Dieci piccoli indiani e poi non rimase nessuno

Il titolo era di un giallo di Agatha Christie, dove i morti sono 10, ma qui in Somalia e zone vicine sono morti 30.000 bambini sotto i cinque anni in tre mesi, cioè in 90 giorni, ovvero 334 al giorno, 14 all’ora: 1 ogni quattro secondi per difetto.

Ma intendiamoci bene: sotto i cinque anni; ma i conti non tornano perché non si sa quanti minori sopra i cinque anni sono morti e 640.000, sempre sotto i cinque anni, aspettano il loro turno: le statistiche ci disumanizzano: cifre, cifre e non corpi che dovevano crescere come uomini e non come bestie subumane ed avere uno spazio come i figli dei vip o di quelli di paesi che non hanno né carestia, né miseria.

Con molta probabilità le loro tombe, ammesso che non finiscano in discariche qualunque, saranno scompigliate dal tempo e dagli animali randagi. Le mamme non piangono più quei bambini, non hanno lacrime, perché anche loro sono allo stremo della fame e della sete. Ormai sono abituate ad ogni destino dei loro figli e mariti e non possono nemmeno più pensare a vivere, perché non hanno di che vivere e devono morire di stenti in nome degli avventurieri del momento, che si arricchiscono sulla e con la loro pelle, e coi pirati in guanti bianchi e con armi vere da pirati che le depredano prima ancora che qualcosa arrivi a destinazione e che possano ricevere e non veder ricevere.

Si grida tanto al pedofilo, agli abusi sessuali sulle donne, che da che mondo è mondo sono sempre esistiti gli stupri durante le guerre da qualsiasi scusa vengano accese, ma quei bambini morti durante le guerre in Africa tra le diverse etnie sono cosa passata, capitolo di storia che chissà se comparirà su qualche libro o enciclopedia, o sarà abilmente fatto passare per pulizia chiamata etnica o criminale (è lo stesso).

Ma l’olocausto continuo di quei bambini sotto e sopra i cinque anni è attuale, e noi non sentiamo come muoiono, se gridano, se si accasciano in terra, se hanno spasmi, se si contorcono, se guardano la loro mamma, se hanno la bocca talmente secca dall’arsura che non possono nemmeno sussurrare, ammesso che ce l’abbiano lì vicino, la loro mamma, e che non sia già morta: un silenzio assordante che grida vendetta, non al mondo che è sempre stato assurdo per i poveri, ma a Dio che sente i loro silenzi tragici,vede le loro smorfie e prepara un grande castigo per tutta l’umanità che elegge la miss dell’anno (cosce, gambe, seni detti “DOC”) e che fa i campionati di sport e non di digiuno forzato come loro: i bambini al di sotto dei cinque anni.

Nemmeno un minuto di silenzio per loro ad ogni riunione, nemmeno allo stadio, dove nei novanta minuti di partita muoiono in Africa 126 bambini al di sotto dei cinque anni, ovvero quasi sei volte il numero dei 22 giocatori che rincorrono un pallone e di cui poi i media sproloquiano in lungo ed in largo: ma qua ci sono i soldi che corrono; là non corre nemmeno un centesimo.

Si era chiamato Jurassik Park il mondo degli adulti, e non so se possa avere un altro degno nome più violento; ma i rettili preistorici non avevano la neocorteccia, anzi avevano ancora un cervello non diviso nei due emisferi di cui uno chiamato pomposamente “razionale”, perché si dice che noi umani abbiamo coscienza e consapevolezza dell’ambiente esterno.

Non illudiamoci sull’elite oscura che guida il mondo ora. Non è un’elite: sono criminali in colletti bianchi e cravatta sgargiante e hanno dei bunker di sopravvivenza nell’eventualità che succeda qualcosa di grosso, da cui dovrebbero uscire per diventare la prosecuzione della nostra specie. Vengono alla mente le iene, chissà perché.

La news che descrive quello che succede in Somalia è riportata sotto (diritti riservati)

Somalia: 30.000 bimbi morti e non ce ne frega niente.

Secondo l’ONU sono 29.000 i bambini sotto i 5 anni morti di fame in Somalia negli ultimi 90 giorni. E il dato per bambini e persone sopra i 5 anni, pur non comunicato, non può che essere simile e spingere il bilancio di questa tragedia verso cifre da olocausto.

Molto di più di una strage, molto di più di una guerra. Muoiono nelle zone controllate dagli islamici cattivi come in quelle sotto il controllo dei filo-occidentali, così come muoiono nei campi per profughi in Kenya ed Etiopia, quelli che riescono ad arrivarci.

La causa è la peggiore siccità da sessant’anni, unita a una guerra e all’irresponsabilità di governanti e aspiranti governanti troppo impegnati in altro per far caso a questo massacro, in quelle zone come in Oriente e in Occidente, tanto che gli appelli dell’ONU per raccogliere i quattro spiccioli per nutrirli sono caduti nel vuoto e non si è stati in grado di raccogliere la cifra richiesta.

Il nostro Paese si distingue per avarizia e irresponsabilità: non solo il governo Berlusconi ha ridotto quasi a zero gli aiuti umanitari, ma non versa nemmeno i soldi già scarsi che ha promesso, proprio come accade per i fondi per la lotta contro l’AIDS.

Il mondo che brucia miliardi di dollari nel falò delle borse non è capace di spenderne qualche decina di milioni per evitare la strage.

E non bisogna credere che vada meglio in altre aree del Corno d’Africa colpite dalla carestia. In Etiopia la rete d’emergenza ha funzionato, ma il governo non ha fatto nulla per impedire la carestia e buona parte della popolazione, in particolare quella di origine somala nella regione dell’Ogaden, è tenuta in ostaggio dallo spietato regime di Meles Zenawi proprio grazie agli aiuti alimentari.

In Somalia c’è un impegno americano evidente, che da anni cerca di pervenire alla formazione di un governo gradito a Washington con ogni mezzo. Oggi, dopo aver scatenato l’invasione etiope per cacciare il governo delle Corti Islamiche, cerca di rimetterle al potere insieme ai soliti signori della guerra, ma con scarso successo, perché la lotta contro l’invasore etiope ha portato alla ribalta i ben più radicali Shabab, vicini all’idea qaedista e talebana dell’Islam.

Ancora oggi gli Stati Uniti spendono più soldi per bombardare la Somalia e pattugliarne i mari che per l’emergenza umanitaria. Inutile dire che si tratta di un’indifferenza condivisa da quasi tutto l’Occidente; chiunque se ne può rendere conto pensando a quello di cui si é sentito parlare circa la crisi umanitaria in Somalia negli ultimi mesi.

Ce ne sono ancora 640.000, di bimbi sotto i 5 anni che stanno per morire di fame, più quelli sopra i 5 anni e gli adulti, e al momento sembra più probabile che qualche bookmaker apra le scommesse sul bilancio finale della tragedia, che qualcuno di quelli che possono si svegli e corra al loro salvataggio, tanto che secondo l’ONU l’emergenza è destinata ad allargarsi ad altre zone. Voi su cosa scommettereste?

Casa originale di questo articolo di Mazzetta (sito)
venerdì 5 agosto 2011 (diritti riservati a www.agoravox.it › Attualità)

Non dimentichiamo facilmente la crisi della Somalia, ovvero il genocidio favorito da nazioni che pensano ad altro, meno scomodo e impegnativo. Anche i politici italiani non sono da meno degli altri; magari invitano a donare l’euro tramite card che chissà dove va a finire.

E’ ben vero che ci sono uomini veramente tali che non hanno i bunker per salvarsi, che vanno allo sbaraglio per difendere i diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti dei bambini che si celebrerà tra un mese circa.

Ma quanti bambini sotto i cinque anni saranno morti per quella data, di fame e di sete, mentre durante quella ricorrenza in molti Paesi verranno distribuiti a gogò merendine, cioccolatini e bibite per chi è strapieno e non ha né fame, né sete … e di tutto quel cibo si riempiranno i limitrofi cassonetti dei rifiuti organici?