Un carico di bombe proveniente dallo stabilimento Rwm di Domusnovas, nel Sulcis, è partito ieri notte dal porto industriale di Olbia a bordo di una nave Moby con destinazione Arabia Saudita. Le armi sono arrivate scortate da carabinieri e vigili del fuoco”. Lo denuncia il deputato Unidos Mauro Pili, che ha filmato e documentato tutto con una diretta su Facebook.

“Tre tir anonimi, ma con una scorta di camionette di carabinieri e vigili del fuoco a proteggere il carico esplosivo – racconta il parlamentare sardo – hanno attraversato tutta la Sardegna, dall’estremo sud, Domusnovas, sino all’estremo nord, il porto industriale di Olbia, per caricare su una nave cargo della Moby oltre mille bombe destinate all’Arabia Saudita”. “Il carico – spiega Pili – era composto da 1000 ordigni Mk83 e segue quelli dei giorni scorsi dal porto canale di Cagliari. Hanno agito con un fare furtivo – attacca il deputato – alla pari di chi consuma un reato grave.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/06/30/pili-ancora-bombe-partite-da-sardegna_c119cfdf-8884-499e-8f41-5ed3edfee3ce.html).

Brava, Italia, che lascia passare carichi di bombe destinati all’Arabia Saudita. Tir scortati da militari italiani: a chi sono destinate quelle bombe??

Questa notizia è sparita presto dal tam-tam dei media e naturalmente i nostri politici, che l’hanno sponsorizzata, la negano o dicono che non è vera, ma invece non è così. La nostra Italietta produce bombe o altri ordigni per le guerre, innalzando così il nostro PIL, escluse le mazzette rituali date ai vari componenti che fanno silenzio, ma non tanto, visti i tir seguiti da gazzelle non individualizzabili come tali, che hanno accompagnato per tutta la Sardegna quei tir.

Non facciamo un pochino schifo, dal presidente della cosiddetta repubblica in giù? Altro che discorsi del nulla, che del resto ci mostrano un bel nulla se non parentopoli ed altro. Ma almeno non diciamo fesserie sul comportamento umano, se produciamo ordigni per assassinare un’umanità vittima delle solite distruzioni. Niente, nessun commento! E questa è la doppia faccia dei politici, che si sforzano di dimostrare che i loro fatti che riguardano la loro persona e le loro famiglie sono importanti, mentre il resto è velato dalla loro faccia che tradisce sempre tornaconti personali con spargimento di bugie a raffica. Bravi, italiani, che contribuite alle future guerre, ovvero alla distruzione di altre popolazioni! Perché non avete altro da fare di più complicato per rendere l’umanità più consapevole e protetta da guerre future! Bravi, i nostri politici, che continueremo ad eleggere perché ogni tanto si va a votare: gente di cui non si conosce la ricerca del guadagno personale e parentopoli, da non deludere, che una volta eletti è un palese avvertimento delle leggi che inventeranno.

8) Migranti: in 650 sbarcano a Catania, anche 9 morti. Unhcr: “Tragedia sotto i nostri occhi”

Lo scorso weekend sulle coste italiane sono arrivate 12600 persone. “Una tragedia in atto sotto i nostri occhi”, ha detto lʼAlto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

1 luglio 2017 di Susanna Picone.

È arrivata questa mattina nel porto di Catania la nave militare svedese Bkv 002 che a bordo trasportava 650 migranti recuperati nel corso di diverse operazioni di soccorso nel mare della Libia. A bordo c’erano anche i corpi di nove persone – sette donne e due uomini – che non ce l’hanno fatta a sopravvivere alla traversata. Nella banchina del porto sono scattati i protocolli per l’accoglienza e sono state avviate anche le prime indagini da parte della squadra mobile della Questura per identificare eventuali scafisti. “Quello che sta accadendo in Italia sotto i nostri occhi è una tragedia. Durante lo scorso fine settimana, 12600 migranti e rifugiati sono arrivati sulle sue coste, e si stima che 2030 abbiano perso la vita nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Siamo solo all’inizio della stagione estiva, e senza un’azione collettiva rapida, possiamo solo aspettarci altre tragedie in mare”, ma questo “non può essere un problema solamente italiano”: è il commento arrivato nel frattempo da Filippo Grandi, alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“Priorità è salvare vite umane” – La priorità resta quella di salvare vite umane e, secondo Grandi, “le operazioni di ricerca e soccorso da parte di tutti coloro che sono coinvolti, anche le Ong, la Guardia costiera italiana, e le autorità governative, è fondamentale”. “L’Italia sta facendo la sua parte nel ricevere le persone soccorse e nel fornire asilo a coloro che hanno bisogno di protezione. Questi sforzi devono essere mantenuti e rafforzati. Ma questo non può essere un problema solamente italiano. Si tratta in primo luogo di una questione di rilevanza internazionale, che richiede un approccio regionale congiunto” e l’Europa, ha detto ancora l’Alto Commissario, “ha bisogno di essere pienamente coinvolta attraverso un sistema di distribuzione urgente, un maggiore impegno esterno e percorsi legali aggiuntivi per l’ammissione”. Viminale: 83360 sbarcati da inizio anno – Da gennaio al 30 giugno i migranti sbarcati in Italia sono stati, secondo i dati ufficiali aggiornati del ministero dell’Interno, 83360. Nello stesso periodo del 2016 erano stati 70222. C’è stato dunque un aumento percentuale del 18,71 percento. A questi andranno aggiunti i migranti giunti in Italia tra ieri e oggi. Infine, il numero dei minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia dall’inizio dell’anno è 9761.
Susanna Picone

(Continua su: http://www.fanpage.it/migranti-in-650-sbarcano-a-catania-anche-9-morti-unhcr-tragedia-sotto-i-nostri-occhi/ – http://www.fanpage.it/).

Il difendere i migranti è importante e prioritario, anche se i metodi messi in atto non sono poi tanto chiari nel tutelare sia i migranti che i cittadini che li accolgono, ma come sempre ai nostri politici questo non interessa. A loro basta la suddivisione per regioni dove devono essere accolti i profughi: poi il come saranno accolti e se scontenteranno i residenti non ha nessuna importanza.

Il tutto per mostrare alle altre nazioni che l’Italietta fa molto e bene per questi profughi che, chissà perché, in Italia non vogliono restare. Non è forse un segnale che c’è qualcosa che non va nel loro accoglimento. Poi istruire questa gente sui costumi ed usi italiani, questa è una cosa che va lasciata a quei volontari che si industriano non a guadagnare come hanno fatto e fanno diverse comunità da strapazzo, ma che cercano di istruirli come del resto fanno diverse nazioni, quali ad esempio la Germania ed altri stati nordici. E se tra qualcuna di queste comunità c’è la solita mela marcia, è scontato e bisogna sapere a chi si affida questo compito: non agli amici degli amici, perché devono guadagnare facendo finta di essere generosi e caritatevoli. Spesso si cade nel favorire chi può ricambiare quello che facciamo: gli italiani sono molto bravi in questo e lo dimostrano le quasi giornaliere retate di personaggi anche illustri come generali di tutte le armi, primari, magistrati indagati per corruzione o simili, ma questo (dicono i molti) è fare da furbi anche se le mele marce sono più di quelle sane.

L’importante sono le sfilate a suon di musica per dimostrare non so che cosa se non che siamo forti e presenti. Da Caporetto in avanti ciò è dimostrato molto bene: anche Cefalonia è un esempio come le foibe, il cui ricordo dopo cinquant’anni è stato forzatamente ricordato perché c’erano troppo persone che rumoreggiavano per quegli italiani sacrificati in nome di non so chi, ma credevano ancora nei valori di una patria che li ha traditi ed abbandonati al loro destino. Patria che oggi non esiste più perché non si può più parlare di un “onore” se chi ci governa non ce l’ha mai avuto né sa cosa è.