In Siria come in Pakistan: nessuna pietà per ospedali e per i più vulnerabili / In Syria, just as in Pakistan, no Compassion at all for Hospitals and for the Most Vulnerable

1) Attentato in un ospedale in Pakistan: 93 morti tra avvocati e giornalisti
L’attacco non è ancora stato rivendicato da nessuna organizzazione terroristica.
8 AGOSTO 2016 10:01 di Davide Falcioni
È pesantissimo il bilancio di un attentato compiuto presso l’ospedale di Quetta in Pakistan: 93 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite, alcune delle quali in modo assai grave, ma ormai non si contano più gli ospedali distrutti od inservibili carenti di personale e di strumenti. Le vittime sono in larga parte avvocati e giornalisti, che si trovavano nella struttura perché vi era stata portata la salma del presidente dell’Associazione legali del Balochistan (Bba), Bilal Anwar Kasi, ucciso nelle scorse ore. L’esplosione si è verificata nei pressi dell’entrata principale della struttura, e molto probabilmente la responsabilità sarebbe di un kamikaze.
Tutta l’area e stata immediatamente isolata dalla polizia, che ha anche diramato un avviso di emergenza a tutti gli ospedali della citta, dove stanno confluendo i feriti. Intanto il ministro dell’Interno del Balochistan, Sarfaraz Bugti, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su quella che giudica una “falla nella sicurezza” e l’ispettore generale della polizia, A.D. Khawaja, ha emesso un’allerta massima in tutto il Sindh. L’attacco é stato compiuto nei pressi dell’ingresso principale del nosocomio, in un momento in cui da quel punto stavano transitando decine di avvocati e giornalisti per rendere omaggio a Bilal Anwar Kasi.Avvocati e giornalisti sono da tempo nel mirino di gruppi terroristici locali: soprattutto tra i primi sono stati recentemente commessi omicidi mirati che hanno convinto la categoria a chiedere al governo di predisporre sistemi di massima protezione. Al momenti l’ultimo attacco, il più sanguinario, non é stato rivendicato da nessuno, anche se i sospetti maggiori ricadono su Al Quaeda. Per saperne di più sarà necessario attendere le prossime ore, quando con ragionevole certezza i leader che hanno pianificato l’attacco lo rivendicheranno. Nel frattempo nel paese infuriano le polemiche, visto l’alto rischio di rimanere coinvolti in un attentato se ci si trova in luoghi molto affollati.
Fonti:
– Pakistan, attentato a Quetta contro avvocati e giornalisti: almeno 40 morti e 50 feriti (Continua su: 
https://it.sputniknews.com/mondo/201608083242749-pakistan-attentato)
– Pakistan, esplosione nell’ospedale di Quetta: 45 morti Nel nosocomio era in corso la camera ardente per salutare il presidente degli avvocati del Baluchistan, ucciso in un agguato (Continua su: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/pakistan-quetta-esplosione-ospedale-8d0dbd96-070e-4574-9726-9d37a1c1d69a.html).
Bombardare gli ospedali é una pratica diventata comune non solo in Medio Oriente, Siria e Afganistan, perché la scusa (talvolta fondata) è che nei sotterranei degli ospedali sono nascoste le armi (escamotage per salvare sul piano etico tali condotte), ma non e così. Si bombardano con più frequenza gli ospedali appunto perché si pensa che ci siano armi! Poi il mondo grida che si uccidono inermi, ammalati o feriti, inclusi bambini. Ma ormai Medici Senza Frontiere ed altre associazioni umanitarie come Save the Children, hanno un bel dire o gridare che hanno ucciso molti ammalati! Verrebbe piuttosto da dire che nella guerra, criminalmente, non c’e misura o salvaguardia, l’importante e distruggere più nemici possibili e far fuggire i medici che restano sul posto, incuranti delle bombe che vi cadono sopra. Ultimamente anche l’ultimo pediatra se ne è andato per non morire sotto i bombardamenti e cercare di curare i bambini in altri posti,se bambini ne troverà ancora, perché diminuiscono ogni giorno, assassinati da criminali più o meno legati a presidenti ancora in carica come Assad o altri ISIS (e chi li finanzia) ecc. Al mondo sono interessate di più le Olimpiadi e non so se é stato fatto qualche minuto di silenzio per i bambini uccisi vergognosamente nel Medio Oriente. 
Dimenticavo che si erano fatti vivi in Brasile gli squadroni della morte per ripulire Rio prima delle Olimpiadi, e quindi questo discorso e fuori tempo e luogo; ormai la vita umana non vale 3 soldi, ma niente. Tutto il personale sanitario fuggito dagli ospedali bombardati lo ha fatto per salvarsi e così continuare, se possibile, altrove la loro missione pagata cara con la vita come sta succedendo ancora in Siria e vicinanze. E le bombe o altri ordigni gettati sulla Siria non sono sufficientemente intelligenti o istruiti a non colpire i civili e i bambini: chi e sotto é sotto e se é colpito aumenta la statistica che é quasi sempre presente nelle notizie, così, nuda e cruda, senza commenti. I volontari di Medici Senza Frontiere hanno dovuto abbandonare più ospedali, trascinando con sé quei poveracci ricoverati quando potevano. Poi sono dovuti fuggire anche loro dai bombardamenti e dalla mancanza di tutto – dal cibo alle medicine. E che dire della tregua di due giorni per permettere a chi porta cose urgenti… prima l’acqua e il pane, poi quanto può servire a chi non ha più nulla se non un tetto malandato per riparare sé stessi e i propri figli? Certo che quelle mamme che sono restate, molte volte senza il marito, affrontano sacrifici enormi, rincarati dal fatto che, se si trova qualche alimento, lo si paga il triplo del normale: giustamente, se non si approfitta in quei momenti, quando allora? Le conclusioni sono prevedibili, ma il mondo se ne frega altamente, esclusi i volontari che fanno il possibile. Quanti ospedali sono rimasti in piedi e disfunzionano come tali, ma nessun media lo riporta, solo se è bombardato ci può essere un accenno, ma sono più importanti altri fatti sociali come unioni
civili, attrici che litigano in tv, sport, il vecchio “Panem et circenses” é sempre valido, solo che ora ci sono solo i circenses: il panem uno deve comperarselo. 
Queste notizie sono le più reclamizzate, con “esperti” che stabiliscono i dettami più impensabili e i commenti che spesso e volentieri ottundano le persone. Con l’intervento russo per i bombardamenti, i corridoi umanitari che non compaiono, e le cosiddette tregue di due giorni per poter portare viveri, si spera che le gocce possano servire a dare speranza a chi non l’ha più e tenta sempre di fuggire, incappando così in altri criminali che sono lì ad aspettare i clienti del traffico umano e non certo con mezzi idonei, ma con ogni mezzo che faccia guadagnare il massimo, non badando anche ad opprimere fisicamente e psicologicamente chi non è più capace di reagire per lo stress accumulato e senza psicologi volontari che potrebbero riattivare quelle menti stordite dagli scoppi, dai cadaveri ecc. ecc.  Allora le botte non mancano mai, il non dare da bere o da mangiare, oltre ad altre torture… le estorsioni sono all’ordine del giorno e accompagnano il traffico umano dovunque avvenga, in deserti, mare, mezzi stracarichi e malandati… Si abbandonano 
merci non in posti sicuri, ma in mezzo al mare o al deserto qualunque sia il tempo che si prospetta non badando alla salute che presenta il singolo.
2) Siria, Onu chiede tregua umanitaria.”Ad Aleppo in 2 milioni senza acqua e luce”
Siria, Onu chiede tregua umanitaria di 48 ore: “Ad Aleppo in 2 milioni senza luce e acqua”
Dalla fine di luglio, il conflitto ha causato la morte di almeno 130 civili e il danneggiamento delle reti elettriche e idriche, nonché di ospedali e cliniche. L’ultimo in ordine di tempo ha riguardato un presidio sostenuto da Medici Senza Frontiere nella città di Millis. L’ospedale, che serviva una popolazione di circa 70 mila persone ed era specializzato in pediatria, é stato distrutto da un bombardamento aereo sganciato lo scorso 6 agosto, che ha causato tredici vittime.
NOTIZIE 9 AGOSTO 2016 10:21 di Claudia Torrisi
Ad Aleppo oltre due milioni di civili sono senza acqua e luce a causa dei bombardamenti degli ultimi giorni. L’allarme è lanciato dall’Onu, secondo cui sia nelle zone sotto il controllo dei ribelli, sia sotto quelle sotto l’influenza dei governativi il conflitto ha interrotto la rete idrica e quella elettrica. Per questo motivo le Nazioni Unite hanno chiesto una tregua umanitaria di 48 ore, per consentire la riparazione degli impianti e ricostituire le scorte di cibo e medicinali. A lanciare l’appello un ufficiale delle Nazioni unite per gli aiuti umanitari in Siria, Yacoub el Hillo, e il coordinatore regionale Kevin Kennedy: “L’Onu è pronta ad assistere la popolazione civile di Aleppo, una città ormai unita nella sua sofferenza. Come minimo, le Nazioni Unite chiedono un cessate il fuoco totale oppure 48 ore alla settimana di pause umanitarie per  raggiungere i milioni di persone bisognose in tutta Aleppo e ricostituire le scorte di cibo e medicine, che stanno pericolosamente esaurendo”.
In questo momento ad Aleppo ci sono due milioni di persone che vivono nella costante paura di rimanere sotto assedio. Circa 275.000 di loro sono intrappolate nella zona est della città, controllata dai ribelli. Da quando a metà luglio le forze governative avevano preso il controllo della strada del castello – unica via di rifornimento per i ribelli – nei distretti orientali il cibo era diventato sempre più scarso e caro. Una controffensiva dei ribelli aveva poi tagliato l’accesso principale dei governativi alla parte sud di Aleppo. La conseguenza è che non ci sono strade sicure per i civili. Secondo l’Onu “quando vengono utilizzate per privare intenzionalmente persone di cibo e altri beni essenziali per la loro sopravvivenza, le tattiche di assedio costituiscono un crimine di guerra”.
Dalla fine di luglio a oggi, il conflitto ha causato la morte di almeno 130 civili e il danneggiamento delle reti elettriche e idriche, nonché di ospedali e cliniche. L’ultimo in ordine di tempo ha riguardato un presidio sostenuto da Medici senza frontiere – Msf nella città di Millis, nella provincia di Idlib. L’ospedale, che serviva una popolazione di circa 70 mila persone ed era specializzato in pediatria, è stato distrutto da un bombardamento aereo sganciato lo scorso 6 agosto intorno alle 14 ora locale. Le vittime sono tredici: quattro membri dello staff e altre nove persone, tra cui cinque bambini e due donne. Feriti altri sei membri dello staff.
L’edificio è stato praticamente distrutto: divelte e crollate la sala operatoria, l’unità di terapia intensiva, il reparto pediatrico. Sono andati persi anche l’80% dei dispositivi medici, le ambulanze e il generatore. A Millis si era raccolto un gran numero di sfollati, fuggiti ai combattimenti che imperversano nel nord del paese. Per questo anche dalle aree circostanti alla cittadina accorrevano all’ospedale, che serviva tra cure d’urgenza e consultazioni circa 250 pazienti al giorno. Tra questi molte donne e bambini. Secondo la dottoressa Silvia Dalla Tommasina, coordinatore medico delle operazioni di Msf in Siria nord-occidentale “il bombardamento diretto di un altro ospedale in Siria è vergognoso. Dobbiamo ammirare il coraggio e la dedizione dei medici siriani che continuano a lavorare nel mezzo di un conflitto in cui gli ospedali vengono colpiti regolarmente e sentiamo con forza il dovere di supportarli nel loro lavoro quotidiano per salvare vite umane”. Ogni volta “che un ospedale viene distrutto, in modo mirato o in attacchi indiscriminati contro le aree civili, molti altri siriani vengono privati di una cruciale ancora di salvezza per ricevere cure mediche e sopravvivere. Alcuni ospedali forniscono cure di prima linea ai feriti di guerra, altri forniscono cure di prima linea a donne con gravidanze difficili. Tutti sono fondamentali per salvare vite umane”. Lo scorso 29 luglio un ospedale pediatrico di Save the Children era stato colpito e distrutto da un bombardamento aereo sempre nella provincia di Idlib;  mentre qualche giorno prima ben sette ospedali da campo e una banca del sangue sono stati colpiti dalle bombe lanciate da caccia russi e da quelli dell’aviazione del regime di Bashar al Assad.
Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, dall’inizio del conflitto nel 2011, la guerra in Siria ha causato più di 290 mila morti. Il bilancio fatto dall’Ong è di 292.817 vittime al 31 luglio, di cui 84.472 civili (tra cui 14.711 bambini), 50.548 combattenti ribelli e dell’alleanza arabo-curda delle Forze democratiche siriane, e 49.547 jihadisti. Le forze del regime di Assad hanno perso 104.656 uomini. Tra le persone morte, secondo l’Osservatorio 3.594 non sono state ancora identificate.
I media specializzati nelle notizie del Medio Oriente danno in continuazione notizie su fatti crudeli e criminali, quali uccisioni di civili e bambini, perché quella gente sta scomparendo o nel tentativo di fuga o per le condizioni in cui vivono (niente cibo, niente acqua, caldo insopportabile e bombardamenti continui). 
I rappresentanti delle associazioni serie e i volontari veri mandano messaggi di richiesta di aiuto per non assistere alla fine della Siria per la morte o lo stress da bombardamenti, fame e sete, ma alle frontiere i cosiddetti civili siriani (Assad) impediscono il passaggio dei vari convogli che portano beni di emergenza per la vita e non possono essere inoltrati dove servono. Coloro che hanno necessità primarie sono doppiamente presi in giro, perché alle frontiere c’è chi potrebbe aiutarli, ma sono bloccati, e quanto serve alla popolazione subisce anche degrado da stazionamento in posti disagiati e troppo soleggiati: doppia beffa per chi ne ha bisogno e la gente muore. Si nota che molti hanno lo stress da disidratazione, fame ed altro e ne restano fortemente abbattuti sia fisicamente che psicologicamente, e intanto muoiono in attesa di qualcosa che c’é e non c’é. I bambini non hanno dove far scuola e distrarsi quindi un po’, vivendo in mezzo agli altri, ma devono mangiare, bere, essere curati nelle malattie che li accompagnano, essendo deperiti perché privi di tutto: situazioni incredibili, non uniche perché succede lo stesso in Africa – Nigeria, Centro Africa.
Troppi sono gli appelli bloccati alle frontiere e si nota che gli appelli stessi stanno diminuendo, o perché chi li inviava non può più inviare messaggi, o perché fisicamente gli é impossibile, ma le richieste ci sono e tante, mentre si legge da fonti certe che avvengono ancora bombardamenti, donne, bambini che si fanno esplodere e provocano quotidianamente morti a decine: situazioni inimmaginabili, come bruciare o crocifiggere bambini vivi e donne, oltre ad altre torture che continuano indisturbate. I bambini mangiano, a rischio di morire di fame, “Foglie, cani e gatti per sopravvivere”: e così possono morire di malattie ed intossicazioni.
Accenniamo poi al fuoco amico, di cui non si sa nulla, ma che é presente con le vittime che non ci si immagina. Avanti così: cristiani e fedeli di altre religioni assassinati in tutti i modi, salvo che per i militanti della religione dell’ISIS. Non si legge cosa fanno le nazioni europee per queste nazioni che gridano all’aiuto, ma ci sono solo bombardamenti, cui si é aggiunta ultimamente la Turchia (Scudo dell’Eufrate). Aleppo, città martire, sta soccombendo a questa carestia voluta dagli Stati che ben conosciamo: non si parla più di Aleppo: la sua citazione e rara e sostenuta da Medici Senza Frontiere, Save the Children, Amnesty ed altre associazioni che, senza sbandierare atti di coraggio, fanno quello che é loro permesso fare e anche di più infatti anche tra di loro feriti e morti stanno aumentando e gli aiuti per loro stanno rallentando.
3) Burundi, rapporto dell’Onu: torture, fosse comuni ed esecuzioni di massa
“La tortura in Burundi è motivata da ragioni politiche” e tutto pare indicare che prenda di mira gli appartenenti a una determinata etnia.
Più chiaro di così Jens Mosvig, presidente del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, non poteva essere.
Queste parole di dura condanna nei confronti del regime del plurieletto (l’ultima volta nel luglio 2015) e contestato presidente Pierre Nkurunziza sono state pronunciate lo scorso 12 agosto pomeriggio a Ginevra, durante la presentazione di un rapporto sul Burundi alla 58esima sessione del Comitato.
Vi si legge di una completa rottura dello stato di diritto, di un clima di tensione politica e di un ricorso massiccio alla tortura, già denunciato esattamente un anno fa da Amnesty International.
Il rapporto fa riferimento a oltre 30 casi di sparizione forzata, 348 esecuzioni extragiudiziali, nove fosse comuni e più di 650 atti di tortura compiuti in poco più di 12 mesi: un periodo iniziato nell’aprile 2015 con la decisione di Nkurunziza di ricandidarsi a un terzo mandato e segnato da una spietata repressione ad opera delle sue forze di sicurezza.
Nel corso della presentazione del rapporto, è stata pronunciata più volte la parola “genocidio”, preceduta da espressioni quali “anticamera” e “allarme”.
Se nessuno interverrà per scongiurare il ritorno del genocidio della regione dei Grandi laghi, non si potrà dire di non aver saputo in tempo.
di Riccardo Noury – Amnesty International (sito) domenica 14 agosto 2016
4) Siria, allarme dellʼOnu su Aleppo: si rischia una catastrofe senza precedenti (Continua su: Tgcom19/08/2016 – http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/siria-allarme-dell-onu-su-aleppo-si-rischia-una-catastrofe-senza-precedenti_3026249-201602a.shtml)
(Continua su: http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/siria-allarme-dell-onu-su-aleppo-si-rischia-una-catastrofe-senza-precedenti_3026249-201602a.shtml)
(Continua su: http://www.intopic.it/notizia/10451376/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha)
Questa nazione, citata adesso, é stata tartassata per bene con le solite modalità di tortura, uccisioni di massa, fuga dei civili che non sanno dove andare e si spostano sotto il consiglio, magari di chi è interessato alla tratta degli umani e non gratuita e vanno a rinfoltire i migranti che cercano un bene che forse non avranno, ma che è promesso loro con pagamento ben salato e se sono a corto di denaro (e sono in molti) o vengono sottoposti a espianti di organo, a lavori pesanti per ripagare un passaggio
Malsicuro, o uccisi nei vari deserti, città e paesi compiacenti, anche loro implicati in facili guadagni dove il motto principale e fregare gli altri, infischiandosene di quello che succede ai migranti e ai loro figli.
fonti Peter Maurer, presidente della Croce Rossa internazionale, ha dichiarato: “Si sta combattendo
uno dei più devastanti conflitti urbani dei tempi moderni. Nessuno è al sicuro
– Siria, allarme Onu: “Si rischia catastrofe umanitaria senza precedenti ad Aleppo” (Fanpage)
http://www.intopic.it/notizia/10450890/?
r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha
-Boko Haram, secondo l’Unicef 1 attacco suicida su 2 è con un bambino (Dire)
http://www.intopic.it/notizia/10478871/r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email
&utm_campaign=alpha
17 AGOSTO 2016 17:04
di Charlotte Matteini Tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)
5) In Siria, Aleppo in particolare, si rischia una “catastrofe umanitaria senza precedenti”.
L’allarme é stato lanciato dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon che, durante il rapporto al Consiglio di
Sicurezza dell’Onu ha esortato Usa e Russia a raggiungere presto un accordo e propendere per il “cessate il fuoco”. In
seguito alle allarmanti notizie provenute dalla Siria nei giorni scorsi, che riferiscono di centinaia di morti civili e ingenti
danni al territorio, Ban Ki-Moon ha denunciato che per conquistare il territorio “vengono condotti attacchi
indiscriminati nelle aree residenziali, anche attraverso l’uso di bombe a botte, nei quali rimangono uccisi centinaia di
civili, tra cui decine di bambini”.
Mentre Usa e Russia cercano un accordo che possa porre fine ai raid sul territorio siriano, dichiarazione riferita dal
ministro della Difesa federale, Serghej Shojgu, il Paese e ormai al collasso, soprattutto la zona Nord. Necessari corridoi
umanitari per salvare i civili da morte certa: in numerosi quartieri di Aleppo mancano acqua ed elettricita e circa
700mila persone sono praticamente prigioniere dei combattimenti. Peter Maurer, presidente della Croce Rossa
internazionale, ha dichiarato: “Si sta combattendo uno dei più devastanti conflitti urbani dei tempi moderni. Nessuno e
al sicuro”.
– Catastrofe umanitaria ad Aleppo, l’Unicef: A rischio 130mila bambini (Il Secolo XIX)
http://www.intopic.it/notizia/10452483/?
r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha
Siria, nell’ultimo mese nessun aiuto umanitario nelle zone assediate (Sky Tg24)
http://www.intopic.it/notizia/10457260/?
r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha
6) Il 13enne che da solo è arrivato in Italia a cercare un medico per il fratellino in
Egitto – 17 AGOSTO 2016
Il 13enne che da solo è arrivato in Italia a cercare un medico per il fratellino in Egitto
La storia del piccolo Ahmed che ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo con un certificato del fratello per chiedere aiuto: “Chiedo aiuto dei medici ma voglio pagare tutto, lavorando”. A rispondere al suo appello la Regione Toscana che ha annunciato che prenderà in cura il piccolo attraverso i programmi di cooperazione sanitaria internazionale.
CRONACAULTIME NOTIZIE 17 AGOSTO 2016  10:35 di A. P.
Non sopportava più di vedere il fratellino soffrire a causa di una rara malattia che lo aveva colpito e la famiglia impotente davanti alle richieste di soldi da parte dei medici per l’operazione. Per questo a soli 13 anni non ha esitato a lasciare la sua terra e a imbarcarsi in un terribile viaggio della speranza attraverso il Mediterraneo per raggiungere l’Italia e l’Europa in cerca di un medico e di qualcuno che possa aiutarlo. Come racconta il Corriere della Sera, è la storia del piccolo egiziano Ahmed, sbarcato nei giorni scorsi in Sicilia dopo essere partito da Kafr El Sheikh, lasciando i genitori, la sorellina e due fratelli nel villaggio a 130 chilometri dal Cairo.
“Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi” ha raccontato Ahmed, rivelando: “I miei genitori, i miei zii, tutta la famiglia mi hanno fatto partire per trovare in Sicilia, in Italia, in Europa un ospedale, dei medici disposti a curare e operare il più piccolo dei miei fratelli, Farid, sette anni”. Per questo la famiglia ha impegnato con i trafficanti di uomini anche un terreno per pagare il suo viaggio. Con sé Ahmed ha portato la fotocopia di un certificato medico del fratellino, custodito e protetto come una reliquia preziosa. Il suo unico sogno è quello di poter aiutare il fratellino ma senza elemosine: “Chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando”.
A rispondere all’appello del piccolo Ahmed è arrivata la Regione toscana che attraverso l’Assessore al welfare e all’integrazione socio-sanitaria ha annunciato che si prenderà cura del fratellino del 13enne. “L’ospedale Careggi è pronto ad accogliere e operare il piccolo Farid, il bambino egiziano di sette anni affetto da piastrinopenia. La direzione dell’azienda ospedaliera e il professor Marco Carini hanno dato la loro disponibilità a prendere in carico il bambino. Se sarà necessario, troveremo anche ospitalità per lui e per i familiari che lo accompagneranno” ha spiegato infatti l’assessore Stefania Saccardi, assicurando: “Con i programmi di cooperazione sanitaria internazionale nei nostri ospedali accogliamo e curiamo tanti bambini che vengono da altri Paesi. Lo faremo anche per Farid. La direzione di Careggi prenderà subito i contatti necessari per dare la propria disponibilità e far arrivare quanto prima a Firenze Farid e la sua famiglia”). Continua su: http://www.fanpage.it/il-13enne-che-da-solo-e-arrivato-in-italia-a-cercare-un-medico-per-il-fratellino-in-egitto/).
L’umanità emerge come sempre dai bambini o minori, come in questa storia vera di un fratello minore che si imbarca sui rischiosi barconi per migranti, cioè pericolosi battelli in condizioni rischiose o gommoni che si sgonfiano facilmente, oltre al numeroso carico che crea disagi e difficoltà impensabili e di cui si sa veramente poco se non da qualche giornalista che si finge migrante e compie, a proprio rischio, il viaggio da paura per poi descrivere quello che ha subito e visto.
Fonti:
– Siria, Unicef: “Raid aerei indiscriminati sui civili, uccisi 25 bambini”
27 GIUGNO 2016 di Antonio Palma 
Ancora sangue e vittime innocenti in Siria. Secondo quanto denuncia l’Unicef, infatti, almeno 25 bambini sono rimasti vittime dei recenti raid aerei compiuti nel Paese martoriato dalla guerra civile nel fine settimana.  Secondo l’organizzazione Onu per l’infanzia, i bombardamenti infatti avrebbero preso di mira aree densamente popolate nell’est del Paese provocando una carneficina tra i civili inermi. In particolare, in base ai resoconti dei soccorritori affiliati con l’organizzazione umanitaria, sarebbero almeno 25 i bambini uccisi nel corso di tre raid aerei e solo successivamente estratti dalle  maceri degli edifici distrutti.
I bombardamenti sono avvenuti sabato scorso e hanno  riguardato in particolare il villaggio siriano di Al-Quriyah, nella campagna orientale di Deir Ezzor. Secondo l’Unicef, i raid aerei non erano mirati a obiettivi militari o strategici ma hanno interessato anche edifici pubblici come una moschea affollata di persone durante l’ora di preghiera. Nella stessa zona gli attivisti locali avevano parlato di pesanti bombardamenti che avevano causato almeno 30 vittime tra i civili. L’Unicef, condannando gli attacchi indiscriminati che colpiscono la popolazione civile, ha invitato tutte le parti in conflitto a tenere i bambini fuori dai pericoli.
Purtroppo non è la prima volta che raid aerei in Siria prendono di mira la popolazione civile e i bambini. Diversi gli attacchi anche contro strutture pubbliche e ospedali pi volte denunciati dalle Organizzazioni umanitarie. solo un mese fa fu bombardato l’ospedale a Idlib. Principale accusato è l’esercito governativo di Assad appoggiato dall’aviazione russa. Mosca dal suo canto ha sempre negato ogni addebito smentendo sui raid su obiettivi civili
Siria: morto anche il fratello del piccolo Omran, aveva 10 anni
20 AGOSTO 2016 di Antonio Palma 
Il bambino di dieci anni, Alì, era stato colpito nello stesso bombardamento ed è morto a causa delle ferite nel giorno in cui ad Aleppo si contano nuove vittime tra i bambini
Il volto del piccolo Omran, ferito e immobile in un’ambulanza ad Aleppo dopo un bombardamento, ha fatto il giro del mondo scatenando rabbia e dolore, ma dietro quel volto ci sono migliaia di bambini siriani che hanno avuto una sorte ancora peggiore trovando la morte sotto le bombe. Tra questi anche il fratello di Omran, il piccolo Alì, un bambino di dieci anni che è morto nelle scorse ore a seguito delle ferite riportate nello stesso raid. A rivelarlo su twitter è Caroline Anning, portavoce di Save the Children, riportando quanto comunicato dal fotografo autore dello scatto, Mahmoud Raslan, che ha aggiunto che il piccolo è deceduto nello stesso ospedale di Aleppo dove era stato ricoverato Omran.
La notizia del tragica scomparsa arriva nello stesso giorno in cui nuovo raid e bombardamenti sulla martoriata Aleppo hanno fatto altri morti tra i civili e i bambini. Fonti dei ribelli siriani infatti hanno raccontato che un’intera famiglia composta da sette membri, di cui ben sei bambini, è stata completamente distrutta in un bombardamento aereo attribuito ancora una volta al regime di Assad e agli alleati russi. Le sette vittime erano la moglie e i figli di un attivista locale dell’opposizione e si trovavano nella loro casa nella parte vecchia della città.
“Aleppo rischia di morire!”, è il grido di allarme lanciato anche dall’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan De Mistura, che auspica per la città la tregua umanitaria di 48 ore promessa dai russi allo scopo di distribuire cibo e medicine alla popolazione. “Il simbolo dell’orrore di questa interminabile guerra di 5 anni è una città che, prima dello scoppio del conflitto, era assolutamente meravigliosa, ricca di moschee e chiese di tutte le confessioni presenti nella regione. Oggi, invece, a parlare laggiù sono le bombe, i razzi, le bombe a gas, i cecchini e i mortai”, ha proseguito De Mistura, aggiungendo: “Mi auguro che i primi convogli possano partire durante quelle 48 ore. Il tempo preme. La città da giorni è assediata e la gente è stremata”. “Le pause possono dare un momento di respiro a chi è in una spirale continua di violenza e a volte possono rompere il ciclo di morte per dare una possibilità per cominciare a negoziare” ha sottolineato l’inviato Onu dopo che la tregua promessa non è mai iniziata.
7) Siria: i curdi si ritirano. Nuova strage di bambini ad Aleppo
La Turchia: “Restiamo a Jarablus”. Per l’Onu Assad e Isis hanno usato gas
di Alberto Zanconato – 25 agosto 2016
Il Faro on line – La città siriana di, al confine turco, è stata strappata all’Isis e le forze curde hanno accettato di ritirarsi ad est dell’Eufrate, abbandonando ad un consiglio militare la città di Manbij da cui due settimane fa avevano cacciato i jihadisti dello Stato islamico con l’aiuto degli Usa. La Turchia sembra avere raggiunto gli obiettivi dell’operazione ‘Scudo dell’Eufrate’, lanciata ieri quando le sue forze speciali avevano varcato il confine con la Siria. Ma Ankara avverte che per ora i suoi militari rimarranno a Jarablus.
Ad Aleppo invece gli attivisti denunciano l’ennesima strage di civili e bambini per un bombardamento con barili-bomba effettuato da elicotteri governativi siriani su un quartiere della città ‘martire’ in mano agli insorti. L’Aleppo Media Center fornisce un bilancio di 13 uccisi. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) parla di 15 morti, dei quali 11 minorenni. Osama Abo Elezz, un medico citato dall’Ap, afferma che i bambini uccisi sono 10, compreso uno di due mesi e una bambina di 3 anni.
Usa e Russia, nel frattempo, tornano a discutere di una possibile azione congiunta che, nelle intenzioni di Washington, dovrebbe portarli a concentrarsi sulla lotta all’Isis con bombardamenti congiunti in Siria. Il segretario di Stato John Kerry e il ministro della Difesa Serghei Lavrov si incontreranno domani a Ginevra, da dove oggi l’inviato speciale dell’Onu, Staffan De Mistura, è tornato a chiedere una tregua di almeno 48 ore per portare aiuti umanitari alla popolazione di Aleppo, sia nella parte orientale in mano agli insorti, sia in quella occidentale controllata dal governo. “La Russia ha già detto di sì, ora aspettiamo la risposta degli altri, i nostri convogli sono pronti a partire”, ha sottolineato De Mistura. Ma per ora la popolazione di entrambe le parti continua a rimanere ostaggio dei combattimenti.
E prima della notizia della strage di bambini, altri 8 civili erano stati uccisi da razzi lanciati da gruppi di insorti sui quartieri controllati dai lealisti. A minacciare i tentativi di collaborazione tra Usa e Russia potrebbe essere un nuovo scontro all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo che un’inchiesta durata un anno delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha stabilito che il regime siriano ha usato in almeno due occasioni gas cloro nei bombardamenti, e una volta l’Isis ha impiegato iprite.
Se gli americani dovessero chiedere di sanzionare il governo di Damasco, potrebbero trovarsi ad affrontare la resistenza di Mosca e della Cina. Secondo media di Ankara oggi altri 10 carri armati turchi hanno varcato il confine con la Siria, aggiungendosi ai 20 di ieri, nell’ambito dell’operazione ‘Scudo dell’Eufrate’, in cui sono impegnati anche 350 militari a terra e aerei che bombardano le postazioni dell’Isis insieme a quelli americani. E per ora non se ne andranno.
La Turchia, ha detto il ministro della Difesa di Ankara, Fikri Isik, “ha diritto a rimanere” con il suo esercito nel nord della Siria finché la zona di Jarablus non sarà totalmente sotto il controllo dei ribelli dell’Esercito siriano libero (Esl), entrati anch’essi dal territorio turco.
Ma la preoccupazione principale di Ankara sembra quello di tenere lontane dalla frontiera le formazioni curde dell’Ypg, che con la conquista di Jarablus avrebbero potuto saldare vasti territori sotto il loro controllo nel nord della Siria. E’ stato John Kerry a comunicare al ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu che le forze curde avevano cominciato a ritirarsi ad est dell’Eufrate, come chiesto dalla Turchia e promesso dagli Stati Uniti. Il ministro Isik ha confermato che l’abbandono dei curdi è iniziato e dovrebbe completarsi “entro due settimane”. Oltre che con gli Usa la Turchia sembra intenzionata a rimanere in stretto contatto anche con la Russia, tenendola informata sulle proprie mosse militari.
Sempre fonti di stampa turche hanno detto infatti che la situazione sarà esaminata ad Ankara in un incontro tra i capi di Stato maggiore delle forze armate russe e turche, Valeri Gherasimov e Hulusi Akar. Intanto il primo ministro iracheno Haidar al Abadi ha annunciato oggi che le forze governative hanno strappato all’Isis la città di Qayyara, una sessantina di chilometri a sud di Mosul, la ‘capitale’ dello Stato islamico in Iraq. La vittoria odierna, ha aggiunto Al Abadi, rappresenta “un passo importante” per la riconquista di Mosul. Le forze governative sono entrate a Qayyara dopo una settimana di combattimenti. Il mese scorso avevano strappato all’Isis una vicina base aerea. (fonte: ansamed).
Gli attivisti denunciano l’ennesima strage di civili e bambini per un bombardamento con barili-bomba effettuato da elicotteri siriani.
L’elenco dei bambini morti in bombardamenti o altro é sempre in aumento ed é bene che tutti lo sappiamo. Oltre alle catastrofi naturali (come quella verificatasi nell’Italia centrale), non dimentichiamoli, non lasciamo cadere quello che i nostri parlamentari o i rappresentanti dell’UE promettono, dopo un’eventuale passerella in situ, e disattendono… In quanto al mantenere le promesse, purtroppo ci sono i numerosi appelli di estrema necessità che arrivano e cadono nell’elenco delle priorità e quindi pazienza, pazientare, anche se vengono uccise decine di civili, tanti, troppi bambini inermi ed innocenti.
Fonti:
– Stop bombe in Siria, venerdì 2 settembre sit in a Roma per rompere il muro del silenzio
8) Emergency chiude ospedale in Libia: “Troppi episodi di violenza”
Il comunicato dell’ong: “Siamo molto preoccupati: il sistema sanitario è al collasso”
28 agosto 2016
GERNADA – Emergency sospende le sue attività in Libia per i troppi episodi di violenza da parte della polizia all’interno del suo ospedale di Gernada, nell’Est del Paese. Lo ha comunicato la stessa organizzazione.
“In accordo con il ministero della Sanità – si legge nel comunicato – abbiamo interrotto le attività cliniche, offrendo la nostra disponibilità a intervenire in altre zone del Paese. È stata una decisione sofferta, soprattutto in un momento di grande incertezza come quello che il Paese sta vivendo. Tuttavia, nonostante le ripetute rassicurazioni da parte delle autorità locali, a Gernada non c’erano più le condizioni essenziali per garantire la sicurezza dei pazienti e dello staff”.
Per Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, “dopo aver assistito a ripetuti atti di violenza da parte della polizia locale, anche nei confronti del nostro personale libico, abbiamo deciso di sospendere le attività dell’ospedale. Non potevamo rimandare oltre questa decisione, ma siamo molto preoccupati per la popolazione: il sistema sanitario libico è collassato e ancora una volta saranno i civili a pagare le conseguenze del caos in cui la Libia è sprofondata a partire dal 2011”.
Emergency aveva aperto il Centro chirurgico di Gernada lo scorso 12 ottobre per curare i feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna. Con la nostra partenza, lo staff locale e l’ospedale – che abbiamo completamente ristrutturato ed equipaggiato – rimangono a disposizione delle autorità sanitarie libiche. (Continua su: http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2016/08/28/news/emergency_chiude_ospedale_in_libia_troppi_episodi_di_violenza_-146754871/?refresh_ce).
LIBIA: VIOLENZE DELLA POLIZIA, EMERGENCY CHIUDE L’OSPEDALE DI GERMENDA
L’Ong umanitaria aveva denunciato di aver subito numerose intimidazioni da parte delle forze dell’ordine. (http://www.interris.it/2016/08/30/101654/cronache/mediterraneo/libia-violenze-della-polizia-emergency-chiude-lospedale-di-germenda.html).
– Emergency chiude l’ospedale in Libia: “Personale minacciato dalla polizia”
www.lastampa.it › Esteri agosto 2016
ROBERTO TRAVAN – 29.08.2016
«Nelle ultime settimane nel nostro ospedale in Libia abbiamo assistito a gravi episodi di violenza compiuti della polizia. Per questa ragione, in accordo con il ministero della Sanità libico, abbiamo interrotto le attività. Restiamo a disposizione per intervenire in altre zone del Paese». È il comunicato con cui la Onlus di Gino Strada ha annunciato la chiusura del centro inaugurato lo scorso anno a Gernada, villaggio a 70 chilometri da Derna e 150 da Bengasi, zona dove gli scontri con l’Isis negli ultimi mesi hanno causato oltre ventimila feriti e centinaia di vittime. 
La chiusura dell’Ospedale di Germenda in Libia da parte della gestione Emergency lascia veramente allibiti, perché non si tratta di terrorismo del tipo esercitato dall’ISIS (e dai loro mandanti e finanziatori), ma di episodi connessi alla polizia locale, nella speranza che Emergency faccia valere i propri diritti e indichi i vari episodi alla giustizia locale e internazionale. È veramente triste constatare quanto é segnalato: anche in Siria Medici Senza Frontiere ha dovuto abbandonare un ospedale a causa dei continui bombardamenti. Questi episodi danno il senso di quanto succede nei territori del Medio Oriente e dell’Africa,dove la gestione della giustizia sembra ancora molto limitata ed incontrollata, a scapito di persone deboli, che necessitano di cure e sono abbandonate a loro stesse.
9) Isis, documentate almeno 72 fosse comuni tra Iraq e Siria: “Sotterrati migliaia di corpi”
L’inchiesta di Associated Press che ha individuato sepolture di massa usando testimonianze, documenti e foto satellitari. Il totale dei morti, secondo le stime dell’agenzia, oscilla tra 5200 e oltre 15000.
MONDOULTIME NOTIZIE 30 AGOSTO 2016  09:28 di Susanna Picone
Associated Press ha documentato l’esistenza di almeno 72 fosse comuni realizzate dallo Stato Islamico in Iraq e Siria e prevede che altre verranno alla luce sulla scia della ritirata del gruppo. Quello dell’agenzia di stampa è stato un lavoro lungo e accurato, fatto di interviste esclusive, fotografie e ricerche sul campo incrociando i dati. Il totale di corpi seppelliti va, secondo AP, dai 5200 fino ad almeno 15000. In Siria i luoghi individuati sono diciassette, gli altri cinquantacinque si trovano invece in Iraq. In una delle fosse comune siriane ci sarebbero i corpi di centinaia di membri di una singola tribù mentre, sempre secondo quanto scrive l’agenzia di stampa, in sedici luoghi in Iraq è così pericoloso provare a scavare che le autorità non provano nemmeno a ipotizzare il numero dei morti.
Migliaia di corpi nelle fosse comuni – Delle 72 fosse comuni la più piccola, secondo i dati di AP, contiene tre corpi. La più grande “probabilmente migliaia, ma nessuno lo sa per certo”. Nel racconto di un sopravvissuto del Sinjar (patria degli yazidi) c’è tutto l’orrore delle esecuzioni dell’Isis, con i terroristi che prima rastrellano uomini dai villaggi vicini, poi li portano in una zona che serve per le esecuzioni e per la sepoltura e gli sparano. Poi, usando un bulldozer, li seppelliscono. In quella specifica fossa del Sinjar, esecuzioni e seppellimenti sarebbero andati avanti per sei giorni.
La Srebrenica islamica
Fino a 15 mila vittime nelle fosse comuni dell’ISIS. Il precedente dei Balcani, l’impotenza dell’Onu e le foto nascoste. Perché l’occidente non vuole smuovere la propria coscienza di fronte all’ultimo grande genocidio
di Giulio Meotti | 30 Agosto 2016 ore 19:49
Roma. Un anno fa, mentre il mondo commemorava i vent’anni da Srebrenica, altri sterminatori etnico-religiosi realizzavano una doppia Srebrenica ai danni di yazidi, cristiani, sciiti, kakai, shabak, mandei, sabei, gli antichi abitanti della Mesopotamia. Il risultato sono le 72 fosse comuni in cui l’Isis ha sepolto 15 mila vittime del jihad a gloria di Allah e del Califfato. Ulteriori fosse verranno alla luce dopo la cacciata dell’Isis dalle zone di Mosul e Raqqa. Un anno fa, Laura Boldrini, presidente della Camera, era a Srebrenica nel ventesimo anniversario, e indossando il velo fece mea culpa: “Tutti noi portiamo la responsabilità”. Non è vero. Srebrenica era un’“area protetta” dell’Onu e l’eccidio di 8 mila civili cominciò dopo il brindisi fra il colonnello olandese Ton Karremans e Ratko Mladic. La colpa fu di un occidente disarmato che si era affidato a fragili organismi internazionali per la protezione dei civili. Il “mai più” del genocidio impone l’intervento. E l’Onu non interviene mai. I curdi di Kobane non vanno aggiunti ai 15 mila delle fossi comuni soltanto grazie alle bombe occidentali. Vent’anni dopo la Bosnia, Srebrenica non ha ancora sconfitto l’illusione di conciliare l’inconciliabile da parte dell’occidente delle geremiadi che chiama “inaccettabile” quel che ha già in anticipo accettato. Quando due anni fa l’Isis catturò le comunità yazide e cristiane non si sapeva forse che fine avrebbero fatto?
Ripetiamo un altro errore di Srebrenica: accettare la simmetria fratricida che artatamente le potenze occidentali, per evitare coinvolgimenti, addossarono a tutte le confessioni, facendo credere che non era un’aggressione unilaterale, ma un conflitto di tutti contro tutti a responsabilità ataviche paritarie, serbi contro bosniaci contro croati. Oggi pensiamo lo stesso su sunniti contro sciiti contro curdi. Ma c’è una differenza fra Srebrenica e i morti degli islamisti: allora le notizie, le immagini e i racconti di quanto era avvenuto spronarono le democrazie occidentali a intervenire, dopo la tabula rasa di Vukovar, dopo l’assedio con cecchinaggio di Sarajevo, dopo i bombardamenti dell’inerme Dubrovnik, dopo il fallito assalto serbo al Kosovo. Oggi le fosse comuni dell’Isis finiscono a malapena sui giornali, in secondo piano rispetto alle foto dei bimbi della città-martire di Aleppo, miglior invito alla pace e all’apertura delle frontiere.
Dieci anni fa, dopo il surge in Iraq, i marine scoprirono le stanze della tortura di al Qaida, i progenitori dell’Isis: mani trapanate, avambracci tranciati, bulbi oculari estratti, crani schiacciati. Non l’Abc, non la Cbs, non la Cnn, non il New York Times pubblicarono una sola di quelle foto, mentre ci avevano riempito gli occhi coi nudi d’autore di Abu Ghraib. Se non c’è la firma americana, la tortura non vale la pubblicazione. Così oggi che su quelle 72 fosse comuni c’è la firma dell’Isis si preferisce glissare. Eppure quelle fosse ci riguardano, perché come ha scritto il Telegraph, le prime fosse comuni islamiste sono state scoperte mentre la Francia contava ancora i morti del teatro Bataclan. Siamo stati pusillanimi. E si discute ancora se quello contro i cristiani da parte dell’Isis sia un “genocidio”. Come quando 200 mila sudanesi del Darfur furono sterminati mentre al Palazzo di vetro i burocrati discettavano se fosse o meno un “genocidio”. Milosevic è morto in cella all’Aia, dove oggi si trovano anche Mladic e Karadzic, i macellai di Srebrenica. Ma all’Aia non vedremo alla sbarra il califfo al Baghdadi. Complice un occidente ansioso che si consola presto, pur lacrimando molto.
(Continua su: http://www.ilfoglio.it/esteri/2016/08/30/iraq-fosse-comuni-isis-srebrenica-islamica___1-v-146638-rubriche_c566.htm).
10) Il genocidio di Srebrenica ventuno anni dopo
Di Saverio Tommasi – 12 luglio 2016
L’11 luglio 1995 fu il giorno del massacro di Srebrenica. Il più grande massacro di musulmani di sempre. Un massacro che fu un genocidio. 
Migliaia di persone furono uccise dalle truppe serbe guidate dal generale Ratko Mladić, con il silenzio e la complicità dei caschi blu olandesi dell’Onu.
Ventimila donne furono violentate durante la guerra in Bosnia, come ricorda la scrittrice Elvira Mujcic a inizio del video. La guerra in Bosnia si svolse tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 1995.
A Srebrenica furono autori delle violenze sessuali anche i caschi blu dell’Onu, e a seguito all’esplosione del caso l’intero governo olandese si dimise, anche se nell’ex base sono ancora presenti i murales, terribili, disegnati dagli stessi caschi blu. E io sono andato a riprenderli.
Sono stato a Srebrenica per raccontarvi il massacro ventuno anni dopo. I colpi di cannone ancora sulle facciate delle case. Una città che era ricca prima della guerra e ora conta solo pochi arricchi dalla guerra.
La situazione economica di Srebrenica è pessima, ma qualche mente giovane, desiderosa di ristabilire un futuro per la città, c’è. Ad esempio Irvin Mujcic, già profugo di guerra in Italia, un ragazzo che parla quattro lingue (otto, se consideriamo anche le lingue dell’ex Jugoslavia) che ha lasciato un lavoro ben pagato a Bruxelles per costruire un futuro a Srebrenica, dove lo stipendio medio di un’insegnante è di 700 marchi (cioè 350 euro). E un boscaiolo
prende un marco all’ora, cioè cinquanta centesimi.
A Srebrenica, oggi, i rapporti fra bosniaci musulmani e serbi non sono scontati. Esistono situazioni di amicizia e collaborazione, come quelli che ho documentato.
Però non tutto è semplice, non tutto è chiarito. Esistono situazioni di solo silenzio e di esclusiva tolleranza. Sono passati ventuno anni dal massacro di Srebrenica, probabilmente non sono ancora abbastanza, soprattutto per il fiorire continuo dei nazionalismi nel Paese.
Questi viaggi, queste testimonianze, questi incontri, non sono possibili senza un’organizzazione preventiva. Qualcuno che di testa e di cuore si butti nell’avventura di costruzione delle relazioni. In questo caso la persona a cui devo dire grazie è lo storico Luca Bravi, incessante nella sua opera di spiegazione e di costruzione di quello che stavo vivendo durante il mio viaggio a Srebrenica.
Un grazie alle voci che mi hanno aiutato nella composizione del reportage. In particolare agli attori Pino Petruzzelli e Roberto Caccavo. E all’attrice Emanuela Agostini.
Un grazie alle donne e agli uomini di Srebrenica che ho incontrato, che hanno pianto, acceso fuochi, che mi hanno raccontato storie di vita e di morte.
Altre fonti:
– Srebrenica, 21 anni fa il genocidio dei musulmani in Bosnia
Le milizie serbo-bosniache attuarono omicidi e deportazioni in quella che doveva essere una zona protetta dall’Onu. Più di ottomila le vittime (Continua su: http://www.wired.it/play/cultura/2016/07/12/srebrenica-musulmani-bosnia/)
– Srebrenica ricorda il massacro, dopo 21 anni leader serbo-bosniaco nega il genocidio.
(Continua su: http://it.euronews.com/2016/07/11/srebrenica-ricorda-il-massacro-dopo-21-anni-leader-serbo-bosniaco-nega-il).
11) Nigeria: 8 persone arse vive per blasfemia, l’orrore dei cristiani 
MONDO \ AFRICA – 28.08.2016
In Nigeria è ancora vivo l’orrore per la morte di otto persone bruciate vive in una casa nella città di Zamfara, nella Nigeria settentrionale, da un gruppo di musulmani che inseguivano un giovane studente convertito al cristianesimo accusato di blasfemia contro il profeta Maometto. 
I giovani cristiani della Nigeria: no alla sharia in alcuni Stati
I fatti risalgono al 22 agosto: gli assalitori hanno raggiunto un’abitazione dove il giovane era stato accolto da un soccorritore dopo essere stato pesantemente percosso, dandole fuoco con le otto persone che si trovavano dentro. Unanime la condanna delle Chiese cristiane nel Paese. In una dichiarazione dell’Associazione cristiana della Nigeria (Can), il presidente della Commissione giovanile dell’organizzazione, Daniel Kadzai, ha chiamato in causa la coesistenza di due ordinamenti in Nigeria: quello  laico della Costituzione nigeriana e la sharia in vigore negli Stati settentrionali a maggioranza musulmana: “Il primato del diritto – ha affermato – non può essere rispettato in un Paese in cui regna un dualismo giuridico che apre la strada alle persecuzioni dei cristiani”. “Mentre il governo si felicita per i recenti successi nella lotta contro i terroristi di Boko Haram – ha aggiunto – è triste constatare che le forze di sicurezza sono incapaci di perseguire e arrestare chi attacca i cristiani”. 
Il dolore del Forum degli anziani cristiani della Nigeria
Profondo dolore per l’accaduto è stato espresso anche dal Forum degli anziani cristiani della Nigeria (Ncef), anch’esso membro del Can, che denuncia la progressiva islamizzazione del Paese. In una nota, il presidente Solomon Asemota, rileva come il Comitato per i servizi di informazione e sicurezza istituito di recente dal presidente Muhammadu Buhari sia composto quasi esclusivamente da musulmani. Come musulmani sono, oltre allo stesso Capo di Stato, anche i ministri della Difesa e dell’Interno e i capi di Stato Maggiore dell’Esercito e dell’Aeronautica. Anche nel campo dell’educazione – denuncia il presidente del Forum – i posti chiave sono detenuti da musulmani.
La Nigeria è uno Stato laico
Lo Ncef respinge inoltre una recente dichiarazione del sultano di Sokoto, Sa’ad Abubakar, una delle più alte autorità dell’islam sunnita del Paese, secondo la quale la Nigeria non è una nazione laica, ma un’entità multi-religiosa. In realtà, si sottolinea, la Costituzione nigeriana stabilisce chiaramente che i governi nazionali e statali della Federazione non possono in alcun modo adottare una religione come religione di Stato. Le dichiarazioni del sultano Abubakar –  osserva la nota – sembrano piuttosto volere dire che la Nigeria è composta da due religioni l’islam e il cristianesimo “finché quella musulmana non diventerà de facto e de iure la religione ufficiale della Nigeria”. (L.Z.)
Non dimentichiamoci che i kamikaze, anche se non citati, continuano ad imperversare nel Medio Oriente e nell’Africa del centro nord. Ormai non ne parlano quasi più i media anche se i morti sono molti e continui, la notizia ormai è nascosta in poche righe e nemmeno se riguarda personaggi di spicco è citata più di tanto. Continua l’esodo e la tratta degli umani, e gli sbarchi sono in continuo aumento in tutto il Mediterraneo: l’Italia continua a ricevere come può questi disperati che, se possono, evitano la burocrazia e cercano di trovare vie per andare in altri stati dove, forse, hanno parenti o amici che possono inizialmente ospitarli. Chissà perché in Italia non si ferma nessuno?
Nemmeno le comunità dove sono raccolti i minori non accompagnati cercano soluzioni in Italia: chiediamoci bene il perché di questo, che e importante. Questi migranti hanno situazioni psicologiche, per la maggior parte, troppo gravose, troppo intrise di violenze su sé stessi o su altri, alla cui morte hanno magari assistito lungo le vie del traffico o in quelle stamberghe dove aspettano di essere imbarcati; per questo motivo,le loro reazioni sono per lo più improntate ad esasperazione, rabbia, paura,e altre, magari a subire ancora angherie da parte di addetti alla loro sistemazione.
Per il  2 settembre 2016 è stato organizzato un sit-in a Roma per Aleppo, da quattro anni in guerra e sempre in condizioni peggiori di sopravvivenza e i politici dell’UE pianificano e mettono in atto soluzioni che non soddisfano nessuno. Non mancano squadre di volontari che, oltre all’accoglienza degli immigrati, cercano di trovare spazi per rendere più vivibile la loro permanenza, ma con le risorse quasi nulle che hanno e altresì logico che succedano incongruenze che peggiorano lo stato d’animo di tutti, riceventi e richiedenti. Ormai anche le strutture individuate si stanno implementando oltre il possibile e lasciano così tutti scontenti. 
Ma i politici dell’UE, invece di passerelle e promesse, arrivino a soluzioni che non arricchiscano solo alcuni a scapito della massa, e che siano più giuste e più chiare: il
bollettino degli arrivi é enorme, le cifre non si quantificano più, continuano ad arrivare migliaia di persone: prepariamoci non a costruire muri come hanno fatto alcuni stati che non risolvono nulla, ma a pianificare veramente soluzioni più soddisfacenti anche se questo suscita nei residenti malumori ed incomprensioni che hanno le loro giustificazioni. Ricordiamo di vedere in queste persone anche i nostri antenati che andavano in America tempo fa o dal sud arrivavano al nord. Ormai l’emigrazione e un fatto mondiale, che non interessa solo il Mediterraneo o quella parte di Europa che permette certe soluzioni di passaggio più o meno lecite: se è il caso non una, ma due giornate o più per la lentezza con cui i politici europei aspettano soluzioni o prospettano soluzioni che scontentano tutti. Ricordiamo che da ogni parte emergono fosse comuni di combattenti o vittime e in ogni parte del mondo queste fosse sono presenti ed emergono ogni tanto, simbolo di popolazioni ancora inumane.
Il futuro che è alle porte potrebbe anche cambiare in peggio. Non auguriamocelo, ma ognuno faccia quello che può fare in meglio per i nostri simili. 

Ringraziamo i volontari, che organizzano queste giornate di riflessione su situazioni terribili come è attualmente quella di Aleppo-Siria.
* NOTA IMPORTANTE: In relazione a tutte le citazioni condivise ai fini di commento e approfondimento, si intendono tutti i diritti riservati agli autori e alle testate.