Bambino invia una lettera al papà “in paradiso”, la risposta delle Poste è commovente

“Signor postino, può portare questa in Paradiso per il compleanno del mio papà? Grazie”. Questa la frase che Jase Hyndman, un bambino di 7 anni che vive in Scozia, ha scritto sulla letterina da recapitare al papà scomparso da qualche anno. La busta è stata ‘consegnata’ e il piccolo ora è felicissimo.

EUROPA 30 NOVEMBRE 2018  09:52 di Biagio Chiariello

Un bambino scozzese di sette anni ha inviato una lettera al suo papà “in Paradiso” ed è rimasto felicissimo per la risposta ricevuta. Un semplice gesto della Royal Mail (il servizio di poste britannico) dopo che il piccolo Jase Hyndman ha voluto assicurarsi che suo padre James ricevesse quella cartolina da aprire il giorno del suo compleanno all’inizio. “Signor Postino, puoi portarla in paradiso per il compleanno di mio padre? Grazie”, era il messaggio sulla letterina di Jase. Una nota che avrebbe potuto facilmente passare inosservata dallo staff postale. Tuttavia, i dipendenti si sono presi il tempo per rispondere al bimbo e hanno confermato che la sua cartolina era stata consegnata.

La madre di Jase, Teri Copland, 30 anni, ha condiviso la storia su Facebook, dicendo che “questo gesto ha ripristinato la sua fede nell’umanità”. “Qualche settimana fa mio figlio di 7 anni ha inviato questa cartolina a suo padre in paradiso e oggi ha ricevuto una bella risposta dal postino. In realtà non riesco a dire quanto sia emozionato per il fatto che suo padre l’abbia ricevuta.. avrebbero potuto semplicemente ignorarla, ma il fatto che sia stato fatto questo sforzo per un bambino che la Royal Mail neanche conosceva è davvero una bella cosa. Voglio condividere questo parole con lo staff postale per comunicare quanto siamo grati”.

A rispondere a Jese è stato il vice direttore dell’ufficio consegna Sam Milligan. “È stata una sfida difficile evitare stelle e altri oggetti galattici in rotta verso il cielo. Tuttavia, ti assicuriamo che questo articolo di posta particolarmente importante è stato consegnato”. La mamma di Jase, che ha perso il suo compagno nel 2014, ha detto al Daily Mail: “Voleva inviare quella cartolina perché crede che tutti dovrebbero averne una anche se non possono avere un regalo per loro compleanno. Jase stupito ed è così felice”.

Biagio Chiariello

(Fonte: https://www.fanpage.it/bambino-invia-una-lettera-al-papa-in-paradiso-la-risposta-delle-poste-e-commovente/ – http://www.fanpage.it/)

I nuovi migranti (afrikaner), i Boeri sfuggiti all’assassinio e cacciati dalle loro terre legittime dai neri del Sud Africa, ora sono accolti dalla Russia. Grazie, Russia, che accogli chi è stato derubato dai soliti approfittatori non ignoti che strappano diamanti e oro agli altri. – The New Afrikaner Migrants, the Boers that Have Escaped Murder and Have Been Driven out of their Own Lands by the Black Men in South Africa, Are now Taken in by Russia. Thank You, Russia, for Welcoming Those Who Have Been Robbed by the Usual and not Unknown Profiteers, who Steal Other People’s Diamonds and Gold.

 

1) Così la Russia accoglie i bianchi perseguitati dai neri

In Sudafrica il clima è sempre più ostile per i discendenti degli europei: Putin offre loro terre da coltivare

FEDERICO CENCI – 6 agosto 2018

Fuga dall’Africa. Ma ad emigrare non sono soltanto i neri, che l’immaginario collettivo identifica come i perseguitati per eccellenza. C’è una minoranza che in Sudafrica subisce indicibili violenze ormai dal lontano 1994, cioè da quando è finita l’apartheid ed è iniziata l’era di governo del Congresso nazionale africano (Anc). Si tratta dell’8 per cento di popolazione bianca, concentrata soprattutto tra le vaste distese coltivate, che si trovano tra Johannesburg e Pretoria: enormi fattorie che spesso diventano il bersaglio di assalti, rapine armate, omicidi efferati. Per avere un’idea: l’associazione Transvaal Agricultural Union (Tau) (che riunisce proprietari terrieri bianchi) stimava nell’autunno scorso che 64 contadini sono stati uccisi nelle loro proprietà nel 2015, 71 nel 2016, e 68 nei primi nove mesi del 2017. Sempre la Tau rilevava che nel Sudafrica dei 54 omicidi ogni 100mila abitanti (il tasso mondiale è di 9), nella comunità agricola questo sale a 138, il più alto al mondo. Razzismo antibianco o criminalità comune? Difficile da stabilire con precisione. È possibile che i due fenomeni coincidano; fatto sta che per i bianchi in Sudafrica il clima è sempre più ostile. Nei giorni scorsi si è consumato un atto che non può che essere interpretato come un nuovo affronto nei confronti degli agricoltori bianchi, che pur essendo l’8 per cento possiedono almeno due terzi delle terre coltivate del Paese. A seguito delle pressioni da parte di gruppi della sinistra, il presidente Cyril Ramaphosa ha annunciato che opererà una modifica della Costituzione per consentire l’avvio del processo di espropriazione dei terreni di proprietà dei bianchi senza compensazione. Un modo, secondo i fautori di questo gesto, per riparare ai danni dell’apartheid.

Ecco allora che i bianchi sudafricani (chiamati afrikaner o, nel caso dei discendenti degli olandesi, boeri) hanno iniziato una lenta ma inesorabile fuga dal Paese. Libero scrive che sono già 82mila quelli che hanno raggiunto altre mete: l’Australia del primo ministro Malcolm Turnball che ha dato la disponibilità ad aprire le porte rischiando una crisi diplomatica con il Sudafrica, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma non solo. La Russia di Vladimir Putin ha avviato dal giugno scorso contatti con le comunità bianche sudafricane per sancire un accordo di accoglienza nella regione meridionale di Stavropol, una zona dal clima temperato e dunque ricca di terreni che aspettano soltanto di essere coltivati. E chi meglio degli operosi afrikaner può aiutare la Russia a trasformare questa regione in un fiorente volano dell’agricoltura? I bianchi che intendono fuggire dal Sudafrica garantirebbero al Paese ospitante di arrivare con 100-150 mila dollari in tasca, un gruzzolo sufficiente a non pesare sulle casse statali. I primi profughi sudafricani sono già sbarcati in Russia e, come testimoniano le immagini di questo servizio tg, una volta accolti in aeroporto con calore, sono stati accompagnati a visitare il locale museo di Stavropol e a parlare con il clero ortodosso. L’esperimento – riporta sempre l’edizione di Libero di domenica scorsa – potrebbe essere bissato nei distretti di Rostov sul Don e di Krasnodar e in Crimea. Così la Russia esprime solidarietà concreta verso una popolazione oppressa e, al tempo stesso, ottiene un’immigrazione qualificata.

(Continua su: https://www.interris.it/esteri/cos-la-russia-accoglie-i-bianchi-perseguitati-dai-neri).

2) Africa e Medio Oriente – Mai più cristianofobia (http://cristianofobia.altervista.org/blog/indici/africa-medio-oriente/)

– Ministro della Difesa Mario Mauro: guerra di Siria già decisa 2 anni prima: https://www.youtube.com/watch?v=XoqLEJ-5jEc

– 52 bambini uccisi dai ribelli ‘moderati’ li hanno aspettato che uscivano da scuola: http://www.vietatoparlare.it/52-bambini-uccisi-dai-ribelli-moderati-li-hanno-aspettato-che-uscivano-da-scuola/

– RAGAZZE RAPITE/ Padre Zerai (Nigeria): Boko Haram odia i cristiani perché educano: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2014/6/25/60-RAGAZZE-RAPITE-Padre-Zerai-Nigeria-Boko-Haram-odia-i-cristiani-perche-educano/509875/

– AFRICA/CONGO RD – “È in atto una campagna di diffamazione del governo contro la Chiesa e il Cardinale Monsengwo”: http://www.fides.org/it/news/63559-AFRICA_CONGO_RD_E_in_atto_una_campagna_di_diffamazione_del_governo_contro_la_Chiesa_e_il_Cardinale_Monsengwo

Che oramai i cristiani siano perseguitati in tutto il mondo è un dato di fatto ed il numero di uccisi o buttati fuori dalle proprie case aumenta ogni giorno. I responsabili sono spesso protetti dal governo stesso del luogo che vuole sul posto altre religioni che diano meno fastidio e garantiscano più controllo. È un po’ come la storia dei boeri del secolo scorso e di quello precedente. I gentlemen inglesi non li potevano sopportare perché questi avevano diamanti ed oro ed allora si sono inventati una guerra che ha lasciato morti da tutte le parti. Ma alla fine i gentlemen hanno avuto la meglio e i due stati boeri sono stati fagocitati dagli inglesi, con quale diritto non si sa, ma di fatto, come altrove, non hanno dato nessuna spiegazione del loro operato se non quella di essere degli approfittatori.

I vescovi dai vari siti lanciano appelli sul trattamento che subiscono i cristiani nelle loro diocesi, ma tutto questo occupa poche pagine sui media, perché sono minoranze che spariscono e basta, grazie ai veri governi impegnati in altri problemi che ingrandiscono a secondo del momento e della convenienza. Per la questione immigrazione, ove i disgraziati sono sempre coloro che tentano di vivere altrove, è stato scritto il libro Immigrazione. La grande farsa umanitaria di Blangiardo, Gaiani e Valditara, Aracne, 2017 (seconda edizione). Invece, deputati di ogni dove, pur di mettersi in mostra, sono saliti sulle ONG ben in vista e hanno rilasciato dichiarazioni fiume, senza prospettare alcuna soluzione, perché il loro scopo è solo denunciare ciò che secondo il loro pregiato parere e convinzione non andrebbe: questo sui media fa effetto, perché hanno poco da pubblicare. Bene! Avanti così. I cristiani, per ora, non usano armi, ma non si sa mai.

3) Foggia e quella risposta che non ti aspetti: “Scusi, quindi sono morti di serie B? No, di serie Z”

“Riposi in pace”, si dice solitamente di fronte a un morto, ma ieri tutto questo è stato tradito, dopo l’incidente d’auto a Foggia dove sono morte dodici persone. Dodici braccianti neri sfruttati, lasciati per ore distesi in terra, aspettando che si liberasse “qualche posto in obitorio”, ma l’obitorio non è mica il tavolo di un ristorante.

CRONACA ITALIANA 7 AGOSTO 2018 09:18 di Saverio Tommasi

“Riposi in pace”, si dice solitamente di fronte a un morto. Con il tempo questa frase è diventata il finale di una preghiera, la dice il prete al funerale, viene incisa sulle lapidi, la possono condividere gli atei.

“Riposi in pace” è una frase breve di fronte alla complessità della morte. “Riposi in pace” significa rendere merito agli affanni di una vita.

Se è tutto questo, ieri tutto questo è stato tradito, dopo l’incidente d’auto a Foggia dove sono morte dodici persone, dodici braccianti neri sfruttati.

La notizia più importante è la loro morte; la notizia più importante è che con tutta probabilità abitavano nel Ghetto di Foggia, Ghetto come il nome che si riserva a un’area nella quale le persone sono considerate un retroterra etnico.

In quel non luogo si può essere prelevati con un furgoncino non abilitato al trasporto di 15 persone e si può morire per strada, alle ore 15:00 di un giorno caldissimo e già sudato, quasi sicuramente infatti i dodici braccianti stavano tornando alle baracche dopo la mattinata trascorsa a tirare via i pomodori dal campo.

C’è anche dell’altro, però. Una cosa più piccola ma che con le altre viaggia a braccetto, e non la troverete scritta su altri giornali; una cosetta piccola, andata avanti per ore. Un fatterello minuscolo e gigante: l’ultimo corpo è stato caricato, per essere portato in obitorio, a mezzanotte passata da dieci minuti, cioè 9 ore e 10 minuti dopo l’incidente. Prima quei corpi erano distesi per strada. Una volta recuperati dal furgone sono rimasti posizionati sull’asfalto rovente con un lenzuolo bianco sopra; come sul letto di casa, però al contrario e senza letto.

Il riconoscimento è stato fatto per strada, non all’obitorio, una pratica assolutamente estranea alla prassi. Così, pure le foto.

A un certo punto hanno detto anche “in obitorio non c’è posto, aspettiamo si liberi qualcosa”, ma l’obitorio non è mica il tavolo di un ristorante.

Il mio collega di Fanpage.it Carmine Benincasa era sul posto e ha chiesto se per caso quelli fossero “morti di serie B” e gli hanno risposto che no, quelli erano “morti di serie Z”.

Vi ho raccontato questo fatto perché di fronte alle grandi ingiustizie è facile prendere posizione, anche se magari il giorno dopo le nostre posizioni ce le scordiamo e ci comportiamo come se fosse normale morire sul lavoro, un lavoro pagato tre euro l’ora, meno cinque euro di trasporto, che poi ogni tanto finisce fuori strada.

La civiltà vera si misura però anche dalle piccole attenzioni verso chi non può protestare, e dalla prassi che non dovrebbe cambiare a seconda del colore della pelle delle vittime, o del loro lavoro di braccianti.

“Riposate in pace” resta il mio augurio per tutti e dodici. “Requiescat in pace”, Fratelli.

(Continua su: https://www.fanpage.it/foggia-e-quella-risposta-che-non-ti-aspetti-scusi-quindi-sono-morti-di-serie-b-no-di-serie-z/ – http://www.fanpage.it/).

Morti per alcuni miseri euro al giorno o per quintale, per vivere indegnamente, ma sfruttati dai soliti mafiosi o reputati tali.14 attualmente sono i morti riconosciuti in due incidenti stradali, anche perché i mezzi che li trasportavano non erano pullman di linea, né vecchie corriere scassate, ma furgoni piuttosto malandati dove i lavoratori, migranti e non, erano ammassati: lo scontro è stato fatale. Inutili adesso le marce quando il caporalato è da anni il sistema di sfruttamento di questo traffico che rende soprattutto a chi sopraintende il caporalato, che non sono le associazioni dei lavoratori, ma ben altra gente, magari nascosta anche dietro qualche associazione di aiuto. Adesso sembrerebbe che i politici si stiano interessando al problema, ma non si sa se ciò avviene perché è un problema del momento su cui dare opinioni o un problema che viene veramente affrontato. Intanto i morti ci sono, ma non sono solo quelli dei due incidenti. Dietro a loro ci sono coloro che sono morti per malattie dovute al troppo lavoro o allo sfruttamento, delle famiglie che vivono delle misere paghe di chi lavora per loro e non deve assolutamente ammalarsi, delle donne che spesso devono fare lavori da strada per far quadrare il bilancio contraendo malattie di cui non hanno la minima idea.

4) Unhcr, emergenza sbarchi ora è in Spagna

(ANSA) – ROMA, 06 AGO – È la Spagna a vivere ora l’emergenza migranti. Lo sottolinea l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che rimarca come, mentre negli anni scorsi era l’Italia la meta del maggior numero di arrivi, ora la principale destinazione degli sbarchi è divenuta la Spagna con 23.500 persone arrivate via mare dall’inizio dell’anno, contro le 18.500 dell’Italia e le 16 mila della Grecia. Secondo l’Unhcr il 13, 5% di tutti i nuovi arrivi via mare in Europa è rappresentato da siriani a dimostrare ”la disperazione di queste persone che stanno vivendo la più grave crisi di profughi al mondo”.

(Continua su: https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/unhcr-mergenza-sbarchi-ora-a-in-spagna/).

Poi la realtà è cambiata: i migranti sbarcano ancora in Italia senza l’autorizzazione competente e si riaccende la questione sulla distribuzione dei medesimi nei paesi europei;  la situazione cambia di nuovo e il peggio è sempre dei migranti che non sanno più dove andranno a finire, anche se ultimamente dalla nave Aquarius sono stati sbarcati a Malta, ma in attesa di essere distribuiti in vari paesi dell’UE.

Certo che leggere cosa succede in altri continenti e paesi, tipo Venezuela, è più terribile e soprattutto dà dati abbastanza certi.

5) Migranti, dal 2016 oltre 68mila bambini detenuti in Messico: il 91% espulso. Unicef: “Riportati in situazioni invivibili”

Da quanto si legge nell’ultimo rapporto della Ong, l’estrema violenza, la povertà e la mancanza di opportunità non sono soltanto le cause delle migrazioni irregolari, ma anche le conseguenze delle espulsioni dal Messico e dagli Stati Uniti: per questo nel documento si invitano i governi a collaborare per tutelare il benessere dei minori

di F. Q. | 17 agosto 2018.

Sono oltre 68mila i bambini migranti detenuti in Messico fra il 2016 e aprile 2018: il 91% di questi sono stati espulsi verso l’America Centrale. Tra gennaio e giugno di quest’anno, da Messico e Stati Uniti circa 96mila migranti – tra cui 24mila tra donne e bambini – sono stati rimpatriati. A rendere noti questi dati è l’Unicef, nel nuovo rapporto “Uprooted in Central America and Mexico”, in cui si tracciano le vie dei piccoli migranti che, sradicati dall’America centrale, affrontano un circolo vizioso di difficoltà e pericoli. Da quanto si legge l’estrema violenza, la povertà e la mancanza di opportunità non sono soltanto le cause delle migrazioni irregolari, ma anche le conseguenze delle espulsioni dal Messico e dagli Stati Uniti. Per questo l’Unicef invita i governi a collaborare per trovare soluzioni che tutelino il benessere dei bambini rifugiati e migranti durante il viaggio e riducano le cause delle migrazioni irregolari.

Il report dell’Unicef arriva a qualche mese dalle polemiche sulla politica dei rimpatri di Donald Trump che aveva visto i minori di famiglie irregolari strappati ai genitori e chiusi in delle gabbie in attesa di essere rimpatriati. L’opinione pubblica era rimasta talmente sconvolta dai pianti di quei bambini che il presidente statunitense era dovuto tornare sui suoi passi. E proprio le politiche sul rimpatrio sono un punto su cui l’Unicef si sofferma. La separazione familiare e la detenzione da parte delle autorità competenti in materia di migrazione, sono esperienze fortemente traumatizzanti che secondo l’Unicef possono pregiudicare lo sviluppo a lungo termine del bambino.

Tenere le famiglie unite e supportare alternative alla detenzione sono misure fondamentali per assicurare il superiore interesse dei bambini migranti e rifugiati. Marita Perceval, direttore regionale dell’Unicef per l’America Latina e i Caraibi, ha ricordato che “in molti casi, i bambini che sono rimandati nei loro paesi d’origine non hanno nessuna casa in cui tornare, e finiscono per essere sommersi dai debiti o sono presi di mira dalle gang criminali”. Per cui “essere riportati a situazioni invivibili rende più probabile una nuova migrazione”, ha concluso Perceval.

Oltretutto i bambini e le famiglie che migrano a causa di minacce di violenza possono essere esposti a un rischio ancora maggiore se sono costretti a ritornare, senza nessun supporto o protezione, nelle comunità da cui sono andati via: molti finiscono così per diventare sfollati “interni” perché non è sicuro tornare a “casa”. La violenza, specialmente quella delle gang, è un problema molto diffuso nell’America centrale. L’Unicef riporta che tra il 2008 e il 2016 in Honduras, per esempio, circa un bambino ogni giorno è stato vittima di omicidio. Analogamente, a El Salvador, 365 bambini sono stati uccisi nel 2017, mentre in Guatemala sono stati segnalati altri 942 casi.

Nel rapporto si evidenzia quindi la paradossale situazione per cui i piccoli migranti rimpatriati, e così le loro famiglie, devono affrontare la stigmatizzazione all’interno delle comunità a causa del loro tentativo fallito di arrivare in Messico o negli Stati Uniti: per gli adulti diventa difficile mantenere o trovare un lavoro con cui pagare i debiti, e per i bambini diventa difficile integrarsi, diventando facili prede delle gang. Senza le risorse necessarie per i beni di prima necessità, o senza casa, i piccoli migranti sono destinati a finire in un circolo di povertà e violenza. Per questo Perceval sostiene sia compito dei governi “fornire loro la protezione e il supporto necessari per una reintegrazione efficace” oltre “all’accesso ai servizi essenziali durante il percorso migratorio”.

(Continua su: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/17/migranti-dal-2016-oltre-68mila-bambini-detenuti-in-messico-il-91-espulso-unicef-riportati-in-situazioni-invivibili/4565524/).

Il paese ha le sue croste da grattare, ma ci sono paesi, o meglio persone, che devono per forza emigrare a causa di guerre o per povertà estrema, e non incontrano che difficoltà di tutti i generi; poi, se sono accolti, trovano quel che trovano, anche approfittatori che li sfruttano. La notizia attendibile è quella dei bambini detenuti in Messico perché migranti, cioè bambini che fuggivano dalla miseria, dalla fame, ecc. per trovare un mondo migliore, hanno invece trovato il carcere con tutte le sue magagne, che riguardano sempre i minori. 68000 mila, non quaranta o cinquanta: una cifra da capogiro, ma reale e tremenda. Non menzionano i morti in questo contesto, che non mancheranno di sicuro e che ingrosseranno le fila degli scomparsi (missing). E così va avanti il mondo, nonostante le varie ammonizioni che giungono da tutte le parti, ma che sono considerati nulla, vuoto. Ricordiamoci di questi minori, perché Qualcuno ce ne chiederà conto, anche se non fanno parte della nostra società: sono sempre umani da proteggere o da aiutare.

6) Yemen, attacco a scuolabus: almeno 39 morti. Croce Rossa: “Sono quasi tutti bambini”

Secondo Al Jazeera, il bombardamento sarebbe stato condotto dalla coalizione a guida saudita che da tre anni ha lanciato un’offensiva nello Yemen. Le vittime avrebbero tutte (o quasi) meno di 10 anni, ha spiegato un portavoce della Croce Rossa.

MEDIO ORIENTE 9 AGOSTO 2018 12:39 di Biagio Chiariello

Sono quasi tutti bambini le vittime dell’attacco contro uno scuolabus che ha fatto almeno 39 morti nel governatorato di Saada, nel nord dello Yemen. Decine di persone sono rimaste ferite, ha riferito il ministero della Sanità. Secondo Al Jazeera, il raid, avvenuto in un mercato a Dayan, in una roccaforte del movimento politico degli Houthi, sarebbe stato condotto dalla coalizione araba guidata dall’Arabia saudita. La notizia è stata confermata su Twitter anche dalla Croce Rossa, che non ha fornito informazioni sulla natura del bombardamento. “Dopo un attacco, avvenuto stamattina, che ha colpito un autobus che trasportava bambini in un mercato di Dahyan, nel nord di Saada, un ospedale supportato dall’ICRC ha ricevuto decine di morti e feriti “, si legge nel tweet. “Secondo il diritto umano internazionale, i civili devono essere protetti durante i conflitti”, ha aggiunto la Croce Rossa. Johannes Bruwer, capo della delegazione per il CICR in Yemen, ha poi aggiunto che “la maggior parte delle vittime aveva meno di 10 anni”. Anche la televisione locale al Massirah, gestita dagli Houthi, parla di 39 morti e 51 feriti, principalmente bambini. Il portavoce della coalizione non ha ancora commentato.

Perché si combatte nello Yemen

L’Arabia Saudita e alcuni dei suoi alleati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, hanno lanciato l’Operation Decisive Storm contro lo Yemen nel marzo 2015 nel tentativo di reintegrare l’ex presidente yemenita Abd Rabbuh Mansur Hadin, fedele alleato di Riyadh, e distruggere il movimento popolare di Ansarullah. L’offensiva inizialmente consisteva in una campagna di bombardamenti, ma in seguito c’è stato un blocco navale e lo spiegamento di forze di terra nello Yemen. L’operazione finora non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo, grazie alla ferma resistenza dalle truppe yemenite e dei combattenti Houthi, ma ha scatenato una tra le peggiore crisi umanitaria al mondo nello stato più povero della penisola arabica.

(Continua su: https://www.fanpage.it/yemen-attacco-a-scuolabus-almeno-39-morti-croce-rossa-sono-quasi-tutti-bambini/http://www.fanpage.it/).

È normale che chi ha assassinato circa 40 bambini cerchi delle scusanti, anche se queste sono inventate per giustificare ancora una volta il massacro di bambini e la giustificazione da vergogna è che si voleva nel tentativo dell’Arabia Saudita di avere nello Yemen un fedele alleato che distruggesse un movimento popolare. Non importa se ci sono andati di mezzo dei bambini, anzi forse è proprio quello il torbido scopo: sollevare odio e discordia e soprattutto imporsi come hanno fatto gli inglesi nel Sud Africa assassinando i Boeri e rubando le loro terre ricche di diamanti e di oro. Così vigliaccamente le nazioni si comportano  verso i paesi più poveri provocando una ennesima crisi umanitaria che mette a dura prova la popolazione semidistrutta. Ma andiamo avanti: tanto le Nazioni Unite stanno a guardare o mandano qualche desolante messaggio che lascia il tempo che trova. Tanto i morti non risuscitano ora. Dio abbia in gloria quei bambini assassinati per l’odio e gli intrighi politici.

Yemen: 31 uccisi da Coalizione araba

BEIRUT – 24/08/2018 – 16:00

Secondo media Riad le vittime sono miliziani insorti

BEIRUT, 24 AGO – Gli insorti yemeniti vicini all’Iran denunciano un “massacro” contro civili compiuto dalla Coalizione araba a guida dell’Arabia Saudita contro un agglomerato di sfollati vicino al porto di Hudayda sul Mar Rosso. Secondo media sauditi, le persone uccise nei bombardamenti non sono civili bensì miliziani. Secondo la tv al Mayadin, vicina all’Iran, i raid aerei sauditi hanno ucciso nelle ultime ore 31 civili, 22 dei quali minori, nel sobborgo di Durhaymi, dove sono ammassate migliaia di civili sfollati dall’assedio di Hudayda da parte delle forze della Coalizione. Dal canto loro, media sauditi riferivano ieri dell’uccisione di 38 miliziani Huthi nei pressi di Durhaymi. Le informazioni non sono verificabili in maniera indipendente sul terreno.

(Continua su: https://www.lasicilia.it/news/top-news/183420/yemen-31-uccisi-da-coalizione-araba.html).

Strage in Yemen: uccisi 26 bambini

Continuano le violenze nello Yemen. Ieri un attacco ad al-Duraihimi, nello Yemen settentrionale, dove sono morti 26 bambini e 4 delle loro madri. L’appello dell’Unicef: fermate la guerra contro i bambini

Andrea Gangi – Città del Vaticano

Secondo attacco in due settimane da parte della coalizione saudita che ha coinvolto i civili. Già giovedì, nel distretto di Al-Durayhimi, 4 bambini hanno perso la vita in un raid aereo. L’Onu ha condannato l’accaduto. Il Segretario generale delle Nazioni Uniti, Antonio Guterres, ha chiesto un’indagine indipendente sull’accaduto e ha affermato che “serve “un’indagine imparziale, indipendente e rapida”.

Vittime innocenti

Secondo alcune testimonianze, le vittime stavano fuggendo dai combattimenti, quando è avvenuto il raid aereo. Si tratta di civili innocenti, la maggior parte dei quali bambini. Nelle ultime settimane gli attacchi contro la popolazione sono aumentati. L’attacco più devastante e recente rimane quello del 9 agosto, quando la coalizione araba si è scagliata contro la roccaforte dei ribelli sciiti Houti di Saada, nello Yemen settentrionale.

La condanna internazionale

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Mark Lowcock, sottosegretario generale dell’Onu per i diritti umani, ha condannato gli attacchi sui civili: “Questa è la seconda volta in due settimane che un raid aereo della coalizione guidata dai sauditi causa decine di vittime civili”. Lowcock ha chiesto “un’inchiesta imparziale, indipendente e immediata”, affermando che “coloro che hanno influenza devono assicurarsi che i civili siano protetti”.

I disastri della guerra

Il conflitto nello Yemen è iniziato nel 2014, quando i ribelli sciiti Houthi si sono impadroniti della capitale Sanaa e hanno rovesciato il governo. Si è quindi formata una coalizione guidata dai sauditi, con l’intento di combattere gli Houti, sostenuti dall’Iran. Da allora, lo Yemen è stato devastato da una terribile e lunghissima guerra che ogni giorno coinvolge i civili e ha già provocato migliaia di morti, oltre a lasciare il Paese sull’orlo della carestia e a paralizzare il sistema sanitario.

(Continua su: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2018-08/strage-yemen-uccisi-26-bambini.html).

Yemen, la vita (disprezzata) dei bambini: “dal 2015 quasi 2.400 uccisi”

10 ago 2018 – “Il terribile attentato di ieri ad un autobus di Sana’ segna un livello davvero basso nella brutale guerra del paese”. Appello di Unicef a porre fine al conflitto. Dal 2015 più di 3.600 feriti e “migliaia di vite innocenti danneggiate o distrutte”

(Continua su: http://www.agenzia.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/592235/Yemen-la-vita-disprezzata-dei-bambini-dal-2015-quasi-2-400-uccisi).

Leggiamo bene le cifre che riguardano bambini morti per bombardamenti, massacrati assieme ai genitori o lasciati privi dei genitori uccisi e diventati bambini “da strada” e poi sfruttati anche in questa triste circostanza. Qualche volontario che li aiuta c’è e senza trombe che annunciano quello che fa, ma molti soccombono perché privi di guida o perché catturati per diventare schiavi o soldati.

7) Calabria, sbarco di migranti tra i bagnanti: sono 72 curdi e afghani, arrivati in barca a vela

Sbarco questa mattina alle 10: 72 migranti curdi e iracheni sono arrivati sulla spiaggia di Afrivo, vicino a Reggio Calabria, a bordo di una barca a vela. Tra di loro anche donne e bambini.

CRONACA ITALIANA 10 AGOSTO 2018 12:50 di Giorgio Scura

Sorpresa questa mattina attorno alle 10 tra i bagnanti di Africo, in provincia di Reggio Calabria. Poco dopo le 10 una barca a vela carica di migranti è spuntata all’orizzonte tra lo stupore generale delle persone, non molte, che in quel momento si trovavano in spiaggia. Immediatamente è scattato l’allarme e con esso le operazioni di soccorso.

Carabinieri, personale medico e personale amministrativo del comune, assieme ad alcune persone del luogo, hanno dato un primo aiuto ai migranti dando loro acqua e cibo.

La spiaggia in questione è quella in località Capo Bruzzano, nel territorio del comune di Africo. I migranti, di varia nazionalità e apparentemente in buone condizioni di salute, erano a bordo della barca a vela che si è arenata. Sul luogo dello sbarco sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Bianco e i poliziotti del Commissariato di Bovalino che hanno rintracciato tutti gli extracomunitari che erano a bordo del natante.

Tra i profughi ci sono anche 12 minori e venti donne. Sono tutti in buone condizioni di salute. L’imbarcazione, che è stata sequestrata e condotta nel porto di Roccella Ionica, sarebbe partita, secondo le informazioni raccolte, una settimana addietro da un porto della Turchia. Trentatré migranti saranno accolti in una struttura di Bianco, mentre gli altri 39 verranno ospitati nel centro di prima accoglienza di Roccella Ionica.

Circa 20 giorni fa 56, tra siriani e curdi iracheni, erano arrivati a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, su un veliero che si è arenato poco lontano dalla riva. A soccorrerli erano stati gli stessi vacanzieri con i pedalò.

(Continua su: https://www.fanpage.it/calabria-sbarco-di-migranti-tra-i-bagnanti-sono-circa-60-curdi-arrivati-in-barca-a-vela/ – http://www.fanpage.it/).

Allora non è vero che l’ Italia ha chiuso i porti agli immigrati, perché questi continuano ad arrivare adottando un sistema differente da quello in uso presso le grandi ONG presenti ai confini con la Libia cui sfuggono per paura di essere trasportati in Libia dove sembrerebbe che il clima per loro non è dei migliori.

Dunque i migranti cercano e trovano soluzioni diverse da quelle ufficiali. Zittiscano i rigurgiti di odio verso Salvini che hanno uno scopo manifesto. Zittiscano anche le critiche alla solita Italia da parte di parlamentari e media che si erigono a difensori dello stato sociale mondiale e che scrivono di tutto un po’ sull’Italia, che cerca in ogni modo di rialzare la testa, e che invece si vuole tenere nella servile sudditanza di altre nazioni che sbandierano tante scempiaggini per nascondere i loro scopi, che non sono dei più limpidi.

Ma fino a quando avremo politici che hanno accettato malamente questo governo e hanno sempre da dire, anche se sono state loro inflitte condanne non da ridere, ma devono mettersi sempre in mostra anche se nessuno li vuole sempre vedere circondati da guardie e da sostenitori prezzolati?

Sbarchi di migranti a Lampedusa, Martello: “Silenzio su quanto avviene qui”

Il sindaco di Lampedusa: “Per la nave ‘Diciotti’ hanno fatto succedere un pandemonio e parliamo di 170 persone. Qui, ne stanno arrivando a centinaia al giorno e nessuno dice nulla”

Redazione – 04 settembre 2018 08:47

Sbarchi di migranti a Lampedusa, Martello: “Silenzio su quanto avviene qui”

“Non comprendo il perché di questo assoluto silenzio per le questioni che riguardano Lampedusa. Per la nave ‘Diciotti’ hanno fatto succedere un pandemonio e parliamo di 170 persone. Qui, ne stanno arrivando a centinaia al giorno e nessuno dice nulla. Il ministero dell’Interno non da nessun segnale, né gli uffici rispondono a dei quesiti e richieste di informazione che abbiamo presentato. Non è possibile che fra autorità non si comunichi”. Lo dice, secondo quanto riporta oggi il quotidiano La Sicilia, il sindaco di Lampedusa Totò Martello in merito al nuovo ripresentarsi di barchini e barchette sulla più grande delle isole Pelagie.“

 

(Continua su: https://www.agrigentonotizie.it/cronaca/sbarchi-migranti-lampedusa-sindaco-martello-silenzio-settembre-2018.html).

Migranti. In 32 sbarcano nell’Area Marina di Isola Capo Rizzuto

1 SETTEMBRE 2018, 12:59 CROTONE CRONACA

Non si fermano gli sbarchi sulle coste italiane, in particolare lungo quelle calabresi. Anche oggi altri 32 migranti – 27 pakistani e 5 bengalesi, tra i quali anche quattro minori e due donne – sono stati intercettati lungo Capo Cimiti, nell’Area marina protetta del comune di Isola Capo Rizzuto, nel crotonese.

Il gruppo è arrivato viaggiando a bordo di un veliero di 12 metri di lunghezza. L’allarme è stato lanciato da un residente, il proprietario di un fondo agricolo vicino alla costa, quanto i migranti avevano già raggiunto il litorale.

Sul posto la Croce Rossa, la Misericordia di Isola e la polizia.

(Continua su: http://www.cn24tv.it/news/178826/migranti-in-32-sbarcano-nell-area-marina-di-isola-capo-rizzuto.html).

8) Siria, esplode deposito di armi in un palazzo: 39 civili morti, 12 erano bambini

L’esplosione si è verificata in un palazzo residenziale nella provincia di Iblid, nel nordest della Siria, in una delle pochissime zone ancora controllate dai ribelli.

13 AGOSTO 2018 07:35 di Davide Falcioni

E’ di almeno 39 civili morti, 12 dei quali bambini, il bilancio dell’esplosione di un palazzo in una zona residenziale della provincia di Idlib, nel nordest della Siria. A renderlo noto l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh), specificando che le cause dell’esplosione sono ancora sconosciute. L’incidente è avvenuto ieri, domenica 12 agosto, nella cittadina di Sarmada, nel nord ovest della provincia di Idlib. L’edificio esploso, che si sviluppava su diversi piani, sarebbe interamente crollato. Al suo interno vi sarebbe stato un deposito di armi. Alcune fonti riferiscono anche di un secondo stabile crollato.

Nei primi minuti dopo l’esplosione il numero delle vittime sembrava essere di 12 persone, ma il bilancio è aumentato scavando tra le macerie e potrebbe crescere ancora. L’Osservatorio siriano dei diritti umani ritiene che la maggior parte delle vittime siano componenti delle famiglie di combattenti del gruppo ribelle Hayat Tahrir al-Sham, un’alleanza guidata da jihadisti provenienti da Al-Qaeda provenienti dalla provincia centrale di Homs.

Stando a quanto riferisce la Bbc, l’edificio crollato conteneva munizioni appartenenti a un trafficante d’armi. Negli ultimi mesi molte esplosioni e omicidi hanno scosso la provincia di Idlib, rivolti principalmente contro funzionari e combattenti intenzionati a rovesciare il governo di Bashar al-Assad. Alcuni attacchi sono stati rivendicati dallo Stato Islamico e la maggior parte di essi sono il risultato di lotte intestine tra altri gruppi ribelli.

Quasi due milioni e mezzo di persone vivono nella provincia, metà delle quali sfollate da altre parti della Siria. Idlib è l’ultima grande città siriana ancora sotto il controllo dai ribelli e la sua liberazione dovrebbe essere il prossimo obiettivo delle forze armate siriane comandate da Assad.

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-esplode-deposito-di-armi-in-un-palazzo-39-civili-morti-12-erano-bambini/http://www.fanpage.it/).

Sono storie che scompaiono presto dalle relazioni, che a mala pena sono tollerate, e le cifre di bambini morti superano di gran lunga le disgrazie che succedono anche nel nostro paese. Minuti di silenzio per questi bambini non ce n’è. Si mandano relazioni da voltastomaco che si spera producano l’effetto di un aiuto concreto e sincero e non strombazzato, come invece succede se si interessano i politichesi o “ambasciatori” di fantomatiche associazioni: la passerella è di dovere.

9) Kamikaze Isis in Siria: oltre 100 morti. La folla cattura tre attentatori: lapidati e impiccati

Una serie di attacchi suicidi ha sconvolto questa mattina Sweida, città vicina alla frontiera con la Giordania. Almeno tre kamikaze dell’Isis si sono fatti esplodere in un mercato ortofrutticolo e in una piazza provocando una carneficina. Uno dei terroristi è stato catturato vivo e impiccato con altri due degli attentatori alle porte dell’ospedale della città. Il bilancio è di oltre 100 morti, tra cui nove donne e un bambino.

GUERRA IN SIRIA 25 LUGLIO 2018 18:12 di Mirko Bellis

in foto: Il mercato ortofrutticolo luogo di uno degli attentati suicidi dell’Isis e a destra i tre terroristi impiccati davanti all’ospedale di Sweida

Tre miliziani dell’Isis che questa mattina hanno attaccato Sweida, nel sud della Siria, sono stati impiccati dalla folla inferocita davanti all’ospedale della città. E’ la macabra risposta alla serie di attentati ad opera di un commando di terroristi suicidi che hanno preso di mira la città vicina al confine con la Giordania. Secondo quanto riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani, negli attacchi terroristici sono morte oltre 100 persone, tra cui nove donne e un bambino. I feriti sarebbero decine così come le persone che al momento risultano disperse e il numero delle vittime è destinato a salire.

Poco dopo le cinque di questa mattina, almeno tre kamikaze hanno compiuto un massacro in un mercato ortofrutticolo e in una piazza della città. “Tre attentatori con cinture esplosive hanno preso di mira la città di Sweida; altre esplosioni hanno colpito i villaggi a nord e ad est”, ha affermato Rami Abdel Rahman, a capo dell’Osservatorio con sede in Gran Bretagna. Per l’agenzia statale di notizie Sana, invece, a compiere la carneficina sarebbe stato un uomo solo mentre gli altri due attentatori sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza prima di farsi saltare in aria nei villaggi di al-Matouneh, a nord di Sweida, e a Douma, Tima ed al-Shabaki, a nord-est della città.

Si è trattato di un attacco coordinato portato a termine da diversi terroristi suicidi. Secondo le prime ricostruzioni, l’attentatore era a bordo di una moto e si è fatto esplodere nel mezzo della piazza dove in quel momento si trovavano i commercianti che stavano preparando i banchi del mercato ortofrutticolo. Veicoli danneggiati, i resti di un carretto di frutta e chiazze di sangue, sono le prime desolanti immagini dopo l’attentato.

Alcune fonti locali hanno affermato che un secondo assalitore ha colpito in un altro punto affollato della città, mentre due kamikaze si sono fatti saltare in aria prima di essere catturati dalle forze di sicurezza. Oltre ai civili uccisi, la maggior parte delle vittime sono militari dell’esercito e miliziani loro alleati. Tra gli obiettivi anche l’ospedale di Sweida dove un attentatore dell’Isis è stato preso vivo e lapidato dalla folla prima di essere impiccato assieme ad altri due terroristi davanti alla struttura sanitaria.

L’Isis ha rivendicato il massacro nella provincia di Sweida affermando di aver ucciso oltre 170 persone e di aver provocato il ferimento di altre 200

L’attacco a Sweida è uno dei peggiori degli ultimi mesi e il più mortifero mai realizzato in questa provincia a sud-ovest della Siria, risparmiata finora dai tragici eventi che dal 2011 insanguinano il Paese mediorientale. Gli attentati dell’Isis sono anche la dimostrazione che gli estremisti del sedicente Califfato, nonostante le numerose sconfitte, rappresentano ancora una seria minaccia. I jihadisti hanno perso quasi ovunque terreno ma rimangono attivi in diverse sacche nel sud e a est della Siria. Soprattutto nella provincia meridionale di Daraa – quasi interamente riconquistata dall’esercito di Bashar al Assad – è presente la formazione jihadista Jaish Khaled bin al- Walid, affiliata all’Isis. Il gruppo, che può contare su circa un migliaio di combattenti, è stato oggetto di un’intensa campagna di bombardamenti da parte di jet russi e siriani negli ultimi giorni. Le truppe di Damasco hanno ormai riconquistato quasi il 90% del sud della Siria e la settima scorsa è stato siglato un accordo tra le forze ribelli e il governo siriano per permettere ai civili di abbandonare la zona verso la provincia settentrionale di Idlib.

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10) Malta risponde ‘no’ all’appello di nave Diciotti: “Non accogliamo i 177 migranti”

Malta ha risposto alla richiesta della Guardia costiera italiana: “L’Italia non ha appigli legali per chiedere a Malta di fornire un porto sicuro per questo ultimo caso. Il porto sicuro più vicino è Lampedusa”. Gasparri: “Chi ha dato l’ordine alla Capitaneria di Porto di imbarcare in acque territoriali di un altro Paese dei clandestini?”.

POLITICA ITALIANA 16 AGOSTO 2018 23:02 di Annalisa Cangemi

Nuovo braccio di ferro tra Italia e Malta, alle spese dei migranti. Dopo l’accordo raggiunto ieri tra cinque Stati dell’Ue sui 141 migranti a bordo della nave Aquarius dell’ONG Sos Mediterranee e di Msf, e dopo che l’Italia aveva dato l’ok per prenderne in carico 20 (Francia e Spagna ne prenderanno 60 a testa) si profila un nuovo stallo diplomatico.

Una nave della Guardia costiera italiana, la Diciotti, ha soccorso 190 persone in mare. Il salvataggio è avvenuto ieri notte. Il natante, che si trova ora tra acque maltesi e italiane, ha chiesto a Malta un porto per lo sbarco e l’assistenza. I 190 migranti si trovavano su un barcone, con il motore in avaria: tra le persone messe in salvo, la Capitaneria ne ha evacuate 13 bisognose di cure mediche, insieme ai loro familiari. Questi profughi, tutti eritrei, si trovano adesso a Lampedusa: sono state portate nel poliambulatorio dell’isola. Tra di loro c’è una donna che avrebbe subito violenze durante la permanenza in Libia e che ha avuto un aborto spontaneo. E poi ci sono tre bambini sono affetti da scabbia, un uomo con linfedema, uno con forti dolori addominali e un altro in stato di collasso.

A coordinare i soccorsi, avvenuti nell’area Sar maltese, sono state le autorità della Valletta, fino alle 20.53 di ieri sera. Per questo motivo il Centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo si è rivolto al governo maltese, per poter sbarcare i restanti 177. Tra di loro ci sarebbero 137 uomini, 6 donne e 34 minori.

L’isola ha però opposto un fermo rifiuto: “L’Italia non ha appigli legali per chiedere a Malta di fornire un porto sicuro per questo ultimo caso”, ha chiarito il governo maltese in una nota pubblicata dal ministro degli Interni Michael Farrugia – “Il porto sicuro più vicino è Lampedusa”. Secondo la ricostruzione fatta dal governo maltese, il barcone di migranti, “che procedeva nella navigazione senza dare segnali di difficoltà”, “ha rifiutato l’aiuto della Marina maltese, che stava monitorando l’imbarcazione lungo il suo tragitto all’interno della zona di ‘Search and Rescue’ (Sar) maltese, insistendo di voler proseguire il viaggio verso la sua destinazione finale, cioè l’Italia”.

“Stranamente – recita la nota – il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma non ha mostrato alcun interesse per la sicurezza dei migranti quando il barcone si trovava nella zona di ‘Search and rescue’ della Libia e non ha fornito assistenza tra una zona Sar e un’altra”. Il comunicato è accompagnato da una cartina che mostra il luogo del recupero dei migranti, distante circa 16 miglia nautiche da Lampedusa e oltre 76 da Malta.

Il coordinamento di soccorso maltese, dopo aver effettuato le operazioni di salvataggio, ha assistito le persone a bordo del barcone, fornendo loro acqua, cibo e giubbotti di salvataggio. Alcune ore dopo, alle 3.07 della scorsa notte, il Centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo, che in quel momento non conosceva la posizione delle navi di soccorso maltesi, è stato contattato dal barcone, dal quale si segnalava avaria al motore e infiltrazioni di acqua a bordo, anche a causa delle condizioni atmosferiche avverse. Durante le operazioni di recupero da parte della Guardia costiera italiana è stata anche rilevata la presenza sconosciuta, nel buio, di un’altra imbarcazione non identificata. Alle 3.20 il Centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo ha informato Malta della situazione.

Ora Matteo Salvini minaccia: “Se altri Paesi non prenderanno parte dei 170 migranti salvati oggi dalla motovedetta italiana, noi non ci faremo carico dei venti dell’Aquarius”.Era stato proprio il ministro degli Interni a sollevare il caso sul suo profilo Facebook: “È mio dovere informarvi che un barcone con 170 immigrati a bordo, ora in acque maltesi e in difficoltà, viene bellamente ignorato, anzi viene accompagnato verso le acque italiane, dalle autorità maltesi. Se questa è l’Europa, non è la mia Europa. L’Italia ha già accolto, e speso, abbastanza”.

Ma il Viminale, secondo quanto ha scritto il vicepremier leghista, non era stato informato dei movimenti della Guardia costiera italiana: “Cronache dall’Europa che non esiste. I maltesi ieri avevano assunto la responsabilità di un intervento in aiuto di un barcone con 170 immigrati a bordo, come giusto, all’interno delle loro acque, e una loro imbarcazione (la P52) era giunta in zona, ma senza prestare alcun soccorso. I maltesi hanno quindi ‘accompagnato’ il barcone verso le acque italiane, e una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato gli immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi, per dirigersi verso l’Italia. Ho chiesto che la nave italiana contatti le autorità maltesi, nelle cui acque è avvenuto il soccorso, perché mettano a disposizione un porto per lo sbarco. Dopo aver accolto via mare 700.000 immigrati in pochi anni, penso che l’Italia abbia già fatto il dovere suo e anche di altri”.

Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha commentato l’episodio criticando duramente il governo: “Leggo una dichiarazione del vicepresidente del Consiglio Salvini il quale dice che, senza che al Viminale fossero stati informati, una nave della Capitaneria di Porto italiana ha imbarcato in acque albanesi 170 clandestini. Chi ha dato l’ordine alla Capitaneria di Porto di imbarcare in acque territoriali di un altro Paese dei clandestini? Il Ministro da cui dipendono, ovvero Toninelli? O la Capitaneria agisce secondo proprie libere valutazioni? Non credo sia così. Nel passato Forza Italia contestò il comportamento che i governi a guida Pd avevano imposto alla Guardia Costiera, facendole caricare in qualsiasi luogo e in qualsiasi contesto clandestini che venivano portati in Italia. Fummo noi per primi a chiedere che questo andazzo finisse. Ci sorprende leggere le parole del Ministro dell’Interno Salvini, che esprime una meraviglia che condividiamo, ma alla quale vorremo seguissero atti conseguenti. È stato Toninelli ad agire, ancora una volta, da importatore di clandestini?”.

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La lotta ai migranti si fa sempre più drammatica. Ci sono  migranti che arrivano e che non vogliono ritornare in Libia, e paesi dell’Ue che giocano al rimpallo, e lasciano a noi italiani il compito di assistere coloro che arrivano. Chi si è più lamentato della diminuzione dei migranti arrivati ed in arrivo sono i criminali della tratta, che hanno visto una diminuzione drastica dei loro guadagni e hanno cercato soluzioni come far entrare i migranti in Spagna attraverso Ceuta. La milizia spagnola spara proiettili, seppur di gomma ed acqua, e nonostante questo molti migranti hanno sfondato le reti alte sette metri e sono entrati in Spagna.

11) A proposito di morti per incidenti a Lombok (Indonesia) 460 morti per il terremoto di settimane fa. Pochi i riscontri di un così alto numero di vittime e nessun giorno di lutto. Ma l’Indonesia è lontana.

Nuovo terremoto a Lombok, magnitudo 6.3

by Quotidiano dei Contribuenti – 19 agosto 2018

(Fonte: https://www.quotidianocontribuenti.com/new/nuovo-terremoto-a-lombok-magnitudo-6-3/).

Anche in questo caso le cifre dei morti le leggiamo e via, ma sono morti veri, che spariscono dalla terra e che forse saranno ricordati a malapena dai loro parenti. Noi facciamo sceneggiate a non finire per cifre di morti molto inferiori. Ricordiamo anche questi morti lontani, che appartengono anch’essi al genere umano e che con molta probabilità non erano nel gruppo dei VIP, ma della gente che provava a vivere e ad allevare i propri figli. Ricordiamoli.

12) India, inondazioni nel Kerala: 114 morti e oltre 150mila sfollati

Drammatico il bilancio delle vittime delle inondazioni dovute alle piogge monsoniche che ormai da giorni stanno colpendo lo Stato indiano del Kerala, nel Sud del Paese. Centinaia di villaggi sono stati spazzati via, circa diecimila chilometri di strade e migliaia di case sono state rase al suolo.

ASIA 17 AGOSTO 2018 07:54 di Susanna Picone

È drammatico il bilancio delle vittime delle inondazioni dovute alle piogge monsoniche che ormai da giorni stanno colpendo lo Stato indiano del Kerala, nel Sud del Paese. L’ultimo bilancio riportato dall’Economic Times in India parla di almeno 114 morti. Altissimo anche il numero degli sfollati: secondo la Bbc online, sono almeno 150mila. Il governo centrale ha schierato ieri tutte le forze armate (esercito, marina, aeronautica) per una massiccia operazione di soccorso. Al momento, a causa delle inondazioni, circa diecimila chilometri di strade sono state distrutte o danneggiate così come centinaia di case. Parti della capitale commerciale del Kerala, Kochi, sono sommerse. Risultano ferme le ferrovie e la metropolitana, mentre l’aeroporto resterà chiuso fino al prossimo 26 agosto. Il governo locale del Kerala ha lanciato appelli alla popolazione a non ignorare gli ordini di evacuazione.

Il Kerala è uno stato da sempre soggetto ai monsoni – Quest’anno le piogge monsoniche, che di solito cadono incessanti da giugno a settembre, sono arrivate l’8 agosto. Le piogge hanno inondato case e strade e fatto crollare ponti. Le zone più colpite sono i villaggi rurali, con le case spesso costruite in paglia e legno. Centinaia di villaggi sono stati spazzati via. Ogni anno in Kerala in questo periodo si registrano centinaia di vittime, ma secondo gli esperti l’attuale alluvione è il peggior episodio registrato nell’ultimo secolo. “La situazione è brutta in molte zone dello Stato e il numero delle persone morte probabilmente salirà”, aveva detto nel giorno di Ferragosto un alto funzionario del dipartimento per la gestione dei Disastri.

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13) Gli Stati Uniti mettono il segreto sulle armi nucleari (anche su quelle nelle basi italiane)

Inversione di rotta del governo statunitense: i dati sui controlli di sicurezza sulle armi nucleari non verranno più divulgati.

POLITICA ITALIANA 20 LUGLIO 2017 13:03 di Annalisa Cangemi

Il Pentagono si chiude a riccio e blocca il flusso di informazioni sulle armi nucleari collocate all’interno delle basi americane presenti sul nostro territorio. I dati sulle ispezioni sulla sicurezza effettuate sui depositi di armi statunitense verranno d’ora in poi secretati. Il nostro Paese è quello più esposto tra quelli europei: l’Italia infatti è l’unico Paese che ospita ben due basi americane. Nelle basi di Aviano (provincia di Pordenone) e Ghedi (provincia di Brescia) sono conservate bombe nucleari, che pochi giorni fa proprio l’Onu ha deciso di mettere al bando con una risoluzione votata dall’Assemblea generale. Nei depositi custoditi all’interno delle due basi sarebbero presenti 50 bombe B-61 (Aviano) e 20 a Ghedi-Torre). Il governo americano non renderà pubblici i report, e quindi non si saprà se lo stato delle bombe rispetterà gli standard di sicurezza.

Come ha spiegato a Repubblica.it Steven Aftergood, a capo del programma “Project on Government Secrecy” della Federation of American Scientists di Washington, “Senza rivelare informazioni coperte dal segreto di Stato, i rapporti delle ispezioni possono indicare se ci sono stati problemi con il personale che maneggia gli armamenti nucleari, se ce ne sono stati con l’equipaggiamento tecnico o con altri aspetti dello stoccaggio delle armi”.

Anche se il provvedimento non si riferisce specificamente alle basi americane sul suo italiano, i cittadini italiani che vivono nei pressi delle basi non potranno sapere se durante i sopralluoghi dei militari americani sono state rilevate anomalie o malfunzionamenti sugli armamenti atomici. Fu proprio un report sulla sicurezza effettuato nel 2008 a far scattare l’allerta nel 2008 nella base di Ghedi: un anno prima la US Air Force aveva perso il controllo per ben 36 ore di 6 testate nucleari, che sono state trasportate in giro negli Stati Uniti.

Questo tipo di informazioni è necessario in Italia oggi più che mai. Proprio martedì 18 luglio sono state presentato in Senato 4 mozioni sulla proliferazione del nucleare, alla luce della decisione della Difesa di impiegare, in sostituzione delle B-61, bombe nucleari B-61-12 in dotazione dei velivoli F-35, i velivoli d’attacco mono-pilota. Gli aerei saranno in grado di montare a bordo due bombe. Come annunciato dal Governo, il programma JSF/F-35 Lightning II prevede l’acquisto di 90 di questi velivoli. La discussione è in ancora in corso, visto che l’Italia ha firmato il Trattato di proliferazione del nucleare, approvato dall’Assemblea generale nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970. E finora non il nostro Governo non si è impegnato a firmare il nuovo trattato Onu, dal titolo “Taking forward multilateral nuclear disarmament negotiations”, che impegna i Paesi ad una progressiva eliminazione di tutte le armi atomiche. La partita è ancora aperta, ma il Pentagono non sembra avere più intenzione di collaborare.

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Tutti dichiarano di voler smobilitare le armi nucleari, ma non sembrerebbe che questo disarmo stia avvenendo, e questo vale anche per l’Italia, con le mozioni in Senato per impiegare le bombe nucleari B61-12 sui gli F 35. La Corea del Nord aveva detto che avrebbe avviato un disarmo nucleare, ma non sembra sia così. Le altre nazioni che hanno armi nucleari tacciono. Molto sicuro tutto questo, vero?? E le bombe nucleari, secondo gli studiosi, sarebbero nello spazio in qualche satellite che circumnaviga la terra: tutto al sicuro.

14) “Cosa rischia penalmente”. Matteo Salvini indagato, il colpo di scena26 agosto 2018/ Politica

[Ed i capi di stato dove erano????? Nemmeno i nostri si sono pronunciati sul rimpallo dell’UE; hanno lasciato cercare una testa da buttare via, magari anche dal ministero per rifare con quelli di comodo]

Colpo di scena nella vicenda della nave Diciotti. La Procura di Agrigento, alla fine dell’attività istruttoria compiuta a Roma, ha deciso di passare a ‘noti’ il fascicolo relativo al mancato sbarco degli immigrati dal pattugliatore ‘U. Diciotti’, già iscritto per i reati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Due gli indagati, uno di questi è il ministro dell’interno Matteo Salvini. Lo ha reso noto in una nota il Procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio. ”Tale procedura, prevista e imposta dalla legge costituzionale 16/1/89 n.1, permetterà, con tutte le garanzie e le immunità previste dalla medesima legge, di sottoporre a un giudice collegiale specializzato le condotte poste in essere dagli indagati nell’esercizio delle loro funzioni – dice Patronaggio – Uno dei quali appartenente ai qualificati soggetti indicati dall’articolo 4 della norma costituzionale”. La nota termina così: “Come è noto infine ogni eventuale negativa valutazione delle condotte di cui sopra, dovrà essere sottoposta alla autorizzazione della competente Camera”.

Oltre al ministro Salvini, è indagato un capo di gabinetto. La reazione di Salvini, ovviamente, è furiosa: “Una vergogna. Possono arrestarmi, ma non fermeranno il cambiamento”. Poi l’annuncio “gli immigrati a bordo della Diciotti sbarcheranno nelle prossime ore. Gran parte dei migranti della Diciotti saranno ospitati dalla Chiesa italiana, dai vescovi che hanno aperto le porte, i cuori e il portafoglio”, ha spiegato Salvini. E ha proseguito: “Alcuni immigrati vanno in Albania, il governo albanese si è dimostrato migliore di quello francese. E io dico grazie agli albanesi e vergogna ai francesi. La restante parte dei migranti andrà in uno-due altri Paesi ma la maggioranza, e ci ho lavorato personalmente mentre gli altri insultavano, sarà ospitata a cura dei vescovi della Chiesa italiana”. Continua a leggere dopo la foto

“Possono arrestare me ma non la voglia di 60 milioni di italiani, indaghino chi vogliono. Abbiamo già dato abbastanza, è incredibile vivere in un paese dove dieci giorni fa è crollato un ponte sotto il quale sono morte 43 persone dove non c’è un indagato e indagano un ministro che salvaguardia la sicurezza di questo Paese. È una vergogna”, ha concluso. Le contestazioni, comunque, non possono essere più approfondite dalla magistratura ordinaria, ma devono essere oggetto di valutazione del tribunale competente per i reati commessi dai ministri nell’esercizio delle loro funzioni. Le ipotesi di reato per cui Salvini è stato indagato sono: sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Ma cosa rischia penalmente Matteo Salvini? Nonostante sia un ministro, Salvini risponde di fronte alla giustizia per eventuali reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Ma solo ad alcune condizioni.

L’articolo 96 della Costituzione stabilisce che: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”. Secondo le due leggi che disciplinano la materia (la legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 e la legge n. 219 del 1989) un’eventuale indagine sull’operato del ministro dell’Interno diventerebbe subito di competenza del “Tribunale dei ministri”. L’articolo 96 della Costituzione prevede che sia necessaria l’autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza del ministro. Il procedimento è il seguente: il presidente del ramo del Parlamento competente invia gli atti trasmessi dal Tribunale dei ministri alla giunta per le autorizzazioni a procedere, in base al regolamento della Camera stessa. Entro 60 giorni dalla consegna degli atti al presidente della Camera competente, l’assemblea si riunisce e può “a maggioranza assoluta dei suoi componenti, negare l’autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. Gli inquisiti, nel tribunale ministeriale, non possono essere sottoposti a misure limitative della libertà personale, a intercettazioni telefoniche o sequestro o violazione di corrispondenza ovvero a perquisizioni personali o domiciliari senza l’autorizzazione della Camera competente. L’articolo 605 del codice penale, che prevede il reato di sequestro di persona, stabilisce che: “Chiunque priva taluno della libertà personale, è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni”. La pena può arrivare fino a dieci anni se è commessa “da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni” e fino a 12 anni se il fatto “è commesso in danno di un minore”. Il punto è che Matteo Salvini, in quanto leader della Lega, uno dei partiti di maggioranza e membro della coalizione di governo, rischia poco, perché difficilmente il Senato – che è la sua Camera di appartenenza – approverebbe l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Nonostante il suo hashtag #arrestatemi, Salvini sa benissimo di godere dell’immunità e di non poter essere arrestato senza l’autorizzazione della sua Camera di appartenenza. Il capo di gabinetto, però, non ha come Salvini l’immunità… Quindi stiamo ad aspettare per capire come si evolverà questa faccenda.

“Lo abbiamo denunciato!”. Ahia, guai per Matteo Salvini. Lo hanno fatto davvero. Il motivo

(Continua su: http://247.libero.it/focus/45157381/2/-cosa-rischia-penalmente-matteo-salvini-indagato-il-colpo-di-scena/).

Il pasticciaccio è scoppiato, però non si sanno né ora, né mai i segreti motivi che hanno spinto, dall’Ue ai capi italiani, a lasciare che tutti dicessero la loro, pavoneggiandosi sui media e non facendo nulla di concreto, come una interrogazione seria in parlamento non solo circa i migranti veri provenienti da guerre ecc, ma anche sul comportamento di Malta, e di tutti gli staterelli europei che si sono ben guardati dal dare riposte positive. Si ringrazia l’Albania, l’Irlanda e la Cei che in sesta giornata hanno detto di accollarsi dei migranti. Grazie!

Come reagisce l’Italia, a parte che con manifestazioni di piazza singole o provocate sempre non-si-sa-da-chi e le varie affermazioni delle associazioni cosiddette umanitarie che si sono unite per perorare la causa dei migranti sulla famosa nave? Si ripete che si sono visti parlamentari precedentemente indagati salire sulla nave e rilasciare le solite megainterviste scagliandosi tutti assieme contro il ministro e poi basta: videogiornali con megafoto, ma di pratico non si è letto nulla se non una o due interpellanze (sembra 9) alla Camera. Proposte non se ne sono lette, contro i fiancheggiatori del “niet” allo sbarco dei migranti. Curioso che diverse donne migranti sono volute restare sulla nave per non abbandonare i loro mariti (no comment).Vedremo cosa si muoverà nei prossimi giorni.

15) TRENT’ANNI DOPO – “Così salvammo la boat people” – Diario dal Vietnam 30 anni dopo

A trent’anni da una delle prime missioni di pace della Marina italiana, che nell’estate 1979 portò in salvo 900 profughi vietnamiti in fuga dal regime, il maresciallo parmigiano Pasqualino Marsicano ricorda quella straordinaria esperienza mostrando foto inedite, il proprio diario di bordo e le testimonianze dei profughi

di Maria Chiara Perri

“Bisogna accontentarsi di quello si ha, /perché se ci si volta indietro/c’è chi lotta ancora per vivere”

Estate 1979. Da ventitré giorni l’Andrea Doria della Marina militare italiana è salpata dal porto di La Spezia. Un lungo viaggio tra il Mediterraneo e l’oceano Indiano, giornate che si susseguono monotone tra avvistamenti di delfini e qualche “pesce volante” che plana sul ponte della nave. La navigazione è stata spezzata solo da una breve tappa di rifornimento nel porto di Singapore. Da lì, insieme all’incrociatore Vittorio Veneto e alla nave d’appoggio Stromboli, i marinai italiani sono partiti per la vera missione: salvare i profughi in fuga dal regime comunista dopo l’invasione vietcong del Vietnam del sud. L’Andrea Doria scandaglia per giorni i mari del sud est asiatico in cerca della “boat people”. Nulla in vista, la sfiducia inizia a farsi strada tra l’e quipaggio. Poi, il 27 luglio, un segnale: una petroliera diffonde via morse un messaggio. Hanno avvistato un motoscafo pieno di profughi nei pressi di una piattaforma petrolifera. Gli esuli vietnamiti la usano come base, perché da giorni non trovano un attracco. Sono scampati ai tifoni e ai pirati. Le coste li respingono e le navi che li incrociano tirano dritto, ignorando le loro richieste di aiuto. Finalmente, l’Andrea Doria ha un obiettivo.

Sulla nave c’è anche un maresciallo parmigiano. Si chiama Pasqualino Marsicano, ha 35 anni ed è partito con il cuore gonfio. Avrebbe preferito non lasciare a Parma la moglie e la figlia di pochi anni per un incarico lungo e ignoto. Ma non ha avuto scelta. Sa fare molte cose e ha doti umane, quindi i suoi superiori lo hanno giudicato tra i più adatti a partecipare a una delle prime missioni di pace del nostro Paese. Gli Usa hanno chiesto l’i ntervento dell’Italia nella tragedia dei profughi vietnamiti perché alle loro navi è interdetto l’accesso nelle acque cinesi. Quando l’A ndrea Doria si trova a Barcellona, i media italiani diffondono l’a nnuncio in pompa magna. Pasqualino Marsicano verrà a sapere dalla moglie che dovrà andare in Vietnam a salvare vite.

Dal 4 luglio 1979, quando l’Andrea Doria lascia La Spezia, il maresciallo Marsicano inizia a tenere un diario di bordo. Ogni sera disegna con una penna blu una rudimentale cartina di Europa e Asia, tracciando sulla carta il tragitto della piccola flotta. E’ uno dei pochi che annota tutti gli avvenimenti di quei giorni, senza la retorica di ufficiali e giornali, ma con empatia e sincerità.

A lui è stato assegnato il compito di stare a contatto con i profughi che saranno imbarcati, dovrà occuparsi delle loro prime esigenze, in particolare del vestiario. Non sa con quante persone avrà a che fare, né in quali condizioni saranno. Però ha notato che tra gli indumenti forniti dalla Marina per i profughi – magliette bianche e calzoncini blu – non ci sono taglie per bambini. Allora ha portato con sé i vestiti che sua figlia non usa più.

Il 27 luglio l’Andrea Doria avvista la prima imbarcazione di profughi. In confronto all’incrociatore italiano, sembra una scialuppa. Trenta, quaranta persone stipate, affamate e disidratate dopo giorni di navigazione. Gli italiani calano in mare un gommone con un interprete che spieghi agli esuli che potranno ricevere aiuto, che se accetteranno di salire a bordo saranno portati in salvo in Italia. Il mare è forza 4, le onde sono lente ma gigantesche, il gommone oscilla e rischia di ribaltarsi. Quando si avvicina al motoscafo, un’onda lo allontana. Allora una donna vietnamita prende il bimbo che ha con sé e lo lancia sul gommone. “ Pensava che volessimo andarcene e ha cercato di salvarlo” spiega oggi Marsicano. Dopo trent’anni, i ricordi di quella straordinaria esperienza gli riaffiorano come flash mentre scorre le pagine del diario e un album fotografico. Dopo quel primo imbarco di profughi, per il giovane maresciallo inizia un intenso mese di lavoro, emozioni, amicizie e riflessioni che segneranno per sempre la sua vita.

La flotta italiana salverà altre due imbarcazioni e accoglierà anche un carico di profughi sbarcati in Malesia e lì trattenuti tra torture e privazioni. “Quando i malesi li hanno caricati sulle navi e portati al largo, erano certi che li avrebbero uccisi e scaricati in mare. Quando le barche hanno spento i motori, hanno pensato ‘E’ il momento’. Sono psicologicamente morti – dice Marsicano – Ma a quel punto hanno visto arrivare le nostre navi, che a loro apparivano gigantesche. E sono rinati”.

Marsicano si occupa di lavare e vestire i profughi imbarcati sull’A ndrea Doria. Le persone sfilano nude davanti a lui. Le donne, come segna sul diario, non si vergognano dei marinai ma dei propri connazionali. Incontra persone di ogni tipo: neonati, giovani donne, persino il classico anziano vietnamita con la barba lunga e sottile e un tipico copricapo. Conosce professori universitari, medici, seminaristi, persone che a differenza di lui parlano e scrivono in inglese e in francese. Ma, nonostante le barriere linguistiche, con tanti Marsicano riesce a creare un legame. Dà loro una penna e un foglio di carta perché scrivano qualcosa di se stessi, su quello che hanno lasciato e su ciò che sperano di trovare. Raccoglie tutte le testimonianze nel suo diario di bordo, una variegata raccolta di parole di vita emerse da un mare di disperazione.

I ricordi più coinvolgenti affiorano. Come il parto di una donna sulla nave, due ore dopo l’imbarco. Il bimbo venne battezzato Andrea. “Per la cerimonia indossava una vestina di seta della mia bimba” spiega il maresciallo. Purtroppo, nonostante le cure dei tanti medici a bordo, il piccolo non supererà la notte. Il padre fuggito insieme alla figlia, che ha lasciato il Vietnam la moglie e altri due bambini. Il marinaio gli chiede con che criterio abbia deciso di prendere con sé proprio quella bambina. Una domanda che rimarrà senza risposta. Un legame speciale e non ancora interrotto, poi, si crea tra Marsicano e la giovane Thanh Tam. Lei lo segue nel lavoro, lo aiuta ad interpretare i bisogni dei suoi connazionali e a farsi capire. Un suo collega italiano deciderà di adottare la ragazza, che giunta in Italia sposerà un veneto. “Al matrimonio, io e il mio collega eravamo gli unici invitati della parte della sposa, in mezzo a un mare di parenti del marito” ricorda il maresciallo. Thanh Tam oggi vive ancora in Italia, ha due figli grandi. Marsicano l’ha incontrata di recente: “Le ho donato una bottiglia di whisky che avevo comprato trent’anni fa sull’Andrea Doria. Per lei è un simbolo di libertà”.

Per qualche adulto, il maresciallo Marsicano è il “capo”, come vengono chiamati gli ufficiali in marina. Ma per la maggior parte delle persone è “daddy”. Un padre, che si occupa dei loro bisogni, la persona cui rivolgersi per qualsiasi cosa. “I bambini appena mi vedevano venivano all’assalto delle caramelle – dice il maresciallo – allora dicevo loro che le avevo finite, poi mentre andavo via le lasciavo cadere una ad una dalle tasche”. L’Andrea Doria e le altre navi torneranno a casa il 20 agosto 1979, nel porto di Venezia, con un prezioso carico di quasi 900 vite salvate da morte certa. La missione è finita e compiuta. Ma il maresciallo Marsicano non riesce a staccare il cuore da quelle frequenze. Organizza una raccolta di abiti e a sue spese li porta nei campi profughi allestiti ad Asolo, Chioggia e Cesenatico. Gli adulti salutano “ capo Marsicano” con gioia e gratitudine. Per i bambini, rivedere “ daddy” è il regalo più bello.

Trent’anni dopo, quella storia che per mesi appassionò la stampa italiana ed estera è quasi dimenticata. Rivive nel cuore di chi l’h a vissuta quando scorre quella raccolta di ricordi – manoscritti, fotografie, ritagli di giornale – gelosamente custodita per anni. E oggi un po’ condivisa. “Davanti ai profughi all’inizio provavo un senso di superiorità, ma poi guardandoli in faccia mi sentivo piccolo piccolo – dice oggi Marsicano – come oggi, quando si aiutano gli immigrati che arrivano sulle nostre coste, ci si sente comandanti. Ma quando poi capisci quello che hanno patito, il fatto che hanno affrontato la morte pur di continuare a vivere, ti ridimensioni. Tu dici: io ho tutto, loro niente. Io vivo, loro sperano di vivere. E’ un coraggio che non si dimentica”.

08 luglio 2009

(Fonte: https://parma.repubblica.it/dettaglio/cosi-salvammo-la-boat-people-diario-dal-vietnam-30-anni-dopo/1669936).

16) Profughi, 35 anni fa li volevamo

C’è stato un momento in Italia in cui i paesi e le famiglie si litigavano i profughi. Non nel senso che non li volevano, ma che facevano a gara per dar loro rifugio e sostegno. Accadeva 35 anni fa; a fine gennaio 1980 la Caritas padovana è costretta a comunicare che non ci sono abbastanza rifugiati: “È opportuno precisare che a Padova è possibile accogliere ancora una sola famiglia e che le offerte messe generosamente a disposizione – circa una ventina – non potranno venire utilizzate”.

Facciamo un passo indietro. È il 20 agosto 1979 quando tre navi da guerra dell’ottavo gruppo navale – la Vittorio Veneto, l’Andrea Doria e la Stromboli – entrano nel bacino di San Marco. Ad accoglierli ci sono ministri, il patriarca di Venezia e una folla festante e curiosa; a bordo, reduci da settimane di navigazione senza scalo, oltre all’equipaggio ci sono oltre 900 profughi vietnamiti, salvati dalla Marina Militare nel Mar Cinese Meridionale. Sui giornali li chiamano boat people: fuggono dalla repressione e dalle nuove guerre (contro la Cambogia e l’ex alleato cinese) del regime comunista, che è appena riuscito a cacciare gli americani e a riunificare il Paese.

Tanti cercano di fuggire via mare verso Thailandia, Malesia e Indonesia, spesso provvisti solo di imbarcazioni di fortuna: migliaia di loro, forse centinaia di migliaia, periscono tra le onde e a causa dei pirati, altri sono falcidiati nei campi profughi dalla fame e dalle malattie. Ma c’è anche chi ce la fa, come la giovane To Cam Hoa, che oggi è sposata e vive vicino a Treviso: “Il viaggio durò in totale due mesi, tra cui 15 giorni sulle coste della Malesia, vivendo situazioni drammatiche e selvagge, senza nessun mezzo per poter sopravvivere…”. Nei paesi vicini i profughi vengono infatti trattati con brutalità: la famiglia Hoa (12 persone tra cui nonno, bisnonna e tre bambini), viene obbligata assieme a oltre 100 profughi a risalire sulla barca con cui è arrivata, che viene rimorchiata al largo e quindi abbandonata alla deriva assieme a tante altre. “Tra un respingimento e l’altro siamo rimasti poi 15 giorni in mare aperto – ricorda oggi la donna – incastrati come sardine in piccole imbarcazioni col motore scassato e totalmente inadatte per la navigazione sull’oceano. Il tutto in condizioni pietose e affrontando i peggiori scenari possibili: minacce di morte, stupri, aggressioni di pirati, fame, sete, tempeste e persino episodi cannibalismo…”. Finché, a circa 300 chilometri da Singapore, viene raccolto dalle navi italiane, mandate dal governo in una missione di salvataggio sull’onda dell’indignazione popolare.

In quel momento infatti dei profughi vietnamiti si parla in tutto il mondo: intellettuali come Jean-Paul Sartre e Raymond Aron portano la questione davanti al presidente francese Giscard d’Estaing. Sono gli anni della Guerra Fredda e intorno alla questione si polarizzano anche le posizioni politiche: c’è chi considera i rifugiati alla stregua di traditori e collaborazionisti con il precedente regime, mentre altri vedono nell’emergenza un’occasione per sottolineare gli orrori del socialismo reale.

Sta di fatto che, anche per questo, nella Penisola scatta una vera e propria gara di solidarietà, in particolare nel Veneto allora ancora ‘bianco’. Il coordinamento regionale per gli aiuti viene stabilito a Padova, la città dove i profughi accolti sono più numerosi. In prima linea ci sono soprattutto la Croce Rossa Italiana e la Caritas: la risposta è immediata e solidale, come riportano i giornali di allora. In poco tempo vengono messi insieme 26 milioni e mezzo di lire tramite la raccolta di indumenti usati, che viene per la prima volta sperimentata come modalità di autofinanziamento, mentre una somma almeno altrettanto grande arriva dalle donazioni private. Poi ci sono offerte in natura, proposte di lavoro e di abitazioni: una famiglia si offre di costruire una casa a una famiglia viet, mentre una ditta si offre di arredarla. Una scolaresca raccoglie il necessario per comperare il motorino e una macchina per cucire agli ‘amici profughi’, mentre i dipendenti della banca Antoniana si tassano lo stipendio fino all’agosto dell’80, versando ogni mese i loro risparmi nel conto corrente della Caritas. Il settimanale diocesano la Difesa del popolo riporta addirittura che “Un’infermiera dell’ospedale, vedendo una signora viet senza orologio, s’è sfilato il suo e glielo mette al polso”, mentre i commercianti padovani inviano generi alimentari in occasione del Natale. Molti ospitano i rifugiati direttamente nelle loro case, non solo nel capoluogo: accade ad Arsego, San Giorgio delle Pertiche, Fratte, Zugliano… E gli aiuti non sono solo materiali: alla celebrazione del Têt (il capodanno vietnamita) del 1981, organizzata a Tencarola, prendono parte anche 300 italiani.

Adesso questa gara di solidarietà può fare addirittura sorridere, soprattutto se paragonata con le polemiche di attuali, che spesso danno l’immagine di un Veneto chiuso e poco solidale. Certo si tratta di situazioni profondamente diverse: allora si trattò di salvare e portare in Italia poche centinaia di persone nel corso di un’unica missione, mentre nei soli primi nove mesi del 2015 hanno attraversato il mare verso le nostre coste oltre 120.000 esseri umani. Totalmente diversa è inoltre la situazione politica e internazionale. A parte il “caso” boat people i rifugiati e i richiedenti asilo nel dopoguerra erano pochi, quasi solo europei e spesso intellettuali o comunque appartenenti alle classi borghesi e benestanti.

Oggi la divisione non è più tra Est e Ovest, comunismo o capitalismo, ma tra Nord e Sud, ricchi e poveri. Ai paragoni troppo facili è contraria anche To Cam Hoa: “Personalmente non voglio né l’etichetta di ‘ex immigrati vietnamiti virtuosi’, allo scopo di rafforzare la propaganda razzista, xenofoba e ‘anticomunista’, né sono con chi vorrebbe strumentalizzare la diaspora vietnamita in chiave ‘pro-immigrati’. Dal mio punto di vista sarebbe utile che i racconti non venissero volutamente spettacolarizzati eccessivamente, dando l’effetto di ‘storia strappalacrime’, o al fine di suscitare pietà e misericordia…”. Poi c’è anche una questione più profonda: forse nell’Italia e nel Veneto prima degli anni ’80 il benessere non aveva ancora fatto dimenticare un passato recentissimo fatto di povertà e di emigrazione, e la solidarietà era ancora un valore fortemente condiviso. Soprattutto però l’Italia di allora si sentiva finalmente un Paese ricco e pacificato, mentre quella di oggi si percepisce impoverita e in declino.

Daniele Mont D’Arpizio

(Fonte: https://ilbolive.unipd.it/it/profughi-35-anni-fa-li-volevamo).

17) Siria, Human Rights Watch: «16 bimbi ostaggio dell’Isis, uno decapitato»

PRIMO PIANO – ESTERI, Sabato 25 Agosto 2018

Macerie in Siria (foto d’archivio) Ci sarebbero anche 16 bambini tra i 30 civili rapiti dall’Isis un mese fa nel sud della Siria e uno di questi sarebbe stato decapitato. Lo afferma Human Rights Watch (Hrw) che sostiene che gli estremisti stanno usando il rapimento come «merce di scambio» nei negoziati con il governo siriano e la Russia, e ha definito il rapimento un «crimine di guerra». I bambini sono di età compresa tra i 7 e i 15 anni e sono stati rapiti insieme ad altri civili il 25 luglio scorso.

Il gruppo in ostaggio dei jihadisti è composto da «almeno 27 persone», secondo la denuncia di Human Rights Watch, ed è stato catturato quando una serie di attacchi dell’Isis contro la comunità drusa nella regione di Sweida ha fatto almeno 215 morti.

«Le vite dei civili non dovrebbero essere usate per baratti e l’Isis deve rilasciare subito tutti gli ostaggi», afferma il vice direttore dell’organizzazione per il Medio Oriente, Lama Fakih. Durante l’offensiva di luglio vennero catturate più di 30 persone e almeno due sono morte: un 19enne sarebbe stato decapitato a inizio agosto e poi sarebbe morta una donna di 65 anni.

Gli Stati Uniti intanto hanno avvertito la Russia di essere pronti a nuovi raid contro obiettivi del regime siriano nel caso in cui Damasco dovesse fare ricorso ad armi chimiche. Lo scrive l’agenzia di stampa Bloomberg, citando proprie fonti, secondo quanto rilanciato dall’agenzia di stampa russa Tass. Secondo Bloomberg, l’avvertimento sarebbe stato consegnato dal consigliere per la Sicurezza nazionale americano, John Bolton, nell’incontro che ha avuto due giorni fa a Ginevra con l’omologo russo Nikolai Patrushev.

L’agenzia sostiene che Washington «ha informazioni secondo cui il presidente siriano Bashar al Assad potrebbe usare armi chimiche mentre tenta di riconquistare uno delle ultime aree sotto il controllo dei ribelli», vale a dire Idlib, nel nordovest della Siria. In quel caso, ha fatto presente Bolton a Patrushev, gli Stati Uniti metterebbero in campo una risposta militare più forte rispetto ai precedenti raid nell’aprile del 2017 e nell’aprile del 2018.

Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 08:23

(Continua su: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/siria_human_rights_watch_bimbi_ostaggio_isis_uno_decapitato-3933201.html).

In Siria 16 bimbi ostaggio dell’Isis, uno sarebbe stato decapitato – Hanno tra i 7 e i 15 anni. Sequestrati il mese scorso

Ci sarebbero anche 16 bambini tra i 30 civili rapiti dall’Isis un mese fa nel sud della Siria e uno di questi sarebbe stato decapitato. Lo afferma Human Rights Watch che sostiene che gli estremisti stanno usando il rapimento come “merce di scambio” nei negoziati con il governo siriano e la Russia, e ha definito il rapimento un “crimine di guerra”. I bambini sono di età compresa tra i 7 e i 15 anni e sono stati rapiti insieme ad altri civili il 25 luglio scorso.

Secondo le informazioni di Hrw, i jihadisti hanno decapitato uno dei ragazzini mentre una donna è morta durante il sequestro. Altre due donne sono riuscite a fuggire. Il governo siriano sta proseguendo con un’offensiva contro l’Isis nella provincia meridionale della Sweida e nelle aree adiacenti Damasco mentre i locali hanno formato un comitato negoziale per garantire il rilascio dei loro parenti.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2018/08/25/siria16-bimbi-ostaggi-isis1-decapitato_eedd3877-63b3-4ac1-b896-0fa199e6adae.html).

Ancora bambini che pagano per dei delinquenti, e pagano caro, perché uno sarebbe stato decapitato. Proviamo a percepire i pensieri di quel bambino che vede i preparativi per la propria esecuzione, immaginiamo cosa pensa, il terrore che prova nell’attesa della decapitazione, che i nostri bambini manco se la sognano… Al massimo la vedono sulla solita TV o nei fumetti, ma il mondo virtuale si scontrerà presto con la realtà che, anche se per ora è lontana, può avvicinarsi. E allora cosa succederà? Prepariamoci.

18) Rohingya morti, sette condanne

Dieci anni di prigione per un gruppo di militari birmani per il massacro in un villaggio della minoranza musulmana

Ultima modifica: 10 aprile 2018 21:18

Sette militari sono stati condannati a dieci anni di prigione in Myanmar per il massacro di un gruppo rohingya, in una sentenza senza precedenti dall’inizio della crisi che ha visto 700’000 membri della minoranza musulmana fuggire dal paese.

Quattro ufficiali e tre soldati sono stati silurati e condannati per il massacro in un villaggio di cui aveva riferito l’agenzia stampa Reuters.

L’annuncio arriva alla vigilia della decisione sulla sorte di due giornalisti della Reuters, arrestati proprio per la loro inchiesta sul massacro nel villaggio, che rischiano fino a 14 anni di prigione per possesso di documenti riservati.

(Continua su: https://www.rsi.ch/news/mondo/Rohingya-morti-sette-condanne-10345394.html).

Rohingya, l’Onu denuncia il genocidio e accusa Aung San Suu Kyi

Colpevoli sei generali, connivente l’ex paladina della libertà birmana. «Non ha usato la sua autorità morale». Responsabilità anche di Facebook: «Risposte lente all’odio»

di Guido Santevecchi, corrispondente a Pechino

Le violenze contro i Rohingya nel Myanmar della signora Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace, secondo una commissione dell’Onu sono genocidio. E tra i colpevoli ci sono sei generali, compreso il comandante in capo dell’esercito nazionale, Min Aung Hlaing. Un anno esatto dopo l’offensiva che ha costretto a una fuga atroce verso il vicino Bangladesh almeno 700 mila Rohingya, le Nazioni Unite hanno pubblicato a Ginevra un rapporto che chiede il processo di fronte a una corte internazionale. E attacca anche Facebook per il ruolo giocato nella diffusione dell’odio contro la popolazione.

I Rohingya sono un gruppo etnico prevalentemente musulmano di un milione circa di persone, che abitano (abitavano) nel Rakhine, la regione più povera di Myanmar. Vennero dal Bengala (ora Bangladesh) ai tempi dell’Impero britannico delle Indie, ma non sono mai stati accettati dalla maggioranza buddista del Myanmar. Lo Stato non li considera cittadini e non garantisce loro né l’istruzione né cure sanitarie: «Oppressione dalla nascita alla morte», stabilisce la commissione di Ginevra. C’erano state ondate di violenza nel 2012 e nel 2016, ma quella cominciata il 25 agosto del 2017 è descritta come «una prevedibile e pianificata catastrofe».

Il dossier Onu chiama in causa anche Aung San Suu Kyi, che dal 2015 guida il governo civile del Paese: alla ex combattente per la libertà birmana è addebitato un silenzio impotente dettato dalla realpolitik, la sua volontà di arrivare alla riconciliazione con i militari che per anni l’avevano detenuta, la «rinuncia ad usare la sua autorità morale».

In questa situazione si è inserito il gruppo Arakan Rohingya Salvation Army, che si è radicalizzato e ora conduce una guerriglia. L’esercito ha giustificato l’offensiva nel Rakhine come reazione a una serie di azioni degli insorti. Ma secondo la commissione Onu, che ha raccolto prove e testimonianze nei villaggi dei Rohingya bruciati e bersagliati con armi pesanti, «le tattiche dell’esercito regolare sono state del tutto sproporzionate rispetto alla minaccia alla sicurezza». Soprattutto, «il livello dell’organizzazione della campagna militare, la scala della brutalità e della violenza, indicano un piano per la distruzione della minoranza che equivale al genocidio». Materia per la Corte penale internazionale dell’Aia.

Portare i generali del Myanmar alla sbarra di fronte al tribunale, come raccomanda il rapporto, non sarà però facile. Il Paese non ha sottoscritto lo Statuto di Roma che lo ha istituito e quindi servirebbe un voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove la Cina, che ha molti interessi nell’area confinante, potrebbe usare il suo potere di veto.

Il dossier presentato ieri è una sintesi di un lavoro durato mesi, 400 pagine di testimonianze sul fuoco indiscriminato contro i civili, stupri di massa, pulizia etnica. «I racconti che abbiamo ascoltato ci hanno marchiato per la vita», ha detto il capo della commissione, un ex magistrato indonesiano.

Il documento critica anche le Nazioni Unite, perché se il genocidio è stata la conclusione di decenni di soprusi sistematici nei confronti della minoranza musulmana, nello stesso tempo la comunità internazionale ha attuato una politica della «diplomazia silenziosa», fallendo nella difesa dei diritti umani. Una storia che si ripete. «L’approccio delle agenzie dell’Onu anche in Myanmar mostra pochi segni che la lezione sia stata appresa», conclude la requisitoria. In questa ricerca di colpe collettive è caduto pure Facebook: sul social network, tollerato o ispirato dalle autorità statali, ha avuto spazio l’odio contro i Rohingya da parte di predicatori di violenza. Facebook, osserva la commissione d’inchiesta, «ha risposto con lentezza e in modo inadeguato». Ieri Facebook ha annunciato di aver sospeso gli account di 20 persone e gruppi, compreso quello del generale Min Aung Hlaing.

27 agosto 2018

(Continua su: https://www.corriere.it/esteri/18_agosto_28/genocidio-rohingya-rapporto-onu-facebook-aung-san-suu-kyi-7ad4546c-aa2e-11e8-bb57-056c6010fdbf.shtml?refresh_ce-cp).

Costrette ad assistere all’uccisione dei figli e stuprate, il dramma delle donne Rohingya

Le drammatiche testimonianze di alcune sopravvissute alle brutali violenze dall’esercito del Myanmar contro la minoranza dei Rohingya, vittima di una vera e propria cacciata.

ASIA 2 OTTOBRE 2017 13:35 di Antonio Palma

Donne e bambini anche in tenerissima età picchiati ferocemente, umiliazioni in pubblico, stupri di gruppo, torture e mutilazioni. Sono le sconcertanti e atroci storie di violenze raccontate dai sopravvissuti alla terribile repressione condotta dall’esercito del Myanmar contro la minoranza etnica e religiosa dei Rohingya, definita dallo stesso Onu una pulizia etnica in piena regola per scacciare dal Paese, il nutrito gruppo musulmano in una regione a maggioranza buddista. Vittime di persecuzione e privazione della cittadinanza, a centinaia di migliaia ormai hanno lasciato i loro villaggi, superando il confine lasciandosi dietro case incendiate per rifugiarsi in campi profughi improvvisati nel vicino Bangladesh in quello che appare un esodo biblico.

“Sono stato violentata appena 13 giorni fa”, ha raccontato la 20enne Aysha Begum ad Al Jazeera, ventenne arrivata in Bangladesh una settimana fa ormai esausta. “Stavamo cenando con le mie cognate quando i soldati sono arrivati nel nostro villaggio di Tami, nella città di Buthidaung; mi hanno strappato mio figlio dalle braccia calciandolo via come fosse un pallone” ha ricordato la ragazza. Poi le violenze sessuali su tutte le donne del villaggio durate ore. Infine la fuga durante la quale molti hanno perso la vita in ore e ore di cammino.

Storia comune a un’altra testimone scappata dalle violenze dell’esercito birmano, la 20enne Rajuma Begum, sopravvissuta al massacro del 30 agosto a Tula Toli, ritenuto uno dei più brutali atti di violenza dell’esercito del Myanmar. “Le donne sono state separate dai figli e dai mariti poi questi ultimi sono stati uccisi a coltellate e con la baionetta” ha raccontato la donna, aggiungendo: “Mi hanno accompagnato con altre quattro donne all’interno di una casa. Hanno strappato mio figlio dalle mie braccia, lo hanno buttato per terra e gli hanno tagliato la gola”.

Poi lo stupro di gruppo durato ore e ore, infine i militari hanno picchiato a sangue le vittime lasciandole tramortite a terra nella casa a cui hanno dato fuoco. Lei è stata l’unica a svegliarsi poco dopo e a riuscire a scappare. “I militari hanno ucciso sette membri della mia famiglia. Mia madre, le mie due sorelle di 18 e 15 anni, entrambe violentate, mio fratello di 10 anni, mia cognata di 25 anni, suo figlio che aveva due anni e mezzo e mio figlio Mohammed Saddique, che aveva un anno e quattro mesi” ha rivelato la 20enne, aggiungendo: “È importante conoscere la nostra storia, cosa è successo a noi perché Rohingya. Vogliamo giustizia”.

(Continua su: https://www.fanpage.it/costrette-ad-assistere-all-uccisione-dei-figli-e-stuprate-il-dramma-delle-donne-rohingya/http://www.fanpage.it/).

Un altro capitolo di morte, stupri, fame, violenza fisica e psicologica. Chi paga non sono i ricchi ed i medio borghesi, che bene o male vanno avanti, ma la povera gente: questi poi non hanno cittadinanza, si dovrebbe dire che non esistono, ma invece esistono eccome e gridano e urlano per loro e per i propri figli. È vero, sono lontani e noi non li sentiamo: leggiamo qualche notiziola moto edulcorata e vediamo qualche video che sfugge alla censura e che ci sbatte in faccia una realtà orrenda, una desolazione senza fine che lascia interdetti, ma poi tiriamo un sospiro e ci riprendiamo. Quelli, invece, continuano a urlare e nessuno li vuole sentire, nemmeno quel premio nobel, che sembrava un paladino di loro. Anche per questi il ricordo non basta: aiutiamoli come ci è possibile facendo bene attenzione a chi diamo i soldi; che non vadano a finire in associazioni che chiedono sempre facendo commuovere la gente e poi danno i soldi ai parenti dei politici che fanno finta di non sentire. Vergogna, vergogna, vergogna! Come è lontana la giustizia vera, non quella dei tribunali che assolvono per cavilli legali.

 

“Land grabbing”: si strappa la terra ai futuri migranti sballottati o ribaltati in mare; porti chiusi e deputati sulle imbarcazioni delle Ong ad “osservare” – ‘Land Grabbing’: the Land is Taken Away from Future Migrants, Who Are then Tossed and Tipped Over into the Sea; Ports Closed and Members of Parliament on NGO Ships as ‘Observers’

Chi ci rimette sono sempre i disperati in mare o sui cosiddetti canali di immigrazione e nessuno altro, nessuno di quelli che parlano o corrono.

L’Aquarius è ancora in balia delle onde e dopo giorni di attesa verrà oggi scortata da due mezzi della Marina Militare italiana e della Guardia Costiera fino al porto di Valencia. Il governo italiano ha rifiutato in ogni modo l’autorizzazione per lo sbarco in Sicilia e la nave della Ong si trova ora ad affrontare ulteriori 3 giorni di navigazione per raggiungere un porto sicuro e permettere lo sbarco dei 629 migranti presenti a bordo. Nel frattempo, nella giornata di oggi, è in arrivo a Catania la nave Diciotti con 937 migranti: non turisti, ma proprio migranti e poi si dice che l’Italia respinge i migranti.

1) Aquarius, i porti restano chiusi: i migranti verranno scortati in Spagna da navi italiane

L’Aquarius è ancora in balia delle onde e dopo giorni di attesa verrà oggi scortata da due mezzi della Marina militare italiana e della Guardia Costiera fino al porto di Valencia. Il governo italiano ha rifiutato in ogni modo l’autorizzazione per lo sbarco in Sicilia e la nave della Ong si trova ora ad affrontare ulteriori 3 giorni di navigazione per raggiungere un porto sicuro e permettere lo sbarco dei 629 migranti presenti a bordo. Nel frattempo, nella giornata di oggi è in arrivo a Catania la nave Diciotti con 937 migranti.

POLITICA ITALIANA 12 GIUGNO 2018 10:10 di Charlotte Matteini

L’odissea dell’Aquarius, la nave della Ong SOS Méditerranée con a bordo 629 migranti salvati giorni fa in acque libiche, non è ancora terminata e stando a quanto si apprende l’imbarcazione verrà trasportata a Valencia dalla Marina Militare italiana, un viaggio che durerà circa tre giorni di navigazione. Da giorni l’Aquarius è in balia delle onde, e delle polemiche, in seguito alla chiusura dei porti italiani disposta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Nell’ambito di un lunghissimo braccio di ferro ingaggiato con Malta – accusata di non accogliere abbastanza richiedenti asilo sul suo territorio – per non far sbarcare i 629 migranti salvati dalla Ong, i due ministri italiani hanno deciso di chiudere i porti e vietato all’Aquarius di approdare in Italia.

Per evitare una catastrofe umanitaria, nel pomeriggio di ieri il premier spagnolo Pedro Sanchez ha offerto il porto di Valencia per permettere lo sbarco alla nave della Ong ma l’invito è stato rifiutato perché dalla Aquarius hanno fatto sapere che ci sarebbero voluti almeno 4 giorni di navigazione per raggiungere la Spagna e le precarie condizioni atmosferiche – unite alla scarsità di viveri e acqua – non avrebbero permesso ai 629 migranti e all’equipaggio di affrontare la traversata in sicurezza. Nonostante gli appelli e le richieste di aiuto, i ministri italiani hanno mantenuto “il pugno duro” e non hanno disposto la riapertura dei porti, proponendo in alternativa l’invio di imbarcazioni della Marina Militare italiana per effettuare eventuali trasbordi e scortare la nave fino in Spagna in sicurezza: “Significa costringere persone in sofferenza che sono a bordo da più di 72 ore ad effettuare un viaggio duro e difficile per altri quattro giorni. La cosa più sensata sarebbe invece quella di consentire il loro sbarco in Italia e poi trasferirli via terra in Spagna”, hanno commentato da Msf.

Nella mattinata di martedì 12 giugno, Aquarius ha ricevuto cibo e medicine e ha iniziato le operazioni per il trasbordo di 500 persone su un mezzo della Marina militare e della Guardia Costiera ed è partita alla volta di Valencia. Come comunicato da Sos Mediterranee, la nave Aquarius ha ricevuto conferma: “Il porto sicuro è Valencia. I rifornimenti sono a bordo”. La comunicazione è stata accolta con sollievo dal team dell’imbarcazione che, allo stesso tempo, ritiene che si tratti di un “prolungamento non necessario per i naufraghi”.

In arrivo 900 migranti a Catania

Nella giornata di oggi, nel porto di Catania è attesa la nave Diciotti della Guardia costiera italiana con a bordo 937 persone salvate nei giorni scorsi. Lo sbarco della Diciotti su terra italiana è stato autorizzato dal Viminale, che ha così ufficializzato la propria “doppia linea”: porti aperti alle navi militari italiane, chiusi alle Ong. La nave potrebbe arrivare già intorno all’ora di pranzo, ma non sono certe le tempistiche perché al momento la Diciotti risulta piena oltre la capienza e potrebbe rallentare visto l’alto numero di persone a bordo. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha intercettato una barca a vela con una cinquantina di migranti non lontano da Marzamemi, nel sud della Sicilia e dunque anche questo gruppo potrebbe sbarcare presto in Italia.

La Spagna striglia l’Italia: “Responsabilità penali per Aquarius”

La Spagna ha offerto supporto alla nave Aquarius e aperto il porto di Valencia dopo il respingimento operato dall’Italia per decisione del ministro dell’Interno Salvini e del ministro dei Trasporti Toninelli ma non lesina critiche al Belpaese: “Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario. Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani”, ha dichiarato Dolores Delgado, ministro della Giustizia spagnolo, in un’intervista alla radio Cadena Ser. “La situazione di queste 629 persone su un’imbarcazione al limite è critica e la soluzione alla crisi migratoria deve venire da tutti gli Stati, quelli che sono frontiera e quelli che non lo sono. È questione di umanità ma anche di rispettare gli accordi e i trattati dei quali tutti gli Stati sono parte”.

Charlotte Matteini

L’Italia affronta la questione migranti che sempre dalla Libia sono portati in Italia da navi di Ong iscritte in altri stati. Ora non vuole più essere l’unica nazione che accoglie ciò che la Libia le va spedendo ogni giorno, anche se ultimamente, per accordi bilaterali che coinvolgono Italia e Libia, si è raggiunto un certo equilibrio e la Libia ferma anche dei gommoni che stanno uscendo dalle proprie acque territoriali per raggiungere la solita Italia. L’Italia è stufa di essere la nazione di raccolta profughi. Ci sono altre nazioni sul Mediterraneo che non vogliono saperne di allinearsi con l’Italia nel ricevere quei disperati che purtroppo in questa situazione sono coloro che pagano per tutti. E non dicano che l’Italia ha rifiutato di soccorrere questi bisognosi (Aquarius) perché, nello stesso tempo, sono sbarcati a Catania 900 profughi ed altri dalla nave americana Trenton, e questi non erano turisti di passaggio ma profughi. Perciò i soliti opinionisti (italiani, francesi, spagnoli e dell’UE in generale) la smettano di insultare l’Italia. C’è anche chi vuole denunciare i diritti dell’Italia: ma cosa credono di dire questi opinionisti seduti a tavolino, secondo voci non controllate o controllate in parte? All’Italia il merito di aver accolto la media di migranti superiore di tutti gli altri stati che hanno porti sul Mediterraneo (la Francia ha accolto circa un decimo di quanti ne ha accolti l’Italia, però il suo presidente continua ad offendere cinicamente il nostro paese).

Cosa fanno certe Ong che entrano in acque libiche e segnalano la propria presenza per far sì che gli scafisti sappiano quando devono portare quei disperati che hanno già vissuto un viaggio da paura? Sembra inoltre che diversi giornalisti fossero saliti a bordo dell’Aquarius prima che questa partisse per raccogliere quei profughi: ma a che gioco si gioca? Chi fa queste manovre per screditare l’Italia e magari far dimettere questo governo che molti parlamentari snobbano alla grande?

Salvini vuole che ognuno si prenda le proprie responsabilità e faccia chiarezza sulle Ong, che, sembrerebbe, anche secondo il procuratore Zuccaro, sortiscano dei guadagni che si avvicinano alla tratta umana.

Basta accusare l’Italia di vietare l’entrata nei porti; l’Italia vuole condividere questo carico umano anche con gli altri e non vuol accogliere un numero imprecisato di profughi che poi diventano un caso poco gestibile.

Si chiedono giustizia e umanità, non solo a parole.

1) Salvini: “L’Italia non può essere il campo profughi d’Europa”

Matteo Salvini attacca i media italiani: “Alcuni telegiornali della Rai sembrano quelli degli anni ’20 e degli anni ’30. Lo dico da giornalista, in queste settimane sto vedendo un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia”

POLITICA ITALIANA 12 GIUGNO 2018 21:15 di Annalisa Cangemi

“Il presidente francese ci dà lezioni, ma gli ho detto che non mi sembra garbato dire ‘vomitevole” al popolo italiano. Anche perché Macron l’anno scorso ha chiuso i porti” – Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini torna, intervistato a ‘Otto e Mezzo’ sulle critiche del presidente francese all’Italia, sottolineando inoltre che “la Francia ospita meno della metà dei richiedenti asilo che ospitiamo noi e spende 10 euro in meno a testa di quanto spende l’Italia. In queste ore abbiamo ottenuto la solidarietà da altri paesi europei”. Il ministro degli Interni ha commentato gli attacchi ricevuti da parte di Macron che ha detto: “La linea del governo italiano è vomitevole, trovo immondo fare bassezze politiche quando ci sono in gioco vite umane”. 

“Delle navi Ong non ce n’è una italiana. Non si capisce perché debbano arrivare tutti in Italia. Abbiamo richiamato i Paesi europei alla collaborazione. Abbiamo detto a voce alta e con toni garbati che l’Italia non può essere campo profughi d’Europa. Ho chiamato i ministri francese, tedesco e ungherese e mi hanno detto che abbiamo ragione. Sono contento perché con qualche no ora si aprono prospettive utili”, ha detto Salvini durante la trasmissione. E poi ha aggiunto: “C’è perfetta sintonia sia con il ministro Toninelli, con il vicepremier Di Maio e con il premier Conte. Sui migranti si tratta di buonsenso non di linea dura”.

E sull’accoglienza offerta dal premier Sanchez ai 629 migranti ha detto: “L’Italia ospita 170mila migranti, la Spagna ospita 17mila migranti, per questo può permettersi di accogliere la nave Aquarius. Ho ricevuto tanti insulti, ma il mio obiettivo è riportare un po’ di sicurezza in Italia. Gli immigrati che scappano dalle guerre sono miei fratelli, ma non ci possiamo permettere di far entrare tutti i delinquenti. Quando c’era Minniti ci sono stati soltanto sei o settemila espulsioni all’anno, cifre ridicole”. Il titolare del Viminale ha ribadito che il governo italiano ha chiesto al personale della nave Aquarius di lasciare che le donne in gravidanza e i minori a bordo venissero subito soccorsi dai medici italiani. Circostanza poi negata dagli operatori umanitari in un’intervista rilasciata a Fanpage.it.

Salvini poi ha attaccato l’informazione: “Alcuni telegiornali della Rai sembrano quelli degli anni ’20 e degli anni ’30. Lo dico da giornalista, in queste settimane sto vedendo un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia”. 

Annalisa Cangemi

Chi se la ride? La casta che organizza il traffico dei migranti

È già stato detto abbastanza su come si comportano i paesi rivieraschi del Mediterraneo, tranne la Grecia anche lei sommersa dai continui arrivi, e si continua a ciarlare sulle Ong che salvano o non salvano, ma che in effetti hanno portato al sicuro molti migranti. La domanda più frequente è quella di capire se sono interessati a fare questo o cos’altro, ma a questa domanda ci saranno cento risposte che si contraddicono l’una con l’altra. Si va avanti così ora senza Ong o riprenderanno il loro compito? Si era soliti dire “ai posteri l’ardua sentenza” e qui la sentenza è ardua; però la proposta di portare i migranti in aereo a costi inferiori e con più sicurezza non è accetta dalle mafie della tratta umana che preferiscono dar da mangiare ai pescecani coloro che annegano perché il barcone si ribalta per il numero stipato di migranti a bordo, cioè sul bordo del gommone stesso.

2) Lifeline chiede aiuto alla Francia, Parigi dice no

Axel Steier: “A bordo la situazione si fa preoccupante”. Loiseau: “Sbarchino in Italia”

ALBERTO TUNO

19 ore fa – a nave dell’Ong Lifeline, che da giorni è bloccata di fronte alle coste maltesi, ha chiesto alla Francia di aprire i suoi porti.

La richiesta

“Chiederemo alla Francia di darci il benvenuto. Se non avremo una risposta, lasceremo Malta per andare al Nord… in Spagna o in Francia”, ha annunciato il fondatore dell’organizzazione, Axel Steier, ai mircrofoni dell’emittente francese, Rtl. L’imbarcazione, che trasporta 230 migranti, non è stata accettata né dai porti maltesi né da quelli italiani e venerdì ha scritto al governo spagnolo per chiedere. La situazione della nave intanto sta diventando preoccupante visto che a bordo c’è un numero di persone tre volte superiore alla capienza e comincia a scarseggiare il cibo, ha spiegato Steier.

Il no

Porte (anzi porti) sbarrate da Parigi. Secondo la ministra degli Affari europei, Nathalie Loiseau, accogliere i passeggeri della nave spetta all’Italia. Nel rispetto del diritto internazionale, ha sottolineato, dopo un salvataggio in mare lo sbarco dovrebbe avvenire nel porto sicuro più vicino. Loiseau ha aggiuntoche non si deve “sostituire il diritto internazionale dalla legge della giungla”, pur insistendo che non si devono lasciare sole Malta e l’Italia. Loiseau ha anche chiesto “una massiccia presenza dell’Europa nei porti italiani per identificare i passeggeri”.

Mogherini

Ieri il mini vertice di Bruxelles, preparatorio della riunione sui migranti del Consiglio europeo, si è concluso con un nulla di fatto. Sulla questione è intervenuta anche Federica Mogherini. Per la gestione dei flussi, ha spiegato, c’è “necessita di risorse”, per questo “chiederemo più soldi agli Stati membri per il Trust Fund per l’Africa” ha detto l’Alto rappresentante Ue. “Il lavoro esterno della gestione dei flussi migratori, in questi ultimi due anni si è basato su forti partenariati, in primo luogo con le Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e con i partner africani, con l’Unione africana (Ua), i Paesi origine e transito” ha spiegato. Questo lavoro “ha dimostrato di essere importante nel portare risultati”. E’ utile, ha aggiunto, “che gli Stati membri realizzino che il lavoro sul versante esterno che ha bisogno di risorse”. Il Trust Fund per l’Africa “ha dimostrato di essere utile, di portare risultati. Per questo chiediamo più soldi agli Stati membri per il Trust Fund per l’Africa. Credo che gli scambi, ieri, siano stati positivi in questa direzione”, ha concluso riferendosi alla riunione informale dei 16 a Bruxelles.

Ecco come rispondono i francesi che hanno accolto un decimo dei migranti che ha accolto l’Italia. Nonostante questo, le offese si lanciano gratuitamente, tanto non costano nulla.

Non sembrerebbe tanto vero quanto dice Macron all’Italia: infatti, sul conto del trattamento francese verso i vari migranti, bambini e donne compresi, non sembra si possa dire che sia dei migliori, ed i vari articoli citati dicono quello che succede.

3) Tutte le balle che ci hanno raccontato sul caso Aquarius

Salvini, Toninelli, Di Maio, Conte, l’ambasciatrice di Malta: il caso Aquarius è stato un incredibile festival della propaganda politica. Bufale, falsità e balle che hanno contribuito a restituire una percezione distorta dei fatti e hanno reso indistinguibile la realtà dalla propaganda politica, per una delle pagine più nere della storia recente del nostro Paese.

POLITICA ITALIANA 14 GIUGNO 2018 16:17 di Adriano Biondi

Alla fine, i 629 migranti a bordo della Aquarius saranno accolti in Spagna, dove potranno fare richiesta di asilo o di altro tipo di protezione internazionale. Ci piacerebbe dire che, in fondo, la sicurezza delle persone è l’unica cosa che conta e che dunque è importante che tutto si sia risolto per il meglio, ma non è così. Perché ciò che è avvenuto in questi giorni rischia di essere un precedente gravissimo, oltre che l’ennesimo tassello al muro di odio, insofferenza e paura che abbiamo eretto nei confronti di coloro che si mettono in viaggio e attraversano il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore. Un muro eretto, peraltro, grazie a balle, falsità, ricostruzioni forzate, correlazioni inesistenti e proposte farsesche, che sono penetrate nel dibattito pubblico finendo per condizionarlo inesorabilmente.

Cominciare dall’inizio non è semplice, perché il caso Aquarius si inserisce in una dinamica complessa, con la ripresa di consistenti partenze dalla Libia che ha impegnato (e sta impegnando ancora) la nostra Guardia Costiera dopo un periodo di relativa tranquillità. Gli accordi presi dal governo Gentiloni e dall’allora ministro degli Interni Minniti, infatti, avevano determinato un nuovo “attivismo” della Guardia Costiera libica, che si era occupata della propria “area SAR” (peraltro la questione dell’autoproclamazione dell’area SAR da parte dei libici è spinosa) e sostanzialmente aveva rallentato in modo consistente il flusso dei gommoni verso l’Italia. Le partenze, però, non si erano interrotte e i trafficanti avevano utilizzato la rotta tunisina, meno affollata, certo, ma non meno problematica per gli operatori della Guardia Costiera e della Marina militare italiana.

I viaggi in mare verso il nostro paese non si sono mai fermati, dunque, ma il calo è stato drastico: al 12 giugno i migranti sbarcati sono stati 14:330, con un calo del 76,8% rispetto al 2017 (61.799) e del 72,37% rispetto al 2016 (51.863). Dati che evidentemente sconfessano la logica dell’emergenza, bufala che è ancora più clamorosa se si considera il dato “globale”, relativo cioè agli ingressi nel continente europeo dal Mediterraneo. I dati ufficiali sono chiarissimi:

La lettura della situazione italiana come “emergenziale” non è solo sbagliata, ma è anche fuorviante se riferita alla pressione migratoria sulle altre nazioni. Non è vero che il problema sbarchi riguardi solo l’Italia, non è vero che siamo i soli a farci carico dell’assistenza ai profughi, non è vero che Spagna e Grecia non siano nella stessa situazione.

Cosa è successo con la nave Aquarius

La ricostruzione della vicenda l’ha fatta Matteo Salvini al Senato. E conviene attenersi a quella, per cominciare. Il ministro dell’Interno, riferendosi al 9 giugno, parla di “sei eventi distinti per i quali il centro di coordinamento delle capitanerie di porto con sede a Roma ha ricevuto le prime richieste di soccorso”; gli eventi si sarebbero verificati “all’interno dell’area di responsabilità dichiarata della Libia” e dunque il MRCC di Roma (il Maritime Rescue Coordination Centre, ovvero l’organo che gestisce e sovrintende a tutte le operazioni) prova a “interessare l’autorità libica”. Ufficialmente c’è un primo punto essenziale da considerare: i salvataggi sono stati effettuati nell’area SAR della Libia, non in quella di competenza maltese o italiana. Cade uno dei primi pilastri della ricostruzione “filo-governativa”, che parlava di salvataggi nell’area SAR di Malta, che dunque non potessero avere come altra destinazione che i porti dell’isoletta.

[Qui occorre fare una piccola parentesi: la polemica nei confronti del governo di La Valletta è giustificatissima in linea di principio, considerato che Malta spesso e volentieri nega l’accesso nei propri porti alle navi che trasportano migranti, che nella propria gigantesca area SAR non opera praticamente mai e che il proprio apporto in termini di salvaguardia delle vite in mare è praticamente nullo.]

Torniamo ai fatti. Dopo le richieste di soccorso, il MRCC di Roma contatta la Libia (che ha ratificato la Convenzione di Amburgo e come detto ha dichiarato la propria area SAR, sia pure ancora non riconosciuta), che fa sapere di non voler intervenire. Questo capitava sempre in passato e con meno frequenza negli ultimi mesi, dopo gli sforzi del Governo Gentiloni per aiutare la Guardia Costiera libica (con fondi e mezzi) e dopo gli accordi presi da Minniti. A quel punto, il MRCC parla con Malta, in quanto, lo dice sempre Salvini, “centro di coordinamento e di soccorso responsabile per l’area immediatamente limitrofa a quella degli eventi”. I maltesi se ne fregano, per mancanza di mezzi o, più semplicemente, perché la richiesta di soccorso non è arrivata a loro ma a Roma e l’area non è di loro competenza.

Come funziona “normalmente” e dunque cosa accade quando è Roma a effettuare tutte le operazioni lo spiegavano fonti ufficiali della Guardia Costiera Italiana nell’era pre-Minniti: “La scelta del porto di sbarco compete al MRCC, ma è fatta d’intesa col ministero dell’Interno, anche in relazione alle necessità del luogo e delle forze di polizia, della magistratura eccetera […] Se coordiniamo noi le operazioni in mare, l’MRCC stabilisce il punto di sbarco nel nostro Paese. Se invece è una Ong a prestare soccorso, decide il comandante dell’unità, che risponde però del proprio Stato di bandiera o all’MRCC da cui è coordinato […] Nei confronti della Libia vige il principio del non respingimento (no refoulement), perché la Libia non è posto sicuro e non ha recepito la Convenzione di Ginevra, dunque non si possono riportare le persone soccorse in Libia”.

Escludendo la possibilità di lasciar morire centinaia di persone in mare, il MRCC di Roma fa la sola cosa possibile: prende in mano la situazione. E agisce secondo una prassi consolidata, perfettamente rispondente alle regole di ingaggio della missione Themis. Vengono mobilitate 3 motovedette d’altura di stanza a Lampedusa e si chiede aiuto anche a un mercantile che si trovava nelle vicinanze. Le condizioni del mare sono buone, come si può verificare qui, tanto che le operazioni di soccorso vengono compiute con una certa rapidità. Tutto viene coordinato dal MRCC di Roma, che decide anche “i movimenti” delle imbarcazioni coinvolte e dispone che circa 400 persone debbano essere trasbordate dalle motovedette italiane alla Aquarius. Lo fa perché Aquarius è un rimorchiatore in grado di sostenere una pressione di questo tipo, una nave attrezzata e in grado di fornire assistenza sanitaria, grazie alla presenza di un presidio di Medici Senza Frontiere. È questo un punto che Salvini omette completamente nella sua ricostruzione al Senato, ma è invece essenziale: circa 400 dei 629 migranti totali sono caricati sulla nave della Ong per decisione del MRCC di Roma.

Da Twitter: MSF Sea

@MSF_Sea

 UPDATE: Transfer of some #refugees and #migrants from #Aquarius to #Italian coastguard and navy vessels now started. Bizarrely, 400 of these people were transferred to #Aquarius from Italian navy and coast guard ships at the weekend.

15:41 – 12 giu 2018

Perché questa omissione? Beh, pare chiarissimo: perché una cosa è dire che la Ong losca e cattiva ha caricato 629 persone nel suo servizio di taxi del mare e vuole portarle in Italia chissà per quale scopo; altra cosa è dire che la Ong è stata di enorme aiuto alle autorità italiane, con cui ha lavorato per mettere in sicurezza 629 persone.

Ma andiamo avanti, perché siamo solo all’inizio di questa incredibile storia. A questo punto, Aquarius comincia a navigare verso Nord, tra l’altro a favore di vento, e arriva nell’area di Search and Rescue maltese. In base alla Convenzione di Amburgo, il MRCC di Roma chiede a Malta di fornire una destinazione di porto sicuro, La Valletta risponde picche. Perché? Qui entra in gioco una prassi che non sembra essere cambiata quando da Triton si è passati a Themis, che ha regole d’ingaggio secondo cui, semplificando, Malta avrebbe dovuto aprire i porti. Il governo maltese spiega che il salvataggio è stato effettuato da autorità italiane, coordinato da autorità italiane e dunque la destinazione non possa essere che un porto italiano.

Poi entra in gioco Matteo Salvini. Come vi abbiamo raccontato, la sera del 10 giugno il ministro dell’Interno, di concerto col ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, invia una lettera urgente al governo maltese con la quale intima di concedere l’ingresso nei propri porti alla nave Aquarius della Ong SOS Mediterranee, spiegando che se Malta non accetterà di prestare accoglienza ai migranti, non saranno fornite soluzioni alternative, ovvero non sarà consentito l’ingresso nei porti italiani alla nave della Ong. La lettera di Salvini non ha nessun valore legale, Malta sostanzialmente fa spallucce e anzi rivendica di aver sempre rispettato le norme, il solo effetto che ottiene è quello di mettere il MRCC di Roma in una situazione di enorme difficoltà. Cosa fare adesso? Prendere tempo, certo, ma fino a quando?

Anche perché Salvini e Toninelli stanno giocando una partita tutta politica, ma al MRCC sanno benissimo che “chiudere i porti” non è una opzione e costituisce una violazione non solo della prassi, ma anche di trattati e convenzioni. Se in linea di principio uno Stato può chiudere i porti a navi straniere per motivi di “sicurezza nazionale”, non potrebbe più farlo per navi in “distress”, ovvero in grave pericolo. Il diniego all’apertura dei porti per navi in difficoltà, in particolare, potrebbe costituire una violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti umani, di proteggere la vita (art. 2 CEDU) e l’integrità fisica e morale (art. 3 CEDU) delle persone a bordo della nave. Inoltre, come ricorda il Corsera, il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU (lo studio dei professori De Sena e De Vittor chiarisce perfettamente il quadro normativo). Al MRCC lo sanno e nessuno vuole prendersi responsabilità che poi porterebbero direttamente a procedimenti penali. Prendono tempo, ma fino a quando?

Il braccio di ferro con Malta e la decisione di Sanchez

In quelle ore, l’Italia e Malta si stanno esponendo a contestazioni circa la violazione di diversi articoli CEDU, essenzialmente dei diritti umani. Salvini, nelle sue dichiarazioni del momento, parla genericamente di “verifica sulla giurisprudenza” e non c’è alcuna certezza che l’Italia stia agendo nel rispetto di leggi e trattati internazionali. La sua, del resto, è una battaglia politica. Fatta sulla pelle di 629 persone, possiamo aggiungere. Salvini si trascina dietro anche Toninelli, che sarebbe il vero ministro competente su gestione porti e lavoro della Guardia Costiera, ma sostanzialmente si adegua senza fiatare alla linea imposta dal segretario leghista. Toninelli, oltre a qualche supercazzola (“Non è detto che il posto in cui debbano sbarcare sia un porto, può essere una nave”), darà poi una incredibile spiegazione rispetto alla “minaccia di chiudere i porti”. Dice Toninelli in una intervista al Corriere della Sera:

« Abbiamo fermato Aquarius in acque maltesi in attesa della risposta di La Valletta alla nostra richiesta di accogliere la nave nei loro porti e per capire se il comandante della Ong avesse o meno fatto rotta verso Malta anche dopo la dichiarazione di disponibilità dell’ambasciatrice maltese».

A cosa fa riferimento Toninelli? Davvero c’è stata una “dichiarazione di disponibilità” da parte dell’ambasciatrice maltese? Probabilmente il ministro per le Infrastrutture è uno dei tanti caduti in una topica clamorosa, circolata tantissimo sui social network in questi giorni. In una intervista a TgCom24, l’ambasciatrice Frazier dice che Malta ha autorizzato via mail e via telefono il capitano della nave a sbarcare nei propri porti, ma afferma che quest’ultimo abbia rifiutato la proposta adducendo come scusa le avverse condizioni meteo. Sarebbe clamoroso, in effetti. Il punto è che Frazier non si riferisce alla nave Aquarius, ma a un’altra nave la Seefuchs e a un’altra vicenda, su cui la procura di Reggio Calabria sta indagando. Sapete come facciamo a saperlo? Semplice: lo dice la stessa ambasciatrice, nella stessa intervista spacciata come “prova inconfutabile” del comportamento truffaldino delle Ong. Basta ascoltare: https://www.facebook.com/websocialtv/videos/2035190963219785/?t=0

Ora, che il ministro dei Trasporti non riesca a distinguere fra due vicende diverse, di due distinte imbarcazioni, è abbastanza preoccupante. Ma andiamo avanti, perché la vicenda è comunque molto interessante. Salvini al Senato fa il punto sulle concitate ore che seguono il diktat italiano.

Spiega il ministro dell’Interno:

«Nelle prime ore della notte dell’11 giugno, il comandante della nave comunicava al centro di coordinamento di Roma il peggioramento della situazione sanitaria, nonché lo scarseggiare di risorse alimentari. Ancora sollecitati nella mattinata dell’11 giugno, con una comunicazione ufficiale al centro di coordinamento di Roma, Malta negava la propria competenza sull’evento in questione: se ne fregava. In attesa di determinazioni in merito all’individuazione di un porto sicuro di sbarco (POS), la nave Aquarius, che stazionava nella zona di ricerca e soccorso maltese, è stata costantemente affiancata da motovedette della Guardia costiera italiana, con personale medico imbarcato per fornire eventuale assistenza sanitaria. È stata altresì rifornita delle derrate alimentari e di quant’altro necessario per tutte le persone a bordo».

Dunque, l’Aquarius fa ancora due tentativi per sbarcare il prima possibile, a Malta. Lo fa il MRCC seguendo un’altra prassi, che ci spiegano direttamente fonti della Guardia Costiera: lo “stato di necessità” è una condizione che dovrebbe determinare l’immediato soccorso da parte delle autorità (maltesi in questo caso) ed è una discriminante di fronte alla quale cade ogni resistenza (non stiamo parlando della situazione di “distress”). I reiterati tentativi di sbarcare a Malta basterebbero a sgonfiare anche un’altra delle mongolfiere della propaganda cattivista: le Ong che hanno il “compito” di portare i migranti sempre e per forza in Italia, in ottemperanza a piani nascosti, complotti segreti e strategie pluto-mondialiste. Una narrazione fatta propria anche da Salvini, che al Senato cita i finanziamenti di Soros alle Ong, tra un tripudio di applausi. Nel frattempo si era manifestata anche la meteora Conte: il Presidente del Consiglio aveva provato ad attribuirsi l’invio di “medici e personale sanitario” e pochi minuti dopo qualcuno su SkyTg24, guardando il solito MarineTraffic, aveva anche avvistato “la nave di Conte” dirigersi a tutta velocità verso l’Aquarius. Come confermato da Salvini, anche in questo caso la realtà dei fatti è diversa: a bordo della nave della Ong c’è sempre stato il presidio di MSF e, in ogni caso, la nostra Guardia Costiera ha sempre seguito molto da vicino ciò che stava succedendo sulla Aquarius.

Ma arriviamo al momento centrale dell’intera vicenda: la disponibilità manifestata dal neo-premier spagnolo Sanchez di far sbarcare a Valencia i 629 migranti, destinati poi ai centri di accoglienza della Spagna.

L’apertura di Sanchez consente di individuare una via di uscita dalla crisi e viene interpretata da analisti, commentatori e sostenitori del governo come un “successo senza se e senza ma” di Matteo Salvini. Il quale rincara la dose, augurandosi che da quel momento in poi anche altri stati europei facciano altrettanto e aiutino l’Italia; il ministro aggiunge che la Spagna (nel 2018 interessata da arrivi paragonabili a quelli italiani) ospita solo 16mila migranti, nulla in confronto ai 170mila nelle strutture di accoglienza del nostro Paese. È un profluvio di “l’Italia è stata lasciata sola”, tesi peraltro giustificata (parzialmente, considerato il supporto economico diretto e la flessibilità in materia di bilancio concessa negli ultimi anni), che diventa però un grimaldello con il quale forzare ogni resistenza ulteriore. Una partita politica, giocata peraltro a colpi di propaganda e sulla pelle di centinaia di persone, viene venduta come una “vittoria”, ma le questioni sono ancora tutte sul tappeto. E sono complesse, non liquidabili con uno slogan, con la scemenza del “farsi rispettare in Europa”.

Dublino, la relocation e la congiura contro l’Italia

Prima di andare avanti col nostro racconto dei fatti, bisogna fare un breve inciso sui negoziati europei e sulla vera partita politica che il Governo dovrà giocare, si spera senza mettere sul piatto della propria bilancia la vita di centinaia di persone. Come noto, da tempo si discute della riforma del trattato di Dublino e tutte, ma proprio tutte, le forze politiche italiane sono d’accordo nell’individuare nelle norme in vigore il primo problema del nostro Paese. Il punto è che riformare il trattato non è semplice, perché, come ben spiegato su OpenMigration, in Europa ci sono due blocchi contrapposti: “Chi per il principio di solidarietà chiede la ripartizione di richiedenti asilo e rifugiati fra tutti i paesi secondo un sistema di quote; e i fautori della linea dura, che invece puntano sull’esternalizzazione delle frontiere e un coinvolgimento dei paesi soltanto finanziario”. L’ultimo recente tentativo di riforma è praticamente naufragato, nonostante un primo via libera dal Parlamento europeo. Contro si è espressa anche l’Italia, perché, ha spiegato Salvini, “vogliono appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro Malta, Spagna, ulteriormente dandoci migliaia di migranti per dieci anni”. Una posizione sostenuta anche dal M5s, secondo cui con la riforma “in Italia resterebbero comunque tutti i migranti economici” (in realtà, nella proposta iniziale del Parlamento, la distinzione tra aventi diritto alla protezione internazionale e migranti economici avveniva al termine della procedura, quando cioè il richiedente asilo è già stato trasferito in un altro stato, ma questo l’eurodeputata Ferrara lo omette scientemente; mentre la Presidenza bulgara ha proposto un documento di sintesi decisamente peggiorativo).

La proposta iniziale del Parlamento europeo, che certamente era perfettibile, avrebbe però permesso di superare agevolmente il principale “problema” italiano: ovvero la norma che impone che la richiesta di asilo debba essere fatta nel Paese di primo approdo. E avrebbe anche messo a regime il sistema delle quote:

«Per ogni paese Ue si calcola una quota di rifugiati da accogliere in base a Pil e popolazione. La lista comprende quindi i quattro paesi con il numero più basso di richiedenti rispetto alla propria quota. Se il richiedente non effettua una scelta, è assegnato allo stato con il più basso tasso di candidati. Lo stato così individuato esamina la domanda d’asilo. Infine, se il richiedente asilo dimostra di avere altri legami (culturali, familiari in senso ampio o linguistici) con uno stato, può chiedere di esservi trasferito. In sintesi: a esaminare la domanda di asilo non è più lo Stato di primo ingresso, ma quello cui il richiedente asilo è assegnato in forza di un legame rilevante o del meccanismo della lista. I costi di trasferimento del migrante sono a carico del bilancio Ue».

assente a tutte le 22 sedute di lavoro sulla questione.

Nel frattempo, però, sarebbe in vigore il meccanismo della relocation. In sostanza, nel 2015, la Ue si rende conto delle storture prodotte da Dublino e prova a correre ai ripari, mettendo in campo un sistema di ricollocamento dei richiedenti asilo fra gli altri paesi europei. La ratio è semplice:

«Il sistema prevede lo spostamento per persone in evidente necessità di protezione internazionale, appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione sia pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat (tra gli altri, Siria, Eritrea, Repubblica Centrafricana, Bahrain). Queste persone, dopo aver richiesto asilo nello stato di arrivo, possono essere trasferite nel Paese di ricollocazione per l’esame della domanda di protezione internazionale».

Questo sistema non funziona, salvo per pochissime migliaia di migranti. Gli Stati europei se ne fregano, lasciano tutto in mano a Italia e Grecia e non rispettano il meccanismo delle quote. [Indovinate chi è che non ci pensa proprio? Esatto, quei Paesi con cui ora Salvini vuole risolvere la questione.] L’Italia si incazza e anche Minniti prova a sbattere i pugni sul tavolo, supportato da Tajani. La risposta è in un breve documento in cui, oltre a dare il via libera al governo Gentiloni sul codice di condotta delle Ong, si sottolinea la necessità che gli stati della Ue facciano il loro dovere, accettando le richieste di ricollocazione dell’Italia in maniera rapida. Ma al contempo si alza la voce proprio nei nostri confronti, invitandoci a “centralizzare le procedure della relocation e individuare dei veri e propri centri in cui ospitare i migranti destinati al ricollocamento verso i Paesi della Ue”, in modo da restringere le possibilità che i migranti cui è stata respinta la richiesta di asilo facciano perdere le loro tracce. Detto in altre parole: la relocation non funziona anche per colpa dell’Italia, che non è in grado di garantire tempistiche e logistica precisi e soprattutto no controlla ciò che accade a coloro cui viene respinta la richiesta di protezione.

È esattamente la linea francese, quella che “autorizza” Macron a respingere i migranti al confine e a effettuare i pattugliamenti sui treni e sui confini alpini. Criticabile, certo. Disumana, probabilmente. Cinica e iniqua, forse. Vergognosa quando coinvolge i minori, senza alcun dubbio. Ma la narrazione che dipinge il Presidente francese come un pazzo ipocrita è un altro aspetto della propaganda di queste ore.

Tra l’altro, come sottolinea AGI, non risponde al vero il fatto che Francia e Spagna abbiano chiuso i porti.

La crociata contro le Ong e il respiro corto della strategia di Salvini

Il direttore generale dell’Agenzia ONU per le migrazioni, l’OIM, centra il punto essenziale della questione: “Fermare una o più barche nel Mar Mediterraneo non è la risposta alle sfide poste all’Unione Europea dalla questione migrazione. È necessario affrontare il fenomeno migratorio con un approccio globale e complesso che riesca combinare la necessità di creare opportunità di movimento sicuro e regolare, la realizzazione di una più efficace gestione delle frontiere e il rafforzamento della lotta al traffico di esseri umani”. Nessuno può sostenere che Salvini e il Governo vogliano lasciar morire in mare i migranti, ma la sensazione è quella di essere di fronte semplicemente a una prova di forza nei confronti delle Ong. Ad esempio, mentre il MRCC di Roma prendeva tempo (molto probabilmente perché nessuno se la sentiva di assumersi la responsabilità di mandare in Spagna, con un viaggio lunghissimo e pericoloso, una nave con 629 persone a bordo che si trovava a 25 miglia dalle coste italiane), una nave della Marina militare conduceva in Italia oltre 900 migranti recuperati in zona SAR libica. Segno evidente di come i porti italiani, per fortuna, non sono chiusi e non lo saranno mai.

(…)

Cosa accadrà fra qualche ora, domani o dopodomani, quando un’altra nave Ong aiuterà le autorità italiane in un salvataggio? Davvero la strategia del governo italiano è quella di lasciare in mare aperto i migranti che avranno la sfortuna di salire a bordo della nave Ong e di accogliere quelli caricati sulle nostre motovedette? Davvero, fregandosene delle prevedibili contestazioni che arriveranno da un punto di vista della liceità “legale”, il governo lascerà in stand by ogni nave Ong sperando che Spagna o Francia diano disponibilità ad accogliere migranti?

Nessuno con un minimo di buonsenso può pensare che questa sia una strategia a lungo termine.

La verità è che la valvola di sfogo di tutto questo casino è sempre la stessa: la presenza delle Ong, i “taxi del mare”. Ve ne abbiamo parlato spesso (qui, qui e qui) sottolineando come una polemica poderosa, un movimento di opinione incredibilmente vasto e un messaggio rabbioso e accusatorio verso le Ong siano nati da un report letto male, da un video pieno di errori, da dichiarazioni senza alcuna attinenza con la realtà dei fatti. La criminalizzazione delle Ong è stata di fatto il capovolgimento della realtà, con chi salva vite che è diventato un potenziale criminale da guardare con sospetto, con le operazioni di salvataggio che sono state in qualche modo arginate, mentre si è scelto di affidarsi a chi negli anni aveva sempre dimostrato di fregarsene dei diritti umani, delle vite annegate nel Mediterraneo, del destino di migliaia di disperati.

Si è imposta una narrazione tossica, che si è basata su una serie di enormi falsità. La prima è quella che vede nella presenza delle Ong il fattore determinante per la decisione dei migranti di tentare la traversata. A smentirla basterebbero i numeri sui salvataggi delle Ong in rapporto al totale, ma vogliamo ricordare le parole di Enrico Credendino, non un pericoloso estremista mondialista, ma l’Ammiraglio di Divisione e Comandante della missione EUNAVFOR MED – Operazione SOPHIA, in pratica, la massima autorità sull’argomento, che in una audizione parlamentare smontava la balla del “pull factor” legato alla presenza di tante imbarcazioni in prossimità delle coste libiche:

«I migranti non partono certamente perché ci sono le navi in mare, ma partono perché ci sono i push factor, i fattori che li spingono a partire (le guerre, il terrorismo, la mancanza di acqua e cibo). Anche senza SOPHIA i migranti partirebbero comunque, la prova è che quando c’è stata l’interruzione di Mare Nostrum, che era accusata di essere un fattore di attrazione, prima che si attivasse Mare Sicuro sono passati alcuni mesi, durante i quali il numero di migranti in mare è aumentato, non diminuito, mentre se Mare Nostrum se fosse stato un pull factor sarebbero diminuiti.

Possono cambiare le tattiche usate dagli scafisti, se ci sono navi che lavorano molto vicino alla costa, ma i migranti partirebbero comunque, fintanto che non si risolvono le cause che originano la migrazione, fintanto che non si va nei Paesi di origine, cosa che l’Unione europea ha iniziato a fare».

La seconda accusa fatta alle Ong è che in qualche modo sarebbero un vero e proprio gancio per l’attività dei trafficanti di uomini, uno dei punti di forza del disastroso teorema Zuccaro (a proposito, ancora zero prove, zero condanne, zero riscontri). Sul punto l’allora comandante della Guardia Costiera Vincenzo Melone, rispondendo alle interrogazioni della Commissione in Senato, spiegava come ci si dovrebbe comportare in presenza di un naufragio o di gommoni in difficoltà: “Di fronte a una situazione di pericolo, le navi, siano mercantili oppure delle Ong, sono tenute a intervenire subito, immediatamente. Non decide la politica, lo dicono le Convenzioni, che tutti noi siamo tenuti a rispettare. Non chiedeteci di guardare dall’altra parte, non possiamo farlo e non lo faremo. Noi salviamo vite. Noi rispondiamo alle Convenzioni, quindi operiamo a prescindere dalle indicazioni della politica o del Governo. Non possiamo salvare o non salvare a seconda dei casi…”.

La terza è il canovaccio Ong – Soros – Mafia Capitale. Paolo Lambruschi, su Avvenire, spiega molto bene perché negli ultimi anni c’è stato un aumento della presenza delle Ong:

«Le Ong vivono di donazioni private, al contribuente italiano non costano nulla. Anzi, lo fanno risparmiare perché agiscono in sostituzione delle navi delle Forze armate italiane. È stato il progressivo ritiro delle navi di pattuglia dei dispositivi europei a spingere nel 2014 diverse Ong – tra queste Medici senza frontiere, Save the children, Emergency, la Croce Rossa con Moas – a mettere in acqua navi per ragioni umanitarie. Chi le attacca sostiene anche che siano finanziate con ingenti somme dal finanziere George Soros in questo caso regolarmente etichettato da chi lo tira in ballo come «ebreo» per «sostituire la popolazione europea con i migranti». Un ‘complotto’ lunare, e senza prove».

Dalla questione dei finanziamenti delle Ong al legame con “il business dell’accoglienza” il passo è incredibilmente breve. Salvini, Di Maio, Toninelli e tutte le forze di destra lo hanno ripetuto incessantemente in questi giorni: bisogna fermare il business dell’accoglienza, tagliare i guadagni delle Coop e impedire affari in stile Mafia Capitale. “Da oggi l’immigrazione non è più un business”, esulta Di Maio, aggiungendo: “Chi voleva solo fare profitti, dovrà cercarsi un’altra occupazione. La fine del business dell’immigrazione è nei nostri venti punti. E oggi abbiamo messo la prima pietra”.

Ora, come l’aver mandato 629 migranti in Spagna significhi aver fermato il business dell’accoglienza non è chiarissimo. Allo stato, per il momento, il sistema di accoglienza è ancora lo stesso di ieri, dell’altro ieri, di un mese fa, di un anno fa. I migranti continuano a sbarcare in Italia e ci sono oltre 170mila persone ospiti dei diversi centri di accoglienza. Il “sistema”, inoltre, è complesso e stratificato: ci sono le aziende private, i centri gestiti direttamente dai Comuni, l’accoglienza diffusa e le strutture speciali. Accomunare tutto sotto la dicitura “business dell’accoglienza” è una bugia, una balla colossale che serve solo ad alimentare insofferenza e odio nei confronti di chi non c’entra nulla. Ci sono le storture e la corruzione (e Fanpage.it ha lavorato per anni per mostrarle), ma usarle strumentalmente per alimentare la guerra agli ultimi è indegno di una classe politica che si sta assumendo l’onere di governare questi processi. Legare gli arrivi in mare agli abusi di pochi soggetti privati è una mistificazione della realtà.

Infine, sull’altra fake news di Salvini della “lobby degli avvocati d’ufficio” che si arricchiscono coi migranti, ha scritto tutto Altraeconomia.

PS: Ci sono anche altri aspetti poco chiari della vicenda, su cui però stiamo ancora lavorando. Salvini in Senato dice: “Sottolineo, come ho già detto, che è stata offerta al comandante della nave Aquarius per ben due volte, alle ore 12,11 e alle ore 14 dell’11 giugno, la disponibilità delle autorità italiane, su mia indicazione, a far sbarcare sul territorio nazionale le persone eventualmente bisognevoli di assistenza sanitaria, quali ad esempio le donne incinte e i bambini; disponibilità che non è stata accolta dal comandante dell’unità”. A una prima verifica, la cosa non risulta. Sarebbe un elemento gravissimo.

EDIT 15 giugno – Msf ha spiegato la propria posizione sul punto, rispondendo a Barbara D’Amico, giornalista che ne ha scritto su Wired: in sostanza “la nave non ha accordato lo sbarco, spiega la Ong, perché ha chiesto alle autorità italiane di non separare le famiglie. Richiesta negata”.

PPS: Si sta dibattendo molto sul comportamento dell’Aquarius, che, dopo aver tergiversato a lungo, ora si fermerebbe spesso e non starebbe procedendo con sollecitudine verso Valencia. Come ha spiegato MSF, la direttiva del MRCC è arrivata solo nella tarda serata dell’11 giugno e si è dovuto valutare quale fosse il modo migliore per affrontare un viaggio lungo e pericoloso (a causa della prevista ondata di maltempo). Non tutti avrebbero potuto viaggiare in sicurezza sul rimorchiatore, dunque si è dovuto attendere la disponibilità delle due navi italiane, oltre che viveri e conforto da Malta. Poi è stato necessario tutelare la salute delle persone dalle avverse condizioni meteo, infine provvedere al loro sostentamento per 4 lunghissimi giorni di viaggio.

Insomma, spacciare come una vittoria l’aver costretto centinaia di persone a tali sofferenze, francamente è troppo.

Da Twitter:

SOS MEDITERRANEE ITA

@SOSMedItalia

 Update #Dattilo, la nave di Guardia costiera italiana che guida il nostro convoglio, ha deciso di cambiare rotta. #Aquarius proseguirà lungo costa orientale #Sardegna per ripararsi da maltempo altrimenti insopportabile per persone a bordo, esauste, scioccate e con mal di mare

10:29 – 14 giu 2018

Adriano Biondi

http://www.fanpage.it/

Questo articolo è riportato per intero, soprattutto perché ci sono anche riferimenti dubitativi su quanto gli italiani hanno fatto, beninteso accennando anche alle due navi italiane che si sono caricate qualche centinaio di migranti per accompagnarli a Valencia. Il fatto vero e lampante è che si trova comodo lasciar perdere Malta, che non vuole migranti in giro per l’isolotto, mentre possono arrivare nei porti italiani tutti lì pronti e disponibili.

4) Migranti, Oxfam: abusi agenti Francia – ANSA.it – Ultima Ora

“Maltrattamenti e espulsioni” illegali di bimbi a confine Italia

(ANSA) – ROMA, 15 GIU – Bambini migranti non accompagnati vittime di maltrattamenti da parte di guardie di frontiera francesi, detenuti e rispediti dalla Francia attraverso il confine italiano a Ventimiglia con metodi illegali: a denunciarlo un rapporto stilato dall’Ong umanitaria Oxfam.

 Il rapporto – si legge in una nota – intitolato ‘Nowhere but Out’ (Da nessuna parte se non fuori), descrive come “la polizia francese di routine fermi i bambini non accompagnati e li metta su treni diretti in Italia dopo averne alterato i documenti per farli apparire più grandi o facendo sembrare che vogliano tornare”.

 Secondo Oxfam, “i bimbi raccontano di maltrattamenti fisici e verbali subiti, di detenzioni per la notte in celle senza cibo né acqua né coperte e senza poter accedere a un guardiano ufficiale: tutte cose contrarie alle leggi francesi e dell’Ue”.

 Il documento afferma anche “che il sistema di accoglienza burocratizzato e sovraccaricato dell’Italia lascia rifugiati vulnerabili a vivere, invisibili, in condizioni di pericolo”.

5) Migranti, Oxfam: “Agenti Francia maltrattano e cacciano bambini”

Redazione Tgcom24 15/06/2018

Bambini migranti non accompagnati vittime di maltrattamenti da parte di guardie di frontiera francesi, detenuti e rispediti a Ventimiglia con metodi illegali. E’ la denuncia della Ong Oxfam che ha raccolto le testimonianze di alcuni minori che raccontano “di maltrattamenti fisici e verbali, di detenzioni in celle senza cibo né acqua né coperte e senza poter contattare un guardiano ufficiale: cose contrarie alle leggi francesi e dell’Ue”.

Queste due agenzie vanno ad infoltire quanto è già stato scritto sull’umanità di agenti francesi nei riguardi dei migranti anche minorenni… o verso le donne incinte.

6) Migranti, Oxfam: “La polizia francese maltratta e respinge in Italia i bambini”

I minori non accompagnati che cercano di attraversare la frontiera nella zona di Ventimiglia vengono maltrattati dalla polizia francese. Appena presi in custodia, sono immediatamente rispediti indietro con procedure illegali per le leggi nazionali e internazionali: a denunciarlo un rapporto dell’Ong umanitaria Oxfam.

EUROPA 15 GIUGNO 2018  11:55 di Giorgio Tabani

“I poliziotti francesi infieriscono, è anche questo che è inaccettabile. Oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano, a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia”, racconta Chiara Romagno di Intersos. Questo è quanto denuncia il rapporto “Se questa è Europa. La situazione dei migranti al confine italo francese di Ventimiglia” diffuso oggi da Oxfam, Diaconia Valdese e Asgi. La situazione di Ventimiglia si trova sotto i riflettori dall’estate 2015, quando la Francia ripristinò i controlli al confine con l’Italia per bloccare il passaggio dei migranti. La situazione resta estremamente delicata e continua a comportare costi umani molto forti. Si dorme per terra, non c’è accesso ad acqua pulita per lavarsi o ad acqua potabile per bere; non esistono bagni e in inverno non c’è modo di riscaldarsi. Una situazione che è stata più volte denunciata dalle Ong. Precariamente accampati sul greto del fiume Roja, per non allontanarsi dalla stazione, si ammassano decine e decine di bambini e ragazzi soli, che spesso portano sulla propria pelle i segni dell’inferno libico. Nella cittadina ligure i minori non accompagnati sono ormai il 25% di tutti i migranti in transito (fra i quali, comunque, solo il 25% ha un’età superiore ai 25 anni). Sono originari prevalentemente del Sudan, dell’Eritrea e dell’Afghanistan, con un’età compresa fra i 15 e i 17 anni, anche se non mancano ragazzini molto più piccoli.

La situazione dei minori non accompagnati è quella che presenta le criticità più forti. Perlopiù sono ragazzi e ragazze scappati dalle comunità di accoglienza a cui erano stati affidati in Italia. Molti infatti sono inseriti in strutture del tutto inadeguate, dove restano pressoché abbandonati a loro stessi: non iscritti a scuola o a corsi di formazione, rimangono sprovvisti del tutore che dovrebbe informarli dei loro diritti e sostenerli nel loro percorso di integrazione. “Stavo in un grande centro, in Sicilia. Mi trattavano malissimo. I ragazzi più grandi ci picchiavano e ci rubavano il cibo, e nessuno interveniva. Stavo tutto il giorno sul materasso a guardare il soffitto, oppure chiacchieravo un po’ con dei miei connazionali. Ma non ci volevo più stare lì, a nessuno importava di noi” racconta B., un ragazzino di  15 anni proveniente dalla Guinea. In quella situazione molti non vedono altra soluzione che quella di partire: “Vedevo i ragazzi più grandi che uscivano, non riuscivano a trovare lavoro, nessun lavoro. Così sono partito. Ho un cugino in Francia, voglio andare da lui. Io voglio lavorare” aggiunge T., un altro quindicenne del Darfur (Sudan). Chi ha parenti in altri stati europei potrebbe richiedere un ricongiungimento familiare, ma pochi sono informati di questo diritto e i tempi, comunque, sono lunghissimi: “Di fronte alla prospettiva di aspettare anche più di un anno, senza certezza, preferiscono partire da soli” sottolinea Laura Martinelli di ASGI.

“La frontiera l’hanno chiusa solo per le persone di colore. A nessun bianco controllano mai i documenti” premette Simone Alterisio di Diaconia Valdese. Sulla questione dei minori che attraversano la frontiera vengono sistematicamente violate la normativa nazionale e internazionale. Innanzitutto, secondo il rapporto Oxfam, la polizia francese non rispetta le norme sul diritto d’asilo, ai sensi del Regolamento di Dublino. “Ci hanno fatto scendere dal treno strattonandoci e urlando, poi ci hanno spinti in un furgone nel parcheggio della stazione. Ci hanno dato un foglio dentro al furgone e ci hanno rimessi su un treno che tornava in Italia, senza spiegarci nulla” racconta sempre T. I minori non accompagnati che fanno domanda di asilo non potrebbero, però, essere respinti in Italia: per loro non vale infatti, al contrario degli adulti, l’obbligo di farne richiesta nel Paese di prima accoglienza. Se non viene espressa la volontà di richiedere l’asilo, secondo la legge francese, il minore potrebbe essere rimandato in Italia, ma con alcune garanzie: la nomina immediata di un tutore e un periodo di minimo 24 ore tra il fermo da parte della polizia e l’effettivo respingimento. Inoltre ogni Paese sarebbe obbligato a farsi carico di questa categoria di minori, in qualunque caso, qualora vengano trovati sul proprio territorio nazionale, oltre la frontiera. Le testimonianze parlano di una situazione molto diversa, con maltrattamenti diffusi, anche su adulti. “Gli urlano, gli ridono in faccia, li spintonano, gli dicono ‘tanto di qui non passi’, ad alcuni aprono il cellulare e gli portano via la scheda, con tutti i dati, i contatti della rubrica. Dopo non possono nemmeno più telefonare ai genitori” spiega Daniela Zitarosa di Intersos. O ancora W., 37 anni, fuggita dall’Iraq insieme alla anziana madre a causa delle minacce e delle violenze dell’ISIS di cui mostra chiari i segni sul volto: “Ci hanno fatto stare un pomeriggio e una notte in una stanzetta. Siamo rimaste accasciate sulle sedie tutta la notte, non ci hanno spiegato niente, né ci hanno dato cibo o acqua. Ci hanno spinto e strattonato tutto il tempo. E a me hanno pestato con forza i piedi, ora ho gli alluci tutti neri”.

Giorgio Tabani

Niente di nuovo. L’arroganza di molte nazioni è troppo manifesta, ma nessuno dice nulla, se non qualche giornalista votato al suicidio o ad essere martirizzato oscenamente. Sopportiamo sempre, sperando che tutto si risolva da solo? Attenzione, che chi pensa di essere superiore agli altri può scivolare sulle solite bucce di banana che non si vedono, ma sono lì pronte a far spaccare la testa a qualcuno che guarda in alto.

7) Lifeline, Toninelli: “Se la nave non attracca a Malta parte il sequestro”. La Valletta dice ‘no’

La nave dell’Ong tedesca Lifeline attende ancora un porto in cui attraccare. Per il governo italiano l’accoglienza spetta a Malta, ma l’isola ha detto di non aver ricevuto alcuna richiesta ufficiale. Il ministro Toninelli ha detto che i porti italiani non accoglieranno i 224 migranti.

POLITICA ITALIANA 22 GIUGNO 2018  17:00 di Annalisa Cangemi

La nave di Lifeline sta aspettando di capire come e dove attraccare, con i suoi 224 migranti a bordo, salvati ieri da un naufragio al largo della Libia. La nave della Ong tedesca ora rischia il sequestro, come ha più volte ribadito il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. L’Italia comunque non è disposta ad aprire i suoi porti, come già accaduto per la vicenda della nave Aquarius.

La posizione della nave al momento non è rilevabile, ma secondo un tweet scritto dalla stessa Ong, il natante dovrebbe trovarsi in acque territoriali maltesi.

(…)

Malta sarebbe quindi il porto più vicino. Se la nave, che batte bandiera olandese, illegalmente secondo il governo italiano, non dovesse attraccare nell’isola-Stato, come richiesto dalla Capitaneria di porto italiana, verrà sequestrata: “Se la nave Ong Lifeline non andasse verso il porto di Malta, cosa che dovrebbe e deve fare per il senso di umanità e per il rispetto del diritto del mare, verrà immediatamente sequestrata” – ha ripetuto il ministro delle Infrastrutture – “Come cittadino italiano, come ministro infrastrutture e trasporti e come cittadino europeo sarei sconvolto dalla disumanità di Malta nel caso in cui non accogliesse la nave, ha aggiunto, sottolineando che “Malta rappresenta adesso il porto più vicino e sicuro”. Il governo maltese ha fatto sapere di non essere stato coinvolto formalmente. “Falsità”, ha replicato ancora Toninelli: “Ha avuto una richiesta ufficiale da Frontex, che ha mandato questa comunicazione a Malta che è sufficiente per l’apertura del porto”. Il ministro pentastellato ha chiesto che il “comandante della Lifeline faccia anche lui immediatamente una richiesta formale a Malta. Oggi la responsabilità di quelle vite umane grava sull’equipaggio dell’equipaggio dell’Ong e di Malta”.

Anche Madrid è in queste ore in contatto con le autorità italiane e maltesi, in cerca di una soluzione, e ha offerto il suo aiuto. L’eventuale arresto dell’equipaggio della Lifeline “è una parte che non compete alla Guardia costiera ma alle procure”, ha spiegato Toninelli a Tgcom24. Il ministro ha aggiunto che “il Governo olandese ha confermato la nota ufficiale ieri in cui diceva che la Lifeline non è registrata ai registri navali olandesi, per cui è una nave fantasma, apolide e solo per questo deve essere sequestrata. E siccome per l’Italia e per questo governo la legalità viene subito dopo il salvataggio delle vite umane, interverremo immediatamente con la Guardia Costiera”. Sul documento pubblicato da Lifeline sulla registrazione olandese della nave, che sostanzialmente è un certificato internazionale ICP per imbarcazioni da diporto, Toninelli ha puntualizzato: “Per me fa affidamento la nota ufficiale dell’amico governo olandese e non un documento di una nave privata di una Ong privata che prende i finanziamenti non so da chi e non so per che cosa” .

La nave di Lifeline ha a bordo 239 persone, calcolando anche l’equipaggio, ma avrebbe una capienza di 50 persone. “C’è una sola cosa da fare – ha detto Toninelli – scindere il salvataggio delle vite umane dalla responsabilità e dalla gestione delle richieste di asilo del paese di primo approdo. Non possiamo più continuare a gestire da soli. La richiesta d’asilo e la gestione dell’immigrazione non deve più essere quella del primo approdo”.

La replica di Malta

“Malta non ha coordinato le operazioni di soccorso, né siamo l’autorità competente a farlo”. Così un portavoce del governo maltese – citato dal Times of Malta – ha replicato all’Italia sulla vicenda della nave Lifeline. Il portavoce ha aggiunto che, secondo il Comando Generale del corpo delle capitanerie di porto di Roma (che coordina i soccorsi nella zona, ndr), le ricerche e il soccorso della nave sono avvenuti tra la Libia e l’isola di Lampedusa. Inizialmente le operazioni sono state gestite dal Coordinamento italiano, con le autorità della Libia che si sono assunte la responsabilità dei salvataggi. Il Times of Malta on line ha spiegato che il Centro di coordinamento gestito da Roma ha interpellato la controparte libica per chiedere di intervenire ieri, ma non c’è stata risposta.

“In questo caso Malta non stava né coordinando le operazioni né era l’autorità competente”, ha detto il governo de La Valletta. Se ne deduce, continua il sito del giornale, che Lifeline “ha violato gli obblighi” di attenersi alle istruzioni date loro dalle autorità competenti per la ricerca e il soccorso in questo caso, e cioè la Guardia costiera libica o italiana.

“La disumanità di Malta è lo specchio dell’atteggiamento dell’Europa. La Lifeline è ferma nelle acque Sar dell’isola e in grande difficoltà, con un carico di oltre 230 migranti a fronte di una capacità di accoglienza in sicurezza di circa 50 persone. Nessun altro Paese sta coordinando le operazioni, dunque le responsabilità maltesi sono ancora maggiori”, ha scritto poi il ministro pentastellato su Facebook.

(…)

“Danilo Toninelli dovrebbe stare ai fatti. Il soccorso è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso della Libia, tra la Libia e Lampedusa. L’operazione è coordinata dall’Italia. Malta non è coinvolta”, ha ribadito il ministro dell’Interni di Malta Michael Farrugia su Twitter. Il messaggio è stato poi ritwittato dal premier Joseph Muscat: “Una notevole responsabilità anche da parte di Lifeline che è andata contro le regole internazionali, non seguendo le istruzioni di Roma”.

Annalisa Cangemi

(Continua su: https://www.fanpage.it/lifeline-madrid-offre-aiuto-toninelli-se-la-nave-non-attracca-a-malta-parte-il-sequestro/ – http://www.fanpage.it/).

Sì, siamo a questo punto: si gioca al rimpallo e nessuno ha la minima vergogna nell’affermare o nel negare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Tutto vero e tutto non dimostrabile così chiaramente. Ma se i vecchi colonialisti sono adesso i nuovi che scorazzano in Africa ad acquistare terre da sfruttare cacciando i piccoli e grandi proprietari, come ci si vuole capire se poi il tutto è occultato da strani volontarismi, invio di materie prime, invio di generi di prima necessità che tutti accettano senza valutare, vaccini inclusi?

8) Tutti hanno perso la loro faccia? Una settimana di mal di mare in attesa di strappare un sì allo sbarco. E poi come sarà?

l premier Conte annuncia: “Lifeline sbarcherà a Malta, ma i migranti verranno distribuiti nei vari Paesi Ue”

La nave Lifeline sbarcherà a Malta. “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il Presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio”, ha dichiarato il premier Giuseppe Conte annunciando la decisione de La Valletta.

EUROPA 26 GIUGNO 2018  13:49 di Charlotte Matteini

La nave Lifeline, bloccata in mezzo al Mediterraneo a causa della chiusura dei porti italiani imposta dai ministri Salvini e Toninelli, sbarcherà a Malta. Ad annunciarlo è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha dichiarato: “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il Presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio. Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull’immigrazione – secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa -, l’Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l’auspicio che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato”.

Il governo maltese ha annunciato di aver aperto “un’inchiesta sul capitano della Lifeline che ha ignorato le istruzioni delle autorità italiane date in accordo alle leggi internazionali” e ha inoltre esortato “gli Stati volenterosi a proseguire la condivisione di responsabilità per evitare un’escalation della crisi umanitaria”.

Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere che Bruxelles segue da vicino il caso della nave della Ong tedesca” e che “il premier Muscat ha fatto una dichiarazione; il presidente Tusk, il presidente Juncker e Muscat stanno lavorando in piena collaborazione per trovare una soluzione per le persone a bordo della Lifeline e trovare un porto dove possano sbarcare”.

Il ministro degli Interni Matteo Salvini commenta soddisfatto quella che considera una vittoria dell’esecutivo giallo-verde: la nave Aquarius, dopo il rifiuto di Malta, passerà da Marsiglia per uno scalo tecnico, necessario ogni tre settimane per rifornimento e cambio di equipaggio. Il vicepremier scrive su Twitter: “‘Il clima non è più favorevole alle Ong’ in Italia lamenta Frédéric Penard della nave #Aquarius, quella che abbiamo mandato in Spagna. Per loro questa settimana niente scalo al porto di Catania, come facevano sempre, ma andranno diretti al porto di #Marsiglia. Come mi dispiace…”

(…)

Charlotte Matteini

9) Migranti, ancora naufragi al largo della Libia. “Notizia che non indigna più”

Le ultime tragedie hanno portato il bilancio delle vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale ad oltre mille nel 2018. E la Guardia Costiera Libica ha sbarcato più di 8 mila persone. Unhcr. “Serve azione urgente”. Unicef: “Negli ultimi giorni altri 200 morti in mare. Una notizia che non indigna più”

22 giugno 2018

ROMA – L’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, si dice “scioccata e addolorata” per la notizia di circa 220 persone annegate a largo delle coste libiche nei giorni scorsi mentre tentavano di attraversare il mar Mediterraneo dirette in Europa.

“Secondo i sopravvissuti – è scritto in una nota dell’Unhcr -, un’imbarcazione di legno che trasportava un numero imprecisato di rifugiati e migranti si è capovolta al largo delle coste libiche martedì (19 giugno). Dei circa 100 passeggeri stimati, sono sopravvissuti solo in cinque. Sono stati salvati dalla Guardia Costiera Libica e sbarcati a Mayia, alla periferia della capitale Tripoli. I sopravvissuti sono stati portati in un ospedale locale dalle autorità per ricevere cure mediche. Alcuni corpi sono stati recuperati dai soccorritori, altri trovati sulle spiagge”.

“Lo stesso giorno – continua -, un gommone con circa 130 persone a bordo è affondato in un’altra località al largo della Libia. Sessanta sopravvissuti sono stati salvati da pescatori locali, che li hanno riportati a riva a Dela (35 km ad ovest di Tripoli). Si ritiene che 70 persone siano annegate in questo incidente. Il 20 giugno, la Guardia Costiera Libica ha condotto un’operazione di salvataggio al largo di Garabulli, a 64 Km a est della capitale, Tripoli. I rifugiati e i migranti salvati sono stati sbarcati a Tajoura. I sopravvissuti hanno riferito che oltre 50 persone che viaggiavano con loro sarebbero annegate”.

L’Unhcr si dice “estremamente scioccato dal numero sempre crescente di rifugiati e migranti che perdono la vita in mare e chiede un’azione internazionale urgente per rafforzare gli sforzi di salvataggio in mare da parte di tutti i principali attori coinvolti, comprese le Ong e le navi mercantili, in tutto il Mediterraneo”. Allo stesso tempo, per l’Agenzia Onu per i rufugiati “dovrebbe essere garantito l’accesso alla protezione nei paesi di primo asilo, nonché percorsi alternativi per i rifugiati in Libia che tentano di attraversare il mare in cerca di protezione e sicurezza. Tutte queste azioni sono cruciali per garantire che non si perdano più vite in mare”.

Lunedì scorso, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha lanciato un mazzo di fiori in mare ad Abu Setta, in Libia, in un momento di silenzio e commemorazione per le migliaia di rifugiati e migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa.

E ha affermato: “Queste tragiche morti ricordano che guerre e povertà continuano a spingere migliaia di persone a intraprendere viaggi disperati che costano loro i risparmi di una vita, la dignità e in ultimo la loro stessa vita”. “Con un numero record di persone in fuga, non è mai stato così urgente affrontare le cause alla radice – ha aggiunto -, migliorare le condizioni in Libia e in altri paesi lungo il percorso, fornire alternative sicure e, sempre, soccorrere le persone in mare”.

Il bilancio delle vittime. Queste ultime tragedie hanno portato il bilancio delle vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale ad oltre 1.000 nel 2018. Considerando che siamo all’inizio della stagione estiva si prevede che aumenterà il numero di rifugiati e migranti che tenteranno di attraversare il mar Mediterraneo. Finora quest’anno, la Guardia Costiera Libica ha sbarcato più di 8 mila persone in diversi luoghi di sbarco lungo la costa libica. L’Unhcr e i suoi partner sono presenti al momento dello sbarco per fornire cibo, acqua, beni di soccorso e assistenza medica. L’Unhcr sta inoltre lavorando affinché sia assicurato l’accesso all’asilo ai richiedenti di tutte le nazionalità e che alternative alla detenzione siano rese disponibili per i rifugiati soccorsi o intercettati in mare dalla Guardia Costiera Libica.

Unicef Italia: “Negli ultimi giorni altri 200 morti in mare. Una notizia che non indigna più”. “Mentre assistiamo a insulti, frasi ad effetto e proclami dei vari esponenti della politica e società civile, altri 200 esseri umani sono morti nel Mar Mediterraneo – dichiara da parte sua Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia -. In due giorni sono morti a largo della Libia 200 esseri umani, qualcuno sa dirci quanti bambini coinvolti in questa ennesima strage? La cosa lascia tutti indifferenti. Sembra che la morte non sia più una tragedia in sé per sé ma sia subalterna a temi di diversa o dubbia rilevanza o veridicità”.

“Continua un processo di deresponsabilizzazione che coinvolge tutti noi – conclude -: parte dagli stati europei, dai leader di turno passando per alcuni media fino a renderci tutti insensibili. Davanti alla nostra ‘faccia’ stanno morendo altri disperati, la notizia scorre sui nostri smartphone come le altre. Non ci indigna più”.

Non si pensi che, se shahid o kamikaze vanno ancora alla grande, siano cessate tutte le altre violenze della guerra: nulla è cambiato, i migranti muoiono ancora perche i barconi o gommoni che partono dalla Libia sono già mezzi sgonfi ed allora si ribaltano già poco distanti dalla riva. Se i migranti riescono a raggiungere le acque internazionali o libiche e sono imbarcati, nonostante le attuali diatribe su navi della marina italiana o mercantili o navi Ong, a quanto si legge, in acque libiche non c’è alcuna sicurezza ed inoltre i migranti non vogliono tornare in Libia perché sanno come sono trattati. Un mondo che si conosce a malapena, ma che è doloroso per chi cerca la fuga non sapendo poi cosa succederà nei paesi raggiunti, molti dei quali sono proprio quelli che in Africa acquistano terreni a prezzi stracciati o stracciabili con la violenza, perché nel sottosuolo c’è ancora da scoprire qualche ricchezza. Il neocolonialismo non differisce in violenza e oppressione dal vecchio e i nuovi colonialisti, guarda caso, sono gli stessi di un tempo, con la faccia di tolla come sempre.

10) Nigeria, sei bambine imbottite di esplosivo vengono fatte saltare in aria a una festa. 31 morti

L’attentato è stato compiuto da Boko Haram in una festa organizzata per la fine del ramadan. I terroristi hanno utilizzato sei bambine di età comprese tra i 7 e gli 11 anni.

AFRICA 19 GIUGNO 2018  10:27 di Davide Falcioni

È di almeno 31 persone il bilancio delle vittime di due attacchi suicidi attribuiti ai terroristi islamici di Boko Haram a Damboa, nel nord est della Nigeria. Lo rende noto la Bbc online: i fatti si riferiscono alla giornata di domenica. L’attacco è stato compiuto poche ore dopo che il capo dell’esercito nigeriano, il generale Tukur Buratai, aveva rassicurato la popolazione sull’assenza di minacce da parte dell’organizzazione estremista islamica affiliata all’Isis, rassicurazione giustificata da un’offensiva militare portata avanti negli ultimi mesi per liberare dai ribelli l’area di Borno e la regione del lago Ciad.

Un funzionario del governo locale, la cui testimonianza in forma anonima è stata raccolta da Le Monde, ha reso noto che gli attentati suicidi sono stati compiuti materialmente da bambine di età compresa tra i 7 e i 10 anni, “le cui teste sono state trovate sul luogo della tragedia dai soccorritori”. Babakura Kolo, funzionario delle forze di sicurezza, ha aggiunto che gli attacchi terroristici sono stati compiuti prendendo di mira le persone che avevano appena festeggiato il festival Eid el-Fitr, celebrando la fine del Ramadan. I miliziani di Boko Haram hanno imbottito di esplosivo sei bambine, contando sul fatto che sarebbero riuscite a varcare più facilmente i controlli attuati dalla polizia.

Sempre stando a quanto rivelato dopo il doppio attentato suicida i jihadisti hanno preso di mira la folla che si era radunata sul luogo degli attacchi per prestare soccorso ai feriti; a quel punto sono state fatte esplodere delle granate, che hanno ulteriormente aggravato il bilancio dei morti. Le trentuno vittime finora accertate rischiano di essere ancora un numero provvisorio: molti dei feriti infatti sono ricoverati in condizioni disperate e le possibilità che non ce la facciano sono estremamente alte.

Davide Falcioni

Non siamo alla frutta, come si suol dire, ma ben oltre. Questa volta sono 6 bimbe e adolescenti a suicidarsi dopo essere state imbottite di esplosivo e anche di qualche droga che le intontiva a sufficienza: bambine tra i 7 e 10 anni. Ci si rende conto di come sono vigliacchi quei soliti terroristi, pure loro drogati e violenti all’estremo, che hanno mandato sei figlie minorenni a farsi esplodere tra la folla?

Poi i maiali hanno adottato la tecnica dei “liberatori” in aereo: bombardare una prima volta, aspettare che arrivino i soccorsi, e poi bombardare una seconda volta, così si fanno più morti. Nessuna pietà per i genitori che, se sono accorsi sul posto, hanno visto le teste delle loro bambine e i brandelli del loro corpo in giro per la piazza; nessuna pietà per aver troncato ingiustamente delle vite umane che stavano vivendo semplicemente; nessuna pietà per nessuno: uccidere per uccidere, assassinare per la gioia di farlo.

11) Che cos’è il “land grabbing” [accaparramento della terra, N.d.A.] e perché è una delle cause dell’immigrazione in Europa

Dietro le migrazioni di milioni di persone che vivono in Africa, Asia e America latina c’è anche il land grabbing. Un vero e proprio saccheggio, soprattutto da parte di inglesi e americani, che si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili. Dagli anni 2000, si sono accaparrati 88 milioni di ettari di terra fertile.

ECONOMIAESTERIEUROPA 25 GIUGNO 2018  17:09 di Mirko Bellis

Il land grabbing o l’accaparramento di terre fertili è un problema antico e allo stesso tempo attuale. Un processo di vero e proprio saccheggio fondiario che si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili del sud del mondo da parte di Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari. Grazie a rapporti opachi di collusione tra politici, funzionari governativi e grandi imprese, i piccoli agricoltori vengono estromessi dalle loro terre e, di fronte all’assenza di un mezzo di sostentamento, per milioni di persone non resta altra scelta che abbandonare il proprio Paese.

Quelli che vengono considerati quasi con disprezzo migranti economici, sono in molti casi piccoli agricoltori ai quali è stata negata la possibilità di continuare a coltivare un pezzo di terra per poter mantenere le proprie famiglie. Persone spesso costrette a fuggire a seguito di lunghi e sanguinosi conflitti armati che, una volta cessate le ostilità, fanno ritorno ai loro villaggi e vedono come la loro terra nel frattempo è stata venduta o espropriata. Terreni che prima davano cibo e rifugio a molti, sono recintati o rimangono inutilizzati.  Un fenomeno, quello del land grabbing, che avviene in molte occasioni senza il consenso delle comunità locali. “Uno scandalo che esiste da tempo, ma che dallo scoppio della crisi finanziaria è cresciuto enormemente, spingendo nella fame migliaia di contadini del Sud del mondo”, denuncia Oxfam. Dal 2008, il land grabbing è cresciuto del 1000%. “La domanda di terreno vola – spiega l’Ong – e gli investitori cercano dove coltivare cibo per l’esportazione, per i biodiesel, o semplicemente per fare profitto”.

Molto spesso, poi, questi terreni comprati mandando via intere comunità, lasciandole senza terra e senza futuro. “Le promesse di risarcimenti non si avverano – sottolinea Oxfam – e le comunità rimangono a mani vuote mentre le grandi aziende incassano”.

Chi sono i “padroni della Terra? Usa e Uk

Secondo il rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) in collaborazione con Coldiretti, dagli anni 2000 l’accaparramento di terre fertili è in aumento. In 18 anni, 88 milioni di ettari di terra fertile in ogni parte del mondo sono stati accaparrati, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador.

Non è un caso, quindi, se il land grabbing sia stato definito una nuova forma di colonialismo. Il documento affronta la questione su chi siano i soggetti che stanno acquisendo sempre più terre coltivabili sul nostro pianeta e chi ne abbia il controllo, diventando di fatto i veri padroni della Terra. Analizzare il land grabbing – mette in evidenza il rapporto – è complesso poiché tale fenomeno avviene in gran parte in modo nascosto, opaco, mediante collusioni tra governi locali e imprese, attraverso investimenti che provengono da fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso ragnatele complicate di gruppi di aziende. E così si scopre che tra i maggiori predatori oltre agli Stati Uniti, che detengono il primato, ci sono la Gran Bretagna e l’Olanda, ma anche Paesi emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, e persino alcuni stati petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti. Sono diversi, inoltre, i paradisi fiscali che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali di aziende multinazionali da dove poi partono gli investimenti per acquistare e affittare le terre in tutto il mondo.

Tra i primi 10 paesi che subiscono il land grabbing ci sono soprattutto i Paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano anche i Paesi come il Brasile e l’Indonesia e persino l’Europa orientale. Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani (dal Senegal al Madagascar passando per Nigeria, solo per fare qualche esempio) e in Romania. In generale, le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili.

Il land grabbing in Ecuador e Myanmar

Sono numerosi i principi giuridici internazionali e le linee guida scritti per proteggere i diritti delle comunità contadine locali e indigene, ma non vengono rispettati da Stati e imprese. Come nel caso di Chevron in Ecuador, dove il land grabbing per l’estrazione di petrolio rappresenta uno degli esempi che meglio fanno capire gli effetti dell’accaparramento della terra sulle comunità locali. Le operazioni per l’estrazione del greggio e del gas compiute dalla compagnia petrolifera tra il 1964 e il 1990 in una delle zone a più alta biodiversità del pianeta, hanno provocato un danno ambientale e patrimoniale esteso per oltre 450 mila ettari di terreno (tre volte la superficie della Città Metropolitana di Milano).

Ad essere colpite dal fenomeno sono anche le popolazioni in fuga da conflitti e persecuzioni, come il caso dei Rohingya, la comunità musulmana sotto attacco del governo di Myanmar. Nell’ex Birmania, circa il 70% della popolazione basa la propria sopravvivenza sul settore agricolo e, come ricorda un rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, “gli sfollati interni dovrebbero essere in grado di accedere alla terra attraverso la restituzione delle proprietà terriere, comprese quelle confiscate da società private”. “Tuttavia – avverte Unhcr – per i senza terra le possibilità di riottenere le loro proprietà sono scarse”.

Ci perdono anche gli agricoltori del Nord del mondo

“Innanzitutto – avverte ActionAid – il land grabbing ha delle gravi conseguenze per il suolo che, coltivato intensamente, finisce per impoverirsi. Le terre “accaparrate”, inoltre, sono coltivate da intere popolazioni che vi vivevano da decenni, se non da secoli. Quelle popolazioni sono costrette a spostarsi, e spesso questo avviene violando i loro diritti fondamentali. Infine, è l’allarme lanciato dall’Ong, le modalità di acquisto dei terreni, in molti casi, non sono propriamente trasparenti. “Gli investimenti nella terra – sostiene anche il dossier di Focsvi e Coldiretti – allargano la forbice tra i pochi grandi poteri a livello mondiale, che concentrano il controllo su risorse strategiche, e le grandi masse di popolazioni che ne sono escluse a livello locale”.

L’accaparramento nel quale investono molte imprese occidentali consente grandi produzioni a monocultura a costi bassi – come nel caso del riso – ma quando vengono commerciati a livello internazionale nuocciono anche gli agricoltori degli stessi Paesi occidentali. In poche parole: il land grabbing danneggia tanto i contadini del Sud quanto quelli del Nord del mondo. “Le grandi compravendite di terra stanno costringendo moltissime persone povere a lasciare le loro case, il loro lavoro e il loro cibo. Questa ingiustizia deve finire subito, prima che altre vite vengano rovinate”, l’appello lanciato da Oxfam.

Mirko Bellis

È chiaro il concetto che molti migranti fuggono dalle loro ex-terre che non hanno più ed improvvisamente si ritrovano poveri tra i poveri, senza nessuna speranza di sopravvivere. Così si danno da fare per quei bugiardi che fanno loro vedere lucciole per lanterne ed i paesi europei diventano la mecca fantasticata per questi nuovi poveri, inventati dalle nazioni civili e morali per l’umanità. Tutti brava gente, nemmeno quando parlano giustamente in pochi hanno letto il libro di Paolo Villaggio (con prefazione e postfazione del Rag. Ugo Fantozzi) che forse non hanno mai propagandato perché è intitolato Italiani brava gente… ma non è vero! [La nave di Teseo (31 maggio 2018), N.d.A.] Non è vero nemmeno per le altre nazioni che si auto-incensano invece di sparire sotto terra.

12) Selvazzano. Prof aggredita dalla mamma, il figlio è stato bocciato: troppe insufficienze

Il ragazzino della scuola media in provincia di Padova dovrà ripetere l’anno: diverse insufficienze e assenza in pagella. La mamma: “Io so di aver esagerato. Speravo nella comprensione degli altri insegnanti”. La donna aveva spaccato il setto nasale all’insegnante del figlio.

CRONACA ITALIANA 13 GIUGNO 2018 18:59 di Biagio Chiariello

È stato bocciato il ragazzino di Selvazzano, periferia ovest di Padova, la cui mamma, alla vigilia dell’inizio delle vacanze estive, ha rotto il setto nasale ad una professoressa di inglese per non aver voluto interrogare di nuovo il figlio permettendogli di recuperare un’insufficienza. Francesca Redaelli, docente di inglese della scuola media “Tommaso Albinoni”, ora torna sulla vicenda “Ho ricevuto l’affetto e la solidarietà di molti colleghi e genitori, anche se mi dispiace molto non assistere i miei alunni durante gli esami e chiudere con loro un percorso durato tre anni”. Alla docente è arrivata anche la solidarietà del neo ministro all’Istruzione, Marco Busetti, che ha detto di voler incontrare la professoressa aggredita a Padova, oltre che approfondire la vicenda.

“Immaginavo che lo avrebbero bocciato anche se contavo sulla comprensione degli altri professori, evidentemente gli hanno abbassato qualche voto”, dice invece la madre 47enne di Selvazzano, denunciata per lesioni personali e resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (perché tale è il ruolo di un insegnante a scuola). I genitori hanno fatto infatti intraprendere al ragazzino una carriera sportiva che lo porta spesso anche fuori dall’Italia. Per questo motivo è stato assente per diverse settimane dalla scuola media. Avrebbe comunque riportato diverse insufficienze in pagella. Troppe, stando al giudizio degli insegnanti, per essere promosso. “Io so di aver esagerato, non dovevo fare quel gesto, ma la prof aveva l’obbligo di tornare a interrogare mio figlio. Il ragazzo gode dei benefici della legge 122 per chi partecipa alle gare sportive, lui è fra i primi 3 atleti in Europa nella sua disciplina, e quella norma prevede addirittura un programma personalizzato per questi studenti. Non ho mai protestato ma chiedo perché la prof non ha voluto più interrogarlo”, continua la donna intervistata dal Mattino di Padova.

Biagio Chiariello

Adesso c’è un cambio di moda notevole: non più i professori, ma gli allievi picchiano, insultano, fanno di tutto verso i loro docenti, e poi non sono solo gli allievi, ma anche i genitori dei ragazzi che hanno preso insufficienze perché hanno studiato troppo bene che prendono a pugni e sberle i professori e le professoresse. La moda è cominciata e non si fermerà molto facilmente: anzi sembrerebbe il contrario. È la nuova educazione che i genitori, che seguono attentamente i loro figli, stanno portando avanti. Poi, quando i ragazzi ricevono il dovuto per lo studio che hanno approfondito, si rivoltano e i casi sono in aumento. C’è da far notare che i professori malconci, con il naso spesso fratturato, non reagiscono, forse perché troppo intenti a difendersi dall’improvvisa reazione, ma anche perché, specie coi minorenni, avrebbero qualche noia ad allungare qualche ceffone a quei bulli e violenti studenti.

Ma dove prendono i genitori la foga per urlare e picchiare i professori perché il loro pargolo ha preso un’insufficienza che nella gran parte dei casi è meritata? Hanno perso anche loro l’educazione verso un docente che insegna ai loro figli , che sono tenuti a studiare e non a impasticcarsi o non studiare per nulla per pretendere poi di avere la sufficienza? Quanto hanno seguito quei genitori i loro figli guardando i loro quaderni o facendo loro domande su quanto avrebbero studiato? Vorrebbero anche far avere loro il 18 di guerra o del ‘68, per poter passare le ferie bene, così con un arrivederci all’anno prossimo? Troppo comoda questa nuova moda di violenza, che ultimamente ha interessato anche classi di primo livello.

Ci si può chiedere quale e di chi sia la mossa di prendere per capri espiatori professori o insegnati che siano, chi ci sia dietro questa crudele manifestazione di violenza da parte dei figli e dei genitori. Non vengano a dire che è un fenomeno isolato, perché ora sono troppi, né che sia una fotocopia di insegnamenti precedenti: c’è qualcuno che guida, che progetta e li guiderà ancora.

Domanda: cosa ha fatto lo stato per questi casi e cosa farà? Ah… ho capito: non c’è risposta; tutti pensano alle vacanze, il dopo si vedrà, come sempre.

13) Lucravano sui centri migranti: arresti a Benevento, ci sono carabinieri e funzionari

Le forze dell’ordine hanno scoperto una vasta truffa ai danni dello Stato messa a segno, a Benevento e nella sua provincia, lucrando sui centri d’accoglienza per migranti. L’operazione, coordinata dalla Procura locale, ha portato all’arresto di 5 persone, tra cui un funzionario pubblico, un impiegato del Ministero della Giustizia e un rappresentante delle forze dell’ordine. Altre 36 persone risultano, invece, indagate.

CRONACA NAPOLI E CAMPANIABENEVENTOULTIME NOTIZIE 21 GIUGNO 2018  8:07 di Valerio Papadia

Lucravano sulla pelle dei migranti: una vasta truffa ai danni dello Stato è stata scoperta a Benevento e nella sua provincia. L’operazione, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha portato all’arresto di 5 persone: ad eseguire le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Benevento sono stati gli uomini della Digos, i carabinieri del Nucleo Investigativo e quelli del Nas. Tra le 5 persone arrestate figurano anche un funzionario pubblico, un impiegato del Ministero della Giustizia e un rappresentante delle forze dell’ordine: altre 36 persone risultano invece indagate. Tra gli arrestati, ai domiciliari, c’è il cosiddetto “re dei migranti”, con tredici centri sparsi per il Sannio e circa 800 richiedenti asilo ospitati.

La lunga indagine – che ha avuto origine da un esposto – è partita addirittura nel novembre del 2015, quasi tre anni fa, e ha permesso agli inquirenti di scoprire una serie di illeciti perpetrati nella gestione dei centri di accoglienza per migranti a Benevento e nella provincia. Le indagini hanno permesso di svelare una associazione a delinquere che lucrava sulle assegnazioni pilotate dei migranti, sul sovraffollamento dei centri di accoglienza e sulla falsa attestazione delle presenze degli ospiti di tali centri, con la connivenza di alcuni dipendenti pubblici. Non solo centri d’accoglienza stipati di ospiti per ottenere più soldi, ma anche denaro percepito per migranti che figuravano ospiti dei centri anche se erano andati via da molto tempo ormai.

Valerio Papadia

Lo si sapeva da un pezzo che la fioritura di comunità per ricevere i migranti da spremere a dovere era una burla pazzesca che confondeva chi aveva premura di sistemare i migranti in arrivo: troppi descrivevano questi siti, comprese anche le isole famose, piuttosto ferocemente e senza omettere alcunché. Tuttavia, chi leggeva, forse non capiva quello che stava leggendo. Anche i soprusi ivi commessi erano nascosti e, come al solito, si inveiva contro le bugie raccontate per screditare lo screditabile vero per molte di queste cosiddette “comunità d’accoglienza” che di accogliente avevano ben poco, fondate da artigiani o altro che erano la faccia della nuova mafia per lo sfruttamento dei migranti. Poi, quando è tardi, arrivano gli arresti, ma i buoi sono già usciti dalla stalla e allora…

14) Migranti, altro naufragio al largo della Libia, 63 dispersi in mare: “Ci sono morti”

Ancora una tragedia in mare al largo della Libia: un barcone si è ribaltato e 63 migranti risultano dispersi. Secondo quanto riporta la Marina libica ci sono sicuramente morti. Sono 41 le persone portate in salvo in seguito al naufragio, secondo quanto riportato dall’Unhcr. In giornata soccorsi in mare altri 220 migranti.

POLITICA ITALIANA 1 LUGLIO 2018  20:07 di Stefano Rizzuti

Ancora un naufragio, ancora una tragedia in mare vicino alle coste libiche. L’Unhcr – l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati – denuncia che 63 persone risultano disperse dopo che il barcone a bordo di cui viaggiavano si è capovolto. Altre 41 persone – secondo quanto comunicato dall’agenzia dell’Onu su Twitter – sono state portate in salvo dalla guardia costiera a largo di Zwara. La notizia è stata confermata dalla Marina libica e dal suo portavoce, Ayob Amr Ghasem, che ha detto che “sicuramente” il naufragio è avvenuto e che ci sono persone annegate al largo delle coste libiche. “Ci sono varie imbarcazioni e una era in condizioni critiche. Sicuramente ci sono dei morti”, afferma Ghasem interpellato dall’Ansa in merito a quanto avvenuto in mare.

(…)

Oggi la Guardia costiera libica ha compiuto altre due operazioni, recuperando in mare 220 migranti che si trovavano sui gommoni al largo delle coste occidentali della Libia. Si tratta di persone di “diverse nazionalità africane”. A riportare la notizia sono alcuni messaggi postati su Facebook dalla Guardia costiera. Il primo intervento, compiuto dalla motovedetta Talil nella notte tra sabato e domenica ha riguardato 115 persone il cui gommone si trovava a 8-10 miglia a nord di Sorman. Il secondo intervento è stato compiuto dalla stessa imbarcazione e ha portato in salvo 105 persone, tra cui anche due bambini e dieci donne, a dieci miglia a nord di Sabrata. I migranti soccorsi sono stati affidati al centro di accoglienza di Al Nars, secondo quanto comunicato attraverso i post.

I migranti salvati dai centri di detenzione

Chiristine Petrè, portavoce per la Libia dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fornisce inoltre all’Ansa un’altra notizia, riguardante i migranti salvati o bloccati dalla Guardia costiera libica, rinchiusi in venti centri di detenzione in condizioni estreme. Sarebbero in totale più di 10mila quelli salvati perché vivevano in situazioni critiche, tra il sovraffollamento delle strutture e l’ondata di afa che ha fatto registrare temperature superiori ai 40 gradi.

Stefano Rizzuti

15) Migranti, 114 dispersi in un naufragio al largo della Libia

Un’altra tragedia nel Mediterraneo. Lo rende noto l’Unhcr: “Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare Tripoli, inclusi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone, delle quali 114 sono ancora disperse in mare”.

POLITICA ITALIANA 2 LUGLIO 2018  21:14 di Annalisa Cangemi

Un nuovo naufragio di migranti, stavolta con 114 dispersi, è stato segnalato dall’Unhcr al largo delle coste libiche. “Un altro triste giorno in mare: oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare Tripoli, inclusi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone, delle quali 114 sono ancora disperse in mare”, recita un tweet della sezione libica dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Un rappresentante dell’Unhcr, contattato dall’Ansa, conferma che si tratta di una nuova tragedia.

(…)

I 63 dispersi segnalata ieri dallo stesso Unhcr al largo di Zuara non sono collegati con questo naufragio: “Si tratta di due imbarcazioni differenti”, ha confermato la fonte dell’Alto commissariato. “Sappiamo che l’imbarcazione è salpata da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondata”, ha precisato la fonte, riferendosi al naufragio segnalato oggi e a una località a est di Tripoli. Lo sbarco dei naufraghi è avvenuto “alla base navale di Tripoli”, ieri invece a Zuara, ha precisato ancora senza poter specificare quando sia avvenuto l’affondamento.

Oggi  il direttore dell’Unhcr, Pascale Moreau, ha rivolto delle raccomandazioni alla presidenza di turno del Consiglio Ue, cioè quella austriaca: “Continuare a far progredire la riforma del regolamento di Dublino ed istituire un meccanismo equo di distribuzione in tutta l’Ue, a sostegno degli Stati membri, che ricevono un numero sproporzionato di richieste di asilo”. Riforma che invece non è stata affrontata durante l’ultimo vertice a Bruxelles.

“La solidarietà tra gli Stati membri deve essere accompagnata da un accesso sicuro al sistema di asilo dell’Ue, piuttosto che spostare le responsabilità ed esternalizzare l’asilo”, si legge nel documento. L’Unhcr ha raccomandato anche un “approccio concertato, collaborativo e regionale per rendere più prevedibile e gestibile lo sbarco per i salvataggi in mare. Le persone soccorse dovrebbero essere portate rapidamente in luoghi sicuri. Questo è fondamentale per salvare vite umane e garantire l’accesso all’asilo”.

Dal Cdm ok all’invio di 12 motovedette alla Libia

Dal Consiglio dei Ministri di questa sera è arrivato il via libera all’invio di dodici motovedette per coadiuvare la Libia nelle operazioni di salvataggio dei migranti. “Salvare più vite umane e scoraggiare la partenza dei barconi della morte. E’ concreto lo sforzo che la Guardia Costiera e il mio ministero stanno facendo per consentire alla Libia di presidiare meglio la propria area di mare Sar e per rendere più efficiente il Centro di coordinamento dei soccorsi di Tripoli”. Così ha commentato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli.

“Con questo provvedimento diamo sostanza a rapporti di partenariato che risalgono al 2008 e che peraltro sono stati rinnovati l’anno scorso. Il dicastero che guido, attraverso le Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, ci mette fino a 10 motovedette, più il training al personale per il loro utilizzo. Stiamo parlando di un impegno economico che sfiora gli 1,5 milioni, a fronte di un costo complessivo del provvedimento pari a circa 2,5 milioni. Dunque, il nostro è un apporto fondamentale” – ha detto ancora Toninelli – “Siamo consapevoli che questo non può bastare e che bisogna lavorare per stabilizzare lo scenario, rafforzare lo stato di diritto e la tutela della dignità delle persone sul suolo del nascente stato libico. Ecco perché stiamo via via intensificando la cooperazione con organizzazioni come l’Unhcr e l’Oim, che sono presenti a Tripoli. In attesa che l’Europa si faccia carico in modo solidale del fenomeno migrazioni – ha concluso il ministro pentastellato – il governo italiano e questo ministero lavorano in modo fattivo per debellare i naufragi di migranti in mezzo al Mediterraneo”.

Annalisa Cangemi

Ci sono stati tre naufragi, a detta dei migranti presenti sui gommoni ed anche a detta della guardia costiera libica che ha raccolto superstiti; c’è subito stato il coro di chi puntava il dito e le ingiurie all’Italia che avrebbe chiuso i porti a gente stressata dal viaggio in mare. Ci si domanda spesso chi architetta la dipartita di questi barconi sgonfi stracarichi di migranti e che affondano già nelle acque territoriali libiche. Purtroppo gli scafisti non fanno la cernita di chi sa nuotare e di chi non sa cosa è il mare, come pure sui barconi l’igiene personale e i bisogni primari del soggetto non sono presi in minima considerazione e la gente vive in mezzo alla cacca e a vari fluidi corporei degli altri, oltre anche al degrado fisico e psichico inerente al viaggio che si somma ad altri viaggi da paura. I telefonini spesso ci sono e subito: già alla partenza gli scafisti avvertono che stanno arrivando e di mettere in atto quei soccorsi, per modo do dire, che in parecchi stanno aspettando.

Senza voler scivolare nel complottiamo, il tutto è diventato qualcosa che non è per niente chiaro e nasconde veramente altri intenti. Se dei deputati chiaroveggenti sono saliti sulle navi delle Ong ,ricordo che ci sono stati anche giornalisti che sono saliti sui barconi sottoponendosi alle vicissitudini degli stessi migranti e perciò si hanno resoconti molto più attendibili di altri meno oggettivi.

Si pensa ora alle Ong e alle navi ufficiali e si sa bene che c’è gente onesta e gente non onesta, comprata da truffatori. Discernere la verità non è compito di questa esposizione che è ben lungi da suggerire soluzioni che dovevano essere prese anni fa. Ci si è dati da fare per queste popolazioni che arrivano? In parte sì, soprattutto da parte di volontari e, forse meno, di istituzioni. Si assiste a manifestazioni e cortei di tutti generi, pro o contro, e non a un’espressione dei propri pensieri in un pubblico ormai indirizzato dal commentatore televisivo del momento. Credere ai numeri sfornati da vari siti è un po’ chiudersi gli occhi e pensare di non cadere. Avanti così.

Concludo citando un articolo del gennaio scorso.

16) Ecco come la Francia sta comprando l’Italia

Il Cigno nero e il Cavaliere bianco: “Esiste un programma economico-militare di sudditanza, esattamente come avvenne ai tempi di Napoleone I che si fece eleggere Presidente della Repubblica Italiana da lui inventata. Allora si muovevano politica ed eserciti e rimanevano sogno mentre oggi con l’economia…”. Ecco perché e come i francesi stanno comprando l’Italia.

ECONOMIA 20 GENNAIO 2018  11:46 di Ida Artiaco

In principio ci sono stati i brand della moda e del lusso, poi la grande distribuzione, e ancora le telecomunicazioni, i media, l’industria spaziale, le banche, le assicurazioni e infine persino l’energia. Quello che la Francia sta facendo negli ultimi anni nel nostro Paese è una operazione molto significativa di acquisizione delle migliori aziende italiane ad un costo strategico relativamente basso, ottenendo di contro prodotti di alta qualità, che Parigi potrebbe soltanto sognare di avere sul proprio territorio nazionale. E’ quella che Roberto Napoletano chiama “la questione francese” e analizza in uno dei passi più decisivi de Il Cigno nero e il Cavaliere bianco, il suo ultimo libro, edito da “La nave di Teseo”, nel quale rilegge gli eventi legati alla grande e recente crisi economica e finanziaria. Un libro che si legge quasi fosse un racconto perché conduce il lettore attraverso il viaggio che il paese sta conducendo in questi anni.

“Esiste un programma economico-militare di sudditanza, esattamente come avvenne ai tempi di Napoleone I che si fece eleggere Presidente della Repubblica Italiana da lui inventata. Potremmo definirla la nuova campagna di annessione economica dell’Italia”, scrive l’ex direttore di “Messaggero” e “Sole 24 ore”, uno che sa di cosa parla e che ha vissuto in prima persona gli eventi che descrive. D’altronde è un fatto, secondo dati della società di consulenza Kpmg alla mano, che soltanto nel 2016 le acquisizioni francesi in Italia hanno riguardato ben 34 aziende medie, per un controvalore pari a 3,1 miliardi di euro. Acquisizioni che, nei casi di società più grosse, riguardano gli asset e mirano ad ottenere posizioni di controllo.

Le origini della questione francese e la sfida ai tedeschi

Donato Iacovone, amministratore delegato di Ernst & Young Italia e managing partner di Italia, Spagna e Portogallo, l’Europa del sud, e conoscitore come pochi del sistema industriale italiano, non ha dubbi: “Diciamo le cose come stanno: tu – parlo dell’Italia – sei il paese che ha le fabbriche e sa fare i prodotti io, la Francia, ho la capacità di fare branding nel mondo e ho il cliente, ma mi manca il prodotto. Cosa fa la Francia? Si compra l’Italia, investe sull’Italia e chiede all’Italia di fare i prodotti che la Francia non sa più fare e di farne sempre di più e meglio”.

Napoletano utilizza le parole di Iacovone per spiegare la questione francese, che si reggerebbe sul fatto che mentre l’Italia ha sì le risorse migliori, ma un sistema decisionale farraginoso e decentrato, Parigi ha la capacità di fare branding e un sistema istituzionale più forte e strutturato. Sin dall’inizio di questa campagna acquisti, tutte le operazioni sono state concentrate nelle mani di una élite d’oltralpe, quelli che l’ex direttore chiama “ufficiali di collegamento”, che avrebbero fatto incetta di banche, marchi di lusso e di moda, e tanto altro ancora per indebolire l’Italia. Tutto perché “a ben pensarci – scrive Napoletano – la verità è che i francesi si sentono accerchiati dalla Germania e hanno bisogno di avere cose pregiate italiane per contrapporsi, e quindi fanno un gioco di squadra”.

Quali aziende sono finite nel carrello della spesa francese

Sono tantissime le aziende italiane finite nel “carrello della spesa francese”. Qualche esempio? Il gruppo Kering (ex PPR) ha fatto shopping di griffe come Gucci, Brioni, Pomellato e Bottega veneta, mentre il suo diretto concorrente, LVMH, di proprietà di Bernard Arnault, ha rilevato Loro Piana. Ancora, la Luxottica di Del Vecchio si è fusa con Essilor appartenente sempre allo stesso Arnault. Sul fronte delle telecomunicazione, opera da tempo Vincent Bolloré, che ha conquistato Telecom con una quota pari a circa il 25 per cento del capitale e che ha tentato di prendersi Mediaset.  Nel settore dell’energia, GdF Suez ha acquisito il 23 per cento del capitale della romana Acea, e anche la grande distribuzione non è rimasta a guardare, con il marchio Carrefour che ha inglobato la catena GS, fondata da Giulio Capriotti, oltre a Parmalat, acquisita da Lactalis, ed Eridiana. Dulcis in fundo, le banche. Alla storica acquisizione della Bnl da parte di Bnp-Parisbas, hanno fatto da complemento quella di Cariparma e della Banca popolare di Friulandria alla Crédit Agricole, a cui è seguita la cessione di Groupama e Nuova Tirrena, compagnie di assicurazioni. Una menzione a parte merita poi il caso Unicredit. Ma si tratta, per l’appunto, solo di qualche esempio, citarli tutti diventerebbe lunghissimo.

Il caso Luxottica e il capitalismo familiare italiano

«L’accordo di questo gennaio tra Luxottica e Essilor dà vita al primo gruppo di occhialeria mondiale. Ciò mi ha colpito molto per almeno due motivi. Primo: nella nazionale dei campioni del Made in Italy, quello che abbiamo costruito o che è rimasto dopo che abbiamo perso chimica, informatica, elettronica e chi più ne ha più ne metta, Luxottica è in prima fila e ne è la bandiera. Secondo: non è possibile che anche dove siamo primi in assoluto e ci siamo misurati con i mercati di tutto il mondo, siamo costretti a scoprire che abbiamo fatto tutto ciò senza essere stati capaci di generare una nuova leva familiare e manageriale in grado di guidare e consolidare la crescita del gruppo. No, questo no, è troppo e misura la complessità del problema italiano».

Nel suo racconto, Napoletano si sofferma sul caso Luxottica, che in seguito all’accordo con la francese Essilor ha dato vita al primo gruppo di occhialeria mondiale. E anche se l’azionista di maggioranza è Delfin, la holding della famiglia del fondatore Del Vecchio, l’azienda è quotata a Parigi e delistata dalla Borsa di Milano. Il giornalista si chiede come mai una delle più importanti compagnie italiane, portabandiera del Made in Italy in tutto il Pianeta, “non sia stata capace di generare una leva familiare o manageriale in grado di guidare e consolidare la crescita del gruppo. Questo è troppo” e ha radici profonde, che vanno al di là della politica e delle sue mancanze a sostegno delle aziende, che comunque ci sono state. Mancano, cioè, manager in grado di eliminare gli avvoltoi d’oltralpe e riportare le grandi firme italiane agli alti livelli a cui sono abituate. Il loro obiettivo è chiaro: “Nei circoli internazionali il ragionamento geopolitico prevalente dà per acquisito che i francesi vogliono conquistare il nord dell’Italia e magari lasciare che il sud diventi una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo. Per loro sono dati quasi psicologico-esistenziali”. Ora c’è bisogno di uno sforzo di tutti per evitare che questo scenario diventi realtà.

Ida Adriatico

Non è necessario commentare questa attualità di intrusioni che data dal 1947: se qualcuno ricorda, è la data della risoluzione divisoria alla fine della seconda guerra mondiale. È cambiato qualcosa in meglio o in peggio????

Ancora come prima: migranti, crisi statali, kamikaze o shahid, guerre di sempre, civili assassinati dai bombardamenti, bambini sempre uccisi/Nothing New under the Sun: Migrants, Governmental Crises, Kamikazes or Shahid, the Usual Never-Ending Wars, Civilians Murdered by Bombing, always Children Killed

1) Siria. I missili il vero danno non l’hanno causato ad Assad, ma all’ONU

Opinioni – 15 aprile 2018, di MASSIMO MARNETTO 

I missili sulla Siria il vero danno non l’hanno causato ad Assad, ma all’ONU.

Delegittimata dall’ennesimo intervento militare non autorizzato, il palazzo di vetro si vede ancora una volta ridimensionato a Organizzazione Non Utile. Sia quando emette risoluzioni spesso ignorate; sia quando condanna inutilmente aggressioni unilaterali; sia, infine, quando non riesce nemmeno a pronunciarsi, bloccata dal diritto di veto delle potenze che fanno parte in modo permanente del Consiglio di Sicurezza, per diritto di vittoria nella seconda guerra mondiale. Cioè, in base ad un evento che risale a oltre 70 fa.

Ormai l’ascendente dell’ONU è limitato ai piccoli stati, ma le grandi potenze la ignorano. E se si innervosiscono per qualche decisione percepita come affronto di sovranità, si riservano pure il diritto di non sospendere la loro quota di adesione (vedi Usa). Ora, per il caso Siria, balbetterà qualche dichiarazione, ma sarà acqua fresca, dopo la depurazione verbale a cui ogni documento è sottoposto dagli specialisti delle superpotenze, pagati per parlare senza dire nulla e per verbalizzare l’ovvio.

La perdita di autorevolezza di questa Organizzazione è l’indicatore più inquietante della svalutazione della pace. E della necessità di ogni popolo di badare al nazionalismo in casa propria, in modo che non possa saldarsi a quello di altre nazioni. Perché poi queste comitive esuberanti finiscono sempre per passare la serata bombardando qualcuno.

(Continua su: https://www.articolo21.org/2018/04/siria-i-missili-il-vero-danno-non-lhanno-causato-ad-assad-ma-allonu/).

2) Tre aziende hanno venduto 96 tonnellate di alcol alla Siria: “Lo hanno usato per le armi chimiche”

Secondo la rivista Knack e Syrian Archive, tre aziende belghe hanno esportato in Siria 96 tonnellate di isopropanolo, un materiale chimico “a duplice uso” che potrebbe essere stato usato per la fabbricazione del sarin, il micidiale gas nervino utilizzato nel corso della guerra.

GUERRA IN SIRIA 19 APRILE 2018 13:20 di Mirko Bellis

Tre aziende belghe sono accusate di aver esportato in Siria 96 tonnellate di alcool isopropanolo, una sostanza chimica che, tra gli altri usi industriali, può servire anche per la fabbricazione del sarin, il gas nervino utilizzato a Khan Shaykhun in cui sono morte decine di persone. Secondo quanto emerso da un’inchiesta della rivista Knack e Syrian Archive, le tre società hanno continuato a vendere il prodotto nonostante le regole imposte dall’Unione europea nel 2013 che prevedevano speciali autorizzazioni per il commercio di materiale “a duplice uso” verso il Paese mediorientale.

I carichi di isopropanolo sono partiti dal porto di Anversa tra il 2014 e il 2016. Roland Cassiers, portavoce della Corte penale di Anversa, ha confermato che le compagnie coinvolte sono AAE Chemie Trading, un grossista di prodotti chimici per uso industriale; Anex Customs, un’azienda che forniva servizi amministrativi fino alla sua bancarotta nel 2017; e Danmar Logistics, una società di logistica. L’isopropanolo, noto anche come alcool isopropilico, è considerato un prodotto, al pari del cloro, con molteplici usi legittimi come ad esempio nell’industria farmaceutica o nel settore delle vernici. Ma può essere utilizzato anche nel processo di sintesi di agenti chimici come il sarin, il gas nervino bandito dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993.

Il sarin è stato utilizzato nell’attacco di Khan Shaykhun il 4 aprile del 2017 dove morirono decine di persone. Dai campioni prelevati dall’Organizzazione per la proibizione delle Armi Chimiche (Opcw) sul luogo dell’esplosione è emerso che l’uso del gas sarin è stato dimostrato “in maniera incontrovertibile”. I test di laboratorio, inoltre, hanno provato che per la produzione dell’arma chimica è stato utilizzato proprio l’isopropanolo. Secondo il tossicologo belga Jan Tytgat, la morte provocata da questa sostanza chimica è molto dolorosa e la dose letale di sarin per gli adulti è stimata in meno di 1 milligrammo.

Sulla base delle informazioni contenute nel database delle Nazioni Unite sul commercio internazionale Comtrade, è emerso anche che diversi Paesi hanno continuato a commercializzare l’isopropanolo in Siria in questi anni.

I dati mostrano che dal 2014 circa 1.280 tonnellate di propanolo e isopropanolo (le due sostanze sono registrate con lo stesso codice) sono stati esportati in Siria, la maggior parte proveniente da Emirati arabi uniti e Libano. Le statistiche delle Nazioni Unite mostrano anche come il Belgio sia stato l’unico Stato europeo ad aver continuato il commercio verso il Paese mediorientale nonostante le restrizioni imposte dall’Unione europea.

Secondo Francis Adyns, funzionario del dipartimento delle finanze belga, “L’isopropanolo è impiegato, tra le altre cose, come solvente nell’industria delle vernici, come disinfettante in ambito sanitario e come refrigerante”. “Le autorità doganali non sono a conoscenza di nessun altro uso di questa sostanza chimica e le esportazioni – ha precisato Adyns – sono avvenute nel corso di decenni agli stessi clienti”. La prima udienza del processo a carico delle tre aziende è stata fissata per il prossimo 15 maggio, ha fatto sapere Johan Van Overtveldt, il ministro delle finanze belga.

Dal canto loro, le tre società si sono difese affermando di aver agito in buona fede. AAE Chemie ha confermato di aver esportato isopropanolo in Siria, ma ha anche sottolineato che ha venduto questo prodotto da almeno 20 anni a clienti che appartengono all’industria delle vernici e della lavorazione del cuoio e “nessuna di queste società sembra essere in lista sospetta”. Secondo la versione delle tre aziende belghe, inoltre, le autorità doganali hanno sempre approvato le spedizioni verso la Siria senza aver mai trovato nulla da ridire. Ma i magistrati stanno indagando in totale 24 spedizioni avvenute tra maggio 2014 e dicembre 2016 e, oltre all’isopropanolo, sono finite nel mirino anche 219 tonnellate di acetone, 77 tonnellate di metanolo e 21 tonnellate di diclorometano. Sostanze chimiche partite dal Belgio senza nessuna autorizzazione nonostante le sanzioni al regime di Bashar al Assad.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/tre-aziende-hanno-venduto-96-tonnellate-di-alcol-alla-siria/ – http://www.fanpage.it/).

2.1) Siria, sospetto attacco con i gas: il bilancio sale a 58 morti (fonte: https://www.youtube.com/watch?v=EO8UsLBWMgc).

2.2) Siria, Putin: Ok attacco con Onu se ci sono le prove dell’uso armi chimiche (fonte: https://youmedia.fanpage.it/video/aa/UicLJuSwK_83hzZ9).

2.3) Siria, almeno 70 morti per attacco chimico: i primi soccorsi ai bambini (fonte: https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WsnYtOSwmGtXKAqv).

2.4) Siria, Usa: “Abbiamo prove che Assad è responsabile dellʼattacco chimico” (fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/siria-usa-abbiamo-prove-che-assad-e-responsabile-dell-attacco-chimico-_3134052-201802a.shtml).

2.5) Attacco chimico in Siria: 72 morti. Onu: orrore e indignazione (fonte: https://www.youtube.com/watch?v=5Lt4YASfKfw).

2.6) Siria, Obama: “Grande preoccupazione per l’uso di armi chimiche” (https://youmedia.fanpage.it/video/aa/Uhhs0uSwK_83gz74).

Quando emergono dati compromettenti per delle nazioni e delle società che vendono prodotti usati come armi o loro componenti si scatena l’inverosimile, si cerca di distogliere l’attenzione facendo sembrare che non si era a conoscenza di come erano usati poiché avrebbero potuto essere usati per altri scopi: insomma il mischiare le carte serve a coprire le magagne precedenti e future, poiché si verrà a trovare esperti consenzienti, controlli addomesticati e tutto resta quasi come prima. Più i tempi si allungano e più istituzioni sono coinvolte, i processi hanno date future e così si cerca di diminuire le responsabilità palesi di questi benefattori della distruzione dell’umanità. È anche palese che ciò che è stato spedito è arrivato al fine che doveva produrre, con la conseguenza che vedrà altri assassini in nome del solito soldo che era lo scopo finale di tutta quella produzione, anche se va a scapito di popolazione intere; ma quelle contano molto, molto poco. Le compenseranno inviando loro qualche pacco omaggio di cibo, facendo bella figura in qualità di difensori di un’umanità che è sempre più ributtante.

3) Nigeria, assalto in una chiesa durante la messa: uccisi due preti e 17 fedeli

L’episodio nello Stato nigeriano del Benue dove da tempo sono in corso scontri tra pastori nomadi, per lo più musulmani, e gli agricoltori, che sono prevalentemente cristiani.

AFRICA 25 APRILE 2018 11:10 di Antonio Palma

Ancora sangue in Nigeria e ancora una volta ad essere presa di mira è una chiesa cristiana. Nelle scorse ore infatti un commando armato ha assaltato un edificio religioso dove era in corso una messa per i fedeli facendo una strage di fedeli. L’episodio nella chiesa di un villaggio remoto nello Stato nigeriano del Benue, Mbalom. Gli assalitori hanno fatto irruzione armi in pugno nella struttura sparando all’impazzata e uccidendo 19 persone . A terra sono rimasti i due presti che celebravano la messa e 17 fedeli. Secondo quanto ha affermato alla Cnn il portavoce della polizia locale, Terver Akase, gli aggressori sarebbero dei mandriani musulmani di etnia Fulani che avrebbero preso di mira l’intero villaggio appiccando anche il fuoco a una cinquantina di abitazioni ai campi agricoli circostanti prima di andare via.

“Sono in programma degli arresti perché stanno diventando sempre più sfrontati”, ha aggiunto il portavoce sottolineando che nella stessa zona alcuni giorni fa un altro assalto ha fatto dieci vittime tra i residenti. Secondo quanto riportato dai media locali, l’assalto potrebbe rientrare nello scontro in atto da tempo tra pastori Fulani, per lo più musulmani, e gli agricoltori, che sono prevalentemente cristiani, ma che negli ultimi tempi si è inasprito fino agli assalti armati. Almeno 72 persone infatte sono state uccise dall’inizio dell’anno a causa degli scontri tra pastori nomadi e agricoltori nella parte centrale del paese dell’Africa occidentale.

Antonio Palma

(Continua su: https://www.fanpage.it/nigeria-assalto-in-una-chiesa-durante-la-messa-uccisi-due-preti-e-17-fedeli/http://www.fanpage.it/).

Che si continuino ad uccidere cristiani, e tanti (anche se i numeri esatti sono pubblicati solo in qualche rivista) ce lo confermano i vari giornali che danno queste notizie e che non sono collegati ai media comuni. Preti, vescovi, civili, donne e bambini sono quasi sempre preparati ad essere uccisi o a fuggire verso territori che potrebbero lasciarli in pace, anche se così non è. Le notizie arrivano molto molto sguarnite delle informazioni su ciò che veramente è successo. Hanno voglia i vari cardinali e vescovi rimasti a gridare le loro paure circa una scristianizzazione di massa: ad ascoltarli sono veramente molto pochi e giornali e riviste che rivoltano lo stomaco sono lasciati, il più delle volte, non letti. Così un’altra pagina di assassinii (probabilmente programmati) è avvolta dalla noncuranza dei governi che chiudono occhi e orecchie… e il tutto diventa secondario. Fatti più concreti, ma forse un po’ gonfiati, sono riproposti per spaventare materialmente, come un virus, come l’ebola che non guarda in faccia a nessuno… O come il petrolio, da estrarre proprio nei paesi più ricchi, che in realtà sono i più poveri perche il petrolio del loro territorio non è utilizzato a beneficio della popolazione locale sempre più indigente, ma delle ditte straniere che fanno i propri interessi. E se la religione cerca di svegliare la popolazione con l’istruzione e le nuove realtà digitalizzate, allora si può perseguire, sempre indirettamente, anche la religione, qualunque essa sia, facendo ricadere la colpa su capi di stato corrotti (che lo sono veramente) e sui soliti rivoluzionari che ormai non mancano in nessuna parte di ogni paese. Anche qui le fake o realtà gonfiate o addirittura inventate contribuiscono a far fuggire la gente dai propri paesi, promettendo terre più sicure dove vivere bene anche, se queste proposte sono finestre dipinte sul muro contro cui ci si scontra irrimediabilmente e crudelmente.

3.1) Nigeria: doppio attacco kamikaze, strage in moschea e al mercato

Da Euronews – ultimo aggiornamento: 02/05/2018

La prima esplosione in moschea, la seconda al mercatino, pochi minuti dopo; almeno 60 i morti causati da due kamikaze il primo maggio a Mubi, città nel nord-est della Nigeria. Gli attacchi arrivano nelle ore della visita del presidente nigeriano a Washington, dove ha ringraziato Donald Trump per il suo aiuto contro Boko Haram; il gruppo jihadista proprio lo scorso novembre aveva colpito la stessa cittadina con un assalto simile causando una cinquantina di morti.

Questa volta a farsi esplodere sarebbero stati due ragazzi, il secondo ha mietuto vittime proprio tra i fedeli in fuga dalla moschea dopo la prima esplosione.

Dal 2009 Boko Haram terrorizza la Nigeria in tutto 20mila sono state le vittime e 2,6 milioni gli sfollati.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/05/02/nigeria-doppio-attacco-kamikaze-strage-in-moschea-e-al-mercato?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+euronews%2Fit%2Fhome+%28euronews+-+home+-+it%29).

4) Vincono 10.000 euro e li devolvono all’amico cieco 

Prodigi informatici e generosità – Vincono 10mila euro e li devolvono al loro amico che sta diventando cieco

Vincono 10.000 euro e li devolvono all’amico cieco | Prodigi informatici e generosità

Il loro team si chiama New Horizon e loro sono dei ragazzi che, conosciutisi tra i banchi di scuola, hanno deciso di fare squadra per sviluppare al massimo le loro competenze informatiche, la più grande passione che hanno. Sono talmente bravi da essersi messi in mostra con i loro progetti addirittura a livello nazionale. L’ultima loro impresa è stata vincere un premio di 10.000 euro per aver sviluppato un’app che permette alle persone con disabilità di usare al meglio i social network. Non hanno però solo una grande testa, hanno anche un grande cuore perché quei 10.000 euro hanno deciso di devolverli al Comitato Maculopatie Giovanili dell’A.P.R.I. Onlus e a un loro amico che sta perdendo la vista, ma non la voglia di crescere nel mondo dell’informatica. Con quei soldi potrà comprarsi anche il computer che tanto desidera.

(Fonte: http://www.torinotoday.it/video/soldi-premio-amico-cieco.html).

5) Ritrovate le due gemelline di 4 anni scomparse a Udine: si erano perse nel bosco col cane

Finita la paura a Udine per la scomparsa di due bambine che si erano allontanate da casa a Tarcento, mentre la madre stava cucinando. Tutto il paese si è mobilitato per le ricerche.

CRONACA ITALIANA 25 APRILE 2018 10:17 di Susanna Picone

L’allarme era scattato nel pomeriggio del 24 aprile. Due gemelline di quattro anni, Elisabetta e Adele, non si trovavano più. Erano scomparse da un piccolo paesino sopra Tarcento (Udine). Per ore centinaia di soccorritori hanno partecipato alle ricerche e fortunatamente nella notte è arrivato il lieto fine. Le due bambine, che si erano perse nel bosco, sono state ritrovate. Le due bimbe erano in compagnia del loro pitbull Margot lungo un sentiero che porta al comune montano di Montenars. Si erano perse nel bosco e avevano camminato a lungo a piedi sbagliando più volte la strada per cercare di ritornare a casa dai loro genitori. Le bimbe si erano allontanate da casa insieme con il proprio cane, che è rimasto accanto a loro per tutto il tempo, mentre la mamma stava cucinando. È stata proprio la donna a dare l’allarme prima delle 20 quando si è accorta che le figlie non si trovavano in casa. A trovarle dopo sei ore di angoscia sono stati dei volontari. Uno di loro ha ricostruito quelle ore in un post su Facebook: “Comincio a parlare a entrambe, Adele è vigile e quasi vivace, Elisabetta è un po’ più frastornata e sta più sulle sue”, descrive così gli attimi del ritrovamento.

Le gemelle stanno bene – Da quanto si apprende, le bambine erano sicuramente stanche, ma in buone condizioni di salute tanto che non è stato necessario neppure portarle in ospedale. Rifocillate e rassicurate, sono state poi riportate a casa intorno alle due, salutate da un lungo applauso liberatorio per i tanti soccorritori che a tempo record si erano messi in moto. Alle ricerche hanno partecipato carabinieri, polizia, protezione civile, soccorso alpino, guardie giurate e tanti volontari. Nella zona della loro abitazione era stato allestito un punto base per le ricerche, illuminato dalle cellule fotoelettriche. Nell’area della scomparsa ha operato anche l’elicottero militare con termocamera arrivato da Casarsa.

Susanna Picone

(Continua su: https://www.fanpage.it/ritrovate-le-due-gemelline-di-4-anni-scomparse-a-udine-si-erano-perse-nel-bosco-col-cane/http://www.fanpage.it/).

6) L’ISIS controlla traffico migranti verso l’Italia”, dice ora il Governo (senza prove)

Il ministro Orlando parla dell’ipotesi che “fiduciari dell’Isis svolgano ruoli cruciali di controllo e di indirizzo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia”. Eppure solo qualche mese fa la relazione dei servizi segreti sconfessava questa possibilità. E lo stesso Orlando dice che “non c’è la pistola fumante” e dimostra di fare confusione fra rotta balcanica e barconi. E dunque? Perché il nostro Governo torna (di nuovo) a cavalcare la questione?

4 AGOSTO 2016 13:05 di Adriano Biondi

Qualche mese fa, nella Relazione al Parlamento, i servizi segreti smentivano la possibilità che la minaccia terroristica per il nostro Paese potesse essere direttamente legata ai flussi migratori e, in particolare, agli sbarchi sulle coste siciliane e calabresi. O meglio ancora, ribadivano che “il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri”. I terroristi non arrivano con i barconi, fu la nostra sintesi.

I fatti degli ultimi mesi, con attentati e azioni in Francia e Germania, hanno riportato in auge il dibattito sulla minaccia terroristica per il nostro Paese. E dunque, sulla questione dei barconi come mezzo di infiltrazione di potenziali terroristi in Italia e sul peso che le organizzazioni terroristiche abbiano nel controllo dei flussi migratori.

Sul punto è intervenuto proprio ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in Parlamento per un’audizione al Comitato Schengen. Le parole del Guardasigilli sono piuttosto rilevanti perché in qualche modo contraddicono la relazione dei servizi e inseriscono elementi nuovi nella riflessione sulla minaccia terroristica per il nostro Paese. “Dalle informazioni disponibili risulta in corso una serrata verifica investigativa sull’ipotesi che fiduciari dell’ISIS svolgano ruoli cruciali di controllo e di indirizzo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia”, ha detto Orlando. Tradotto: l’ISIS controlla il traffico di uomini in Libia, gestisce gli scafisti e potrebbe “dare direttive sui criteri di distribuzione territoriale dei migranti”.

E al Corsera oggi aggiunge: “È una pista investigativa che ha preso corpo nelle ultime settimane; non abbiamo trovato la ‘pistola fumante’, ma ci sono indizi su cui ha richiamato l’attenzione anche il procuratore nazionale antiterrorismo Roberti”.

Il ministro non ha detto altro, sul punto, ricordando che le indagini sono ancora in corso. Ma è fuori discussione il fatto che questa linea rappresenti una cesura importante per quel che concerne l’approccio dell’esecutivo alla questione. Ma tanto è bastato per far scatenare una vera e propria bolgia:

(…)

Qualche mese fa era stata l’Europol a dare l’allarme: “Abbiamo individuato alcuni collegamenti in casi recenti tra sospetti terroristi e canali migratori, anche nell’uso di documenti falsi. Ed è confermato che due degli attentatori di Parigi avevano utilizzato il canale della migrazione”. Sul traffico di migranti, si riferiva di aver “identificato 40mila persone coinvolte nel traffico di migranti in Europa”, che “utilizzano canali illegali per disporre di documenti falsi e di mezzi di trasporto e per trasferire denaro” e che fanno parte di “tante piccole bande criminali provenienti da vari Paesi”. E Frontex ancora prima: “Gli attacchi di Parigi hanno chiaramente dimostrato che i flussi di migranti irregolari possono essere utilizzati dai terroristi per entrare nella Ue”.

Il punto centrale della questione, però, è il rischio di fare confusione e mandare messaggi facilmente fraintendibili. In questo, anche il nostro Governo ha delle responsabilità (e non è nemmeno la prima volta). Europol e Frontex, ad esempio, si riferivano alla rotta balcanica, più “sicura” per eventuali infiltrati e ben più affollata nei mesi passati (basta dare un’occhiata ai dati ufficiali). La rotta del Mediterraneo centrale è da sempre un problema, sia perché “non sicura”, sia per le attività di controllo delle autorità egiziane, sia per l’instabilità dell’area libica.

Addirittura la relazione dei servizi metteva in contrapposizione le due questioni.

Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, che quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri, si presenta più concreto lungo l’asse della rotta balcanica, specialmente in relazione ad un quadro informativo che attesta: le vulnerabilità di sicurezza legate all’imponente flusso di profughi provenienti dal teatro siro-iracheno; la centralità della regione quale via di transito privilegiata bidirezionale di foreign fighters, oltre che – come già detto – quale zona di origine di oltre 900 volontari arruolatisi nelle file del jihadismo combattente; la presenza nell’area di realtà oltranziste consolidate, in grado di svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione dei migranti.

La chiusura della rotta balcanica ha cambiato questo quadro? Difficile escluderlo, ma di certo è tutto da dimostrare. Quello che appare difficilmente comprensibile è il perché di una comunicazione di questo tipo da parte di esponenti di primissimo piano del Governo, specie in un momento di tensioni legate alla ripresa massiccia dei flussi e dunque alla necessità di chiedere un ulteriore sforzo ai Comuni in materia di accoglienza.

Anche perché, nelle parti successive della sua audizione, Orlando dimostra di conoscere perfettamente qual è l’ambito sul quale si concentra l’azione investigativa e di contrasto a una eventuale minaccia terroristica al nostro Paese.

Come scrivevano i servizi, infatti, bisogna considerare: “il ruolo giocato da foreign fighters di estrazione europea nella promozione, pianificazione e realizzazione di azioni violente”, il peso sempre crescente degli homegrown mujahidin, “soggetti nati o cresciuti o radicalizzatisi in Occidente (sia convertiti sia reborn muslims, vale a dire immigrati di seconda/terza generazione che hanno riscoperto l’Islam in chiave estremista), pronti a convergere verso le zone del Califfato o a compiere il jihad sui territori di residenza”; la minaccia “puntiforme, riferibile all’universo composito di elementi autoctoni ed autoreclutati”, che si alimenta in circuiti radicali online e che è riferibile a “individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni “di cordata” o all’influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al “credo” jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della microdelinquenza, dello spaccio e delle carceri”.

Soprattutto nelle carceri, come spiega proprio Orlando: “Grazie al monitoraggio continuo abbiamo rilevato, dopo gli ultimi fatti di terrorismo, manifestazioni di esultanza e di simpatia nei confronti degli attentatori. Anche da parte di chi non era stato ancora segnalato come ‘radicalizzato’. In tutto, rispetto ai circa 10.000 detenuti di religione islamica, di cui 7.500 praticanti, parliamo di 350 persone che a vario titolo destano segnali di preoccupazione”.

Adriano Biondi

(Continua su: https://www.fanpage.it/isis-controlla-traffico-migranti-verso-l-italia-dice-ora-il-governo-senza-prove/http://www.fanpage.it/).

Ci stiamo accorgendo che qualcosa non funziona bene nella società della nostra Italietta e ci sono delle spie molto evidenti anche se di grosso, fino ad ora, non è successo nulla, inspiegabilmente.

Il sottobosco della radicalizzazione islamica estrema non promette un futuro roseo, anche se è vero e constatabile che nelle regioni più calde non c’è distinzione tra terrorismo in chiese o in moschee e gli assassinii riguardano tutti, senza distinzione di religione: il terrorista deve assassinare tutti e, se anche prima chiede di cambiare religione, poi fa fuori tutti quanti, specie se è imbottito delle solite droghe o di quelle più nuove e più potenti che distruggono il senso critico circa quello che si sta facendo: onnipotenza diabolica innanzitutto e distruzione di massa… bambini, donne, anziani, disabili, ammalati… non c’è differenza. Intanto le liste dell’esercito degli innocenti si allungano, mentre gli stati stanno a guardare, fornendo però le armi, anzi vendendogliele e poi mandando qualche sacco di riso per dimostrare, anzi coprire, il male che fanno con una umanità da schifo.

7) Sui libri di storia non c’è il bambino di 8 anni impiccato nei campi di concentramento dei nazisti, ma lo si deve ricordare anche se non appartiene ai vip o politici.

Storia di Sergio De Simone, il bimbo napoletano che fu cavia e vittima in un lager nazista

Il bambino napoletano Sergio De Simone, originario del Vomero, fu l’unico italiano sottoposto a sperimentazione medica in un campo di concentramento nazista. Il bimbo di appena 8 anni fu prima trattato come una cavia umana e poi ammazzato insieme ad altri 19 compagni di sventura. Dopo anni di oblio nel Giorno della Memoria si ricorda anche il suo sacrificio.

NAPOLIULTIME NOTIZIE 27 GENNAIO 2018 18:44 di Ciro Pellegrino

Aveva otto anni, Sergio De Simone, quando dal quartiere napoletano del Vomero venne deportato prima ad Auschwitz e poi ad Amburgo e qui sottoposto a sperimentazioni pseudoscientifiche prima di essere ucciso. La sua colpa? L’origine ebraica e il vivere in Italia dove le folli leggi razziali del fascismo diedero la possibilità ai nazisti di scatenare la ‘caccia al giudeo’ e la successiva deportazione nei campi di sterminio.

Sergio De Simone è passato alla storia per essere l’unico bimbo italiano sottoposto a sperimentazioni in un lager. Il medico e criminale nazista Kurt Heissmeyer si fece assegnare 20 piccoli ebrei come cavie che gli furono procurati facendoli prelevare dal campo di sterminio di Birkenau dall’altrettanto tristemente celebre dottor Josef Mengele. Il nazista, entrando nella baracca dei bambini per selezionarli disse: «Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti». Ai bimbi così selezionati e successivamente trasferiti nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo, vennero inoculati bacilli della turbercolosi, allo scopo di verificare strampalate teorie. Vennero poi tutti barbaramente ammazzati a pochi giorni dalla Liberazione, nei sotterranei della scuola amburghese di Bullenhuser Damm.

Dopo anni di triste oblìo, la storia di Sergio e della sua famiglia è stata acquisita a pieno titolo nella memoria delle atrocità naziste da ricordare nel Giorno della Memoria che cade il 27 gennaio di ogni anno. Al piccolo l’Azienda Ospedaliera Santobono Pausilipon ha intitolato la struttura ‘Palabimbo‘.

Ciro Pellegrino

(Continua su: https://napoli.fanpage.it/storia-di-sergio-de-simone-il-bimbo-napoletano-che-fu-cavia-e-vittima-in-un-lager-nazista/http://napoli.fanpage.it/).

Spesso e volentieri, i libri di storia cancellano quello che è successo nel passato non più controllabile e gli allievi assorbono e prendono per vero quello che c’è scritto anche se non corrisponde necessariamente a quello che è successo, ma è scomodo ricordare. Infatti, i bambini e i giovani che vengono istruiti secondo le convinzioni dell’insegnante assorbono ed immettono nella loro memoria una modalità di pensiero da seguire piuttosto di altre, cancellate o ricordate molto tardivamente e ormai non più presenti nella memoria di chi ha acquisito altre teorie. I lager nazisti insegnano: gli stupri dei soldati che invadevano i paesi non sono ricordati. Mentre i bambini nati, per loro sfortuna, da mamme violentate dagli eserciti (che si sono trovate con figli da mantenere e sono state nel contempo disprezzate), sono tenuti, assieme alle loro madri, lontano dalla massa istruita a disprezzare, abbiamo il caso dei bambini di Hitler o altre idiozie che però crearono eserciti di disambientati, di umani cresciuti secondo il disprezzo e la violenza di chi li manteneva male. Si ricordi che furono il frutto delle migliaia di relazioni fra donne norvegesi e soldati del Reich, procreazioni che, negli anni dell’ occupazione nazista, i comandanti tedeschi incoraggiarono in nome della realizzazione della pura razza germanica. I bambini nati furono messi in case speciali in Germania e poi in Norvegia (case Lebensborn, dal “Progetto Lebensborn” o Progetto Sorgente di Vita). Tuttavia, presto i bambini diventarono poveri derelitti disprezzati, non voluti, violentati e alla mercé di criminali. In ogni luogo dove ci sono guerre, anche se non ci sono le Lebensborn, è come se ci fossero: bambini non voluti ce ne sono a migliaia, spesso anche col “regalino”, e cioè con le malattie sessuali di cui è portatore il violentatore e che spesso devono essere curate a vita.

8) Chi sono i Bacha-bazi, i bimbi abusati “per gioco”: li vestono da donna e poi li stuprano

Hanno tra gli otto e i quattordici anni, provengono da famiglie povere, vengono comprati o rapiti, costretti a ballare indossando abiti femminili e a soddisfare sessualmente i loro “proprietari”. Sono i Bacha-bazi, i “bambini per gioco”, giovani vittime della pedofilia che in Afghanistan continua ad essere tollerata.

ESTERI 18 FEBBRAIO 2017 10:22 di Mirko Bellis

In Afghanistan le relazioni omosessuali sono punite severamente, tuttavia, la pedofilia è praticata e tollerata. I Bacha-bazi (letteralmente “bambini per gioco”) sono ragazzini, tra gli otto e i quattordici anni, costretti ad indossare abiti femminili, a ballare e cantare nelle feste per intrattenere uomini molto più grandi di loro. Vengono rapiti, adescati per strada e negli orfanotrofi o venduti dalle loro stesse famiglie e, alla mercé dei loro “padroni”, finiscono per essere abusati sessualmente.

Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef in Italia, nel 2015 scriveva: “I ‘proprietari’, chiamiamoli così, dei Bacha-bazi approfittano della condizione di povertà in cui vivono questi bambini e le loro famiglie, sapendo che i genitori non posso rifiutarsi o denunciarli, perché sono troppo potenti e influenti e nessuno avrebbe il coraggio di opporsi”. Sono proprio i “signori della guerra” ­– come denunciò nel 2010 il documentario “The dancing boy of Afghanistan” del giornalista Najibullah Quraishi – i principali responsabili di rubare l’identità e la sessualità dei ragazzi costringendoli a travestirsi da donne per il loro piacere. Per i comandanti militari e i membri dell’élite avere un proprio “harem” di Bacha-bazi rappresenta uno status sociale, simbolo di potere e influenza. “Le donne sono per crescere i figli, i ragazzi sono per il piacere”, recita un detto comune in molte parti dell’Afghanistan. Questa forma di sfruttamento, radicata per decenni nelle regioni settentrionali ­– dove i Mujaheddin durante l’occupazione sovietica trascorrevano lunghi periodi lontano da casa assieme ai bambini soldato – negli ultimi anni ha cominciato a diffondersi nelle aree controllate dai talebani. E anche tra le fila dell’esercito afghano i ragazzi sono costretti a vestirsi da donna, a ballare e avere rapporti sessuali. Se si rifiutano, vengono uccisi, come ha segnalato il blogger Asfandyar Bhittani suo suo account Twitter.

Totale impunità

Nell’Afghanistan dilaniato da decenni di guerra, gli aguzzini dei Bacha-bazi godono di totale impunità. Di fronte allo sfruttamento sessuale dei minori, le autorità locali spesso chiudono un occhio a causa dello strapotere degli sfruttatori. E anche ai militari statunitensi, come ha denunciato un’inchiesta del New York Times del 20 settembre 2015, i superiori avevano imposto di non intervenire né denunciare gli abusi sessuali, neanche quando gli alleati afghani abusavano dei ragazzini nelle basi militari. “Durante la notte li sentivamo gridare, ma non potevano far nulla. Non ci era permesso”, raccontò al Nyt il padre del caporale Gregory Buckley, rimasto ucciso in Afghanistan nel 2012. Questa orribile pratica di sottomissione e di pedofilia è resa possibile anche dal fatto che nessuno di questi bambini denuncia i suoi aggressori. Oltre alle violenze già subite, i Bacha-bazi finirebbero per essere accusati di omosessualità, un reato castigato duramente in Afghanistan, anche con la pena di morte, soprattutto nelle zone rurali dove i capi locali dei villaggi godono di un potere assoluto. Nel dicembre del 2016, a seguito dell’ondata di violenza che ha colpito il nord-est del Paese, la Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan (Aihrc) ha notato un aumento significativo dei Bacha-bazi. Hayatullah Amiri, a capo della Aihrc, ha sollecitato il parlamento afgano ad approvare una legge per prevenire questa piaga sociale. La commissione sottolinea che, sebbene il diritto penale dell’Afghanistan vieti lo stupro e la pedofilia, non ci sono disposizioni chiare per impedire gli abusi sui Bacha-bazi.

Usati come bombe dai talebani

I Bacha-bazi non solo vengono costretti a convertirsi in concubine. E’ stato documentato che alcuni di questi ragazzi sono stati impiegati anche nelle missioni suicide dei talebani. Nell’aprile del 2015, le forze di sicurezza afghane hanno arrestato un sedicenne prima che si facesse esplodere. Dalle indagini è emerso che il ragazzo era stato rapito e violentato da quattro comandanti talebani, per poi essere diretto dai suoi carnefici verso il suo obiettivo, il distretto centrale di polizia a Kabul. Secondo l’agenzia di stampa France Press, gli integralisti islamici, tristemente noti per le loro punizioni alle donne, userebbero l’attrazione dei funzionari governativi per i Bacha-bazi per tendere delle trappole alla polizia e compiere attentati nel sud del Paese.

Traumi permanenti

“Essere un “bambino danzante” – ha affermato Andrea Iacomini – vuol dire subire un forte danno psicologico, dovuto al cambio di personalità, essere picchiato e vittima di ripetute violenze carnali da parte del proprio padrone o dei suoi amici”. Quando raggiungono i 18 anni i Bacha-bazi vengono liberati ma il futuro che li aspetta è fatto di esclusione sociale e discriminazione. La condizione di sottomissione in cui sono costretti a vivere questi ragazzi segnerà per sempre le loro esistenze. “Le vittime soffrono gravi traumi psicologici “, ha confermato un rapporto della Commissione per i diritti umani in Afghanistan. “Nella mente dei ragazzi – prosegue la relazione – si instaura un sorta di disperazione e un sentimento di ostilità e vendetta, con il rischio che, una volta adulti, diventino a loro volta carnefici ripetendo il ciclo degli abusi”.

Sempre più bambini vittime della guerra

La crescente violenza che continua ad insanguinare l’Afghanistan è stata confermata anche dall’Onu. La Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama) ha reso noto che nel 2016 ci sono state quasi 11.500 vittime civili (3.498 morti e 7.920 feriti), un aumento del 3% rispetto all’anno precedente. A pagare di più le conseguenze della guerra sono stati proprio i bambini: quasi mille i minori morti e 2.589 i feriti, un incremento del 24% rispetto al massimo mai registrato finora.

Mirko Bellis

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Se il nome è nuovo per molte persone, è un trucco abbastanza comune per far fissare l’attenzione su un singolo paese che si etichetta come pervertito. Ma ci si illude: è così in tutto il mondo; i Bacha-bazi ci sono in tutto il mondo sotto altro nome. Abbiamo capito che si può dire che in tutto il mondo ci sono pervertiti che cercano questo gioco perché hanno soldi e portano in queste cliniche soprattutto bambini/e per dar loro un aspetto sessuale più consono ai loro gusti. Queste cliniche scoperte in Brasile sono state trovate anche in altri stati. Se poi consideriamo l’articolo “Il sexgate esplode all’ONU: centinaia di abusi sessuali in un clima d’omertà”… (per approfondimenti: https://www.globalist.it/world/2018/01/18/il-sexgate-esplode-all-onu-centinaia-di-abusi-sessuali-in-un-clima-d-omerta-2018017.html).

9) Afghanistan, Onu: “30 bambini uccisi in un raid dell’esercito contro una scuola”

L’esercito afghano il 2 aprile scorso avrebbe ucciso almeno 30 bambini in un raid aereo realizzato contro una scuola coranica della provincia settentrionale di Kunduz. Lo ha reso noto la Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama).

ASIA 7 MAGGIO 2018 20:54 di Susanna Picone

Il 2 aprile scorso almeno trenta bambini sarebbero stati uccisi dall’esercito afghano in un raid aereo realizzato contro una scuola coranica della provincia settentrionale di Kunduz. È quanto ha reso noto oggi a Kabul la Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama). Nel rapporto frutto di una indagine sull’operazione che fu presentata dai vertici militari come diretta a eliminare alti responsabili talebani nel distretto di Dasht-i-Archi, l’Onu ha precisato che provocò trentasei morti e settantuno feriti. Di questi, trenta morti e cinquantuno feriti in realtà erano dei bambini. Solo sei persone decedute nel raid aereo sarebbero stati dunque adulti. Dopo aver precisato questo, l’Unama ha fatto sapere di non aver potuto verificare con certezza se all’interno del seminario vi fossero talebani e ha raccomandato di impartire all’esercito direttive inerenti il rispetto del diritto umanitario internazionale.

Cinque agenti uccisi dai talebani – Il portavoce dei talebani, Qari Yussouf Ahmadi, ha intanto rivendicato con una dichiarazione inviata ai media un attacco avvenuto nella provincia di Kandaharattacco avvenuto nella provincia di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Nell’attacco – secondo quanto reso noto da un portavoce del capo della polizia provinciale – almeno cinque agenti sono stati uccisi e altri nove sono rimasti feriti. Nel corso dell’attacco – avvenuto nel distretto di Marouf, vicino al confine con il Pakistan – c’è stato anche uno scontro a fuoco con la polizia in cui sono morti quindici talebani e una decina sono rimasti feriti. Lo scontro a fuoco è durato varie ore dopo che sono arrivati i rinforzi delle forze di sicurezza.

Susanna Picone

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Niente di nuovo nell’osceno bombardamento di scuole per bambini. Ormai ci hanno abituato ad assistere impotenti e ad arrabbiarci nel sapere che sono ancora bombardate le scuole, gli ospedali, i centri di soccorso. Dove è finita l’umanità di una volta? Cosa si pensa di fare ora che gli aerei, dove aver bombardato una volta, aspettano che accorrano i volontari e poi bombardano una seconda volta per poter uccidere più persone? È questa l’ultima trovata scaltra e terribile per far fuori più gente: aspettando i volontari che accorrono e che sono di intralcio a chi bombarda una prima volta.

Vigliacchi, come sempre, e crudeli anche i piloti, che non si rifiutano di bombardare i civili e soprattutto i bambini che sono il nostro ed il loro futuro. Non capiscono proprio nulla. Gli scontri a fuoco sui civili sono la più vile espressione di crudeltà fine a se stessa! Essa suscita nei sopravvissuti una rabbia che, anche se spenta dall’impotenza a reagire, presto o tardi si farà viva per dare pane al pane e vendetta nei confronti di una guerra che non si dimentica, ma che giace in fondo agli istinti di chi ha subito.

10) Parma, arrestate due maestre: maltrattavano e terrorizzavano bambini piccoli

Sono state arrestate dai carabinieri a Colorno, un comune della provincia di Parma, due insegnanti responsabili di maltrattamenti nei confronti di bambini di età compresa tra i 3 ed i 5 anni. Le vittime, terrorizzate, erano costrette a subire ripetute violenze fisiche e psicologiche e punizioni quando disobbedivano.

CRONACA ITALIANA 23 MAGGIO 2018 08:56 di Susanna Picone

L’ultimo caso di violenze e maltrattamenti in una scuola ai danni di bambini piccoli arriva da Colorno, Comune di circa 9000 abitanti nella provincia di Parma, dove i carabinieri hanno arrestato due maestre. Maestre che appunto avrebbero maltrattato e terrorizzato coi loro comportamenti dei bambini piccoli di età compresa tra i tre e i cinque anni. Secondo quanto accertato dai carabinieri, le giovanissime vittime della scuola dell’infanzia di Colorno sarebbero state costrette dalle due insegnanti, ora agli arresti domiciliari, a subire ripetute violenze fisiche e psicologiche e punizioni restrittive.

Bambini puniti dalle due insegnanti quando disobbedivano ai loro ordini – “Mangia col piatto in mano come un animale”, è ad esempio una delle frasi che una delle due insegnanti finite in manette avrebbe urlato a un bambino che aveva disobbedito al suo ordine di restare immobile. Le indagini che hanno portato all’arresto delle due insegnanti sarebbero scattate in seguito alla segnalazione della mamma di una bambina che frequenta l’asilo nel Parmense. Il materiale investigativo è stato raccolto per circa un mese: gli inquirenti parlano di “clima di terrore e soggezione ingenerato nella piccole vittime”.

Sulla vicenda interviene il sindacato Gilda degli Insegnanti – La Gilda degli insegnanti, appresa la vicenda, ha chiesto vengano mostrati i video dei maltrattamenti. Salvatore Pizzo, coordinatore della Gilda di Parma e Piacenza, ha detto che “solo guardando le immagini potremo renderci conto almeno parzialmente di cosa è successo a Colorno”. “È opportuno – ha aggiunto – che il legislatore indichi espressamente quando una ramanzina o punizione comminata a un alunno discolo è legale e quando si sconfina nell’illecito penale. Ricordiamo che anche la giurisprudenza in passato in passato ha precisato che il docente è dotato di poteri autoritativi”.

Susanna Picone

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11) Botte ai bambini, sospesa una maestra d’asilo nel Salernitano

Una maestra d’asilo di 54 anni di Giffoni Valle Piana, nella provincia di Salerno, è stata sospesa in quanto fortemente indiziata di maltrattamenti ai danni dei suoi piccoli alunni. L’inchiesta, condotta dalla Procura di Salerno, è scattata in seguito alle denunce di alcuni genitori: le denunce sono state suffragate da intercettazioni audio e video che hanno dimostrato i maltrattamenti.

CRONACA NAPOLI E CAMPANIASALERNOULTIME NOTIZIE 11 MAGGIO 2018 12:58 di Valerio Papadia

Un nuovo caso di maltrattamenti a scuola arriva dalla provincia di Salerno, precisamente da Giffoni Valle Piana – località famosa per il festival del cinema dedicato ai ragazzi. Una maestra d’asilo di 54 anni è stata sospesa dall’insegnamento perché fortemente indiziata di maltrattamenti ai danni dei suoi piccoli alunni: il provvedimento disciplinare, emesso dal gip del Tribunale di Salerno su richiesta della locale Procura, è della durata di un anno.

Le indagini dei magistrati sono partite dopo che alcuni genitori dell’asilo, che si trova in località Santa Caterina, a Giffoni, si sono recati dai carabinieri di Battipaglia per denunciare gli episodi di violenza subiti dai loro bambini, che loro stessi avevano palesato ai genitori. Le indagini dei militari, supportate da intercettazioni audio e video, hanno suffragato il racconto dei bambini, permettendo di svelare la condotta violenta della maestra, che si rivolgeva ai piccoli alunni – tutti tra i 4 e i 5 anni – insultandoli e prendendoli a schiaffi, tirandogli capelli e orecchie e strattonandoli.

Valerio Papadia

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Sembra che chi è al comando, inclusi quelli che sono già usciti, non abbiano capito in cosa consista la sorveglianza negli asili: cioè i famosi videoregistratori o le cimici che non sono stati installati. È ben vero che alcune scuole ce li hanno già da un pezzo, ma per gli altri si favoleggia: un politico si alza e dice che è vergognoso che ci siano ancora maestre che picchiano i bambini e predica di sbrigarsi a fare quello che hanno già legiferato, ma sembra che tutti gli altri presenti non sentano, non odano o dormano, come è dimostrato da alcuni video girati in Parlamento.

Poveri bambini! Perché ne scopriranno ancora di maestre manesche e criminali. È già stato ripetuto che non sono, per fortuna, tutte così e altre sono ammirevoli per la loro dedizione, ma purtroppo alcune continuano imperterrite nella loro violenza di persone da allontanare dalla scuola e mandare a zappare la terra o a spaccare pietre, assieme magari ai politici che nicchiano su questi provvedimenti urgenti da circa un ventennio e passa.

Bravo, stato italiano! Continua a sfornare giovani psicologicamente disabili che ripeteranno la violenza ricevuta! Bravo! Sei sulla via giusta per aumentare i soggetti psichiatrici ad ogni livello.

E un “bravo” va anche ai parlamentari che dormono quando si dovrebbe svergognare chi ha dimenticato quei provvedimenti che tutti vogliono applicare a tutela di tutti i futuri cittadini di questa povera e strapazzata Italietta.

12) A 11 anni corre nella notte alla Croce Rossa con la sorellina in braccio e la salva

La mamma aveva chiamato i soccorsi ma il bambino si è accorto che la situazione stava peggiorando perché la piccola respirava con sempre più difficoltà, così l’ha presa in braccio e si è messo a correre a perdifiato verso la sede della Croce Rossa, salvandole la vita.

CRONACA ITALIANA 24 MAGGIO 2018 11:01 di Antonio Palma

La sorellina di un anno si era sentina male improvvisamente mentre erano a casa e la mamma aveva chiamato subito i soccorsi per chiedere aiuto ed era scesa in strada ad attendere l’ambulanza. Quando lui si è accorto che il mezzo di soccorso non arrivava e la situazione stava peggiorando perché la piccola sembrava cianotica e respirava con sempre più difficoltà, senza esitare ha deciso di prenderla in braccia e, da solo, correre verso la sede della Croce Rossa per salvarla. Come racconta la Stampa, è l’impresa di un bambino di soli 11 anni residente a Sanremo, che con il suo gesto è riuscito ad evitare guai peggiori alla piccola sorellina.

L’episodio l’altra sera, poco dopo le 23,30 quando il bambino ha preso in braccio la piccola, ha lasciato a casa la mamma con un altro bimbo di pochi mesi e si è messo a correre a perdifiato verso la sede della Croce Rossa di Villa Zirio dove l’ha consegnata ai volontari chiedendo di fare qualcosa. Dopo le manovre rianimatorie tra cui un massaggio cardiaco che le hanno consentito di riprendere a respirare, la piccola è stata immediatamente trasportata al pronto soccorso dell’ospedale Borea di Sanremo dove i medici infine l’hanno presa in carico scongiurando il pericolo. A salvarle la vita quella corsa disperata del fratello maggiore. “Ha avuto tanto coraggio, ha fatto una cosa grande per la sua sorellina” hanno commentato i medici.

Antonio Palma

(Continua su: https://www.fanpage.it/a-11-anni-corre-nella-notte-alla-croce-rossa-con-la-sorellina-in-braccio-e-la-salva/http://www.fanpage.it/).

Ancora una volta i bambini ci svergognano. Essi non sono ancora affetti dalla corsa alle poltrone di comando o dall’urgenza di sentirsi superiori agli altri. Brava, bambina! C’è Qualcuno che ha scritto quello che hai fatto e posso assicurarti che il tuo gesto è un esempio di gran lunga superiore a tutte le chiacchiere che ci sfornano in continuazione per farci stare stupidamente tranquilli a vedere la TV ed altro.

Brava! Cresci guardando con sospetto il mondo degli adulti che, dopo un elogio, ritorna alle sue abitudini tutt’altro che da imitare.

13) Sottomette la convivente e la picchia, arrestato un “santone” a Santa Venerina

05 Giugno 2018 – catania.gds.it › Cronaca

Come un santone, si attribuiva poteri soprannaturali e prometteva alle gente guarigioni e miracoli e intanto sottoponeva da mesi la convivente di 27 anni a vessazioni psicofisiche sfociate la notte scorsa in una vera e propria aggressione con sequestro di persona.

E’ così finito in manette a Santa Venerina un uomo di 55 anni, bloccato dai carabinieri dopo che aveva preso la ragazza a calci e pugni e l’aveva chiusa fuori dal balcone per non farle chiamare i soccorsi. Ma dal balcone la giovane, urlando a squarciagola, ha attirato l’attenzione dei vicini di casa che hanno chiamato i carabinieri.

Alla giovane la convivenza con l’uomo era costata la perdita della potestà sulla figlia di appena cinque anni, nata da una precedente relazione; la piccola era stata affidata ai nonni materni perché nel marzo scorso i giudici del Tribunale dei minori di Catania l’avevano dichiarata incapace di potersi dedicare all’educazione e crescita della bambina in virtù di un totale asservimento ai voleri del convivente.

Alla giovane, trasportata in ambulanza all’ospedale di Acireale, sono stati diagnosticati un trauma distorsivo rachide cervicale e una escoriazione all’avambraccio sinistro, giudicati guaribili in 15 giorni. Dimessa, ha potuto riabbracciare la figlioletta in casa dei suoi genitori. L’arrestato è stato rinchiuso nel carcere di Piazza Lanza.

(Continua su: http://catania.gds.it/2018/06/05/sottomette-la-convivente-e-la-picchia-arrestato-un-santone-a-zafferana-etnea_863694/).

Finalmente cominciano ad emergere le vessazioni e le false promesse dei santoni che circolano per abbindolare gente sprovveduta e per soldi; per avere dipendenti sfruttabili sessualmente o come fonte di guadagno, immettendoli nel mondo molto più facile della prostituzione. Brave, le donne che riescono a denunciare le violenze subite o in fieri e bravi i poliziotti che accorrono ad arrestare i furbi che pensano che il mondo sia pieno di imbecilli che subiscono le loro violenze psicologiche e fisiche e stanno zitti per paura; anche se la paura e la violenza sono la loro arma principale, dopo la prima e falsa promessa alle vittime di essere state prescelte per essere degli eletti, cioè incoscienti delle loro trame.

14) La guerra dimenticata in Yemen: video di bombe dell’Arabia Saudita su civili e soccorritori [N.d.A.: attenti a non uscire dopo il primo attacco, gli aerei ritornano una seconda volta a colpire i soccorritori]

Un doppio attacco aereo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita in un quartiere affollato della capitale dello Yemen ha ucciso 6 civili, tra cui un bambino. I feriti sono decine e il bilancio delle vittime è destinato ad aumentare. In oltre tre anni di guerra sono morte almeno 10mila persone e il Paese affronta una crisi umanitaria spaventosa.

MEDIO ORIENTE 8 MAGGIO 2018 17:30 di Mirko Bellis

A Sana’a, la capitale dello Yemen, un duplice attacco aereo avvenuto ieri ha ucciso almeno 6 persone, tra cui un bambino. Decine i feriti e il bilancio delle vittime è destinato a salire. I jet militari della coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno bombardato a distanza di pochi minuti il centrico quartiere Tahrir.

Gli attacchi avevano come obiettivo gli uffici presidenziali, che si trovano in un’area affollata della città, a pochi passi da un hotel, farmacie, una scuola e diversi negozi. Nel palazzo presidenziale, secondo le informazione dell’intelligence saudita, in quel momento era in corso una riunione di alti esponenti Houthi, la milizia ribelle sciita che controlla la capitale dall’inizio del 2015, dopo aver spodestato con un colpo di Stato il presidente Abd Rabbih Mansur Hadi.

Le foto e i video diffusi sui social media mostrano decine di persone in preda al panico, alcune coperte di sangue, che corrono per cercare di mettersi in salvo: attorno, macerie di edifici distrutti e automobili danneggiate. E mentre erano in corso i primi soccorsi, è avvenuto il secondo attacco. “Stavamo lavorando accanto agli uffici presidenziali quando abbiamo sentito un aereo e poi un’esplosione”, ha affermato Ahmed Dehashir, uno dei primi soccorritori. “Alcune persone si sono precipitate sul posto e hanno visto la distruzione, la gente sotto le macerie. Abbiamo cercato di scavare per estrarre i morti e i feriti da sotto i detriti quando c’è stato un secondo attacco”, ha aggiunto.

Il centrico quartiere di Sana’a, nel momento in cui sono avvenuti i due raid aerei, era molto affollato di civili. Decine di feriti sono stati trasportati negli ospedali supportati da Medici senza frontiere (Msf). Come Shehab, uno studente di 17 anni, che stava tornando a casa da scuola dove aveva appena terminato un esame. O Akram, uno spazzino di 19 anni, che ha riportato ferite alla testa e alle orecchie. Dawood, un uomo, stava comprando medicine in una farmacia quando è stato colpito dall’attacco. Hussein, un ragazzo di 30 anni che lavora in un bar, ha ferite da schegge alla testa, a una mano e alla schiena. “Ero venuto a ritirare la mia indennità di trasporto per il lavoro – ha raccontato – quando c’è stato l’attacco e sono rimasto ferito. Non so cosa sia successo al resto dei miei colleghi”.

“Alcuni dei feriti sono arrivati in ambulanza, altri in moto”, ha dichiarato Abdulfatah Al-Alimi, referente medico di Msf a Sana’a. “Alcuni pazienti sono arrivati con un trauma cranico, altri avevano ferite da schegge sulle gambe. Abbiamo riscontrato ogni tipo di ferita. Ho visto anche una ragazza che cercava di entrare nel pronto soccorso. Non sapeva se avrebbe trovato suo padre vivo o morto”. “Ancora una volta dei civili, compresi bambini, sono stati uccisi e mutilati perché si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato”, ha affermato João Martins, capo missione di Msf in Yemen. “Nessuno dovrebbe vivere nella paura di essere bombardato in momenti normali della propria quotidianità – ha aggiunto Martins – e ancora una volta vediamo vittime civili di attacchi aerei combattere per la vita negli ospedali”.

Le bombe sono cadute vicino anche agli uffici dell’Ong Norwegian Refugee Council (Nrc). “Siamo sconvolti dai bombardamenti della coalizione guidata dai sauditi avvenuti in un quartiere altamente popolato di Sana’a”, ha scritto Suze van Meegen, la direttrice in Yemen dell’organizzazione umanitaria norvegese. “Questi raid seguono una tendenza di attacchi sui civili in tutto il Paese. Dall’inizio dell’anno, ogni giorno oltre 460 yemeniti sono fuggiti dalle loro case, molti dei quali senza un posto sicuro dove andare. Oltre a ciò – continua la nota diffusa da Nrc – un’imminente stagione delle piogge minaccia di creare un terzo focolaio di colera”. “Facciamo nuovamente appello alle parti in conflitto affinché cessino immediatamente le ostilità e si impegnino in una risoluzione politica per porre fine a questa guerra”.

Il conflitto in Yemen dura da oltre tre anni e ha provocato la più grande crisi umanitaria al mondo, secondo le parole del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. I numeri diffusi dall’Onu sono tremendi: 22 milioni di persone (il 75% della popolazione) hanno bisogno di qualche forma di assistenza e protezione umanitaria; meno della metà delle strutture sanitarie sono funzionanti e 16 milioni di yemeniti non hanno accesso regolare all’acqua potabile e all’igiene di base. Una guerra quella in Yemen spesso dimenticata e lontana dai riflettori dei media dove però le persone continuano a morire sotto le bombe o causa di malattie come il colera. “Davanti a fatti come questi, diventa ancora più evidente quanto sia fragile oggi l’assistenza sanitaria in Yemen e anche quanto sia fondamentale per i civili coinvolti in questo conflitto”, ha concluso Al-Alimi.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/la-guerra-dimenticata-in-yemen-video-di-bombe-dell-arabia-saudita-su-civili-e-soccorritori/http://www.fanpage.it/).

Nella miscela di notizie commentate, fatte di violenza e di umanità, c’è sempre una varietà di sentimenti e di emozioni che spesso non sono in pari. Tuttavia, prevalgono sempre le notizie di distruzione, che ci raccontano un’umanità che sembrerebbe non migliorare. D’altro canto, i casi di bambini che ci dimostrano il contrario stanno aumentando, quando non sono rovinati da tendenze disastrose del mondo degli adulti ad avere bambini come oggetti da usare per i loro vizi più perversi. Spesso l’adulto prepara, prima di mettere in atto la propria perversione, qualche trappola per far cadere i meno esperti, mascherando il tutto con una falsa umanità che non è altro che perverso intrigo per far cadere i propri avversari, magari politici o sociali, che invece si danno da fare per mettere fine a porcherie cui sono abituati uomini dediti solo al potere, al soldo e alla schiavizzazione di quanti più umani è possibile.

Ringraziamo quei volontari e anche tutte le persone che aiutano i sofferenti, gli oppressi e i disperati a vivere una vita meno infelice e più consona all’esistenza.

Come sempre i bambini insegnano/What Children Teach Us

1) Siria, siamo tutti assassini

Articolo del 9 aprile 2018 di: ANDREA IACOMINI

Non potevamo rimanere indifferenti a quello che sta accadendo in Siria in questi giorni. Abbiamo chiesto al Portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini, un commento. Ecco le sue parole:

«Io sono stanco. E mi vergogno di esserlo. Stanco di ripetere le stesse cose da 7 anni, di chiedere alla politica e alla comunità internazionale di dire qualcosa, di girare l’Italia o le tv a spiegare agli italiani che siamo di fronte ad un massacro senza precedenti. I bambini siriani non hanno voluto questa guerra infinita. Non hanno chiesto di fuggire, di perdere un braccio o una gamba per colpa delle bombe, di piangere sul corpo dilaniato sotto le macerie di mamma o papà, di vivere nei rifugi sotterranei, di mangiare per giorni radici di piante e carcasse di animali nelle città sotto assedio.

Non hanno chiesto di nascere e vivere in un campo profughi nel deserto né di imbracciare fucili e andare a combattere come soldati. Non hanno soprattutto chiesto di morire asfissiati dal gas, esattamente come i loro coetanei che abbiamo lasciato affogare nel mar d’Europa. Chiedono solo pace, ma tutto tace. Il Papa chiede pace ma qualcuno “silenzia” anche lui.

Tacciano per sempre i soloni della geopolitica, almeno in questi giorni. E basta con le foto che emozionano a intermittenza, non servono più. Nessun interesse nazionale giustifica un genocidio di questo tipo, nessuna guerra di religione o di conquista giustifica 7 anni di inazione, di veti, di dialoghi mancati.

Mio figlio che fa la quarta elementare, tra qualche anno, appena avrà finito di studiare gli egiziani, i sumeri e i babilonesi e avrà dimenticato i confini del mondo (perché la geografia non si insegna più nelle scuole), mi chiederà “perché non li avete fermati, voi che sapevate cosa stava accadendo?” Ed io, già lo so, domani come oggi non saprò cosa rispondere. Sono un assassino figlio mio, perdonami».

(Continua su: https://www.articolo21.org/2018/04/siria-siamo-tutti-assassini/).

Nessun commento su questo schifo di razza umana che riesce ad essere assassina in ogni maniera. Ora mancano le bombe biologiche e radioattive. I vari stati usano tutto per distruggere i loro simili. Maledetti guerrafondai osceni.

2)  Bimbo dona i suoi risparmi al medico che ha curato la mamma dal cancro: “Per la ricerca”

Ad un medico oncologo dello IEO, l’Istituto europeo di oncologia di Milano, sono arrivati i risparmi di un bambino che così lo ringraziava per aver curato la madre da un tumore.

CRONACA LOMBARDIA MILANO 6 APRILE 2018  11:38 di Francesco Loiacono

Pochi centesimi, che però per un bimbo di 5 anni rappresentavano tutti i risparmi. Questo è quanto un medico oncologo dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia di Milano, si è trovato sulla scrivania alcuni giorni fa. I soldi erano all’interno di una busta indirizzata al professor Pietro Caldarella, che davanti alla tenerezza del gesto non ha resistito e ha scattato una foto, pubblicandola su Facebook: “Stamattina il figlio di una mia paziente di 5 anni mi ha dato questo biglietto per ringraziarmi delle cure alla sua mamma e dentro c’erano i suoi risparmi che ha voluto donarmi per la ricerca sul cancro …mi veniva da piangere !!!!”.

Il post dell’oncologo è diventato virale

Il post, pubblicato lo scorso 27 marzo, è diventato virale: oltre centinaia le condivisioni, migliaia i “mi piace” e tanti anche i commenti. Il medico della struttura fondata da Umberto Veronesi ha spiegato che il bimbo è il figlio di una sua paziente di 35 anni, arrivata dalla Sardegna a Milano lo scorso anno per operarsi per un tumore al seno. Il bambino, figlio della donna, ha voluto ringraziare il medico per aver curato la sua mamma, ma allo stesso tempo, anche se in tenera età, ha probabilmente rivolto un pensiero a tutti gli altri malati di cancro, decidendo di destinare i suoi risparmi alla ricerca contro i tumori: “La sincerità, generosità l’amore verso la mamma e il prossimo è nella semplicità dei bimbi, noi grandi tutti ne dovremmo prendere esempio”, ha commentato uno degli utenti di Facebook sotto al post dell’oncologo. Il medico, da parte sua, ha ringraziato il bimbo autore di un gesto così bello: “La tua mamma è guarita, starà sempre con te”. Chissà che il bel gesto del bambino non faccia capire a tutti, anche agli adulti e a chi si trova in posizioni decisionali in l’importanza della ricerca in campo medico.

(Continua su: https://milano.fanpage.it/bimbo-di-5-anni-dona-i-suoi-risparmi-al-medico-che-ha-curato-la-madre-dal-cancro-per-la-ricerca/ – http://milano.fanpage.it/).

Ogni tanto spunta tra i numerosi atti di bontà tra i bambini qualche lettera con indirizzo scritto alla loro maniera che veramente fa commuovere, come quello che potete aver letto se state cercando anche qualcosa di nuovo in questa umanità che mostra lati sempre più ripugnanti. L’Umanità ancora sommersa esiste e speriamo che presto si moltiplichi, anche se si moltiplica il male, il terrorizzare la gente. È tutto un sottofondo che purtroppo ci spinge sempre più nella palude dalla quale si tenta di uscire e per primi ne escono i bambini con le loro battute che ci fanno trasecolare e sperare ancora in un futuro prossimo. E questi fatti, oltre che a commuovere, fanno cambiare radicalmente i pensieri anche agli adulti che le ricevono e che si comporteranno sempre meno conformemente alla modalità della guerra e della potenza con cui schiacciare gli altri.

Grazie ancora, bambini, di quello che fate; tutto è scritto e ve lo ricorderà Colui che voleva un mondo migliore ed uguale per tutti. Ve lo assicuro e prometto anche a nome Suo. Grazie ancora e a presto risentirci.

3) Professoressa colta da malore in casa: i suoi studenti le salvano la vita

Allarmati da due giorni di assenza della docente – una 50enne con disabilità motorie – alcuni studenti dell’Istituto Cesaro di Torre Annunziata hanno deciso di recarsi a Vico Equense, dove la professoressa abita, per capire cosa le fosse successo: non ricevendo risposta, i ragazzi hanno chiamato i carabinieri che, entrati in casa, hanno trovato la donna per terra, colta da malore. L’intervento dei suoi studenti le ha di fatto salvato la vita.

CRONACA NAPOLI E CAMPANIA – PENISOLA SORRENTINA – ULTIME NOTIZIE – 14 MAGGIO 2018, 11:28 di Valerio Papadia

Dopo i numerosi episodi di bullismo arrivati da tutta Italia, in cui gli insegnanti sono stati derisi, insultati, minacciati e aggrediti dagli studenti, una storia che testimonia l’amore di alcuni ragazzi per la propria professoressa arriva dalla provincia di Napoli. Alcuni studenti dell’Istituto Cesaro di Torre Annunziata sono stati allarmati dalla prolungata assenza di una delle loro docenti, una 50enne affetta da disabilità motorie: la professoressa, infatti, non si recava al lavoro da due giorni, circostanza molto insolita, dal momento che la donna si assentava di rado.

Vico Equense, studenti salvano la vita alla loro professoressa

Gli studenti hanno così deciso di andare a controllare di persona cosa le fosse accaduto: da Torre Annunziata si sono così recati a Vico Equense, nella Penisola Sorrentina, dove la docente abita. Non ricevendo alcuna risposta al citofono, i ragazzi hanno così allertato i carabinieri: i militari giunti sul posto hanno fatto irruzione nell’appartamento della 50enne, trovandola riversa sul pavimento; la donna era stata colta da un malore ed era impossibilitata a muoversi. Immediata la corsa in ospedale: dopo le cure del caso, il peggio è passato e la professoressa ha potuto fare ritorno a casa e dai suoi studenti, che le hanno di fatto salvato la vita.

“Le sue lezioni sono racconti nei quali ci presenta ogni giorno un personaggio diverso, come se lo avessimo con noi in aula. Speriamo torni presto”, racconta Alfonso, uno degli studenti della professoressa.

(Continua su: https://napoli.fanpage.it/professoressa-colta-da-malore-in-casa-i-suoi-studenti-le-salvano-la-vita/ – http://napoli.fanpage.it/).

Bravi studenti, che, con un’umanità molto rara al giorno d’oggi, avete aiutato una professoressa in pericolo di vita a salvarsi. Grazie di tutto, anche se quello che è detto è ancora poco. Il futuro vostro è senz’altro di stimolo a risollevarsi per una umanità inaridita e gretta, grazie all’aiuto senz’altro di Qualcuno che veglia sulla deriva della specie umana che diventa disumana. Grazie ancora a nome soprattutto di quei bambini che innocentemente muoiono per gravi colpe e vendette inconcepibili degli adulti.

4) Nigeria: 4 ragazzine usate come kamikaze

5 morti e tredici feriti alla periferia di Maiduguri, nel Borno

Redazione ANSA ROMA – 31 marzo 2018 – 18:58

Quattro ragazzine usate dai fondamentalisti come kamikaze e un’altra persona sono rimaste uccise in attacchi simultanei in un villaggio alla periferia di Maiduguri, capitale dello stato del Borno, in Nigeria. Tredici i feriti. Lo riferisce la polizia locale precisando che gli attentati sono avvenuti ieri sera poco prima delle 22, l’ora in cui inizia il coprifuoco per questo la maggior parte degli abitanti del villaggio si trovava in casa. Tutte e quattro le kamikaze sono morte negli attacchi, l’altra vittima è una donna, i feriti sono stati tutti ricoverati in ospedale. Nello stato nigeriano del Borno sono molto attivi i terroristi islamici di Boko Haram. All’inizio del mese sempre alla periferia di Maiduguri un kamikaze in bicicletta aveva ucciso tre persone. Dal 2009 la guerriglia dei Boko Haram ha ucciso tra 15-20 mila persone in Nigeria e paesi confinanti innescando una crisi umanitaria da 2,3 milioni di sfollati e profughi.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2018/03/31/nigeria-4-ragazzini-usate-come-kamikaze_f12e5a8b-35b3-476a-a169-df80579e93c5.html).

La notizia è circolata alla svelta (sveltissima) sui media, e non si trova quasi più, perché va dimenticata alla svelta per lasciare il posto agli scoop, come la notizia sulla stazione spaziale cinese che ci può cadere sulla testa da un momento all’altro con aggiornamenti continui che continuano a spostare la caduta e la velocità di discesa… Come se i meteoriti che caddero (e possono cadere ancora) fossero cosa remota che non può risuccedere, perché passano a migliaia di chilometri di distanza  e non c’è quello giusto che sfugge ai controlli e che distrugge gran parte della nostra crosta terrestre facendo un buco in cui scompaiono popolazioni intere… Ma non pensiamo a questo, né pensiamo alla Striscia di Gaza o al fatto che gendarmi francesi siano entrati in Italia senza chiedere il permesso a nessuno e l’Italia ha ruggito belando, lamentando l’intrusione: chissà se in tempi passati questo scherzetto non avrebbe provocato una ritorsione come in Israele, quando a un razzo nella loro terra rispondono in modo simile… ma noi ruggiamo come pecore.

Torniamo alle ragazzine: quattro. Non una, ma quattro: cerchiamo di capire e di vedere quattro nostre figlie che si squarciano perché c’è un assassino che non lo fa con le sue mani, ma con quelle degli altri, e non si serve di adulti ma di bambini e/o adolescenti. Anche in questo caso bisogna far sparire alla svelta la notizia,come anche tutte le altre sul fatto che non c’è ancora un governo e ci meraviglia questo in una Italia ridotta così.

Ma non lasciamoci ingannare, né crediamo che siano finiti gli shahid. A Mogadiscio, che è in Somalia, c’è stato un altro shahid e ancora morti: tanto chi li manda se ne sta a casa e manda come sempre gli altri a fare il lavoro sporco di farsi esplodere sperando nel nulla promesso.

5) Somalia, kamikaze su autobomba si fa esplodere a Mogadiscio: 7 morti

L’attacco, non lontano dal Parlamento, è stato rivendicato dai miliziani islamici di Al Shabaab

25 marzo 2018 Ancora un attentato a Mogadiscio: un kamikaze si è fatto esplodere su un’autobomba dinanzi la porta principale della sede del ministero dell’Interno della Somalia, non lontano dal Parlamento. Il bilancio è di almeno 7 civili morti. Le vittime includono due soldati mentre molti dei circa 10 feriti sono guidatori di risciò, ha precisato il capitano della polizia Mohamed Hussein. Secondo fonti della sicurezza, erano almeno tre le auto imbottite di esplosivo che stamane si sono dirette contro la capitale somala per compiere attentati contro edifici governativi: una è esplosa di fronte al ministero dell’Interno, un’altra è stata intercettata alle porte di Mogadiscio e l’autista si è fatto saltare in aria, mentre un terzo è ancora ricercato dalla polizia. Terroristi di Al Shabaab rivendicano l’attentato I miliziani di Al Shabaab hanno rivendicato l’attentato, sostenendo che l’esplosione ha ucciso 13 guardie presidenziali. Lo riferisce l’agenzia Ap ricordando che il gruppo terroristico, nelle sue rivendicazioni, spesso esagera il numero di vittime. La strage di giovedì scorso L’attacco avviene appena tre giorni dopo l’attacco con autobomba che ha ucciso almeno 14 persone, ferendone altre dieci, nei pressi dell’hotel Weheliye sull’affollata Makka Al Mukarramah Road. Mogadiscio è spesso obiettivo dell’organizzazione integralista islamica somala al Shabaab,  cellula somala di al Qaida dal 2012, che vuole imporre alla Somalia una versione estrema della Sharia, la legge islamica. Viene ai suoi miliziani attribuito l’attentato con camion bomba che in ottobre uccise 512 persone.

(Continua su: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Somalia-kamikaze-in-autobomba-si-fa-esplodere-a-Mogadiscio-7-morti-27374281-5676-4096-ba7d-a59bc31d85cc.html).

Riprendiamo a ricordare i morti ammazzati innocenti come le quattro ragazzine che si sono fatte esplodere ancora una volta dietro istigazione del male che ha un solo nome: Satana. Ricordiamocelo bene, Satana si nasconde dietro tutto questo male, ma spuntano sempre le sue modalità di fare: satana odia l’uomo, lo inganna ed è omicida per eccellenza. Se ricordate caino osserverete che c’è sempre stato dall’inizio del mondo: era già presente sullo scenario mondiale per assassinare e, come scusante, riportare l’odio che caino avevo dentro di sé; tuttavia la spinta veniva da lui bugiardo ed omicida. Ci vuole tutti nel suo regno per eguagliarsi a Dio, ma non si ricorda quanto dice “Gesù”, e cioè che è sì, il principe del mondo, ma è già stato vinto, ha già perso, anche se ha un certo ambito di manovra nella volontà dell’uomo, troppo debole per decidere da sola. Satana è il principe di questo mondo, non il suo padrone: ricordiamocelo e rinfacciamoglielo, se siamo protetti dal vero padrone di questo mondo in cui speriamo tanto.

Mentre si scrive questo articolo i morti esposi sono sempre troppi, specie se sono donne e bambini ingannati dalle bugie di chi li manda a morire, promettendo premi speciali oltre alla promessa che saranno i martiri, ovvero i prescelti dal loro dio per un fine che non si conosce, ma che è ventilato magari con l’aiuto di droghe che mandano in confusione la mente di chi non giudica più quello che sta compiendo e percepisce solo l’intento rituale della morte tra gli infedeli da distruggere.

Purtroppo i kamikaze o shahid continuano ancora imperterriti. C’è il caso estremo di un’intera famiglia che si è fatta esplodere provocando morti innocenti, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: una famiglia composta da genitori e figli anche minori, ma soggetti al volere dei genitori impazziti se non come al solito anche drogati.

Sono scenari che non hanno un fine, ma si diffondono a macchia d’olio per difendere un’ideale che crea solo morti squarciati, forieri di altre morti per vendetta, il solito serpente che si morde la coda anche se la coda è l’umanità inumana che distrugge se stessa.

Il seguente articolo è molto lungo, ma discerne bene l’argomento fin troppo trattato e sempre lasciato nel cassetto, nonostante le varie commissioni e contro-commissioni per farlo diventare effettivo.

6) Violenze negli asili nido: è il momento di dire basta

Continuano le violenze commesse negli asili italiani e viene il sospetto che le norme in vigore non offrano strumenti idonei a fermare l’ondata di soprusi. Vediamo cosa dice la legge e cosa è possibile fare.

5 OTTOBRE 2016  15:48 di Giuseppe Lenzi

Pare che non vi sia giorno, in questo maledetto Paese, in cui pagine e pagine di giornali non mancano di narrare, in copioso e discutibile dettaglio, tipologie e tempi delle inaudite violenze che si scatenano sui nostri figli e nipoti che credevamo di affidare alle amorevoli cure degli asili italici. E nei TG la dose di orrore rincara perché alle parole di piombo del cartaceo si aggiungono immagini in confronto delle quali quelle del famigerato carcere di Abu Ghraib (la prigione dei prodi militari USA torturatori dei prigionieri in Afghanistan), se mai fosse possibile, sbiadiscono. Se intollerabili sono le violenze di uomini contro uomini, che dire di quelle contro indifesi bambini?

La misura pare colma e le cosiddette Autorità competenti (Regioni e Comuni) che, ai sensi della normativa vigente (legge 107/2015 “la buona scuola” e la legge regionale campana n° 48 del 4 sett. 1974) dovrebbero svolgere l’alta vigilanza sugli asili nido, sembrano essere del tutto indifferenti a quanto accade. Immagino sia noto a tutti che il disvelamento delle tragiche e inaudite violenze patite ogni giorno, dai piccoli scolari, in un qualche squallido asilo comunale italico, affiora solo dopo che i genitori, i nonni o qualche attento parente avverte, nel bimbo, qualche significativo turbamento

Casi recenti | Cosa dice la legge | Cosa fare

A Casarile (Pavia) qualche tempo fa i genitori di Sara tre anni confidano: “la bimba veniva a casa e picchiava le bambole”. Da qui l’allarme. Intervengono i carabinieri di Binasco e le violenze in asilo cessano.

A Potenza il 22 u.s. per le violenze sui bambini ben tre maestre sono state oggetto di una severissima sanzione disciplinare: udite, udite, una sospensione! Chissà quanto ne saranno rimaste colpite. Ma il Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata è lì pronto a rendere giustizia. Ma a chi? Alle affettuose educatrici o ai malmenati bambini? L’esito, ahimè lo riterrei scontato.

Di norma, nei casi di sospetta violenza, si opera così: si contattato le Forze dell’Ordine, si parla con il PM di turno e se costui è più o meno sensibile e ravvede indizi preoccupanti di violenza autorizza l’installazione di telecamere nei luoghi oggetto delle indagini. E qui accade l’assurdo. Le telecamere “nascoste” registrano ore ed ore di violenze, giorni e giorni di atroci vessazioni: ne cito solo alcune così che le nostre coscienze possano inorridire, agire e reagire con fermezza perché tali orrori abbiano a cessare immediatamente con la conseguente applicazione di severissime sanzioni per gli autori di tali comportamenti. Non certo i soffici ed insignificanti “arresti domiciliari”, ma ben più gravi sanzioni meriterebbero “gli educatori” da rieducare in un carcere duro.

La manifesta follia delle “educatrici” che tutti abbiamo emozionalmente patito, almeno una volta, attraverso la TV, si esprime, di solito, con schiaffeggi, pizzichi, strattonamenti, tirate di capelli, testoline sbattute sui banchi, isolamento in sgabuzzini bui, costrizioni ad ingurgitare la refezione con l’orrorosa variante che se essa, semmai, è rovesciata dal piccolo, per cui la premurosa maestra, per tema di un nocivo digiuno, provvede a fargliela ingoiare di nuovo. Accadeva nell’asilo lager “Cip-Ciop” di Pistoia, struttura privata accreditata dal Comune. Arrestate la direttrice e l’insegnante, Laura Scuderi di 41 anni residente a Quarrata (Pistoia) ed Elena Pesce, 28 anni di Pistoia.

Ma non è finita qui. Questo accadeva in Toscana, ma neppure la Lombardia si fa mancare nulla: Massimo Mario Perri, un attento e scrupoloso osservatore di questi fenomeni ci riferisce che “In un asilo nido di Milano i carabinieri arrestano un uomo di 35 anni e una donna di 34, dopo averli colti in flagranza di reato. I due, incensurati, gestivano un asilo nido nel quartiere Bicocca di Milano e sono accusati di violenza e maltrattamenti nei confronti dei bambini. Percosse, lesioni personali e, addirittura, morsi i danni rilevati dall’ospedale sui corpi dei bambini, tutti di età compresa tra i due mesi e i due anni”.

È del 29 settembre l’inaudita immagine televisiva di quella maestra/educatrice che s’avventa su di un bimbo disabile strappato dalla sua carrozzina gettato a terra.

Cosa dice la legge

Pare, quindi, sia giunto il tempo di dire “basta”, ma non è facile! Nei casi qui in esame si possono configurare due tipologie di reati. Se ne interessa il libro Secondo del Codice Penale al Titolo XI art. 571 e 572 che così dispongono.

Art.571: “Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente (2), con la reclusione fino a sei mesi. Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni”.

Art. 572: “chiunque maltratta una persona a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni”.

Ne conseguirebbe che il comune mortale, cittadino di medio/bassa cultura come me, leggendo quanto la legge stabilisce cede ad un impeto di soddisfazione nel pensare che i prodi educatori autori di violenze sui minori (scolari di asilo ed elementari) finalmente vadano spediti quanto prima in prigione per gli anni stabiliti; che possono essere anche 24.

Non è così. Tutto deve accadere dopo un lungo e giusto processo da istruire nel rigoroso rispetto delle innumerevoli e dettagliate norme procedurali; dopo aver assai attentamente vagliato tutte, ma proprio tutte, le cause attenuanti generiche, specifiche, speciose e probabili; dopo aver indagato sulla vita dell’educatore/mostro alla ricerca di una qualche lontana tara familiare giustificatrice delle violenze. Né si devono tralasciare lunghe e meticolose indagini sulla personalità attuale e pregressa del presunto reo: il che avviene rintracciando ed interrogando parenti ed amici dell’inquisito. Largo credito, inoltre, è rivolto all’indagine circa eventuali provocazioni poste in essere dai bimbi (di tre/sei anni), o quelle pur sempre possibili dei premurosi genitori che non educano i piccoli, e semmai anche quelle dei nonni troppo accondiscendenti nel cedere alle pressanti richieste di “lecca lecca” dei tremendi ed irrefrenabili nipotini. E dopo l’eventuale ed improbabile condanna in 1° grado, lette le motivazioni di condanna, i valorosi avvocati s’affanneranno a proporre “appello”. E lì ancora prove, testimonianze, filmati, perizie psicologiche, psichiatriche, prove testimoniali del “bidello” che non ha visto, del custode “distratto”, del dirigente scolastico che non ha avuto “mai un sospetto” e chi più ne sa più ne inventi.

E quand’anche l’appello fosse sfavorevole al reo si ricorre in Cassazione: la legge delle leggi. Tale alto consesso, attraverso centinaia di sentenze, si è così espresso, negli anni recenti a proposito dei delitti che inondano i nostri asili e distruggono la mente ed il fisico dei nostri figli e nipoti:

Cass. n. 39927/2005

“Per la configurabilità del reato di maltrattamenti l’art. 572 c.p. richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la sua personalità; ne consegue che deve escludersi che l’intenzione dell’agente di agire esclusivamente per finalità educative sia elemento dirimente per fare rientrare gli abituali atti di violenza posti in essere in danno dei figli minori nella previsione di cui all’art. 571 c.p., in quanto gli atti di violenza devono ritenersi oggettivamente esclusi dalla fattispecie dell’abuso dei mezzi di correzione, dovendo ritenersi tali solo quelli per loro natura a ciò deputati, che tradiscano l’importante e delicata funzione educativa” [corsivi nostri, NdR].

Cass. n. 8618/1996

“Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 c.p. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Ne consegue che per ritenere raggiunta la prova dell’elemento materiale di tale reato, non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, né un eventuale precedente specifico che può valere soltanto per la valutazione della personalità dell’imputato agli effetti della determinazione della pena da infliggere in concreto” [corsivi nostri, NdR].

Cass. n. 18289/2010

Il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non ha natura di reato necessariamente abituale, sicché ben può ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell’abuso, ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell’incolumità fisica e della serenità psichica del minore, che, mantenuti per un periodo di tempo apprezzabile e complessivamente considerati, realizzano l’evento, quale che sia l’intenzione correttiva o disciplinare del soggetto attivo [Fattispecie in cui alcuni bambini affidati ad un’insegnante di scuola materna erano stati in più occasioni oggetto di minacce e percosse, ovvero sottoposti a umilianti dileggi per il loro basso rendimento scolastico, NdR].

Con la conseguenza – delirante è dir poco – che pur di fronte alle prove documentali video ed audio, non sufficit le urla dei bimbi, il tonfo del loro capo sui banchetti, le lacrime copiose che scivolano sui volti, le ciocche di capelli al suolo, il violento fruscio degli schiaffi, le reclusioni in stanzini bui, le minacce di ulteriori castighi. L’imposizione ad ingurgitare il cibo vomitato, il terrore che si materializza con una copiosa incontinenza. No, tutto questo alla nostra “giustizia” non basta! E l’Autorità Giudiziaria, di norma, non ferma, come pure dovrebbe, quei criminali in tuta da “educatori”. Pur di fronte all’evidenza essa non dispone l’immediata irruzione delle Forze dell’Ordine i cui uomini (in centinaia costretti a visionare le registrazioni), pur essi padri e nonni, sono afflitti a subire la violenza quotidiana determinata dalla loro impossibilità ad intervenire per far cessare quegli scempi sui piccoli corpi. Il “magistrato” deve raccogliere “le prove” che incastrino con sufficiente evidenza l’azione delittuosa delle maestre educate… al peggio e da rieducare dietro robuste sbarre penitenziarie per numerosi lustri. E nel frattempo che si raccolgano “utili prove” i piccoli scolari subiscono ogni giorno le dolci violenze delle loro affettuose educatrici.

Nell’interessante sito “Brocardi.it, latino per giuristi” è riportata una vicenda molto istruttiva (“Condannata la maestra che aveva schiaffeggiato e strattonato per i capelli il minore”) dalla quale emergono, con limpida evidenza le lungaggini che accompagnano la condanna di una maestra “picchiatrice”. Ne emerge un quadro di desolate squallore in cui pare che la “giustizia” sia fortemente protesa più alla salvaguardia dell’impunità delle presunte “orche” che all’immediata tutela delle accertate piccole vittime.

La misura della condanna inflitta in 2° grado, in Corte di Appello alla coraggiosa maestra consta solo di un piccolo risarcimento danni in favore dei genitori. E le profonde lacerazioni alla psiche ed al corpo del bimbo chi le risarcisce? Forse i “risarciti” genitori donando al piccolo gelatini e pop corn? Ne conseguirebbe che i reati di abuso verso minori (e non parliamo di abusi sessuali) e le inaudite violenze commesse nell’inaccessibilità delle aule scolastiche, devono soggiacere ad una disciplina punitiva ed immediata ben più severa di quella che oggi è assolutamente inefficace. Non vorremmo più leggere sul Corriere della Sera i giornalisti Galli e Santucci costretti a scrivere – il primo agosto scorso – articoli come questo.

Contro questi mostri vestiti da educatori occorre una severissima legislazione ed una “procedibilità” all’arresto immediata. Lasciar correre giorni e giorni per acquisire “prove regine” da usare poi in giudizio, a tutto scapito della salute psichica e fisica dei nostri figli e nipoti appare come pratica demenziale ed altrettanto delittuosa.

È di tutta evidenza l’insanabile contrasto fra le disposizioni dell’Autorità giudiziaria che di norma ordina indagini (le riprese con microcamere) che si protraggono per settimane e mesi, con l’art. 40 c.2. del C.P. vigente, che invece impone agli appartenenti alla forza pubblica ed agli Ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria il “dovere di impedire i reati”?

Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo

Art. 40 Cpi

Non intervenire con immediatezza pur solo dopo il primo atto di violenza documentatamente compiuto su un bambino concretizza l’ipotesi: Delicta per omissionem commissa. E cosa accadrebbe ad un agente di P.G. se nell’assistere, attraverso le riprese delle microcamere, alle violenze decidesse di far irruzione in un asilo per farle cessare? Sarebbe punibile per aver trasgredito l’ordine del Pm teso ad acquisizione lunghe e reiterate riprese video per meglio documentare i reati commessi?

Chi può mai stabilire quale sia la “giusta” quantità di botte, calci, sevizie e violenze deve subire un inerme bambino prima che intervengano le forze dell’ordine a far cessare tali violenze ? Non vi è una norma che detti regole certe nei casi che qui interessano. Con la conseguenza che l’Autorità giudiziaria di Canicattì può decidere che basti un solo episodio di documentata violenza sui minori per far scattare provvedimenti restrittivi; laddove la Procura di Viareggio può decidere ex edversis, che si debbano acquisire prove certe delle condotte pluricommissive ed inequivocabili della ripetitività dei comportamenti delittuosi, ordinando, di conseguenza di effettuare le riprese (con le microcamere) per lunghi periodi di tempo prima di intervenire per por fine alle violenze. A tutto scapito della sanità fisica e psichica delle piccole vittime: “Summum ius summa iniuria” (Cicerone, De Officiis 1-10)

Cosa fare

Cosa fare? Il cammino è tortuoso, lungo ed oneroso e dovrà tener conto, purtroppo, di quella mala genia di “garantisti” che neppure le lacrime e le botte ai bambini riescono a ricondurre a ragione. Occorrerà mettere mano al Codice di proceduta penale, parte seconda, libro qui “Indagini preminari e udienza peliminare” Titolo VI, Arresto in flagranza e fermo, Art. 380. Arresto obbligatorio in flagranza. La soluzione ruota tutta attorno all’infelice art. 380 che così recita:

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni [corsivo nostro, NdR]

E come si fa a cogliere in flagranza un’educatrice violenta che, di certo, non picchia nel giardino dell’asilo i piccoli a lei affidati? Una piccola modifica s’imporrebbe; e le violenze cesserebbero sul nascere.

Ho sognato quest’innovato art. 380: “Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza. Costituisce flagranza, al fine della tutela del bene prezioso della salute dell’infanzia, anche una sola immagine, comunque acquisita, che evidenzi violenza su minore …omissis…”

Una profonda rivisitazione delle miriadi di “regole” che presiedono alla disciplina delle complesse attività didattiche ed educative che interessano le scuole della “prima infanzia” implica il coinvolgimento del potere giudiziario (per modificare le norme penali e procedurali) e dei poteri normativi attribuiti alle Regioni ed ai Comuni

Il percorso, extragiudiziario, ove lo si volesse intraprendere subito, non sarà agevole in quanto le normative, oggi vigenti, che presiedono alla “costruzione, gestione e controllo” degli asili nido promanano – per quanto riguarda noi campani – dalla Regione Campania: Legge Regionale N. 48 Del 04-09-1974 che estende la sua efficacia ai Comuni ed ai Consorzi dei Comuni destinatari dei fondi previsti artt. 1 e 2 della Legge 6 dicembre 1971, n. 1044. Sono, quindi, gli Assessori all’Istruzione ed alle Politiche sociali, con la Giunta regionale delle varie regioni italiane, a determinare ad approvare i requisiti delle figure professionali operanti negli asili nido, micro nido e servizi integrativi al nido. Preso atto delle centinaia di episodi di violenza consumatisi negli asili nidi di tutta la penisola, v’è da auspicare che le disposizioni relative al “sistema integrato 0-6 anni” (legge 107/2015, art. 181) provvedano, fra le varie azioni, alla riforma degli asili nido e i servizi per l’infanzia con una serie di cambiamenti relativi alla figura dell’educatore di nido d’infanzia e del coordinatore pedagogico dei servizi per l’infanzia, nel senso di poter individuare (ed isolare) i soggetti potenzialmente pericolosi.

Cosa fare nell’immediato

Cosa fare nell’immediato? Inondare di accorati fax il Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella (Fax 06.46993125) ed il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, (fax +39 06.68897951) perché ciascuno secondo le proprie prerogative si adoperi per una modifica, in melius, delle vigenti (ed inefficaci) norme procedurali giudiziarie inidonee, oggi, a garantire la sanità fisica e psichica dei piccoli ospiti degli asili laddove emergono, quotidianamente, “mostri” da isolare in perpetuo dal contatto con minori.

Nell’immediato: occorre che i Comuni disponessero l’istallazione, ad horas, in tutti gli asili comunali ed in quelli in “concessione” di telecamere negli spazi frequentati dai bambini (anche, e soprattutto, in prossimità dei servizi igienici con la predisposizione di adeguate cautele per garantire la massima riservatezza dei piccoli). Ed occorre responsabilizzare i genitori perché, in assenza di disposizioni comunali, pretendano, dal concessionario della gestione dell’asilo privato, le medesime predisposizioni di sorveglianza supradescritte.

(Continua su: https://autori.fanpage.it/violenze-negli-asili-nido-e-il-momento-di-dire-basta/ – http://autori.fanpage.it/).

Finalmente la legge sul controllo degli asili ed altre scuole o istituti e persone che vi lavorano, che giaceva inascoltata dal 1971 (n. 1044, poi 1980) è stata riesumata e modificata per le situazioni attuali e che spesso compaiono sui media.

Fonti:

– Sì alle telecamere negli asili (https://www.change.org/p/si-alle-telecamere-negli-asili)

– Petizione: Telecamere negli asili (https://firmiamo.it/telecamere-negli-asili )

– Telecamere negli asili e test attitudinali per chi si occupa dell’infanzia: 12 proposte di legge in attesa di esame (http://www.repubblica.it/politica/2016/08/01/news/telecamere_negli_asili_12_proposte_di_legge_in_aula_a_settembre-145202412/)

– Telecamere negli asili e test a maestri e educatori: primo sì alla legge (https://www.corriere.it/scuola/medie/16_settembre_30/telecamere-asili-test-maestri-primo-via-libera-legge-9f6f648a-86f2-11e6-b094-d674d9773420.shtml)

– Leggi e Asilo Nido (http://www.progettoasilonido.org/index.php/preparazione-concorso/236-leggi-e-asilo-nido).
– L.R. 16 Giugno 1980, n. 59. Norme sugli asili nido (http://www.agenzia.roma.it/documenti/normative/97.pdf).

– Norme per lo sviluppo e la qualificazione di un sistema di servizi per i bambini di età inferiore ai 3 anni e per le loro famiglie (http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/asili.html)

– Asili nido, arriva il decreto: più posti e maestre laureate (https://www.ilmessaggero.it/primopiano/scuola_e_universita/asili_nido_arriva_decreto_posti_maestre_laureate-1847893.html).

– Milano, maltrattamenti all’asilo: ecco la struttura sequestrata (http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/08/01/foto/milano_asilo_maltrattamenti-145173502/1/#1).

Finalmente il parlamento si è svegliato dopo più di otto anni di richieste (la legge è la 1044 del 1971, lasciata nel cassetto fino ad ora) che erano lasciate ad una metodica piuttosto negativa nel senso che le telecamere messe dalla legge richiedevano accertamenti sicuri del  crimine e quindi passava molto tempo ed i bambini erano sempre maltrattati fisicamente e psicologicamente.

Ad ogni nuova realtà che si scopriva, si scriveva di porre rimedi come in altri stati, ma non succedeva nulla; si osservava solo l’applicazione rigida di una legge che andava modificata per non far soffrire ulteriormente i bambini che erano bistrattati. Quello che si chiede ora lo si chiedeva già dai primi casi di abuso sui bambini (anche negli asili nido), abusi e violenze di cui i bambini porteranno sempre i segni maledetti anche da adulti, indipendentemente dagli aiuti di eventuali psicologi del trauma.

Bambini, siate contenti, almeno per quelli che entreranno in quelle strutture, e sperate che quello che hanno promessa avvenga e venga accertato nei modi giusti e ripetuto nei tempi indicati da studiosi del caso.

Ricordatevi, però, che non tutte le strutture erano state segnalate per violenze fisiche e psicologiche; inoltre, in molte di queste ci sono insegnanti di valore che sacrificano la loro vita per educare i bambini per il futuro, nonostante le pressioni di alcuni genitori talvolta ingiustificate o troppo oppressive. Tuttavia, la PREVENZIONE è la prima regola da applicare in tutti i campi: molte volte nei rapporti tra persona richiedente ed operatore non vige quell’umanità che invece ci dovrebbe essere. Questo è un primo passo, come quello di introdurre a tutti i livelli scolastici la norma di imparare a trattare con umanità e rispetto anche i compagni con problemi.

Questo non avviene ancora, sebbene ci siano già provvedimenti contro il bullismo, il cyber-bullismo e altro: questa legge che dovrebbe essere approvata (si spera in breve tempo, data la sua importanza) sarà una vittoria sociale di importanza enorme per la formazione dei futuri adulti.

7) Guida alpina soccorre migrante incinta al confine italo-francese: rischia 5 anni di carcere

Una guida alpina ha cercato di salvare una migrante nigeriana incinta all’ottavo mese e l’ha trasportata in macchina oltre il confine italo-francese. Per questo motivo, l’uomo è stato indagato dalla magistratura francese e ora rischia fino a 5 anni di carcere per violazione delle leggi sull’immigrazione.

CRONACA ITALIANA 19 MARZO 2018  13:55 di Charlotte Matteini

Arrestato per aver soccorso una migrante incinta. Lo scorso 10 marzo, una guida alpina francese ha aiutato una donna di origine nigeriana, incinta all’ottavo mese, incontrata mentre stava cercando di varcare il confine tra Italia e Francia insieme al marito e a due figli piccoli. Per questo motivo, l’uomo è stato indagato dalla magistratura francese per violazione delle leggi sull’immigrazione e ora rischia fino a cinque anni di carcere. Stando a quanto raccontato da un’organizzazione umanitaria, la guida alpina avrebbe incontrato la donna, il marito e i figli di due e quattro anni mentre stavano cercando di varcare il confine italo-francese in mezzo alla neve, nei pressi del passo del Monginevro, a 1900 metri di altitudine, e li avrebbe caricati in auto per raggiungere il più vicino ospedale, alle porte di Briançon, in Francia.

Durante il percorso, però, una pattuglia della Géndarmerie, la polizia francese, ha bloccato l’automobile e ha condotto la guida in caserma. La donna è stata trasportata in ambulanza in ospedale e ha partorito al pronto soccorso, mentre l’uomo si è ritrovato indagato per violazione delle leggi sull’immigrazione.

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Un altro fatto umano e degno di profondo rispetto: per aver salvato una madre incinta che era in alta montagna e in difficoltà, una guida alpina rischia da parte della ormai inflessibile Francia una punizione di 5 anni per aver salvato le due vittime, mamma e bambino. Ormai l’umanità segue pari pari il proprio attuale principe. Nulla da meravigliarsi e non finiranno le sceneggiate.

La magistratura non ha più limiti in tal senso. Ma si è poi sicuri che esiste questa legge che vieta di soccorrere le persone? O si tratta di altro? Una persona salva un’altra persona e rischia anni di carcere: non si sa come sia finita questa ennesima trovata circa un’azione a beneficio dell’umanità in pericolo. Certo che stiamo assistendo a interpretazioni di leggi contro e non per l’umanità, interpretazioni che suscitano perplessità anche in chi soccorre chi è in stato di pericolo, specie se (come in questo caso) c’erano di mezzo anche minori e futuri neonati che, grazie alla guida, incurante del pericolo anche per lui, ha soccorso l’umanità che tentava di imboccare la strada per una vita migliore: contro di lui è scattata subito la solita burocrazia, oppure leggi senza scampo, che non valutano il fatto successo e procedono come sono solite procedere, salvo eccezioni che non riguardano la gente comune, ma i soliti esclusi che sono amici degli amici.

8) Potenza, picchiava “quotidianamente” l’alunna disabile: arrestato insegnante di sostegno

Da quanto emerso l’insegnante, quando sostituiva le maestre di ruolo, prendeva a schiaffi anche altri alunni e infliggeva loro punizioni per evitare che riferissero che in classe guardava sul suo pc materiale pornografico.

CRONACA ITALIANA 23 APRILE 2018  15:41 di Susanna Picone

Un insegnante di sostegno è stato arrestato e posto ai domiciliari in un comune della provincia di Potenza. È accusato di maltrattamenti verso fanciulli, reato aggravato e continuato, compiuto in una scuola elementare. L’indagine, coordinata dalla Procura di Potenza, è stata effettuata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Potenza che hanno eseguito la misura cautelare emessa dal gip del locale Tribunale, su richiesta della stessa Procura. A far scattare le indagini che hanno portato all’arresto dell’insegnante è stata una denuncia presentata dai genitori di una bambina di nove anni con invalidità motoria e cognitiva. La bambina era caduta in uno stato di prostrazione e piangeva ogni volta che doveva andare a scuola. Con le cautele del caso, gli investigatori hanno ascoltato molti dei bambini della stessa classe e nel corso delle indagini sarebbe emerso che l’insegnante infliggeva sofferenze fisiche e morali alla bambina che gli era stata affidata in quanto lui insegnante di sostegno. L’indagato picchiava “quotidianamente” la bambina che avrebbe dovuto seguire.

Bambini schiaffeggiati e insultati dall’insegnante di sostegno – Sono stati sequestrati anche i quaderni in cui gli alunni descrivevano in modo negativo l’insegnante che a volte sostituiva le maestre di ruolo e insultava gli alunni. Nei loro confronti, da quanto emerso, usava termini come “maiali” o “porci” oppure, sempre secondo l’accusa, li colpiva con schiaffi o li spintonava. Con l’aiuto di una esperta in psicologia infantile è stata ascoltata anche la giovane vittima e dal suo racconto è emerso che la piccola veniva insultata e malmenata, anche per futili motivi, strattonata per i capelli o colpita con schiaffi e pizzichi. All’indagato viene anche contestato di aver minacciato l’intera classe di non dire nulla a nessuno quando i bambini sbirciavano sul pc dell’insegnante durante le ore di lezione su cui lui avrebbe guardato materiale pornografico.

Susanna Picone

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Non ci si illuda! Quello che emerge ogni tanto lo si deve ai minori, futuro dell’umanità, che vanno a scuola per imparare e non per assistere a scene pornografiche degli adulti un po’ (si fa per dire) psicopatici. Gli adulti indifferenti circa i minori che dovrebbero istruire costituiscono la punta dell’iceberg: sotto, nel mare squallido, ci sono 6/7 di desolante melma sempre fomentata. Questa melma invece che diminuire cresce e ci sporca tutta la coscienza. Tuttavia, non siamo dei perdenti, perché voi bambini e giovani ci fate vergognare di questo quando potete dimostrarlo e lo dimostrate. Grazie di quanto ci insegnate e noi non recepiamo.

9) Mondo in rivolta, proteste in Nord Corea: scontri tra polizia e manifestanti

Sembra che il mondo si stia ribellando in contemporanea ad i suoi dittatori. Nei giorni scorsi anche in Corea del Nord ci sono state delle manifestazioni di protesta represse violentemente dal regime.

MEDIO ORIENTEAFRICA 24 FEBBRAIO 2011  17:26 di Cristian Basile

Dopo il periodo di alta tensione tra le due Coree, il Governo nordcoreano dovrà affrontare anche la prime proteste intestine. In un evento del tutto inedito per la Corea del Nord, tre città del paese sono state il teatro delle proteste di centinaia di persone che chiedono cibo ed energia elettrica tanto da portare il regime comunista ad alzare il livello di allerta militare di fronte alla possibilità che il vento di libertà e cambiamento partito dalla Tunisia arrivi nel paese asiatico. La manifestazioni sono inziate il 14 febbraio, due giorni dopo del compleanno del presidente Kim Jong-iI ed hanno avuto come epicentro le città di Jongju, Yonchon e Sonchos lungo la frontiera con la Cina, nella provincia di Pyongan del Nord.

Le proteste hanno visto all’inizio la partecipazione di pochissime persone alle quali, in breve tempo, se ne sono aggiunte spontaneamente numerose altre. Lo dimostrerebbe l’uso di megafoni improvvisati con i quali i manifestanti coraggiosi hanno urlato le loro richieste: “Non possiamo vivere così, dateci la luce, dateci il riso!”. Pare che l’esasperazione sia nata dopo che il regime, per festeggiare il compleanno del presidente, ha abbassato ulteriormente la capacità elettrica della regione.

Inoltre nonostante la censura delle telcomunicazioni, le immagini delle rivolte in Egitto continuano a circolare a Pyongyang attraverso canali televisivi cinesi. “Credo che il loro governo conosca la situazione e la stia seguendo da vicino. Da questo punto di vista, ovviamente, farà di tutto mantenere il paese lontano da qualsiasi influenza negativa” ha dichiarato il ministro per l’unificazione della Corea del Sud.

La polizia ha represso immediatamente le proteste e negli scontri sarebbero morti alcuni manifestanti. Inoltre il dipartimento per la Sicurezza di Stato nordcoreano ha cercato di individuare i responsabili delle manifestazioni, non riuscendovi però grazie all’inusuale silenzio dei cittadini. Secondo il giornale online DailyNK, quotidiano online di dissidenti del Nord scappati al Sud, la coltre di silenzio creata dai cittadini è qualcosa di assolutamente nuovo: “quando, altre volte, si sono verificati eventi del genere, la gente non esitava a denunciare i propri vicini alle autorità. Adesso, invece, le persone si coprono a vicenda”. A differenza dei paesi arabi però la Corea del Nord ha un accesso molto limitato ad internet e non ha nessuna esperienza nelle proteste organizzate. La speranza è che eventuali proteste di massa non si trasformino in un bagno di sangue come sta accadendo in Libia.

Cristian Basile

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10) Siria, Usa chiedono riunione dʼemergenza Consiglio Sicurezza Onu (9 aprile 2018)

Washington, insieme ad altri otto Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Gran Bretagna, Francia, Polonia, Olanda, Svezia, Kuwait, Peru e Costa d’Avorio), ha chiesto una riunione di emergenza dei Quindici sull’attacco chimico in Siria. Lo ha confermato la missione britannica al Palazzo di Vetro. La riunione del Consiglio di Sicurezza Onu si dovrebbe tenere lunedì.

(Continua su: http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/siria-usa-chiedono-riunione-d-emergenza-consiglio-sicurezza-onu_3133007-201802a.shtml).

Paesi in rivolta e civili che muoiono perché attraversano una strada, vanno a comperare il cibo che non c’è o è in vendita a prezzi da paura, si rinchiudono in locali che sono bombardati con bombe di diverso tipo per fare più morti o feriti. Se qualche nazione arriva in aiuto non lo fa per spirito di umanità ma per interessi che non si vedono subito o si fa finta di non vedere. I dittatori comandano ogni tipo di soppressione: di qui la diffusione anche di notizie false, come quelle sui gas usati per fare più morti asfissiati… Di fronte alle evidenze di fungo mucoso sulla bocca degli asfissiati, adulti e bambini, si passa oltre; si grida che il gas (sarin o cloro) non è il loro ma dei nemici contro cui combattono per la libertà (una libertà intrisa di sangue degli altri) in nome di interessi che si vuole nascondere per lavarsi il vestito di morte che ci si trascina dietro ormai da sei anni e che non finirà mai per gli interessati… Parliamo di interessi che portano a vendere a chiunque voglia comperare. Non lontani da questo mercato sono anche gli italiani, che non sono poi innocenti come vorrebbero mostrare coi loro discorsi, molte volte fatti di nulla.

11) Migrante incinta trascinata via dal treno dalla polizia francese: il video choc su Facebook

Un squadra della polizia francese trascina fuori da un treno proveniente da Ventimiglia una migrante incinta, prendendola per braccia e gambe dopo un controllo tra grida e proteste. Le violenze, riprese a febbraio da tre studenti, sono state segnalate alle autorità.

EUROPA 5 APRILE 2018  17:01 di Biagio Chiariello

Una migrante, incinta, sarebbe stata trascinata di forza fuori da un treno dalla polizia francese. I fatti, secondo quanto si legge sul giornale Nice Matin,  sono avvenuti circa due mesi fa alla stazione Garavan a Mentone, in Francia. La scena sarebbe stata ripresa da tre studenti. La donna viaggiava insieme ai due figli e al marito, che si sarebbe rifiutato di esibire i documenti. A quel punto la situazione sarebbe degenerata. La migrante, come si vede nelle immagini caricate su Facebook, viene presa dagli agenti per le braccia e per le gambe dopo un controllo che avviene tra grida e proteste. “Non toccare mia moglie, è incinta”, dice l’uomo. “Dammi il tuo bambino”, risponde il poliziotto, mentre i passeggeri sono sconvolti. La donna avrebbe poi accusato un malore ed è stata quindi trascinata sulla banchina della stazione.

Stando alle ricostruzioni, i ragazzi che hanno girato il filmato stavano rientrando a Cannes dopo aver realizzato un servizio a Ventimiglia proprio sulla situazione dei migranti al confine italo-francese. Anche gli stessi giovani sono stati controllati dalla polizia. Il video era stato poi inviato all’Osservatorio nazionale sulle violenze della polizia. Il 27 marzo è quindi finito sui social network, scatenando polemiche e indignazione. La prefettura del dipartimento Alpes-Maritimes, contattata da Nice-Matin, ha replicato: “Se ci sono delle violenze in questo video, non sono state commesse dalla polizia. E’ la reazione fuori misura dei soggetti fermati che ha costretto le forze dell’ordine a un uso proporzionato della forza. Ma non c’è stata violazione dei diritti delle persone”. La prefettura inoltre, dichiara che, una volta sulla banchina, una delle donne “ha lanciato un bambino sui binari e le forze dell’ordine sono intervenute per recuperarlo”.

Biagio Chiariello

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Non si commenta una evidenza così palese: la dittatura è anche di chi si mostra non colpevole di interventi da nazisti, facendo poi silenzio e fermandosi dopo la violenza effettuata.

12) Il paradosso dello Yemen: chi finanzia gli aiuti umanitari è chi bombarda donne e bambini (VIDEO)

Giovedì, 5 Aprile 2018 – Greenreport – di Umberto Mazzantini

All’Onu 2 miliardi di dollari di aiuti, un miliardo viene da Arabia Saudita e Emirati arabi uniti

Il 27 marzo il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso «La sua profonda gratitudine al Principe ereditario e al Regno dell’Arabia saudita per aver rispettato oggi la promessa generosa fatta con gli Emirati arabi uniti a gennaio di versare 930 milioni di dollari al Fondo umanitario per lo Yemen».

Si tratta di circa un terzo dei 2,96 miliardi di dollari necessari per attuare il Piano di intervento umanitario per lo Yemen del 2018.  Tutto bene quindi? Non proprio, visto che Arabia saudita ed Emirati uniti sono i due Paesi che guidano la coalizione arabo-sunnita – appoggiata e armata dagli occidentali (Italia compresa) – che bombarda da anni lo Yemen dopo che gli sciiti huthi si sono impadroniti del potere a Sana’ a. Non proprio visto che truppe e mercenari sauditi ed emiratini – che spesso appoggiano fazioni opposte – hanno invaso e occupato la metà meridionale dello Yemen e hanno bloccato i porti del nord.

Lo Yemen è in guerra per più di tre anni. Il conflitto è in corso tra una coalizione internazionale sunnita a guida saudita  che sostiene l’ex presidente Abdrabbuh Mansur Hadi (ma gli Emitrati arabi uniti sostengono gli indipendentisti sud yemeniti che si sono impadroniti di Aden) e le milizie Houthi sciite e le unità alleate delle forze armate yemenite che sono appoggiate dall’Iran e che hanno preso il controllo della capitale, Sana’a e del nord del Paese. Al sud è presente anche Al Qaeda

Insomma i «Più di 22 milioni di persone« che nello Yemen hanno bisogno di assistenza», Dei quali «2 milioni di persone profughi all’interno del Paese a causa del conflitto in corso», citati dall’Onu nello stesso comunicato in cui ringrazia sauditi ed emiratini, sono vittime della guerra scatenata da Arabia saudita ed Emirati arabi uniti.  E l’imbarazzo dell’Onu è palpabile, visto che nei suoi recenti comunicati sulla situazione nello Yemen, pur parlando della necessità di una soluzione politica del conflitto, non citano mai il nome di chi bombarda lo Yemen causando il disastro umanitario che si vuole affrontare con la richiesta di finanziamenti.

Come sottolinea l’agenzia stampa umanitaria Irin, «L’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti stanno raccogliendo un terzo dell’ammontare di 2,96 miliardi di dollari di quest’anno per quella che l’Onu ha definito “la peggiore crisi umanitaria del mondo”. Ma gli analisti di conflitti e i gruppi per i diritti umani dicono che i bisogni dello Yemen non sarebbero così intensi se non ci fosse per una guerra che le due nazioni hanno aiutato a iniziare, e per come la combattono».

Tirana Hassan, direttrice crisi di Amnesty International, ha definito «piuttosto contorto il fatto che gran parte del piano di finanziamento delle Nazioni Unite sarà pagato da coloro che hanno avuto un ruolo significativo nel creare e prolungare la crisi umanitaria. L’Arabia Saudita e i suoi alleati, ha aggiunto, dovrebbero andare ben oltre l’apertura dei loro libretti degli assegni riducendo le vittime civili e togliendo le restrizioni umanitarie».

Il 3 aprile a Ginevra si è  tenuta la Conferenza per lo Yemen e gli Stati membri dell’Onu hanno promesso più di 2 miliardi di dollari, Guterres anche in quell’occasione si è tenuto sul vago: «Abbiamo bisogno di un serio processo politico per portare a una soluzione politica perché non c’è mai stata una soluzione umanitaria per nessuna crisi umanitaria. La soluzione è sempre stata politica e nello Yemen ciò di cui abbiamo bisogno è una soluzione politica». Il segretario generale dell’Onu ha però ammesso che nello Yemen «la situazione è catastrofica», visto che ogni 10 minuti, un bambino sotto i 5  anni muore per cause prevenibili, e ha aggiunto che «Mentre le risorse umanitarie sono molto importanti, non sono sufficienti. E’ essenziale che raggiungano le persone bisognose. E per questo, abbiamo bisogno di un accesso illimitato nello Yemen; abbiamo bisogno di un accesso illimitato ovunque all’interno [del paese]». Una richiesta avanzata anche dal capo dell’ UN aid Mark Lowcock: «Abbiamo bisogno di un migliore accesso in tutto il Paese. Vogliamo vedere riaprire l’aeroporto di Sana’a ai voli commerciali, in particolare per casi umanitari».

Il problema è che l’accesso ai porti dello Yemen e alle aree più colpite da carestia e colera è impedito dalla coalizione sunnita a guida saudita e che l’aeroporto di Sana’a è stato bombardato e reso inutilizzabile dagli aerei sauditi.

Comunque, al summit di Ginevra, co-presieduto dall’Onu e dai governi di Svezia e Svizzera 40 Paesi e   organizzazioni si sono impegnati a sviluppare iniziaive umanitarie nelloYemen nel 2018 e i quasi 2 miliardi di dollari raccolti sono quasi il doppio del 2017.

Ma le agenzie umanitarie, comprese quelle dell’Onu, avvertono che fino a che non cesserà la guerra scatenata dai sauditi la popolazione non combattente continuerà a subire spostamenti forzati e ripetuti di famiglie, massiccia insicurezza alimentare e il crollo dei servizi essenziali, tra cui sanità e istruzione.

In quello che era già uno dei Paesi più poveri e vulnerabili del mondo prima che iniziasse la guerra, nel 2017 c’è stato il peggior focolaio di colera al mondo che ha colpito un milione di yemeniti, e ora è in aumento  la difterite, Guterres ha detto che dei 22,2 milioni di persone – circa il 75% della popolazione yemenita –  che hamno bisogno immediato di assistenza umanitaria, per ben 8,4 milioni non si sa come riusciranno ad ottenere cibo. E il costo dei generi alimentari nello Yemen è aumentato del 25% in un Paese dove ormai anche le risorse petrolifere sono inaccessibili e/o non esportabili per il blocco dei porti attuato dalla coalizione arabo-sunnita.che impedisce anche l’arrivo di aiuti nel nord del Paese.

A margine del summit dei donatori di Ginevra, la vicepremier svedese, Isabella Lovin, ha detto ai giornalisti che «Ogni giorno di guerra in più è un giorno di troppo per gli yemeniti comuni. C’è il frischio di un’intera generazione di bambini senza assistenza sanitaria e istruzione, mentre le notizie di bambini reclutati da gruppi armati sono profondamente inquietanti».

Alla fine, sollecitato dai giornalisti, Guterres ha detto che il suo inviato speciale per lo Yemen,  Martin Griffiths, «E’ stato”molto incoraggiato dai suoi recenti colloqui con i rappresentanti delle parti in guerra a Sana’a e Riyadh. L’inviato speciale dovrebbe andare anche negli Emirati Arabi Uniti, Oman e Aden per dei  colloqui. Questo ha portato a prospettive positive per un dialogo yemenita inclusivo, L’opportunità per la pace dovrebbe essere colta […] e non mancata».

Ma James Munn, direttore della ONG Norwegian Refugee Council, è molto meno fiducioso sull’atteggiamento saudita e di altri Paesi: «Le conferenze dei donatori sono raramente eventi decisionali. Sono esercizi di protocollo nei quali  i donatori leggono le dichiarazioni preparate».

Un funzionario dell’Onu ha detto a Irin che la donazione dell’Arabia saudita e degli Emirati arabi uniti  «ha obiettivi di buona reputazione» e ha aggiunto che «Non è la prima volta che le parti in conflitto sono anche donatrici di aiuti o “colpevoli” di influenzare il processo decisionale umanitario delle donazioni. Guardate gli Stati Uniti in Iraq o, ad esempio, il sostegno tedesco all’agenzia di soccorso palestinese dell’Onu Unrwa, che potrebbe essere collegato all’Olocausto alle origini del conflitto israelo-palestinese».

Dopo la mega donazione, la coalizione guidata dai sauditi si aspetta la riconoscenza dell’Onu (subito espressa), anche se probabilmente sorvolerà sulle richieste dell’Onu di rispettare la legge internazionale e di abolire le restrizioni sulle importazioni di merci.  Per Munn, la donazione di sauditi ed emiratini «Non è sgradita, ma dovrebbe essere abbinata ai colloqui di pace, a meno restrizioni ai soccorritori e a un riconoscimento del danno collaterale che colpisce oltre 22 milioni di persone. La mia agenzia, per principio, non prenderebbe direttamente i soldi sauditi».

Per alcuni, i finanziamenti sauditi potrebbero indicare un cambio di strategia. Irin sottolinea che «Il Regno ha compiuto sforzi significativi per rafforzare la propria capacità di aiuto, istituendo il parastatale King Salman Humanitarian Aid and Relief Center. Di recente ha anche avviato un piano parallelo di aiuti allo Yemen, progettato per placare le preoccupazioni delle Nazioni Unite e della Croce Rossa sui danni ai civili».

Anche secondo Munn e altri analisti «Il nuovo eclatante annuncio dell’Arabia Saudita sembra indicare un cambiamento, suggerendo che il Paese sta cercando un’opportunità per mostrare il suo lato compassionevole».

A chi teme che gli aiuti sauditi arriveranno solo nelle zone controllate dal governo fantoccio Hadi  il governo saudita risponde che  la donazione all’Onu  dimostra che «Il nostro approccio per affrontare le sfide umanitarie nello Yemen è olistico. I finanziamenti dell’Arabia Saudita saranno utilizzati in modo imparziale: il nostro aiuto è per tutti gli yemeniti in tutte le regioni dello Yemen ed è strettamente basato sui bisogni umanitari». Ma poi, quando Irin ha chiesto se il governo di Ryhad è disposto ad alleviare il blocco commerciale nel porto controllato dagli Houthi, la risposta è stata che «I ribelli stanno raccogliendo entrate dlla tassazione, dall’estorsione e dalla creazione di un mercato nero per il carburante».

La Hassan di Amnesty International sottolinea che per l’Arabia saudita  «La donazione di quest’anno non deve essere un pass gratuito quando si tratta di dover endere conto delle gravi violazioni commesse nello Yemen» e conclude ricordando che è stata l’Arabia saudita a mettere lo Yemen «Su un pendio incredibilmente pericoloso e scivoloso. L’Arabia Saudita utilizza i sui muscoli finanziari per farsi rimuovere da un elenco di stati dell’Onu che usano bambini soldato del 2016».

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/13388609/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Come sempre il dubbio non espresso è che chi finanzia le guerre vuole guadagnare su tutto, anche sugli aiuti umanitari: prima con le armi, poi col pane. Staremo a vedere con cosa altro vogliono guadagnare, ma non dovremo aspettare molto. Hanno in fila cosa chiedere l’uno dopo l’altro. Pazienza.

13) Migranti, premier israeliano Netanyahu: “Li manderemo in Italia”. Farnesina: “Nessun accordo” Poi tutto ritorno indietro, ma intanto se aveva le gambe ci trovavamo in una altra situazione da paura.

Premier israeliano Netanyahu annulla accordo con l’Onu sull’espulsione dei migranti

Israele aveva annunciato un piano per distribuire 16mila migranti africani in Canada, Germania e Italia. Ma il ministero degli Esteri italiano nega: “Non c’è alcun accordo con l’Italia nell’ambito del patto bilaterale tra Israele e l’Unhcr per la ricollocazione, in cinque anni, dei migranti che vanno in Israele dall’Africa”.

MEDIO ORIENTE 2 APRILE 2018  21:02 di Annalisa Cangemi

È giallo per l’annuncio fatto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, dopo che il suo governo ha raggiunto un’intesa con l’Alto Commissariato Onu. Secondo quando annunciato da Israele, circa 16.250 migranti eritrei e sudanesi, sarebbero stati suddivisi tra Canada, Germania e Italia, 6mila solo nel primo anno.

Secondo questi patti oltre 16 mila migranti africani sarebbero stati inoltrati verso Paesi occidentali, mentre gli altri sarebbero rimasti in Israele in qualità di residenti permanenti. Avrebbero ottenuto visti di lavoro per essere destinati in località dove avrebbero potuto rendersi utili: “Saremo noi a decidere dove essi vivranno e dove essi lavoreranno” aveva precisato, nella stessa conferenza stampa, il ministro degli interni Arie Deri. L’intenzione di Israele era quindi quella di non andare avanti con gli espatri forzati dei profughi verso Paesi come Uganda o Ruanda. Con il “supporto dei Paesi riceventi”, l’Unhcr aveva manifestato l’intenzione di collaborare per facilitare la partenza verso altri Paesi considerati più sicuri. In particolare, l’agenzia Onu e lo Stato ebraico avevano parlato di programmi per incoraggiare i richiedenti asilo eritrei e sudanesi a lasciare i quartieri a sud di Tel Aviv dove per la maggior parte si sono concentrati negli ultimi anni. In programma c’erano anche corsi di formazione professionale nei settori dell’energia solare e dell’agricoltura.

Ma oggi Netanyahu fa marcia indietro sul ricollocamento in Paesi occidentali di migliaia di migranti africani che vivono in Israele. In nottata il premier ha scritto su Facebook di essere sensibile alle reazioni critiche mosse dagli abitanti dei rioni poveri di Tel Aviv dove i migranti sono concentrati: “Intanto sospendo la realizzazione dell’accordo. Ho ascoltato con attenzione i molti commenti, ho riesaminato i vantaggi e le mancanze e ho deciso di annullare l’accordo”. Il premier, insieme al ministro degli interni Arie Deri, si è recato oggi in un rione di Tel Aviv per incontrare rappresentanti degli abitanti che invocano l’espulsione massiccia e immediata dei migranti africani.

La Farnesina ieri aveva smentito l’esistenza di un’intesa con l’Italia: “Non c’è alcun accordo con l’Italia nell’ambito del patto bilaterale tra Israele e l’Unhcr per la ricollocazione, in cinque anni, dei migranti che vanno in Israele dall’Africa e che Israele si è impegnata a non respingere”. Poi è lo stesso portavoce di Netanyahu a spiegare “L’Italia era solo un esempio di un paese occidentale: il primo ministro non intendeva in modo specifico l’Italia”.

È intervenuta per chiarire quello che appare come un equivoco anche Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr: “Solamente previo accordo con il governo italiano potrebbero arrivare in Italia alcuni rifugiati provenienti da Israele solo a titolo di ricongiungimento familiare con parenti che già vivono qui, si tratta in sostanza di pochissimi e specifici casi”.

Dure le reazioni da parte dei politici italiani. “Sempre convinti delle ragioni di Israele, anche in questi giorni tragici, leggiamo sbigottiti di intese Israele-Onu per mandare profughi africani in paesi occidentali, tra cui l’Italia. Bisogna opporsi e anzi chiedere che altri semmai prendano profughi approdati in Italia. Il Parlamento dica no subito”, ha detto Maurizio Gasparri di FI. Dissenso espresso anche dal senatore leghista Roberto Calderoli: “Non se ne parla neppure di prenderci una quota dei 16mila immigrati clandestini africani che Israele sta per espellere dal suo territorio. Ma ci siamo dimenticati che l’Italia ha già 600mila clandestini da espellere? Ma chi è ancora al Governo, seppur come dimissionario, non ha ancora realizzato che ci sono state le elezioni e che quelli che hanno fatto arrivare i 600mila clandestini sono stati sconfitti e mandati a casa dai cittadini? Appena si insedierà il nuovo Governo rimanderà a casa loro, rimpatriandoli, tutti i clandestini, altro che accogliere quelli espulsi da Israele”, conclude.

Cauto invece il M5S: “In molti, tra i parlamentari e i vertici, a taccuini chiusi hanno spiegato che si tratta di un annuncio ondivago e poco chiaro, che peraltro la Farnesina ha già smentito. Quel che è certo è che la politica migratoria dell’Italia la decide l’Italia, e dunque il prossimo governo italiano, e non l’Unhcr, che svolge altre funzioni nobili e meritorie”.

Annalisa Cangemi

(Continua su: https://www.fanpage.it/migranti-premier-israeliano-netanyahu-li-manderemo-in-italia-farnesina-nessun-accordo/ – http://www.fanpage.it/).

Contrordine compagni! Quanto emanato dall’Onu contiene un’affermazione, per ora, ma solo desiderata! Nessun altro trasferimento nei Paesi indicati. Aspettiamo le lune calanti e crescenti di chi si pronuncia sul palcoscenico mondiale quando apre bocca. Aspettiamo di che umore sono e di come si sono alzati al mattino. Ormai è solo quella la modalità di pensiero. Il dubbio è se il cervello si è spostato più in basso nell’intestino e nel suo viaggio di ritorno… Ma anche se le soluzioni che propongono sono carta straccia, non si accorgono di non essere più all’altezza di dare suggerimenti.

– L’esercito dei 2mila stranieri che l’Onu ha rifilato all’Italia

Sono i profughi giunti tra il 2015 e il 2017 per accordi con l’Unhcr. E entrati direttamente nel sistema di protezione

Antonella Aldrighetti – Mer, 04/04/2018 – 22:07

Fanno e meno notizia gli immigrati che arrivano in Italia già con i documenti in regola, passando formalmente la dogana con tanto di bollo della polizia di frontiera che li agevola nel transito, senza alcun controllo o di respingimento.

Scendono dai voli cosiddetti umanitari ed entrano legalmente perché accompagnati dai cooperatori dell’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, l’Unhcr. Arrivano dai campi profughi e dagli accampamenti situati negli agglomerati urbani del Corno d’Africa e da ancora più lontano con l’aiuto di realtà in relazione di cooperazione umanitaria con l’ambasciata eritrea in Italia. Tra il 2015 e il 2017, stando ai dati ufficiali, i cooperanti dell’Onu ne hanno traghettati in Italia 2.394. Non proprio una goccia nel mare.

Di questi 398 sono arrivati dall’Afghanistan, 150 dall’Iraq, 126 dall’Iran, 528 dal Pakistan, 879 dalla Nigeria e addirittura 20 dall’Albania oltre a 293 eritrei direttamente dalla Libia. La maggior parte di costoro non passa per i centri d’accoglienza straordinari tanto meno nei centri per i richiedenti asilo, ma usufruisce di qualche privilegio in più e va direttamente negli Sprar dove nel frattempo riceve le verifiche sulla propria identità e la conferma sul diritto d’asilo successivo alla protezione internazionale. Il costo per ogni rifugiato o richiedente asilo nello Sprar è stimato attorno ai 1.100 euro al mese. Quanto al processo di riconoscimento e inserimento il processo cui sono sottoposti non è troppo dissimile a quello dei minori eritrei non accompagnati. Nel 2016 proprio gli eritrei rappresentavano la prima nazionalità tra i minorenni soli giunti in Italia dopo aver attraversato la Libia: circa 3.800 su un totale di oltre 25.800. Se nel 2015 i minori erano solo l’8% tra gli eritrei arrivati in Italia, nel 2016 il rapporto è passato a quasi uno su cinque (il 18%). I mediatori culturali e gli interpreti ingaggiati dalle prefetture li possono individuare più facilmente degli altri perché parlano quasi esclusivamente il tigrino e in rari casi un arabo elementare.ùQuanto invece ai costi impegnati per l’accoglienza di costoro la cifra è tutt’altro che di secondo piano. La spesa per un minore non accompagnato è superiore a quello di un adulto: 48 euro ciascuno al giorno. Nel 2016 sono stati spesi per i soli giovani eritrei (ovvero i 3.800 sbarcati) oltre 62,4 milioni di euro; per gli adulti, 4.650 in tutto, ne sono stati spesi altri 59,4 milioni. Nel 2017 anche gli arrivi di eritrei li potremmo considerare in calo: a oggi ne possiamo contare 6.386 di cui 2.651 in attesa di ricevere il titolo di rifugiato. Vale a dire che i costi stimati per l’anno corrente potrebbero stare entro i 93 milioni. Certo a patto che la migrazione non riprenda a ritmi serrati come negli ultimi due anni. Tuttavia proprio in questi giorni i dati divulgati dal Viminale riportano altri 366 arrivi. Circa 120 in più rispetto allo stesso periodo del 2017. E sono all’opera anche le prefetture che hanno ingaggiato prenderanno servizio a breve altri 250 funzionari per valutare nelle diverse commissioni territoriali la validità delle richieste di asilo e di protezione. Vale a dire che l’accoglienza e la cooperazione non si ferma. Ultima conferma il bando pubblico per selezionare il nuovo direttore dell’Aics (agenzia per la cooperazione in seno alla Farnesina) dopo le dimissioni di Laura Frigenti, l’indomani del voto politico.

(Continua suhttp://www.ilgiornale.it/news/politica/lesercito-dei-2mila-stranieri-che-lonu-ha-rifilato-allitalia-1511770.html).

14) Massacro a Gaza, Leu: “Silenzio Europa e Onu è vergognoso”

ROMA – Da Agenzia Dire (www.dire.it) 31/03 /02018

ROMA – “Il silenzio dell’Unione europea e del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’uccisione a Gaza di almeno 15 manifestanti palestinesi da parte dell’esercito palestinese è semplicemente vergognoso”. Lo scrive su Facebook Alfredo D’Attorre di Liberi e Uguali.

“Non c’è purtroppo molto da sperare – prosegue D’Attorre – in una qualche iniziativa del governo italiano dimissionario. C’è da augurarsi che il Parlamento appena rieletto riesca a esprimere un governo in grado di riaffermare il diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato e di sostenere senza tremori questa linea a livello internazionale”.

“Anche questa sarebbe una risposta alla richiesta di cambiamento e di chiarezza che gli elettori hanno espresso il 4 marzo”, conclude.

FRATOIANNI: MASSACRO A GAZA, GOVERNO CONVOCHI AMBASCIATORE ISRAELE

“16 morti e migliaia di feriti nella striscia di Gaza: sono questi i numeri del vero e proprio massacro compiuto ieri come risposta alla manifestazione dei palestinesi che chiedono il diritto alla propria terra e ad avere uno Stato. La risposta dell’esercito e del governo israeliano è stata violenta, sproporzionata, senza giustificazione. Una situazione intollerabile che va avanti da anni, nel silenzio complice della comunità internazionale“. Lo afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni di Liberi e Uguali.

“Sarebbe il caso – prosegue l’esponente di Leu – che l’Italia convocasse l’ambasciatore israeliano per chiedere conto delle violenze di queste ore, visto che per molto meno e senza alcun accertamento di responsabilità nei giorni scorsi sono stati espulsi diplomatici di un altro Paese”. “Ma non ci facciamo illusioni – conclude Fratoianni – se pensiamo che il governo del nostro Paese non ha ancora voluto riconoscere lo Stato di Palestina, come chiediamo da anni”.

Da Agenzia Dire www.dire.it (http://www.dire.it/31-03-2018/188556-massacro-a-gaza-leu-silenzio-europa-e-onu-e-vergognoso/).

Stiamo a vedere… Leggendo bene sembra impossibile che ci siano16 morti e migliaia di feriti: che proporzione c’è? Inaudita e sproporzionata! Ma il polpettone da fare ingoiare al solito popolo bue è così. Ingoiate e tacete, e Israele lasciatela in pace. La solita Italietta non si muove, come in altre cosette, per esempio a Bardonecchia, con l’entrata non prevista di venti poliziotti francesi in una dogana italiana per far far fare la pipì ad un extracomunitario. Grandi grida, sempre dopo, e poi minacce roventi che tra un po’ ci si chiederà cosa è successo… e la solita cena con pacche sulle spalle invece che altrove risolverà tutto. Poveri italiani, legati ancora a parole ai sacri confini sbriciolati da altri paesi, almeno in questi casi. Ma i francesi si prendono sempre quel che vogliono e non ci vogliono un gran bene. Ma silenzio, e chi parla subisce: certo non è premiato.

15) Siria – Trovata fossa comune con 30 corpi

17.04.2018 Lo rivela la TV di stato siriana citando fonti militari

Una fossa comune con 30 cadaveri è stata scoperta oggi a Duma a est di Damasco, secondo quanto afferma la tv di Stato siriana citando fonti militari, nello stesso sobborgo teatro il 7 aprile scorso di un presunto attacco chimico attribuito al governo di Damasco.

(Continua su: http://www.gazzettadelsud.it/news/home/287724/trovata-fossa-comune-con-30-corpi.html).

Non sarà certo l’unica fossa comune che si trova: scavate e ne emergeranno altre, se chi c’è in quelle fosse non è finito vivo in mare come successe in Sud America qualche annetto fa.

16) Siria, accuse incrociate volano al Consiglio di sicurezza Onu | Euronews

it.euronews.com › Notizie › Mondo – Ultimo aggiornamento: 13/04/2018

Mentre la tensione sembra allentarsi attorno all’ipotesi di un intervento militare in Siria, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per fare il punto della situazione. Secondo il segretario generale Onu, Antonio Gutierres, il teatro mediorientale è ormai “così caotico da essere diventato una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali. La regione – ha detto Gutierres – è di fronte a un autentico nodo gordiano”.

“Le crescenti tensioni – ha proseguito il Segretario – e l’incapacità di giungere a un compromesso nella creazione di un meccanismo per l’individuazione di responsabilità minacciano di portarci a una vera escalation militare. Ho ribadito le mie profonde preoccupazioni circa i rischi legati all’empasse corrente e ho rimarcato il bisogno di evitare che la situazione vada fuori controllo”.

A ribadire la cautela sull’eventualità di un attacco in Siria è stata la stessa ambasciatrice statunistense Nikki Haley: “Il nostro presidente – ha dichiarato – non ha ancora preso una decisione sulle possibii azioni in Siria, ma se gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero decidere di muoversi, lo faranno in difesa dei principi sui quali tutti noi conveniamo. Sarà in difesa del fondamento giuridico internazionale da cui tutte le nazioni traggono beneficio. Gli Stati Uniti credono che Assad abbia usato armi chimiche almeno 50 volte nel corso della guerra siriana. Secondo altre stime sarebbe arrivato a usarle addirittura 200 volte”.

Continuiamo a osservare pericolosi preparativi militari per un atto di forza illegale contro uno stato sovrano – ha ribattutto l’ambasciatore russo Vasily Nebenzya – in quella che finirebbe per costituire una violazione delle leggi internazionali. Non solo l’uso della forza, ma anche la sua minaccia viene sventolata sul naso delle Nazioni Unite e questo è esattamente ciò che abbiamo visto nella recente retorica e nelle azioni di Washington e di alcuni dei suoi alleati”.

L’attacco chimico di Douma – che il governo russo continua a definire una montatura ad opera di governi ostili – è avvenuto lo scorso 7 aprile. Secondo le fonti mediche presenti in città, sarebbero 100 i morti e mille i feriti provocati dall’episodio.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/04/13/siria-accuse-incrociate-volano-al-consiglio-di-sicurezza-onu).

17) Migranti sempre in pericolo, gli stati e le loro frontiere da difendere.

– Migrante incinta respinta dalla polizia a Bardonecchia muore all’ospedale di Torino

La donna, una nigeriana di 31 anni, era affetta da un grave linfoma: era stata respinta dal confine tra Italia e Francia. I medici sono riusciti a far nascere il figlio di poche settimane.

CRONACA ITALIANA 23 MARZO 2018  21:36 di Davide Falcioni

Le politiche del governo francese sui respingimenti dei migranti che tentano di attraversare il confine italiano hanno presentato ancora una volta il conto: una donna incinta di poche settimane e affetta da un grave linfoma è morta all’ospedale Sant’Anna di Torino poche ore dopo essere stata respinta dai gendarmi francesi al confine di Bardonecchia, e dopo essere stata sottoposta a un parto cesareo d’urgenza. B.S., 31enne di nazionalità nigeriana, era stata soccorsa dagli attivisti di Rainbow4Africa. “Le autorità francesi sembrano avere dimenticato l’umanità”, dice all’Ansa Paolo Narcisi, presidente dell’associazione che da dicembre ha aiutato un migliaio di migranti. Fortunatamente i medici dell’ospedale piemontese sono riusciti a far venire alla luce il figlio della donna, che pesa appena 700 grammi e le cui condizioni sono estremamente precarie.

Narcisi ha aggiunto:  “I corrieri trattano meglio i loro pacchi”. Per l’uomo respingere una donna incinta e malata giunta alla frontiera “è un atto grave – dice ai microfoni del Tg3 – che va contro tutte le convenzioni internazionali e al buon senso, proprio come criminalizzare chi soccorre”. Nei giorni scorsi una guida alpina francese ha aiutato a partorire un’altra migrante incinta e per questo rischia una condanna fino a cinque per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Tutto questo è indice di una paura strisciante, ma non bisogna avere paura”, aggiunge il presidente di Rainbow4Africa, che ha lanciato la campagna Facebook ‘soccorrere non è un crimine’. “Un giorno potremmo esserci noi al loro posto…”.

La donna nigeriana morta oggi era stata ricoverata per un mese al Sant’Anna di Torino, seguita dall’Ostetricia e Ginecologia diretta dalla professoressa Tullia Todros e dai medici del reparto di ematologia delle Molinette. E’ stata tenuta in vita il più possibile, per permetterle di portare avanti la gravidanza. Il neonato è ora ricoverato nella Terapia Neonatale del Sant’Anna, diretta dalla professoressa Enrica Bertino, assistito dal padre, anche lui respinto al confine di Bardonecchia.

Davide Falcioni

(Continua su: https://www.fanpage.it/migrante-incinta-respinta-dalla-polizia-a-bardonecchia-muore-all-ospedale-di-torino/ – http://www.fanpage.it/).

Sembra che sia un vizio francese non soccorrere chi è in pericolo o condannare chi aiuta coloro che si trovano in situazioni difficili per loro stessi e per i minori che tentano di vivere, o solo di esistere.

18) “Viaggi Disperati”: meno migranti in Italia, aumentano in Spagna e Grecia

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11 aprile 2018 Articolo 21 Giornale (tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)

di: REDATTORE SOCIALE

Nuovo rapporto dell’Unhcr, che illustra il cambiamento dei modelli dei flussi. Nel 2018 in Italia calo del 74% degli arrivi via mare. Ma sale il tasso di mortalità. E a causa delle maggiori restrizioni imposte in Ungheria, molti rifugiati e migranti ricorrono a rotte alternative per spostarsi all’interno dell’Europa

ROMA – Nonostante sia diminuito il numero di rifugiati e migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa, i pericoli che molti affrontano durante il viaggio sono in alcuni casi aumentati. E’ quanto sottolinea un nuovo rapporto pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), che illustra il cambiamento dei modelli dei flussi.
Il rapporto Viaggi Disperati rileva come gli arrivi via mare in Italia, provenienti principalmente dalla Libia, siano drasticamente diminuiti dal luglio 2017. Questa tendenza è continuata nei primi tre mesi del 2018, con un calo del 74% rispetto allo scorso anno.

“Il viaggio verso l’Italia si è dimostrato sempre più pericoloso – afferma l’Unhcr – : nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia è salito a 1 decesso ogni 14 persone, rispetto a 1 decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017. Negli ultimi mesi si è inoltre registrato un deterioramento molto preoccupante della salute dei nuovi arrivati dalla Libia: un numero crescente di persone infatti sbarca in precarie condizioni di salute, mostrando segni di estrema debolezza e magrezza”.

In aumento gli arrivi in Spagna e Grecia. Mentre il numero complessivo di traversate del Mediterraneo è rimasto molto al di sotto dei livelli del 2016, il rapporto dell’Unhcr rileva anche un aumento degli arrivi in Spagna e in Grecia nell’ultima parte del 2017.
“Lo scorso anno – si afferma -, la Spagna ha registrato un aumento del 100% rispetto al 2016, con 28 mila nuovi arrivi. I primi mesi del 2018 mostrano una tendenza simile, con un incremento degli arrivi del 13% rispetto allo scorso anno”. A detenere il primato dei flussi migratori sono marocchini e algerini, ma i siriani rimangono il gruppo più numeroso che attraversa le frontiere terrestri della Spagna.
In Grecia, il numero totale di arrivi via mare è diminuito rispetto al 2016; tuttavia si è registrato un aumento del 33% tra maggio e dicembre di quest’anno con 24.600 arrivi rispetto ai 18.300 nello stesso periodo del 2016. La maggior parte proveniva da Siria, Iraq e Afghanistan, compreso un elevato numero di famiglie con bambini. I richiedenti asilo sbarcati in Grecia hanno affrontato lunghi periodi di permanenza sulle isole greche in condizioni drammatiche e di sovraffollamento.

Rotte alternative e morti. Secondo l’Unhcr, a causa delle maggiori restrizioni imposte in Ungheria, molti rifugiati e migranti ricorrono a rotte alternative per spostarsi all’interno dell’Europa. Ad esempio, alcuni entrano in Romania dalla Serbia, mentre altri partono dalla Grecia e attraversano l’Albania, il Montenegro e la Bosnia- Erzegovina per arrivare in Croazia.
“Per rifugiati e migranti viaggiare verso l’Europa e al suo interno continua a essere molto pericoloso”, ha riferito Pascale Moreau, direttrice dell’Ufficio per l’Europa dell’Unhcr. Si stima che oltre 3.100 persone abbiano perso la vita in mare l’anno scorso mentre lungo le rotte verso l’Europa, rispetto alle 5.100 del 2016. Altre 489 persone sono morte o risultano disperse dall’inizio del 2018.
Oltre ai decessi in mare, nel 2017 ci sono state almeno altre 75 persone lungo le rotte terrestri che hanno perso la vita alle frontiere esterne dell’Europa o durante il viaggio in Europa, insieme a continue e preoccupanti segnalazioni di respingimenti.
“L’accesso al territorio e a procedure di asilo rapide, eque ed efficienti per chi cerca protezione internazionale sono fondamentali. Gestire le frontiere e garantire protezione ai rifugiati in conformità agli obblighi internazionali degli Stati non si escludono a vicenda né sono incompatibili”, dichiara Moreau.

Abusi e violenze. Il rapporto dell’Unhcr sottolinea anche gli abusi e le estorsioni subite da rifugiati e migranti per mano di trafficanti, contrabbandieri o gruppi armati lungo varie rotte verso l’Europa.
“Le donne, soprattutto quelle che viaggiano da sole, e i minori non accompagnati rimangono particolarmente esposti al rischio di violenza sessuale e di genere lungo le rotte verso l’Europa e in alcune località all’interno dell’Europa. Nel 2017, oltre 17 mila minori non accompagnati sono entrati in Europa. La maggior parte è arrivata via mare in Italia, dove il 13% di tutti gli arrivi è costituito da bambini che viaggiano da soli, una tendenza simile al 2016”.

Reinsediamenti. Il rapporto dell’Unhcr mostra tuttavia alcuni progressi positivi nel numero di persone reinsediate in Europa lo scorso anno, con un aumento del 54% dal 2016. La maggior parte di questi 26.400 rifugiati erano di nazionalità siriana (84%) e sono stati reinsediati dalla Turchia, dal Libano e dalla Giordania. Tra i Paesi europei, il Regno Unito, la Svezia e la Germania hanno accolto il maggior numero di rifugiati attraverso il programma del reinsediamento.
Un altro sviluppo positivo si è registrato alla fine dello scorso anno, quando l’Unhcr ha iniziato a favorire l’evacuazione dei rifugiati vulnerabili dalla Libia al Niger e dalla Libia verso l’Italia.
“Le operazioni di evacuazione dalla Libia e le maggiori opportunità di reinsediamento che abbiamo visto l’anno scorso sono ottime notizie. Restano ancora seri ostacoli che limitano l’accesso a percorsi sicuri e legali, incluso il ricongiungimento familiare, per le persone bisognose di protezione internazionale e chiediamo pertanto più solidarietà”, ha dichiarato ancora Pascale Moreau.

I suggerimenti dell’Unhcr. Infine, il rapporto fornisce raccomandazioni supplementari in merito alla necessità di rafforzare la solidarietà tra gli Stati in Europa e con i Paesi di primo asilo e di transito, per migliorare la qualità dell’accoglienza, specialmente nel caso di minori non accompagnati e separati e persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere, e per garantire una migliore protezione dei bambini.

(Da redattoresociale: https://www.articolo21.org/2018/04/viaggi-disperati-meno-migranti-in-italia-aumentano-in-spagna-e-grecia/)

19) Gaza, una notte con gli organizzatori della “grande marcia” alla vigilia di un’altra giornata di lotta

Opinioni 5 aprile 2018 di: PATRIZIA CECCONI

Siamo andati in uno dei punti caldi, a est di Khan Younis, dove venerdì scorso i cecchini israeliani hanno fatto tre vittime e un numero imprecisato di feriti

Attenti a quei popoli che non hanno più niente da perdere. O li sterminate dal primo all’ultimo o non vi daranno pace. Oppure, se davvero è la pace che volete, dovete  lasciare il campo alla giustizia.

lo spassionato  consiglio da dare a Israele dopo aver osservato dall’interno le dinamiche createsi a Gaza in questi decenni di sopraffazione e soprattutto dopo questi ultimi 11 anni di assedio.
La “grande marcia del ritorno” iniziata il 30 marzo con la giornata della terra è la risposta esasperata e forse definitiva allo strapotere israeliano che occupa la Cisgiordania e assedia Gaza. Secondo gli organizzatori la marcia non-violenta per ottenere i propri diritti andrà avanti fino al 15 maggio, giorno della Nakba, ma Israele, dall’alto del suo potere arbitrario e  senza antagonisti, ha già commesso una strage di innocenti venerdì scorso ed ha minacciato di commetterne una peggiore il prossimo venerdì per impedire che la marcia prosegua.
Davanti alla minaccia di un crimine le istituzioni preposte al rispetto del diritto internazionale dovrebbero intervenire Ma in questo caso non lo hanno fatto. Davanti all’esecuzione del crimine non potrebbero proprio non  intervenire. Ma non sono intervenute. Quindi Israele il prossimo venerdi commetterà una nuova strage come già minacciato, forte dell’impunità e del tacito assenso ottenuto col silenzio o tutt’al più il balbettio di governi e Istituzioni internazionali.
Questo lo sanno bene gli organizzatori della “grande marcia” eppure non demordono.
Siamo andati a passare una giornata con loro  per capire cosa li muove a sfidare la morte senza che sia visibile una vera e propria strategia vincente.
Siamo andati in uno dei punti caldi, a est di Khan Younis, dove venerdì scorso i cecchini israeliani hanno fatto tre vittime e un numero imprecisato di feriti, esattamente a  Khuza’a, cittadina già pesantemente colpita dall’aggressione israeliana del 2014, tanto che visitandola due anni dopo la sua distruzione si percepiva ancora l’accanimento feroce con cui Israele aveva voluto punire i suoi abitanti. Si percepiva, dalle ferite ancora aperte,  la volontà di sterminio che aveva guidato da terra e dal cielo quello che viene definito, per ossequio verso Israele, l’esercito più morale del mondo. Ma nonostante i suoi visibili sforzi e l’uso abbondante di armi, anche vietate,  contro gli abitanti di Khuza’a, l’Idf non era riuscito a eliminarli tutti e molti di loro, giovanissimi, con ferite nell’animo e a volte nel corpo che cicatrizzandosi hanno tolto loro la paura della morte, ieri sera erano là sul border, guardando disarmati – alla distanza imposta di 700 metri – il nemico armato al quale ripetono anche in questo modo la loro determinazione a resistere a costo della propria vita.

Compatti, giovani e meno giovani, uomini e donne, attrezzati con tende per dormire, per preparare il cibo, per offrire soccorso medico e per comunicare col mondo attraverso canali radio e internet, sono qui a migliaia ed hanno organizzato anche una danza a chiusura della giornata.
Chi scrive arriva sul posto scortata da persone che rendono sicuro ogni suo passo perché –  anche se sembra quasi di stare in una festa di paese animata da un caos apparentemente allegro – sia gli amici che le autorità locali non vogliono che i pochissimi occidentali presenti nella Striscia corrano alcun rischio.
Ci sono alcuni fotoreporter, nel concentramento di Khuzaa’a, che scattano foto e girano video che mostreranno al mondo la realtà, attività necessaria a far capire chi sia l’aggredito e chi l’aggressore, ma quelli che incontriamo sono tutti locali e l’occidente, si sa, subisce il “fascino” della narrazione israeliana anche quando stride violentemente con i fatti reali. E’ probabilmente per questo che accolgono l’arrivo di una testimone occidentale con un’accoglienza ancor più calda di quella che questo popolo di solito riserva agli ospiti. Questa testimonianza non avrà la capacità di rompere il muro eretto col favore dei media main strem, ma sarà comunque qualcosa, in fondo questo è il senso della stampa realmente indipendente, cartacea o on line che sia e loro lo sanno molto bene.

La folla che ha risposto alla chiamata degli organizzatori è composta da un popolo variegato  le cui differenze politiche non sono percepibili, perché militanti e simpatizzanti di ogni fazione sono tutti sotto l’unica bandiera palestinese mettendo in pratica, dal basso, quella riconciliazione necessaria e vincente che i vertici delle diverse formazioni politiche non sono ancora riusciti a realizzare.
Hanno raccolto un buon numero di pneumatici che bruceranno venerdì prossimo per coprirsi dietro una cortina di fumo che renderà più difficile ai cecchini mirare ai loro corpi e uccidere puntando al cuore e alla testa  oppure invalidare mirando al bacino come hanno fatto con centinaia di manifestanti lo scorso venerdì.

Passiamo qui alcune ore, fino a notte, intervistando in modo formale e informale uomini e donne, giovani e adulti, che con l’aiuto dell’interprete arabo parlano con noi in piena libertà e tutte e tutti ripetono che la paura ha lasciato il posto alla determinazione a ottenere il rispetto della legalità internazionale, quella stessa che viene regolarmente e impropriamente citata a difesa di Israele il quale non l’ha mai rispettata.

Chi con indubbia competenza, chi ripetendo in modo ingenuo di aver diritto a tornare nella propria casa, tutti fanno riferimento al Diritto internazionale e alla Risoluzione Onu 194 che, a parole, garantisce il loro diritto regolarmente violato.

Qui nella Striscia di Gaza la maggioranza della popolazione infatti vive nei campi profughi allestiti  dopo la Naqba, cioè la catastrofe che, nello stesso anno in cui veniva emanata la Dichiarazione universale dei diritti umani, vedeva il nascente Stato di Israele violarli  a danno dei palestinesi cacciati a centinaia di migliaia dalle loro case.

Avanziamo il dubbio che questa grande iniziativa sia un po’ la ripetizione di tante altre manifestazioni finite nel sangue e chiediamo cosa ci sia di diverso questa volta, a parte la durata programmata della grande marcia che dovrebbe chiudersi il 15 maggio.
Generalmente i palestinesi, quando li si intervista su questi temi, parlano di speranza ma questa volta al termine speranza hanno sostituito un avverbio: “kalas” cioè “basta”, e con una determinazione che qualche media filo-israeliano sicuramente definirà fanatismo o addirittura fanatismo antisemita, ripetono che la morte non li spaventa più e che preferiscono morire che seguitare a vivere senza libertà e senza diritti. Questo è il messaggio che vogliono mandare al mondo e che sono sicuri di riuscire a far arrivare. Diciamo ai nostri interlocutori che il mondo dei media e delle istituzioni segue la narrazione israeliana e ripete che questa grande iniziativa è organizzata e gestita da Hamas. La risposta è comune, sia da parte di chi appartiene alle fila si Hamas che da parte di tutti gli altri, ed in sintesi la risposta è “siamo al di là delle divisioni politiche e vogliamo che il mondo riconosca i nostri diritti“.

Tra gli attivisti  che intervistiamo c’è il giornalista free lance Walid Mahmoud, cittadino di Khuza’a, che ci rilascia una dichiarazione precisa e ci autorizza a pubblicarla , queste le sue parole tradotte dall’inglese:”Sì, la morte non ci spaventa, perché siamo persone che hanno perso molto negli ultimi anni e oggi in questo marzo non abbiamo nulla da perdere… negli ultimi anni l’occupazione israeliana ha commesso troppi crimini contro di noi … e ora non ci arrenderemo e continueremo a marciare fino a quando non vedremo azioni sul terreno, perché il troppo è troppo. Oltre 10 anni di assedio e tre aggressioni fanno di Gaza una realtà  invivibile, e noi dobbiamo mantenere ciò che rimane da Gaza anche se ci costerà la vita. Vogliamo i nostri diritti come qualsiasi altra persona su questo pianeta, la decisione delle Nazioni Unite dice che i profughi palestinesi devono tornare nella loro terra occupata e noi questo vogliamo…. Sono fotoreporter e attivista freelance di Gaza e sto lavorando duramente per sensibilizzare il mondo su Gaza. Il mio obiettivo nella vita è di far capire alle persone che sostengono gli oppressori che sono dalla parte sbagliata e vorrei vedere il mondo svegliarsi e permettere ai palestinesi di avere giustizia.

Mentre raccogliamo le nostre interviste, c’è chi ci porta il “qahwe” cioè il caffè palestinese al cardamomo, chi lo “shay” cioè il loro tè bollente alla salvia perché a quest’ora fa freddo, chi ci offre dolci o altro cibo, e nel caos di voci e musica ogni tanto si sente qualche colpo sordo, sono i soldati israeliani che sparano i tear gas il cui fumo si confonde con quello degli pneumatici bruciati.

Questa gente sa che venerdì prossimo Israele continuerà a offrire morte invece di accettare giustizia perché l’Onu non interverrà, ma loro resisteranno lo stesso e citano le parole di Arafat e di altri combattenti del mondo “preferiamo morire in piedi che vivere in ginocchio”  e intanto ci invitano ad assistere alla danza tradizionale che balleranno tutti insieme centinaia di uomini di ogni età. Non si tratta della dabka, ma della dhiya e la differenza non è piccola cosa perché la dhiya ha un preciso significato e forse qualche antropologo israeliano lo sa e farebbe bene a farlo sapere anche al suo governo. La dhiya è un’antica danza araba di origine  tribale che ha la funzione di sollevare gli animi, dare coraggio e creare entusiasmo collettivo prima di una battaglia. E’ insomma una danza di guerra che non porta alla resa.

Questo popolo, di fronte a un nemico tanto armato quanto spietato sta ballando a mani nude la dhiya. Questo significa che questo popolo non si arrenderà. Perché non ha più niente da perdere.

Israele ha solo due alternative:  o sterminare ogni individuo di questo martoriato popolo, ma non ci riuscirà, o vivere con l’incubo che ci sarà sempre qualcuno a presentargli il conto dei suoi crimini.

Se l’Onu, ormai screditata proprio dalla sua accondiscendenza verso i crimini israeliani riuscisse a prendere le giuste misure per condurre Israele nell’ambito della legalità la dhiya verrebbe danzata per festeggiare la vittoria della giustizia e non per prepararsi all’ultima battaglia.
Noi siamo solo osservatori e testimoni, quindi non ci resta che osservare e comunicare ciò che abbiamo visto e ciò che succederà nei prossimi giorni sperando, come umani e non solo come comunicatori, che dopo 70 anni possa esserci la sterzata giusta per interrompere questa mattanza di vite e di diritti.

Patrizia Cecconi
Gaza 5 aprile 2018

(Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gaza_una_notte_con_gli_organizzatori_della_grande_marcia_alla_viglia_di_unaltra_giornata_di_lotta/82_23595/).

20) Cosa ha portato all’attacco alla Siria e cosa succede adesso

Stati Uniti, Francia e Inghilterra hanno dato il via nella notte all’annunciata risposta militare alla strage con armi chimiche avvenuta a Duoma una settimana fa. Dopo giorni di altissima tensione internazionale, oltre cento missili hanno colpito Damasco e Homs. Una pericolosa escalation che può portare ad uno scontro diretto tra potenze nucleari oppure solo un altro episodio della lunga guerra siriana?

GUERRA IN SIRIA 14 APRILE 2018 15: 53 di Mirko Bellis

L’annunciato attacco alla Siria è iniziato alle tre di questa mattina. Dopo il discorso del presidente Trump in diretta Tv, i tracciati dei missili da crociera Tomahawk hanno illuminato la notte della capitale siriana. Sono stati colpiti tre siti a Damasco e Homs che, secondo quanto affermato dal Pentagono, erano adibiti allo stoccaggio e produzione di armi chimiche. La risposta militare di Stati Uniti, Francia e Inghilterra arriva ad una settimana esatta dalla strage avvenuta a Douma, nella Ghouta orientale. Più di quaranta tra donne, uomini e bambini erano stati rivenuti senza vita nei sotterranei e in un appartamento di un palazzo della città. Nei video diffusi in rete, i cadaveri mostravano i segni di una morte atroce e le immagini avevano suscitato l’indignazione in tutto il mondo. Altre 500 persone, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, erano state ricoverate con sintomi da intossicazione. Non è la prima volta che il regime di Damasco è accusato di aver impiegato sostanze chimiche: il 4 aprile dell’anno scorso a Khan Shaykhun un episodio simile aveva provocato la reazione degli Usa e in quell’occasione il presidente statunitense aveva ordinato il lancio di 59 missili che avevano distrutto una base dell’aviazione siriana.

Da giorni Trump minaccia, a colpi di tweet, la Siria e la Russia, il principale alleato assieme all’Iran di Bashar al Assad. Uno scontro che ha tratto alla memoria gli anni più bui della guerra fredda.

Una settimana segnata anche dalle sessioni del Consiglio di Sicurezza per stabilire la responsabilità dell’attacco a Douma e l’invio di ispettori indipendenti. Riunioni che si sono risolte in un nulla di fatto per i veti incrociati delle due superpotenze.

Nell’azione punitiva al regime di Damasco, a fianco degli Stati Uniti, anche Francia e Inghilterra. Il presidente francese Macron nei mesi scorsi aveva preannunciato un intervento contro Bashar al Assad nel caso in cui avesse utilizzato armi chimiche. Diversa invece la posizione inglese: la premier britannica Theresa May, almeno in primo momento, si era dimostrata cauta nel coinvolgere il suo Paese in questa nuova avventura bellica. Dopo aver incassato l’approvazione del suo gabinetto, però, anche May ha dato l’ordine di schierare i sommergibili nel Mediterraneo e di mettere in preallarme la squadriglia di caccia Tornado nella base di Cipro. Uno sfoggio di potenza militare che non si vedeva dalla guerra in Iraq del 2003. Di fronte alle manovre militari delle tre potenze occidentali, la Russia ha reagito minacciando di colpire non solo i missili indirizzati verso il territorio siriano ma anche le navi o gli aerei da dove fossero lanciati. Uno scontro diretto tra potenze nucleari reso ancora più probabile quando, solo due giorni fa, il rappresentante russo alle Nazioni Unite aveva avvertito il rischio di una guerra con gli Stati Uniti in caso di attacco.

Adesso che l’attacco è avvenuto, c’è l’inquietudine sulle possibili conseguenze. Questa mattina non si sono fatte attendere le dichiarazioni dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti il quale ha affermato in un comunicato che: “Ancora una volta, siamo minacciati. Abbiamo avvertito che tali azioni non rimarranno senza conseguenze. Tutte le responsabilità ricadranno su Washington, Londra e Parigi. Insultare il presidente della Russia è inaccettabile e inammissibile. Gli Stati Uniti – il possessore del più grande arsenale di armi chimiche – non hanno il diritto morale di incolpare altri Paesi”.

Il presidente Putin, da parte sua, ha condannato il raid definendolo “un atto di aggressione” e ha avvertito che l’attuale escalation della crisi siriana ha “un impatto devastante sull’intero sistema delle relazioni internazionali”. La Russia, inoltre, ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere degli attacchi sulla Siria. Dichiarazioni infuocate arrivano anche dall’Iran, secondo cui, Stati Uniti, Francia e Inghilterra “sono responsabili delle conseguenze regionali di questa azione avventurista”.

Ma al di là della retorica di questi momenti, l’attacco missilistico non compromette realmente le capacità dell’esercito siriano, che nei giorni scorsi aveva provveduto a mettere al riparo le proprie unità. “Abbiamo attutito l’attacco – ha detto un funzionario di Damasco – eravamo stati avvertiti in anticipo dai russi”. Per dimostrare quanto poco l’azione di stanotte abbia influenzato le attività del governo, l’ufficio di presidenza di Bashar al Assad ha diffuso questa mattina un video in cui si vede il presidente siriano recarsi al lavoro come se niente fosse successo.

Se la premier inglese si è affrettata a dire che l’obiettivo dell’attacco non è un cambio di regime in Siria, il Capo di stato maggiore dell’esercito Usa, il generale Joseph Dunford, ha detto che gli Stati Uniti hanno identificato in modo specifico gli obiettivi da colpire in modo da evitare il rischio di vittime russe. A questo si aggiunge l’ultima dichiarazione del presidente Trump il quale, ringraziando Francia e Inghilterra, dà per “compiuta” la missione.

Un ulteriore dimostrazione della limitata portata dell’operazione militare che difficilmente porterà ad un maggiore coinvolgimento in Siria delle potenze occidentali.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/cosa-ha-portato-all-attacco-alla-siria-e-cosa-succede-adesso/ – http://www.fanpage.it/)

21) Siria: Onu boccia richiesta Russia di condannare attacco

Solo 3 sì in Consiglio a risoluzione contro raid Usa-Gb-Francia

NEW YORK, 14 APR – Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha bocciato una bozza di risoluzione proposta dalla Russia che “condannava l’aggressione contro la Siria da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, in violazione delle leggi internazionali e della Carta delle Nazioni Unite”. Il testo ha ottenuto solo 3 voti a favore (Russia, Cina e Bolivia), 8 contrari e 4 astenuti. Non è stato necessario il veto di Usa, Gran Bretagna e Francia.

(Continua su: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/italia/1003559/siria-onu-boccia-richiesta-russia-di-condannare-attacco.html).

22) Siria. I missili il vero danno non l’hanno causato ad Assad, ma all’ONU

Opinioni 15 aprile 2018 di: MASSIMO MARNETTO

I missili sulla Siria il vero danno non l’hanno causato ad Assad, ma all’ONU.

Delegittimata dall’ennesimo intervento militare non autorizzato, il palazzo di vetro si vede ancora una volta ridimensionato a Organizzazione Non Utile. Sia quando emette risoluzioni spesso ignorate; sia quando condanna inutilmente aggressioni unilaterali; sia, infine, quando non riesce nemmeno a pronunciarsi, bloccata dal diritto di veto delle potenze che fanno parte in modo permanente del Consiglio di Sicurezza, per diritto di vittoria nella seconda  guerra mondiale. Cioè, in base ad un evento che risale a oltre 70 fa.

Ormai l’ascendente dell’ONU è limitato ai piccoli stati, ma le grandi potenze la ignorano. E se si innervosiscono per qualche decisione percepita come affronto di sovranità, si riservano pure il diritto di non sospendere la loro quota di adesione (vedi Usa). Ora, per il caso Siria, balbetterà qualche dichiarazione, ma sarà acqua fresca, dopo la depurazione verbale a cui ogni documento è sottoposto dagli specialisti delle superpotenze, pagati per parlare senza dire nulla e per verbalizzare l’ovvio.

La perdita di autorevolezza di questa Organizzazione è l’indicatore più inquietante della svalutazione della pace. E della necessità di ogni popolo di badare al nazionalismo in casa propria, in modo che non possa saldarsi a quello di altre nazioni. Perché poi queste comitive esuberanti finiscono sempre per passare la serata bombardando qualcuno.

(Continua su: https://www.articolo21.org/2018/04/siria-i-missili-il-vero-danno-non-lhanno-causato-ad-assad-ma-allonu/).

23) Tre aziende hanno venduto 96 tonnellate di alcol alla Siria: “Lo hanno usato per le armi chimiche”

Secondo la rivista Knack e Syrian Archive, tre aziende belghe hanno esportato in Siria 96 tonnellate di isopropanolo, un materiale chimico “a duplice uso” che potrebbe essere stato usato per la fabbricazione del sarin, il micidiale gas nervino utilizzato nel corso della guerra.

GUERRA IN SIRIA 19 APRILE 2018 13: 20 di Mirko Bellis

Secondo la rivista Knack e Syrian Archive, tre aziende belghe hanno esportato in Siria 96 tonnellate di isopropanolo, un materiale chimico “a duplice uso” che potrebbe essere stato usato per la fabbricazione del sarin, il micidiale gas nervino utilizzato nel corso della guerra.

Tre aziende belghe sono accusate di aver esportato in Siria 96 tonnellate di alcool isopropanolo, una sostanza chimica che, tra gli altri usi industriali, può servire anche per la fabbricazione del sarin, il gas nervino utilizzato a Khan Shaykhun in cui sono morte decine di persone. Secondo quanto emerso da un’inchiesta della rivista Knack e Syrian Archive, le tre società hanno continuato a vendere il prodotto nonostante le regole imposte dall’Unione europea nel 2013 che prevedevano speciali autorizzazioni per il commercio di materiale “a duplice uso” verso il Paese mediorientale.

I carichi di isopropanolo sono partiti dal porto di Anversa tra il 2014 e il 2016. Roland Cassiers, portavoce della Corte penale di Anversa, ha confermato che le compagnie coinvolte sono AAE Chemie Trading, un grossista di prodotti chimici per uso industriale; Anex Customs, un’azienda che forniva servizi amministrativi fino alla sua bancarotta nel 2017; e Danmar Logistics, una società di logistica. L’isopropanolo, noto anche come alcool isopropilico, è considerato un prodotto, al pari del cloro, con molteplici usi legittimi come ad esempio nell’industria farmaceutica o nel settore delle vernici. Ma può essere utilizzato anche nel processo di sintesi di agenti chimici come il sarin, il gas nervino bandito dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993.

Il sarin è stato utilizzato nell’attacco di Khan Shaykhun il 4 aprile del 2017 dove morirono decine di persone. Dai campioni prelevati dall’Organizzazione per la proibizione delle Armi Chimiche (Opcw) sul luogo dell’esplosione è emerso che l’uso del gas sarin è stato dimostrato “in maniera incontrovertibile”. I test di laboratorio, inoltre, hanno provato che per la produzione dell’arma chimica è stato utilizzato proprio l’isopropanolo. Secondo il tossicologo belga Jan Tytgat, la morte provocata da questa sostanza chimica è molto dolorosa e la dose letale di sarin per gli adulti è stimata in meno di 1 milligrammo.

Sulla base delle informazioni contenute nel database delle Nazioni Unite sul commercio internazionale Comtrade, è emerso anche che diversi Paesi hanno continuato a commercializzare l’isopropanolo in Siria in questi anni.

I dati mostrano che dal 2014 circa 1.280 tonnellate di propanolo e isopropanolo (le due sostanze sono registrate con lo stesso codice) sono stati esportati in Siria, la maggior parte proveniente da Emirati arabi uniti e Libano. Le statistiche delle Nazioni Unite mostrano anche come il Belgio sia stato l’unico Stato europeo ad aver continuato il commercio verso il Paese mediorientale nonostante le restrizioni imposte dall’Unione europea.

Secondo Francis Adyns, funzionario del dipartimento delle finanze belga, “L’isopropanolo è impiegato, tra le altre cose, come solvente nell’industria delle vernici, come disinfettante in ambito sanitario e come refrigerante”. “Le autorità doganali non sono a conoscenza di nessun altro uso di questa sostanza chimica e le esportazioni – ha precisato Adyns – sono avvenute nel corso di decenni agli stessi clienti”. La prima udienza del processo a carico delle tre aziende è stata fissata per il prossimo 15 maggio, ha fatto sapere Johan Van Overtveldt, il ministro delle finanze belga.

Dal canto loro, le tre società si sono difese affermando di aver agito in buona fede. AAE Chemie ha confermato di aver esportato isopropanolo in Siria, ma ha anche sottolineato che ha venduto questo prodotto da almeno 20 anni a clienti che appartengono all’industria delle vernici e della lavorazione del cuoio e “nessuna di queste società sembra essere in lista sospetta”. Secondo la versione delle tre aziende belghe, inoltre, le autorità doganali hanno sempre approvato le spedizioni verso la Siria senza aver mai trovato nulla da ridire. Ma i magistrati stanno indagando in totale 24 spedizioni avvenute tra maggio 2014 e dicembre 2016 e, oltre all’isopropanolo, sono finite nel mirino anche 219 tonnellate di acetone, 77 tonnellate di metanolo e 21 tonnellate di diclorometano. Sostanze chimiche partite dal Belgio senza nessuna autorizzazione nonostante le sanzioni al regime di Bashar al Assad.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/tre-aziende-hanno-venduto-96-tonnellate-di-alcol-alla-siria/ – http://www.fanpage.it/).

24) Nigeria, assalto in una chiesa durante la messa: uccisi due preti e 17 fedeli

L’episodio nello Stato nigeriano del Benue dove da tempo sono in corso scontri tra pastori nomadi, per lo più musulmani, e gli agricoltori, che sono prevalentemente cristiani.

AFRICA 25 APRILE 2018 11: 10 di Antonio Palma

Ancora sangue in Nigeria e ancora una volta ad essere presa di mira è una chiesa cristiana. Nelle scorse ore infatti un commando armato ha assaltato un edificio religioso dove era in corso una messa per i fedeli facendo una strage di fedeli. L’episodio nella chiesa di un villaggio remoto nello Stato nigeriano del Benue, Mbalom. Gli assalitori hanno fatto irruzione armi in pugno nella struttura sparando all’impazzata e uccidendo 19 persone . A terra sono rimasti i due preti che celebravano la messa e 17 fedeli. Secondo quanto ha affermato alla Cnn il portavoce della polizia locale, Terver Akase, gli aggressori sarebbero dei mandriani musulmani di etnia Fulani che avrebbero preso di mira l’intero villaggio appiccando anche il fuoco a una cinquantina di abitazioni ai campi agricoli circostanti prima di andare via.

“Sono in programma degli arresti perché stanno diventando sempre più sfrontati”, ha aggiunto il portavoce sottolineando che nella stessa zona alcuni giorni fa un altro assalto ha fatto dieci vittime tra i residenti. Secondo quanto riportato dai media locali, l’assalto potrebbe rientrare nello scontro in atto da tempo tra pastori Fulani, per lo più musulmani, e gli agricoltori, che sono prevalentemente cristiani, ma che negli ultimi tempi si è inasprito fino agli assalti armati. Almeno 72 persone infatte sono state uccise dall’inizio dell’anno a causa degli scontri tra pastori nomadi e agricoltori nella parte centrale del paese dell’Africa occidentale.

(Continua su: https://www.fanpage.it/nigeria-assalto-in-una-chiesa-durante-la-messa-uccisi-due-preti-e-17-fedeli/ – http://www.fanpage.it/).

– Nigeria: doppio attacco kamikaze, strage in moschea e al mercato da Euronews

(Ultimo aggiornamento: 02/05/201)

La prima esplosione in moschea, la seconda al mercatino, pochi minuti dopo; almeno 60 i morti causati da due kamikaze il primo maggio a Mubi, città nel nord-est della Nigeria. Gli attacchi arrivano nelle ore della visita del presidente nigeriano a Washington, dove ha ringraziato Donald Trump per il suo aiuto contro Boko Haram; il gruppo jihadista proprio lo scorso novembre aveva colpito la stessa cittadina con un assalto simile causando una cinquantina di morti.

Questa volta a farsi esplodere sarebbero stati due ragazzi, il secondo ha mietuto vittime proprio tra i fedeli in fuga dalla moschea dopo la prima esplosione.

Dal 2009 Boko Haram terrorizza la Nigeria in tutto 20mila sono state le vittime e 2,6 milioni gli sfollati.

(Fonte: https://www.intopic.it/notizia/13576047/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

25) Afghanistan, Onu: “30 bambini uccisi in un raid dell’esercito contro una scuola”

L’esercito afghano il 2 aprile scorso avrebbe ucciso almeno 30 bambini in un raid aereo realizzato contro una scuola coranica della provincia settentrionale di Kunduz. Lo ha reso noto la Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama).

ASIA 7 MAGGIO 2018 20: 54 di Susanna Picone

Il 2 aprile scorso almeno trenta bambini sarebbero stati uccisi dall’esercito afghano in un raid aereo realizzato contro una scuola coranica della provincia settentrionale di Kunduz. È quanto ha reso noto oggi a Kabul la Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama). Nel rapporto frutto di una indagine sull’operazione che fu presentata dai vertici militari come diretta a eliminare alti responsabili talebani nel distretto di Dasht- i- Archi, l’Onu ha precisato che provocò trentasei morti e settantuno feriti. Di questi, trenta morti e cinquantuno feriti in realtà erano dei bambini. Solo sei persone decedute nel raid aereo sarebbero stati dunque adulti. Dopo aver precisato questo, l’Unama ha fatto sapere di non aver potuto verificare con certezza se all’interno del seminario vi fossero talebani e ha raccomandato di impartire all’esercito direttive inerenti il rispetto del diritto umanitario internazionale.

Cinque agenti uccisi dai talebani – Il portavoce dei talebani, Qari Yussouf Ahmadi, ha intanto rivendicato con una dichiarazione inviata ai media un attacco avvenuto nella provincia di Kandaharattacco avvenuto nella provincia di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Nell’attacco – secondo quanto reso noto da un portavoce del capo della polizia provinciale – almeno cinque agenti sono stati uccisi e altri nove sono rimasti feriti. Nel corso dell’attacco – avvenuto nel distretto di Marouf, vicino al confine con il Pakistan – c’è stato anche uno scontro a fuoco con la polizia in cui sono morti quindici talebani e una decina sono rimasti feriti. Lo scontro a fuoco è durato varie ore dopo che sono arrivati i rinforzi delle forze di sicurezza.

Susanna Picone

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26)  Ritrovate le due gemelline di 4 anni scomparse a Udine: si erano perse nel bosco col cane

Finita la paura a Udine per la scomparsa di due bambine che si erano allontanate da casa a Tarcento, mentre la madre stava cucinando. Tutto il paese si è mobilitato per le ricerche.

CRONACA ITALIANA 25 APRILE 2018 10: 17 di Susanna Picone

L’allarme era scattato nel pomeriggio del 24 aprile. Due gemelline di quattro anni, Elisabetta e Adele, non si trovavano più. Erano scomparse da un piccolo paesino sopra Tarcento (Udine). Per ore centinaia di soccorritori hanno partecipato alle ricerche e fortunatamente nella notte è arrivato il lieto fine. Le due bambine, che si erano perse nel bosco, sono state ritrovate. Le due bimbe erano in compagnia del loro pitbull Margot lungo un sentiero che porta al comune montano di Montenars. Si erano perse nel bosco e avevano camminato a lungo a piedi sbagliando più volte la strada per cercare di ritornare a casa dai loro genitori. Le bimbe si erano allontanate da casa insieme con il proprio cane, che è rimasto accanto a loro per tutto il tempo, mentre la mamma stava cucinando. È stata proprio la donna a dare l’allarme prima delle 20 quando si è accorta che le figlie non si trovavano in casa. A trovarle dopo sei ore di angoscia sono stati dei volontari. Uno di loro ha ricostruito quelle ore in un post su Facebook: “Comincio a parlare a entrambe, Adele è vigile e quasi vivace, Elisabetta è un po’ più frastornata e sta più sulle sue”, descrive così gli attimi del ritrovamento.

Le gemelle stanno bene – Da quanto si apprende, le bambine erano sicuramente stanche, ma in buone condizioni di salute tanto che non è stato necessario neppure portarle in ospedale. Rifocillate e rassicurate, sono state poi riportate a casa intorno alle due, salutate da un lungo applauso liberatorio per i tanti soccorritori che a tempo record si erano messi in moto. Alle ricerche hanno partecipato carabinieri, polizia, protezione civile, soccorso alpino, guardie giurate e tanti volontari. Nella zona della loro abitazione era stato allestito un punto base per le ricerche, illuminato dalle cellule fotoelettriche. Nell’area della scomparsa ha operato anche l’elicottero militare con termocamera arrivato da Casarsa.

Susanna Picone

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27) Vincono 10mila euro e li devolvono al loro amico che sta diventando cieco

PUBBLICATO IL 15/05/2018 – Nuova vita

Il loro team si chiama New Horizon e loro sono dei ragazzi che, conosciutisi tra i banchi di scuola, hanno deciso di fare squadra per sviluppare al massimo le loro competenze informatiche, la più grande passione che hanno. Sono talmente bravi da essersi messi in mostra con i loro progetti addirittura a livello nazionale. L’ultima loro impresa è stata vincere un premio di 10.000 euro per aver sviluppato un’app che permette alle persone con disabilità di usare al meglio i social network. Non hanno però solo una grande testa, hanno anche un grande cuore perché quei 10.000 euro hanno deciso di devolverli al Comitato Maculopatie Giovanili dell’A.P.R.I. Onlus e a un loro amico che sta perdendo la vista, ma non la voglia di crescere nel mondo dell’informatica. Con quei soldi potrà comprarsi anche il computer che tanto desidera.

Servizio di Gioele Urso, redazione di TorinoToday

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Bravi i piccoli e i giovani che svergognano il mondo degli adulti, mondo che non si sente poi troppo a disagio per quello che fa, quando tutto è in funzione del potere e dei soldi che si strappano anche di bocca alle nazioni: come nel caso della Nigeria che ce li ha, sa di averceli, ma non può usarli per sé, perché le sono sempre addosso nazioni che si professano amiche, le danno l’elemosina e che le rubano tutto quello che possono.

Chiudiamo questa relazione che ha anche un filo tenue di speranza che speriamo aumenti sempre più.

Massacro dei già massacrati. I civili aspettano il loro turno per morire/The Slaughter after the Bloodshed. Civilians Wait for Their Turn to Due

Associazioni internazionali abbastanza credibili dicono che i morti da loro constatati sono 71 al giorno.

Siamo alle solite, sproloqui di parole senza un senso se non quello di non prendere provvedimenti sicuri per difendere i civili che aspettano il loro turno per morire, perché sanno che sarà così. Infatti, i continui raid aerei seguitano a sganciare delle bombe più potenti di quelle usate fin ad ora e il grosso esercito, pianto solo dai familiari, scompare sotto terra o resta sotto le macerie perché irraggiungibile.

La pazzia umana continua indisturbata: andiamo pure al cinema o seguiamo la TV che ci rimbambisce, ma al tempo stesso ci toglie la realtà della Siria che non è accanto a noi, ma è lontana. E allora ci diciamo: «Sì, va bene, succede, ma noi non possiamo fare nulla!». E allora ci pensiamo per un secondo e poi torniamo ai nostri affari. Nemmeno una preghierina a Dio, che è l’unico cui ci resta rivolgersi per quei disgraziati che da sei ani sono sotto assedio, sei anni che continuano a ricevere sulla loro testa centinaia di bombe… anche italiane, tanto per cambiare! E per non sentirci coinvolti in quello sfacelo, ricordiamoci che i bombardieri sono siriani, russi, americani ed altri che danno una mano a scaricare barili di cloro e bombe che arrivano anche nei sotterranei dove si rifugia chi può! Perché, se c’è un ferito, questo è destinato a morire in superficie, oltre ad essere frastornato dagli scoppi delle alte cariche, e anche a trovarsi senza cibo e aiuti minimi!

C’è poi il fatto, che si riferisce senza commenti, di maledizione a chi bombarda i civili per gusto di farlo e perché gli ospedali non esistono più e, se qualche medico è rimasto, potrebbe anche essere morto come chi si prepara a morire. Fa inorridire il fatto che le Nazioni Unite, simbolo della inattività più eclatante, si dicono “preoccupate”, poverine! Bisognerebbe forse mandar loro dei fazzolettini per asciugarsi il sudore ed eventuali lacrime: ignobili rappresentanti di un mondo che cerca solo il guadagno che può ricavare ad ammazzare tutti, un olocausto che dovrebbe far tremare tutti quelli che vendono armi e poi aiuti tanto per guadagnare di più.

Naturalmente ci sono sempre i soliti volontari seri che non fuggono e restano coi bambini, con le donne, con gli ammalati, i feriti e i disperati, perché sono umani e vogliono salvare l’uomo che soffre, che muore. Un grazie a tutte queste persone!

Siria, due bimbe morte avvolte nei sacchi degli aiuti umanitari: il simbolo del massacro di Ghouta

I genitori delle bimbe hanno voluto esprime così la loro frustrazione di fronte all’incapacità dell’Onu di fermare i bombardamenti sulla Ghouta orientale. Nelle ultime ore oltre quaranta civili sono stati uccisi, tra cui molte donne e bambini. Oggi un convoglio della Croce rossa è entrato nell’area con gli aiuti umanitari ma Assad ha dichiarato che i combattimenti continueranno.

Guerra in Siria – 5 marzo 2018 – 18:36, di Mirko Bellis

I corpi senza vita di due bambine avvolte con i sacchi dell’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). E’ terribile l’immagine che arriva da Douma, la città della Ghouta orientale da settimane sotto attacco dell’aviazione siriana. “Questa è la rovina dell’umanità. Il massacro continua e il mondo sta a guardare”, è il testo che accompagna la foto dei cadaveri delle due piccole. Gli abitanti del sobborgo a est della capitale hanno utilizzato i sacchi degli aiuti umanitari come sudari per esprimere la loro frustrazione verso le Nazioni Unite, considerate incapaci di fermare i bombardamenti. Solo nelle ultime 24 ore sono decine i bambini rimasti uccisi dai raid aerei e dell’artiglieria dell’esercito siriano nell’enclave ribelle a pochi chilometri da Damasco. Un bilancio drammatico che aumenta di ora in ora nonostante la tregua di 30 giorni stabilita dal Consiglio di sicurezza più di una settimana fa. Secondo quanto riferiscono fonti locali, sono oltre 40 i civili uccisi nella Ghouta orientale. Douma, la città più colpita dove si contano 31 morti, tra cui undici bambini e due donne.

Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito di Assad per riconquistare la roccaforte degli insorti a est della capitale, hanno perso la vita oltre 700 persone, tra cui 166 bambini e 98 donne. Un escalation di violenza che va ad aggiungersi alla drammatica situazione umanitaria dei circa 400.000 abitanti della Ghouta orientale da 6 anni sotto assedio. “Ogni giorno vengono lanciate migliaia di bombe, proiettili e barili bomba – afferma Aous Al Mubarak, un dentista – Ghouta è completamente paralizzata, le strade sono deserte e gli abitanti sono costretti a rifugiarsi nei sotterranei”. Ma anche il sottosuolo non è una garanzia di sopravvivenza. “I jet sganciano un tipo di bomba altamente esplosiva che non abbiamo mai visto prima – continua Al Mubarak – è in grado di abbattere un palazzo di sei piani. Decine di edifici sono caduti e i rifugi sotterranei sono crollati su donne e bambini, sono morti schiacciati dalle macerie”. “La prima volta che ho visto un rifugio – scrive Hussin Hasel, uno studente di medicina – mi è sembrato una tomba pronta per seppellirci tutti”. “La situazione nella Ghouta orientale è un inferno”, racconta Firas Abdullah, un giornalista locale. “I civili aspettano il loro turno per morire. Ogni giorno, sanno che qualcuno di loro verrà ucciso. Un olocausto che sta accadendo davanti agli occhi del mondo”.

Le Nazioni Unite hanno espresso la “profonda preoccupazione” per i continui combattimenti in Siria, in particolare per i bombardamenti ininterrotti della Ghouta orientale. “La punizione collettiva dei civili è semplicemente inaccettabile”, ha scritto Panos Moumtzis, il coordinatore umanitario Onu per la Siria. “Invece della tanto necessaria cessazione delle ostilità, continuiamo a vedere più combattimenti, più morti, inquietanti rapporti di privazioni e più ospedali bombardati. I civili devono essere protetti”, ha affermato Moumtzis.

Dopo giorni di attesa, oggi un convoglio della Croce rossa internazionale con gli aiuti umanitari è finalmente entrato nella Ghouta orientale. 46 camion con sacchi di farina, cibo e medicine per oltre 27.000 persone.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti. Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

L’esercito siriano non ha consentito l’accesso di tutti gli aiuti.

Secondo quanto riportato da Reuters, il convoglio dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è visto sequestrare il 70 per cento del materiale chirurgico e dei kit di emergenza destinato alla popolazione della Ghouta. “I kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza”, ha dichiarato un funzionario dell’Oms.

Sul fronte internazionale, Donald Trump e la premier britannica Theresa May hanno detto di considerare la Russia e la Siria i responsabili della “straziante sofferenza umana” nella Ghouta orientale. Anche il presidente francese Macron ha chiesto al suo omologo iraniano Rouhani di esercitare “la necessaria pressione” sul regime siriano per fermare gli attacchi “indiscriminati” ai civili.

Ma nonostante tutti gli appelli internazionali e, soprattutto, la tregua umanitaria decisa all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, le operazioni militari dell’esercito siriano sono continuate. I reparti d’assalto dell’unità d’élite Tigre stanno avanzando nella Ghouta orientale. Almeno il 25 per cento dell’intera area sarebbe ormai controllato dalle truppe di Assad e solo tre chilometri separano le forze lealiste da Douma. Da parte sua, il presidente siriano nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri ha dichiarato che l’esercito sta attaccando l’area a est della capitale “per difendere la popolazione dai terroristi”. Un’affermazione che fa supporre che la fine dei combattimenti sia ancora distante così come i massacri dei civili intrappolati nella Ghouta orientale.

(Continua su: https://www.fanpage.it/siria-due-bimbe-morte-avvolte-nei-sacchi-degli-aiuti-umanitari-il-simbolo-del-massacro-di-ghouta/http://www.fanpage.it/)

1.1) Attacchi chimici su Ghouta e Saraqeb in Siria, la Russia pone il veto

https://overthedoors.it › Zeppelin 12 feb 2018 – La settimana scorsa in Siria si sono registrati nuovi attacchi chimici con gas clorino: il primo a Douma, uno dei sobborghi assediati dal regime della Ghouta orientale, dove le truppe siriane e di Hezbollah, sostenute dall’aviazione russa, hanno intensificato l’assalto, causando oltre 200 vittime civili in quattro giorni. [N.d.A.: pagina consultata il 12.02.2018]

1.2) La Russia pone il veto all’ONU alla risoluzione USA per l’indagine sull’uso di armi chimiche in Siria

16 nov 2017 – La Russia ha votato oggi contro il progetto di risoluzione presentato dagli Stati Uniti all’ONU, che sosteneva la ripresa del mandato del meccanismo congiunto delle Nazioni Unite e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) per indagare sugli attacchi con armi chimiche in Siria.

(Continua su: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_russia_pone_il_veto_allonu_alla_risoluzione_usa_per_lindagine_sulluso_di_armi_chimiche_in_siria/82_22179/).

1.3) Attacco chimico in Siria, il diario di Medici senza Frontiere: «Portate l’atropina, serve aiuto»

Minuto per minuto così le squadre della ong hanno soccorso i feriti dopo il raid di martedì. Il racconto del capo missione italiano

di Marta Serafini (06.04.2017)

«Sono in Siria da un anno e tre mesi. E un attacco di quest’entità io non l’ho mai visto». Massimiliano Rebaudengo, 43 anni, è capo missione di Medici Senza Frontiere in Siria. Parla al telefono. Racconta una giornata — martedì 4 aprile 2017 — in cui sono morte 75 persone a Khan Sheikhoun, nel nord della Siria. Nomi e date che chi ha visto non dimenticherà mai. «Un attacco chimico di cui va attribuita la responsabilità» per le Nazioni Unite. «Una strage di bambini» per politici e giornali. Ma nel racconto dei dottori non c’è spazio per la retorica del dolore o per il linguaggio diplomatico. In guerra a parlare per prime sono le cifre. Numeri che vanno a braccetto con i nomi dei gas usati per sterminare i civili: sarin, agenti neurotossici, cloro, ammoniaca. «Quando nei nostri ospedali arrivano dieci feriti parliamo di mass casualty (afflusso massiccio di vittime, ndr). Martedì è stato diverso. Solo il nostro staff medico ha visto 92 pazienti». Si parte da qui. Poi, Rebaudengo inizia la cronaca.

(Continua su: http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_06/attacco-chimico-diario-un-medico-c387cde0-1a3f-11e7-988d-d7c20f1197f1.shtml).

1.4) La Turchia bombarda i civili ad Afrin: ma Onu ed Europa tacciono

di REDAZIONE, mercoledì 14 marzo 2018

Il centro della città di Afrin è stato colpito questa sera da pesanti bombardamenti da parte degli invasori turchi e si hanno notizie di molte vittime civili. Lo denuncia alla tv curda Rudaw un funzionario dell’amministrazione di Rojava, Hediye Yusuf, affermando che la Turchia ”sta bombardando il centro di Afrin e ci sono morti e feriti tra i civili”. Fonti del partito curdo Pyd hanno spiegato che i civili rimasti feriti nei raid aerei e nel fuoco di artiglieria sono stati trasportati all’ospedale di Afrin. Non si conosce al momento il numero delle vittime. Rudaw sottolinea inoltre che gli ospedali risultano già sovraffollati di vittime civili causate dall’offensiva militare Ramoscello d’ulivo lanciata lo scorso 20 gennaio dalle Forze armate della Turchia. Secondo le Forze democratiche siriane (alleanza curdo-araba di cui fanno parte anche le Unità di mobilitazione popolare Ypg), la Turchia sta sferrando ”bombardamenti indiscriminati” e ”raid continui, senza sosta” sulla città di Afrin, costringendo la popolazione a scappare. Stranamente Nazioni Unite e Ue, così attente ai problemi della Siria quando c’è da gettare fango sul legittimo presidente Assad, ora tacciono. E questa è la vergogna più grande, che organizzazioni sovranzionali prendano parte per i terroristi golpisti.

(Continua su: http://www.secoloditalia.it/2018/03/la-turchia-bombarda-civili-ad-afrin-onu-ed-europa-tacciono/).

Perché si vieta di indagare se c’è stato un attacco chimico sui civili della Siria?

A che scopo voler nascondere la realtà e oscurare i morti assassinati che sapevano di cloro ed altro? Già, ma i morti sono morti ed il cloro ormai si è disperso fino ad un nuovo attacco! Troppe sono le testimonianze anche di organismi internazionali che dicono che ci sono stati attacchi chimici.

In compenso, se non ci sono bombardamenti chimici, quelli esplosivi non si arrestano ed i piloti di quegli aerei tornano alle loro famiglie contenti di aver fatto il loro dovere, non di aver assassinato e smembrato bambini e adulti solo perché presenti in un luogo dove non dovevano essere. Si chiede scusa, perché in Siria non si sa più dove è il posto dove non si doveva essere, visto che tutti, anche i bambini, prevedono la loro morte per una trascuratezza evidente di andare a cercare cibo o acqua o rimediare qualcosa da mangiare e bere anche se il tutto è pieno dei cosiddetti batteri o virus che li stremeranno sempre di più.

Se l’Europa e l’ONU tacciono è perché vogliono far sparire in fretta quelle notizie così inquietanti. Spesso si leggono sui “media” inteneriti avvisi del tipo «Questo programma potrebbe turbare la sensibilità delle persone»: non resta che aspettare qualche bomba sulle nostre teste che riduca l’umanità come vogliono appunto le autorità citate. Allora, chi resterà, si ricorderà quanto scrisse quel tale Verdi nel “Nabucco”: ormai quello che successe anni fa è musica che strappa qualche lacrima alla gente poco incline a vedere corpi di bambini smembrati in terra o bambini disperati che ci passano vicino… proprio così! Qualche immagine strappalacrime è pubblicata, ma quelle più terrificanti danno fastidio alla gente, che preferisce il mondo virtuale delle TV e divertirsi e non pensare a chi è sotto bombardamenti di tutte le nazioni citate e non. L’Italia non rientra in questa citazione perché fabbrica solo le bombe da mandare in quei paesi: Brava, Italia!

2) Gli effetti del gas cloro sugli abitanti della Ghouta orientale

2.1) Siria, massacro finale: civili gasati con il cloro, 30 intossicati nella Ghouta. Ieri 90 morti

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. Gli Usa non escludono l’azione militare contro Assad come risposta agli attacchi chimici.

GUERRA IN SIRIA 6 MARZO 2018  17:24 di Mirko Bellis

Nella Ghouta orientale trenta persone sono state ricoverate con i sintomi di intossicazione da gas cloro. La denuncia arriva dai Caschi bianchi, l’organizzazione di volontari della protezione civile che opera nelle zone non controllate dal governo siriano. Tra i soccorsi anche sei bambini e quattro donne. L’attacco con la sostanza chimica è avvenuto a Hammouriya, una delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. I medici locali hanno affermato che i pazienti presentavano problemi respiratori. In quella che ormai è una carneficina quotidiana – solo ieri sono stati uccisi più di 90 civili – si tratterebbe dell’ottavo attacco con armi chimici dall’inizio dell’anno.

“Il mondo civilizzato non deve tollerare il continuo uso di armi chimiche da parte del regime di Assad”, ha dichiarato Sarah Huckabee Sanders, la portavoce della Casa bianca. Secondo quanto riportato dal Washington Post, gli Usa sarebbero pronti a colpire di nuovo il regime siriano. Donald Trump, nel corso di una riunione con i vertici militari, avrebbe manifestato l’intenzione di sferrare un attacco in Siria come risposta all’uso di armi chimiche. Già nell’aprile dello scorso anno, il presidente statunitense ordinò di colpire la base dell’esercito siriano da cui era partiti gli attacchi con gas su Khan Shaykhun costati la vita a 80 persone. A frenare Trump, secondo le indiscrezioni raccolte dal Washington Post, sarebbe stato il segretario della Difesa, James Mattis, che si è detto contrario ad un’azione militare. L’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano è stato confermato anche dalla Commissione dell’Onu sui crimini di guerra in Siria. In un rapporto pubblicato oggi sono contenute le prove degli attacchi con sostanze chimiche contro i ribelli avvenuti a luglio e novembre dell’anno scorso nella Ghouta orientale.

L’intossicazione da gas cloro è avvenuta solo poche ore dopo che i convogli della Croce rossa internazionale e della Mezza luna rossa avevano abbandonato la Ghouta. Le organizzazioni internazionali non hanno potuto consegnare tutti gli aiuti umanitari: a causa dei bombardamenti, quattordici degli oltre 40 camion non sono stati scaricati.

L’Organizzazione mondiale della Sanità, inoltre, ha fatto sapere che le truppe lealiste hanno sequestrato circa il 70% delle forniture mediche. Kit di emergenza e materiale chirurgico indispensabili per curare migliaia di feriti che stanno letteralmente collassando le poche strutture mediche ancora operative.

“È con un cuore a pezzi che la nostra squadra lascia la Ghouta orientale. Le persone che abbiamo incontrato qui hanno passato cose inimmaginabili. Sembravano esausti. L’aiuto che abbiamo consegnato oggi non è sufficiente. Faremo tutto il possibile per tornare con più cibo, più rifornimenti”, ha scritto Pawel Krzysiek, il portavoce della Croce rossa internazionale.

I raid aerei non si sono fermati neanche oggi e si contano già 9 morti e decine di feriti. Da quando è iniziata l’offensiva dell’esercito siriano e dei suoi alleati per riconquistare la roccaforte ribelle a pochi chilometri da Damasco hanno perso la vita oltre 700 civili. Davanti agli occhi degli operatori della Croce rosse che ieri sono entrati nella Ghouta orientale si presentava uno scenario dantesco. “Si vede distruzione ovunque. Una sofferenza che va oltre l’immaginazione”.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede un cessate il fuoco in Siria di 30 giorni non è mai entrata in vigore. Il presidente russo Putin aveva proposto martedì scorso la creazione di corridori umanitari e una pausa dei combattimenti di cinque ore, dalle 9 alle 14, per permettere ai civili di abbandonare la zona. Oggi il portavoce del Cremlino ha confermato l’impegno della Russia di garantire un passaggio sicuro fuori dalla Ghouta orientale anche per i ribelli e le loro famiglie. In una dichiarazione, il ministero della Difesa russo ha detto che agli insorti verrebbe assicurato un corridoio sicuro e l’immunità per portare con sé anche le loro armi. Una riedizione di quello che accadde nel dicembre del 2016 dove, dopo la caduta di Aleppo, fu consentito ai miliziani anti Assad di ripiegare nella vicina Idlib.

Mirko Bellis

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Nessun commento anche se si conosce da dove proviene quel gas. Il dittatore od un suo sosia si è mostrato tra la folla, ma a fare cosa?

2.2) La notte più buia nella Ghouta: bombe, gas e napalm. Almeno 80 morti: foto e video da incubo

Nella Ghouta orientale è stata una notte da incubo: fonti mediche parlano di 88 morti, tra cui molti bambini. Decine gli intossicati da sostanze chimiche. Gli ospedali sono ormai al collasso e la Croce rossa ha sospeso la consegna degli aiuti prevista per oggi. Intanto le truppe di Assad avanzano per riconquistare l’enclave ribelle.

GUERRA IN SIRIA – 8 MARZO 2018,14:04 – di Mirko Bellis

“Non ci sono parole per descrivere quello che sta accadendo in questo momento nella Ghouta orientale. Famiglie intere che urlano e piangono mentre i jet russi bombardano senza sosta da questa mattina. Le ambulanze non possono uscire a soccorre i feriti perché le strade sono piene di macerie e voragini. E’ stata la notte peggiore di sempre”, scrive Firas Abdullah, un giornalista locale. “L’unica cosa che possiamo fare è gridare: Salvateci”. Nei raid della scorsa notte hanno perso la vita 88 civili: un bilancio destinato ad aumentare visto che molti feriti si trovano ancora sotto le macerie e non possono essere soccorsi.

“In quattro ore i nostri ospedali nella Ghouta hanno ricevuto feriti da bombe a grappolo, Napalm (ordigno incendiario, ndr) e intossicazione da gas cloro”, afferma un dottore della Syrian American Medical Society (Sams), un’Ong impegnata nell’assistenza medica in Siria. A Saqba e Hamouriya, due delle cittadine che compongono la vasta area a est di Damasco, i sanitari riportano di decine di pazienti ricoverati con sintomi compatibili con quelli dell’esposizione a sostanze chimiche: respiro affannoso, sudorazione, congestione delle mucose ed eritemi agli occhi.

“Il personale sanitario nel pronto soccorso riesce a malapena a lavorare per l’odore di cloro che sta diventando sempre più forte”, la denuncia dei medici. Le immagini che arrivano dalla Ghouta sono eloquenti della notte da incubo appena trascorsa: bambini che respirano a fatica con addosso la maschera d’ossigeno, uomini e donne insanguinati che vengono curati per terra.

“Nessun luogo è sicuro, nemmeno gli ospedali e i rifugi sotterranei”, dichiarano i medici locali della Sams. “I civili se non vengono uccisi immediatamente, sono destinati a morire a causa della mancanza di cure mediche”. Solo pochi giorni fa, l’esercito siriano aveva impedito ai convogli umanitari di consegnare i kit salvavita. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha denunciato che il 70% delle forniture mediche sono state trattenute a Damasco. “Sono stati rimossi aiuti che potevano salvare la vita di molti bambini nella Ghouta orientale. Molti dottori si trovano costretti a riutilizzare le bende e gli aghi per diversi pazienti”, avverte Save the Children. Dall’inizio del 2018, secondo uno studio dell’Unicef, sono oltre mille i bambini rimaste uccisi o feriti in Siria.

Gli aiuti umanitari con cibo, medicine e altri generi di prima necessità sono entrati solo lunedì scorso. Ma a causa dei combattimenti non tutti i convogli hanno potuto scaricare tutto il materiale e la Croce rossa ha annunciato di aver sospeso la consegna prevista per oggi. “Il convoglio è rinviato poiché la situazione non ci consente di portare avanti l’operazione in queste condizioni”, ha dichiarato Ingy Sedky, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa. Come ricorda l’organizzazione umanitaria, l’arrivo degli aiuti dei giorni scorsi non è sufficiente a alleviare la sofferenza dei quasi 400.000 abitanti della Ghouta orientale, sotto assedio dal 2012. “Abbiamo molta paura. Mangiamo solo orzo e a me non piace molto”, confessa Taisir, un bambino di 11 anni. “Ogni volta che lo mangio non riesco ad ingoiarlo”. Come questo bimbo, decine di migliaia di altri piccoli sono allo stremo, costretti a vivere nei rifugi sotterranei per cercare di salvarsi dai bombardamenti. “E’ da quasi venti giorni che i bambini non vedono la luce del sole. Fino a quando il mondo starà in silenzio?”, protesta una donna.

Intanto, gli insorti hanno fatto sapere di aver respinto l’offerta russa che garantiva loro un salvacondotto per abbandonare la zona assieme alle famiglie e alle armi mentre l’esercito siriano continua la sua avanzata con l’obiettivo di dividere in due la roccaforte ribelle. Sul piano diplomatico, ieri si è tenuta una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per far rispettare la tregua di trenta giorni stabilita il 24 febbraio scorso. La risoluzione che prevede un cessate il fuoco di un mese esclude però la fine delle operazioni militari contro le formazioni considerate terroriste. Una clausola che di fatto consente ad Assad e i suoi alleati di continuare ad attaccare la Ghouta orientale, dove tra i 20.000 combattenti ribelli si trovano anche decine di jihadisti.

“I recenti tentativi di giustificare attacchi indiscriminati e brutali su migliaia di civili con la necessità di combattere poche centinaia di insorti – come nella Ghouta orientale – sono legalmente e moralmente insostenibili”, ha detto Zeid Ra’ad al-Hussein, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. “Inoltre, quando sei disposto ad uccidere così facilmente il tuo stesso popolo, anche mentire diventa facile. Le affermazioni del governo siriano – ha concluso il diplomatico – secondo cui sta prendendo tutte le misure per proteggere la popolazione civile sono francamente ridicole”.

Mirko Bellis

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Non ci sono parole per descrivere il mattatoio voluto dal dittatore criminale siriano sui suoi stessi cittadini: tutti i civili – bambini, donne, uomini, dottori, infermieri improvvisati – ospedali e rifugi sotterranei sono stati bersagliati da ogni tipo di bomba distruttiva, chimica, gas, naplam, e chi vuole può aggiungere quello che pensa; forse (ma non si sa) mancano le atomiche sporche.

Ed ogni giorno è così: bombardamenti cosiddetti “a tappeto” che non ricordano nemmeno i bombardamenti dell’ultima guerra effettuati dai cosiddetti liberatori. Sono molto, ma molto peggiori e dagli aerei non si vedono i danni provocati sulle persone di qualunque età. I morti parlano, mostrando le loro ferite: l’ultimo dolore inferto è ancora sul loro volto prima che iniziano a marcire poiché non si riescono nemmeno a seppellire a causa della continuità dei bombardamenti.

Nei loro commenti, le Nazioni Unite cercano di fermare a parole questo annientamento (shoah), ma coi fatti lasciano molto a desiderare: non c’è la voglia di fermare le potenze che si affiancano al dittatore poiché ci sarebbero ritorsioni e gli avvertimenti servono ormai solo a continuare la mattanza e a rimpinguare l’esercito degli innocenti che scompaiono oltre ogni possibilità di immaginazione.

La riunione delle Nazioni Unite del 24 febbraio 2018 ha presentato la Risoluzione 2401, che proponeva di far rispettare una tregua che non è esistita; e poi, a chi dicono di fermarsi a bombardare dal cielo o da terra? Fanno ridere con i loro comunicati. Chi bombarda continua a bombardare, chi spara continua a sparare ed i civili sono i bersagli da colpire (anche se non è detto). Le macerie aumentano di giorno in giorno e sotto di loro si odono lamenti che presto si spegneranno per ovvie e crudeli conseguenze.

Se si salva qualcuno è una festa presto ridimensionata dalle richieste urlate da altre persone e bambini che non possono essere soccorsi perché ai soccorritori è impedito l’accesso alle zone più colpite, anche solo per distribuire quanto hanno portato. È una tragedia di cui non si vede la fine se non con la morte di tutti quelli che rimangono in qualche modo in vita e che non si aspettano più nulla di buono: se possono urlano la loro rabbia e l’impossibilità di portare in salvo i loro familiari, future vittime dei liberatori o conquistatori che siano.

3) Siria, si arrende anche l’Onu: “Mille morti in 20 giorni, corpi in putrefazione negli edifici”

Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato con un convoglio nella Ghouta orientale e ha descritto la drammatica situazione umanitaria degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. Dal 18 febbraio sono oltre 1.000 i morti. Intanto i primi jihadisti hanno cominciato ad abbandonare la zona.

GUERRA IN SIRIA – 10 MARZO 2018,15:03 – di Mirko Bellis

“La Ghouta orientale è sull’orlo di un enorme disastro. La distruzione è ovunque, ci sono corpi senza vita abbandonati dentro gli edifici collassati. L’odore è nauseante. Quando siamo arrivati con gli aiuti, gli abitanti sono usciti dai loro rifugi sotterranei ed è difficile descrivere quello che ho visto. Ci sono bambini così pallidi ed emaciati che dimostrano la metà dei loro anni. Sono traumatizzati, vivono nella paura costante dei bombardamenti incessanti e non sanno cosa accadrà”. Sajjad Malik, il rappresentante in Siria dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, è entrato lunedì a Douma, la principale città della Ghouta orientale, l’area a est di Damasco da settimane sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione siriana. La testimonianza di Malik rivela la disperata situazione degli abitanti intrappolati nell’enclave ribelle. “Nelle area assediate non c’è cibo e i genitori vedono i loro figli soffrire per la fame. Nella mia vita non ho mai visto facce così spaventate – sottolinea Malik – puoi vedere la paura nei loro occhi, nelle loro espressioni. Sono alla ricerca disperata di qualcuno che li aiuti”.

Nella Ghouta orientale ieri è ripresa la consegna degli aiuti umanitari dopo la sospensione di lunedì dovuta ai bombardamenti. I convogli della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa con cibo e generi di prima necessità – hanno avvertito gli operatori umanitari – sono sufficienti a sfamare solo una minima parte dei circa 400.000 abitanti che si stima vivano nell’area a pochi chilometri dalla capitale siriana.

Nonostante la tregua di 30 giorni decisa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i bombardamenti sulla Ghouta non sono mai cessati. Ieri 9 persone sono morte a Mesraba, quasi tutti componenti di una stessa famiglia, mentre l’esercito siriano e le milizie alleate continuano ad avanzare e hanno già riconquistato quasi la metà della roccaforte ribelle. Dal 18 febbraio scorso, denuncia Medici senza frontiere, hanno perso la vita più di 1000 persone, una media di 71 morti al giorno.

Gli attacchi non hanno risparmiato neppure gli ospedali: l’Organizzazione mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto secondo cui, dall’inizio del 2018, sono state colpite 36 strutture sanitarie. Una situazione che ha aggravato ulteriormente la già difficile crisi umanitaria.

A causa dei bombardamenti costanti i feriti non vengono più soccorsi e rimangono sepolti sotto le macerie. “Stavo camminando con un medico vicino alla clinica della Mezzaluna rossa – prosegue il rappresentante dell’Unhcr – quando ho sentito un odore fortissimo provenire da un edificio distrutto. Il dottore mi ha detto che c’erano ancora dei corpi senza vita sotto le macerie. Sono rimasto per un po’ a guardare quel palazzo di cinque completamente crollato e ho chiesto quante persone fossero sepolte là dentro. Mi hanno risposto che c’erano tre morti, poi un signore che era lì accanto ha aggiunto ʽno, non ce ne sono tre, sono quattro’. La moglie, la figlia, il genero e il fratello erano stati uccisi e nessuno ancora aveva potuto recuperare i loro cadaveri”. Come conferma a Fanpage.it anche il dottor Hussin Hasel, un medico locale, “i bambini e le donne muoiono e restano abbandonati perché nessuno può tirarli fuori e dare loro sepoltura”.

Il presidente russo Putin aveva annunciato la creazione di corridori umanitari per permettere ai civili di abbandonare la Ghouta. Per Sajjad Malik, la risposta del perché finora in pochi abbiano deciso di lasciare l’area è una sola: la mancanza di sicurezza. “Le persone con le quali ho parlato mi hanno detto che temono di oltrepassare i checkpoint per raggiungere le aree controllate dal governo: ʽL’ultima cosa che vogliamo è trovare la morte dall’altra parte’. Stanno affrontando un’azione militare aggressiva. All’interno ci sono anche gruppi armati che resistono e combattono, e ci sono ribelli che si stanno scontrando tra loro. I civili sono intrappolati in questa situazione e non hanno nessun posto dove andare”. Secondo quanto informa l’agenzia di notizie statale Sana, una donna e i suoi tre figli sono morti mentre cercavano di attraversare un varco, uccisi dal fuoco degli insorti.

“L’implacabile sofferenza dei civili siriani evidenzia il vergognoso fallimento della volontà politica di trovare una soluzione, di fronte ad un nuovo tracollo nel lungo conflitto in Siria, che questo mese giunge al suo sconfortante settimo anniversario”, è stata la dura dichiarazione di Filippo Grandi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Questa guerra lunga sette anni ha lasciato dietro di sé una tragedia umana colossale. Per il bene di chi è ancora vivo, è giunto il momento di porre fine a questo conflitto devastante. Non ci sono vincitori chiari in questa insensata ricerca di una soluzione militare. Ma è chiaro chi ha perso: l’intero popolo siriano”, ha concluso Grandi.

Oggi 13 miliziani dell’organizzazione Hayat Tahrir al-Sham (Hts, affiliata ad Al Qaeda) sono partiti assieme ai familiari verso la provincia settentrionale di Idlib. I jihadisti erano prigionieri dell’Esercito dell’Islam (Jaish al-Islam), uno dei gruppi ribelli più potenti dentro la Ghouta, che pochi giorni fa si era impegnato con il segretario della Nazioni Unite ad espellere i combattenti islamisti. Un modo questo per chiedere che venga rispettato il cessate il fuoco deciso dal Consiglio di sicurezza, che esclude appunto Al Qaeda e l’Isis.

Mirko Bellis

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4) Nel sottosuolo della Ghouta orientale, tra chi si ripara dalle bombe c’è chi sorride ancora

Una notte interminabile passata sottoterra tra i pianti e le urla dei bambini impauriti dai bombardamenti. E’ il racconto delle ore di angoscia vissute da Bayan, una donna della Ghouta orientale. Dopo le proteste per la violazione della tregua decisa dall’Onu, Putin dà cinque ore per l’evacuazione dei civili dall’enclave ribelle.

27 FEBBRAIO 2018 10:41 di Mirko Bellis

“E’ la prima volta che scendo nel sotterraneo. Ho deciso di andarci dopo che stanotte un missile ha colpito la nostra casa. Abbiamo solo due minuti per percorrere i 150 metri che ci separano dal rifugio più vicino destinato alle donne e bambini. Non c’è il tempo di prendere niente: l’unica cosa che vogliamo è sopravvivere”. Bayan scrive da Douma, nella Ghouta orientale, sotto pesante attacco dell’esercito siriano. Il suo racconto è una testimonianza diretta della tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti della città, costretti a rintanarsi nel sottosuolo per scampare alle bombe. Sotterranei senza riscaldamento, dove scarseggiano anche l’acqua e il cibo.

“Non sono in grado di capire in quanti siamo nel rifugio. Mi siedo contro il muro e mi limito a guardare le facce spaventate delle persone attorno a me. All’improvviso crollo dal sonno (nelle ultime 72 ore non ho quasi mai dormito) però le esplbosione dei barili bomba mi svegliano subito”. “Cammino su e giù – continua il racconto di Bayan – cercando di familiarizzare con gli altri: donne e bambini la cui unica preoccupazione è uscire e trovare qualcosa da mangiare quando cesseranno i bombardamenti”. La Ghouta orientale è sotto assedio dal 2012: la mancanza di cibo e generi di prima necessità ha ridotto allo stremo i circa 400.000 abitanti di quest’area a est di Damasco controllata dalle milizie ribelli, tra cui anche formazioni jihadiste.

“Sono sottoterra da sei ore, inizio a sentirmi soffocare e decido di rischiare la morte. Saluto mia madre e vado a cercare del cibo. Quando torno al rifugio sono le sei di mattina; i bambini piangono e gridano. Le loro mamme non riescono a calmarli così li riunisco attorno a me e comincio a raccontargli alcune storie di avventure. I loro occhi si illuminano nell’oscurità e l’immaginazione li porta lontano da qui. I piccoli mi dicono che il loro desiderio più grande è di ritornare a scuola, così gli propongo che domani continueremo a studiare se adesso mi promettono di addormentarsi”. “Quando sono uscita dal rifugio non riconoscevo più la mia città. Era stato tutto bombardato ma nonostante la distruzione – conclude Bayan – c’era un sorriso sul volto di quelli che erano ancora vivi”.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite, dall’inizio del mese nella Ghouta orientale sono morte 366 persone. Una carneficina in cui hanno perso la vita decine di bambini. “Un inferno in terra” come l’ha definito l’Onu, in cui la sofferenza della popolazione “va oltre ogni immaginazione”. La tregua umanitaria di 30 giorni decisa sabato scorso dal Consiglio di sicurezza è durata poche ore e nella Ghouta orientale i combattimenti sono continuati provocando l’uccisione di 24 persone. Secondo quanto hanno affermato i medici di uno degli ospedali sopportati dalla Syrian American Medical Society (Sams), 16 persone, tra cui sei bambini, sono stati ricoverati domenica con sintomi compatibili con l’esposizione al gas cloro. I sanitari hanno riferito che i pazienti avevano le labbra blu, irritazione agli occhi e insufficienza respiratoria. Un bambino è deceduto mentre gli altri si trovano sotto osservazione e sottoposti a cure mediche.

Per il governo di Assad, gli abitanti della Ghouta orientale sono in ostaggio dei jihadisti. Intervistato dalla televisione inglese Channel 4, Fares Shehabi, presidente della Confindustria siriana e deputato di Aleppo, ha negato che i raid colpiscano in modo deliberato i civili e ha ricordato come i miliziani ribelli stiano bombardando ogni giorno con razzi e mortai la capitale. Anche l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar al-Jaafari, ha sottolineato il diritto di Damasco di colpire i gruppi terroristici, se dalla Ghouta orientale continueranno gli attacchi. L’agenzia statale di notizie Sana ha informato che negli ultimi giorni i razzi caduti sulla capitale siriana hanno provocato tre morti e 28 feriti, tra cui sei bambini.

La risoluzione che prevede un cessate il fuoco per consentire l’arrivo di aiuti umanitari e l’evacuazione dei civili è stata votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dall’accordo, raggiunto anche con il voto favorevole della Russia, sono stati escluse le azioni militari contro i gruppi jihadisti. Una clausola che consentirebbe ad Assad e ai suoi alleati di proseguire con i raid sulla Ghouta, come ha già avvertito l’Iran. Lunedì c’è stato un colloquio telefonico tra Vladimir Putin, il suo omologo francese Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. I leader di Francia e Germania hanno esortato la Russia ad esercitare “la massima pressione” sul governo siriano per garantire la sospensione dei raid. E ieri il presidente Putin ha annunciato che entrerà in vigore una tregua di cinque ore (dalle 9 alle 14) con la creazione di corridoi umanitari per permettere ai civili di lasciare la Ghouta orientale.

Mirko Bellis

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5) “A Raqqa l’infanzia non c’è più”, la tragedia dei bambini in fuga dall’Isis e dai bombardamenti

Mentre si intensifica la battaglia per la liberazione di Raqqa, emerge in tutta la sua crudezza il dramma dei bambini riusciti a scappare dalla città del nord della Siria. Un “inferno” dal quale è sempre più difficile fuggire.

ESTERIGUERRA IN SIRIAMEDIO ORIENTE – 28 AGOSTO 2017, 18:25 – di Mirko Bellis

“Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, è lo straziante racconto di Aoun, un abitante di Raqqa riuscito a fuggire dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, di soli 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”. Una vita di disperazione e privazione, come hanno raccontato a Save the Children i ragazzi scappati dalla città della Siria settentrionale. Secondo l’organizzazione umanitaria, nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa ci sono soltanto decapitazioni e bombe. E sono ancora migliaia i bambini intrappolati nell’autoproclamata “capitale” del sedicente Califfato islamico: tra i 9.000 e i 12.000 minori sopravvivono tra brutali violenze e bombardamenti.

I giovanissimi superstiti, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici sono stati trasformati dagli estremisti dell’Isis nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi.

[Foto dei bimbi di Raqqa: traumatizzati dalla guerra, senza cibo né acqua]

Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, tre quarti dei quartieri della città sono stati abbandonati. Metà delle persone che li abitano – il dato diffuso da Save the Children – è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dal sedicente Stato islamico, unito alla carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. Le ferite psicologiche causate ai più piccoli – ricorda l’organizzazione umanitaria – impiegheranno anni, se non decenni, a guarire. Le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto – simili a quelle patite dai bambini in fuga dall’Isis in Iraq – sono causa di stress che può avere un impatto permanente sulla salute mentale e fisica dei minori.

“Sfollati, disorientati e scioccati”, così definisce i bambini siriani Fran Equiza, il rappresentante dell’Unicef in Siria, dopo la sua missione nei campi per sfollati di Areesha, Ein Issa e Mabrouka. “Sono sopraffatto dalle esperienze profondamente traumatizzanti che questi bambini hanno vissuto”, racconta Equiza. “Hanno patito violenze brutali, perso amici e familiari”. Terrorizzati come Usama, un ragazzo di 14 anni, rimasto ferito durante un bombardamento aereo: “All’improvviso c’erano esplosioni intorno, come dei fuochi d’artificio. Poi sono svenuto”, ha ricordato. O come Rawan, una bambina di 11 anni che, dopo essere fuggita da Raqqa, ha detto: “Prima giocavamo spesso, ma dopo è arrivato il buio”. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito”, ha affermato Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Siria. “Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza – ha aggiunto Krush – a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.

[Video: Raqqa, un inferno per civili]

I combattimenti per strappare la città agli uomini del Califfato nero non stanno risparmiando nessuno e a pagare il prezzo più alto sono proprio gli abitanti di Raqqa. L’offensiva vede le truppe dell’Sdf (Syrian Femocratic Forces) – formate da curdi, arabi e cristiani assiri – avanzare giorno dopo giorno. Sostenute da Stati Uniti e altri alleati occidentali, hanno riconquistato il 60 per cento del territorio, tra cui quasi tutta la città vecchia. Da sud invece l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, sta chiudendo in una morsa i jihadisti dell’Isis. Per le migliaia di civili sottoposti al fuoco incrociato di tutte le parti coinvolte nella fase finale della battaglia, Raqqa è diventata un inferno. E’ in questi termini che Amnesty International denuncia la situazione al termine di un’indagine svolta sul campo e diffusa nei giorni scorsi. Civili uccisi dalle trappole esplosive e dai cecchini dell’Isis che prendono di mira chiunque cerchi di scappare. Oppure vittime dei costanti colpi d’artiglieria e bombardamenti della coalizione a guida Usa; attacchi incessanti e spesso imprecisi. A sua volta, l’esercito di Damasco sta bombardando i villaggi e i campi a sud del fiume Eufrate, impiegando anche le bombe a grappolo, vietate a livello internazionale.

“Via via che la battaglia per strappare Raqqa allo Stato islamico s’intensifica, migliaia di civili sono intrappolati in un labirinto di morte in cui sono sotto il tiro di tutte le parti in conflitto. Sapendo che lo Stato islamico usa i civili come scudi umani, le Forze democratiche siriane e la coalizione a guida Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere la popolazione civile, evitando soprattutto attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando corridoi sicuri di uscita dalla città”, ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International. “La situazione è destinata a peggiorare dato che i combattimenti si avvicinano al centro della città. Dev’essere fatto molto di più per proteggere le vite dei civili intrappolati nel conflitto e per facilitare la loro uscita dalle zone di conflitto”, ha aggiunto Rovera.

Tregua e corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare Raqqa

“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato in un comunicato Save the Children. E anche l’Onu ha rimarcato l’esigenza dei civili di abbondare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei. Potrebbero essere fino a 25.000 le persone intrappolate in cinque quartieri di Raqqa ancora sotto il controllo dei jihadisti e usati come scudi umani. Però per gli abitanti della città siriana la scelta è drammatica: perdere la vita a causa di una bomba restando nelle loro case oppure decidere la fuga sfidando le trappole mortali collocate dai jihadisti o il fuoco dei cecchini.

Mirko Bellis

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6) Ghouta, sei anni sotto i bombardamenti: non si seppelliscono più i cadaveri

A Douma, il principale centro urbano della Ghouta orientale, la situazione è catastrofica. Famiglie in fuga di fronte all’avanzata dell’esercito siriano si stanno riversando in città e sono costrette a rimanere in strada o nei giardini pubblici perché i rifugi sotterranei sono sovraffollati. Domenica almeno 42 persone hanno perso la vita. Gli Usa propongono una nuova risoluzione per far rispettare il cessate il fuoco e, in caso di fallimento, minacciano di colpire di nuovo la Siria.

GUERRA IN SIRIA – 13 MARZO 2018, 10:04 – di Mirko Bellis

 “La vita qui è come giocare alla roulette russa. Al mattino esco per cercare del cibo per la mia famiglia, potrei tornare o forse no. Se siamo fortunati, torno con qualcosa da mangiare e mi accolgono come se arrivassi dall’altro capo del mondo. Anche solo il tentativo di cercare un po’ di litri d’acqua può costarti la vita”. Ahmad Khanshour, vive a Duoma ed è una delle voci della Ghouta orientale, stremata da sei anni di assedio e bombardata senza sosta. Dal 18 febbraio, l’intera area a est di Damasco è sotto attacco dell’esercito siriano e dei suoi alleati: la Russia, le milizie iraniane e quelle libanesi di Hezbollah. Un’offensiva che in poche settimane ha già provocato oltre 1000 morti, tra cui centinaia di donne e bambini.

“È quasi notte e non c’è luce nella Ghouta Orientale – prosegue Ahamad – per due motivi. Il primo è che non c’è corrente e il secondo è che se avessimo anche solo una piccola luce alla finestra, un aereo la bombarderebbe”. “Si sentono gli aerei ed elicotteri da guerra sorvolare il cielo. A volte ci sono momenti tranquilli ma durano pochi minuti. Da settimane dormo solo per un’ora o due. Il rumore degli aerei è terribile e fa andare nel panico le donne e i bambini. E’ insopportabile, un incubo”, confessa questo padre di due bimbi di uno e tre anni.

L’avanzata delle truppe di Assad è stata inesorabile e più della metà della Ghouta orientale è caduta sotto il controllo governativo. La città di Mesraba è stata riconquistata e l’intera area si trova divisa in tre parti. Douma e Harasta sono completamente circondate. Proprio a Douma, il consiglio locale ha dichiarato che la situazione è “catastrofica”. “Più di 20 giorni di campagna crudele – si legge in una nota – hanno portato a un deterioramento della situazione umanitaria e alimentare fino ad un livello catastrofico”. Le sepolture dei morti nel cimitero della città sono state sospese a causa dell’intensità degli attacchi aerei. Migliaia di famiglie in fuga stanno arrivando in città e sono costrette a rimanere per strada o nei giardini pubblici perché gli scantinati e i rifugi sotterranei sono già sovraffollati.

Gli operatori umanitari delle Nazioni Unite, della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa sono entrati la settimana scorsa con i primi aiuti alla popolazione. Davanti a loro distruzione e miseria ovunque, intere famiglie costrette a vivere sottoterra per sfuggire alle bombe. Bimbi denutriti che da giorni non vedono la luce del sole. “Hamoud, 2 anni, pesa solo 7 kg e il suo pasto quotidiano è una tazza di latte mescolata con pezzi di pane. Sua madre ci ha detto che tutta la famiglia mangia un pasto al giorno”, ha scritto Jakob Kern, il direttore del Programma alimentare mondiale (Wfp) in Siria, denunciando l’insufficienza degli aiuti umanitari che finora sono entrati nella Ghouta.

I bombardamenti per strappare l’enclave controllata dai ribelli continuano senza sosta: domenica sono stati 42 i morti e anche ieri i combattimenti hanno provocato diverse vittime. Fonti russe hanno affermato che decine di civili sono riusciti a fuggire dalla Ghouta orientale attraverso i corridoi umanitari previsti dal presidente russo Putin. Secondo alcune testimonianze locali, invece, sono pochi gli abitanti che starebbero lasciando le loro case. “Le persone ad Harasta hanno pochissime opzioni. Possono rimanere e morire sotto gli attacchi aerei o possono consegnarsi alle forze governative e affrontare arresti di massa, torture e uccisioni”, ha affermato Zaher Hassoun, un attivista locale.

“Per il bene del popolo siriano e dell’integrità del Consiglio di Sicurezza, dobbiamo rispondere e agire. Il cessate il fuoco è fallito. La situazione dei civili nella Ghouta orientale è terribile e gli Stati Uniti stanno agendo. Abbiamo redatto una nuova risoluzione per il cessate il fuoco che non offre spazio a nessuna scusa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite. Nel suo duro intervento al Consiglio di sicurezza, Nikki Haley ha avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a colpire di nuovo la Siria nel caso in cui la comunità internazionale non fosse in grado di fermare il massacro di civili.

“Se è ingiusto uccidere una persona – conclude Ahamad – qui ne muoiono 100 ogni giorno. Provo vergogna nel vedere come il mondo interno assiste senza intervenire alla distruzione della Ghouta orientale. Le persone sono state affamate e assediate per sei anni e ora vengono bombardate senza sosta. Provo vergogna perché se noi moriamo, allora l’intera umanità morirà con noi”.

Mirko Bellis

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Purtroppo l’intera umanità non muore a Ghouta, come giustamente segnala l’articolista, perché c’è un’umanità cui interessano poco i morti di Ghouta ed altre zone siriane, rohingya o sudafricane: ciascuno è veramente responsabile del poco o tanto che riesce a fare per queste popolazioni macellate dagli aerei di diverse nazioni coi barili esplosivi e non solo, con le bomba al naplam o altri congegni che fanno molti morti.

Gli ospedali sono stati bombardati anche loro e i medici che restano a condividere il destino con le vittime fanno quello che possono in strada, usando i materiali che hanno sottomano per fermare emorragie, pulire ed estrarre le schegge dalla faccia e dal corpo. Si è visto Assad tra la folla (sosia???? Così dice qualcuno) per la riconquista di territori con l’assassinio degli stessi siriani che non sono riusciti a fuggire in qualche altro paese vicino. Chi resta non sa cosa lo aspetta dai “vincitori”, che non saranno certo molto morbidi con chi non è riuscito a fuggire.

Oltre a fare i conti con fame, sete e altre necessità del corpo, non hanno quasi nulla e gli aiuti non sono lasciati entrare in soccorso alla popolazione che li aspetta.

Paesaggio veramente da leggenda, ma sulla pelle degli altri: in occidente ci sono altri problemi, problemi che, se non esistono, sono inventati per farci credere che ci siano.

Si resta ad aspettare che inventino qualche altra guerra per vendere le armi che ci sono nei magazzini e si accumulano troppo.

Quale bandiera sventola? Non lo sappiamo, ma quella della “pace”non c’è: magari una sua sosia!!!

7) Narcotizza gli alunni per andare a farsi una lampada: condannata maestra d’asilo

January Neatherlin, 32 anni, era maestra e titolare di un asilo nido in cui ospitava bambini dai sei mesi ai quattro anni. Era solita sedarli con della melatonina per farli dormire mentre lei poteva andare ad abbronzarsi e a fare sport. È stata condannata a 21 anni e 4 mesi di carcere.

12 MARZO 2018 18:15 di I. A.

Narcotizzava i suoi piccoli allievi, di età compresa tra i sei mesi e i quattro anni, per andare a farsi lampade abbronzanti e per fare sport. Per questo January Neatherlin, 32enne maestra e titolare dell’asilo nido “Little Giggles” a Bend, nell’Oregon, è stata condannata alla fine della scorsa settimana a 21 anni e quattro mesi di carcere. Nella struttura, che per altro era illegale in quanto priva delle autorizzazioni necessarie, avvenivano abusi quotidiani che sono venuti a galla soltanto all’inizio del mese di marzo dello scorso anno, quando un suo ex fidanzato e un suo ex coinquilino hanno fatto una soffiata alla polizia. Gli agenti hanno così tenuto sotto controllo per alcuni giorni l’istituto fino a quando, dopo aver aspettato che la donna uscisse, sono entrati nella struttura e hanno trovato sette bambini completamente soli e sedati. La donna aveva dato loro della melatonina e aveva avvertito i genitori di non venirli a prendere tra le 11 e le 14 perché quella era la fascia oraria del pisolino.

Arrestata, January ha confermato tutte le accuse: “Tutti commettono errori – ha detto la maestra degli orrori in tribunale prima che venisse emesse la sentenza -, ma non tutti se ne assumono la responsabilità. So di aver fallito e di aver deluso tutti. Detto ciò, spero che la corte e i genitori accettino le mie scuse. Ho fatto uno sbaglio che ha cambiato per sempre la mia vita e l’ha anche conclusa”. Il problema è stato soprattutto il fatto che non si è trattato di un caso isolato, ma di una vera e propria abitudine che andava avanti da anni nei confronti dei bambini e dei loro genitori. Alcuni dei suoi alunni hanno infatti anche riportato dei danni fisici: dopo l’arresto sono venuti alla luce diversi casi, come quello di una bimba che ha riportato una lesione cerebrale compatibile con la sindrome del bambino scosso, o quelli di altri bambini che per lungo tempo hanno avuto problemi gravi di insonnia dovuti alla melatonina che January somministrava loro.

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Certo che in Usa non scherzano con le condanne e non sono fake: lo si vede pure con le condanne a morte eseguite, poche ora, ma ci sono ancora, mentre qui in Italia sembrerebbe che sono più miti e più selettive .Per cui come nel caso sotto, i genitori, che vogliono difendere i loro figli anche da torti passati ma vivi nei bambini fanno giustizia da sé, nonostante la maestra ricorra all’avvocato senza vergognarsi e chieda perdono di quanto ha fatto. Staremo a vedere cosa succede in seguito, nella speranza che emerga la verità vera e non quella addomesticata.

8) Taranto, maestra fu arrestata per maltrattamenti: genitori la picchiano mentre fa acquisti

La maestra era stata arrestata nel novembre dello scorso anno. Stamane è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori. Secondo il suo avvocato, era stata già minacciata in passato dalle stesse persone.

15 MARZO 2018 19:33 di Susanna Picone

Una insegnante di scuola dell’infanzia di cinquanta anni, in servizio presso una scuola materna di Taranto, questa mattina è stata aggredita e malmenata da una coppia di genitori mentre faceva acquisti in un negozio del centro. La stessa maestra il 23 novembre dello scorso anno era stata arrestata dalla polizia perché accusata di maltrattamenti nei confronti di alcuni bambini di tre anni circa. Dopo l’aggressione l’insegnante si è recata al pronto soccorso dell’ospedale per farsi medicare e ha poi presentato denuncia prima al posto fisso di Polizia e successivamente al comando provinciale dei carabinieri. Ha commentato quanto accaduto l’avvocato Egidio Albanese, difensore della donna, che ha affermato che già quando si trovava ai domiciliari l’insegnante aveva subito minacce dalle stesse persone, che poi aveva denunciato.

L’arresto della maestra nel novembre del 2017 – L’insegnante fu “incastrata” dalle immagini registrate dalle videocamere nascoste all’interno della scuola: immagini e audio che secondo gli investigatori hanno consentito di accertare ripetute condotte violente tenute dalla maestra. Per una quarantina di giorni gli investigatori hanno osservato come si comportava la donna con i bambini. Le telecamere hanno catturato spinte, schiaffi, maltrattamenti e urla in classe. Nella classe della cinquantenne i bambini venivano insomma sottoposti, secondo quanto emerso nel corso delle indagini, a violenze fisiche e psichiche. Gli investigatori parlarono di “incapacità nel gestire i piccoli alunni durante l’orario scolastico, nonché assenza totale di metodo educativo, mancanze cui la stessa ha tentato di sopperire con aggressività e violenza, sia fisica sia psicologica”. Gli agenti della squadra mobile arrestarono la donna in flagranza dopo l’ennesimo gesto di violenza ripreso dalle telecamere.

Susanna Picone

(Continua su: https://www.fanpage.it/taranto-maestra-fu-arrestata-per-maltrattamenti-genitori-la-picchiano-mentre-fa-acquisti/ – http://www.fanpage.it/)

Quei genitori probabilmente erano impensieriti e avviliti che una cosiddetta maestra facesse quelle scenate ai figli compromettendo il loro futuro, e non a un bimbo, ma a decine di bimbi (con conseguenze non valutabili) e probabilmente, non vedendo ancora un giudizio all’altezza del crimine, hanno pensato di far loro giustizia.

Non si conosce ancora la pena inflitta alla maestra, ma se pensiamo all’articolo precedentemente citato, che parla di una maestra dell’Oregon (USA) che addormentava i bambini per fare sport ed altro, e che è stata condannata a 21 anni e 4 mesi, non si sa qui in Italia cosa aspettarsi. Per ora è ai domiciliari e non in carcere, ma l’America è dall’altra parte dell’oceano: qui si deve ancora fare il processo…

9) I piloti si rifiutano di rimpatriare i migranti espulsi: 222 casi in Germania

Sono oltre duecento gli episodi in sei mesi, il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo.

EUROPA 6 DICEMBRE 2017 10:09 di A. P.

“Non possiamo riportarli indietro perché nel loro Paese rischierebbero la vita e noi non mettiamo mai in pericolo la vita dei nostri passeggeri”, con queste motivazioni centinaia di piloti di aereo tedeschi, nel corso dei mesi passati, si sono rifiutati di rimpatriare i migranti espulsi dalla Germania. Una decisione che ovviamente è individuale ma che da alcuni tempi sta assumendo proporzioni sempre più ampie. Come racconta il Corriere della Sera, infatti, in appena sei mesi, tra gennaio e giugno di quest’anno, è successo per ben 222 volte tanto da fare scattare nel Paese anche una interrogazione parlamentare.

Le compagnie aeree coinvolte ovviamente sono in maggioranza quelle tedesche, la Lufthansa in testa seguita a ruota dalle due compagnie Eurowings e Germanwings, ma non mancano episodi di piloti di altri vettori. Il gruppo di piloti più agguerriti in questo senso sembrano quelli stanziati all’aeroporto di Francoforte, poi Düsseldorf e Amburgo. Ovviamente nessun pilota può opporsi per motivi giuridici a un’espulsione decisa dal giudice ma il trucco sta nella possibilità per i comandanti di far scendere qualunque passeggero se ritiene che possa costituire un pericolo per la sicurezza del volo. “Le autorità ci avvertono quando c’è un passeggero con foglio di via, la polizia lo accompagna fino all’imbarco ma non viaggia con lui. È il pilota che decide” spiegano dalla Lufthansa.

La maggior parte dei casi riguarda persone provenienti da Paesi a rischio anche se non ufficialmente in guerra, come l’Afghanistan. “Anche se lo stesso governo di Berlino sconsiglia a tutti gli operatori tedeschi di volare su Kabul per il pericolo di attacchi con razzi e artiglieria di terra all’aeroporto, nello stesso periodo ha rimpatriato già 132 afghani” denunciano da Amnesty International, una delle associazioni che si battono contro le espulsioni e spesso dietro le decisioni dei piloti.

I.P.

(Continua su: https://www.fanpage.it/germania-i-piloti-che-si-rifiutano-di-rimpatriare-i-migranti-espulsi-rischiano-la-vita/http://www.fanpage.it/ )

Aumentano i casi di assassini di bambini all’interno delle famiglie, che non compaiono su tutti i media, ma che alcune testate non fake pubblicano sciorinando un lungo elenco di genitori assassini.

Ricordiamo come molte associazioni di veri volontari sono da citare e ringraziare sempre per le loro silenziose prestazioni, che sono apprezzate da chi le riceve a da noi che non possiamo citarle tutte.

Ringraziamo quei piloti che si sono rifiutati di riportare i migranti, arrivati in Germania, a Kabul o altrove: grazie dell’umanità dimostrata che il vostro paese accetterà “obtorto collo”; grazie ancora a nome anche di tutti i migranti che speriamo leggano del vostro gesto e sappiano che ci sono sconosciuti che sono dalla loro parte alla grande.

Grazie ancora, anche se non vi daranno la medaglia tanto ambita dai “politicanti” e simili.

Non c’è che da rivolgersi come sempre a Chi ci ha creato pregando per la promessa di un tempo migliore.

Non diminuisce la violenza sulle vittime e gli attentati (da parte dei cosiddetti Shahīd) continuano/There Is No Decrease in Violence Against Victims and Attacks (by the So-Called Shahīd) Continue

 

Le notizie che sono riportate in questo blog vorrebbero essere promettenti circa un cambiamento in meglio dell’umanità, un cambiamento indirizzato a un’uguaglianza e magnanimità che non si distinguono ancora bene nel complesso giornaliero dei resoconti veri, fasulli o mistificati che arrivano.

Le informazioni restano poco tempo in rete e poi sprofondano negli archivi per far posto ad altre notizie non troppo confortanti: infatti ciò che “fa notizia” è lo scoop, anche se si tratta di morti assassinati di cui si conosce superficialmente il numero, ma che inchiodano sempre più il concetto che le varie “giornate di chissachè” si susseguono a ritmo incalzante: queste suscitano cortei e scontri con le forze del cosiddetto ordine, relazioni e conferenze dove si lamentano ritorni al passato di corporazioni che appartengono alla storia di ieri, e non quella di oggi; quella di oggi può nascondersi sotto false identità, contro cui è tuttavia bene indirizzare le folle per nascondere i crimini di chi manifesta e si pavoneggia con bandiere, medaglie più o meno attendibili, con cui si vorrebbe mostrare quell’efficienza che le varie guerre e mandati parlamentari non hanno mai mostrato specie nei vertici più alti.

La gran massa dei missing, dei non identificati, ma non dimenticati dalle famiglie distrutte sono coloro che hanno dato più spesso il meglio di sé e sono ricordati da qualche lapide locale che il tempo può logorare e far passare oltre. Le giovani leve talvolta ignorano questo sanguinoso retaggio, perché a scuola non glielo insegnano, anche se vorrebbero; tuttavia i libri scolastici o digitali parlano di altro ed allora il congiuntivo diventa sempre più spesso condizionale e tutti si adattano, alla faccia della lingua italiana infarcita di vocaboli non più italiani, ma raffazzonati ed imposti come cultura che progredisce.

1) L’Onu vota la tregua in Siria: subito aiuti umanitari, tensioni con la Russia (Giornale di Sicilia) – 25 Febbraio 2018

BEIRUT. Dopo quasi tre giorni di trattative serrate, e mentre continuano i bombardamenti, è arrivata la fumata bianca all’Onu su una risoluzione che prevede una tregua in tutta la Siria, compresa l’enclave ribelle della Ghuta orientale, alle porte di Damasco. Il documento, che prevede una cessazione delle ostilità di «almeno 30 giorni», è passato all’unanimità.

Una tregua che però è stata subito violata. Nuovi raid aerei del regime siriano infatti si sono registrati oggi sulla Ghuta nonostante la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu: lo ha reso noto l’Osservatorio siriano per i diritti umani, citato dai media internazionali.

Secondo la risoluzione, il cessate il fuoco dovrebbe cominciare «senza indugi», ma non viene indicata una scadenza precisa.

Esenti dal cessate il fuoco saranno gli attacchi contro Isis, al Qaida, al Nusra e altri «gruppi, individui e entità» affiliati con i terroristi, come voluto da Mosca. Ma l’incertezza nella tempistica non permette di prevedere quando sarà almeno sospeso il calvario della popolazione civile della Ghuta, dove ieri è stata registrata un’altra giornata di sangue. Ventidue persone sono state infatti uccise, portando il bilancio degli ultimi sette giorni a oltre 500 vittime civili, di cui un centinaio di minorenni, tra bambini e adolescenti. Le cifre sono fornite dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), secondo il quale sono state colpite in particolare la cittadina di Duma, quella di Zamalka e altre località nelle prime ore di ieri.

Secondo la risoluzione, la tregua dovrà essere estesa a tutto il Paese, permettendo l’accesso di convogli umanitari e l’evacuazione di feriti e malati gravi. Secondo quanto si sottolinea nel testo, sono 5, 6 milioni i civili, in 1.224 comunità, che hanno «urgente bisogno di aiuti».

La Russia aveva affermato di considerare «poco realistico» il termine di 72 ore per l’inizio del cessate il fuoco dopo l’approvazione del documento, come proponeva il testo iniziale. Molto dura era stata la reazione degli Usa. «È incredibile – aveva affermato prima del voto la rappresentante permanente all’Onu, Nikki Haley – che Mosca stia bloccando il voto su un cessate il fuoco che consente l’accesso umanitario. Quante persone dovranno morire prima che il Consiglio di Sicurezza trovi un accordo su questo voto?»

Anche il Vaticano, attraverso il segretario di Stato Pietro Parolin, era intervenuto per chiedere una risoluzione che aprisse la strada alla «fine della violenza, l’accesso degli aiuti umanitari e infine una soluzione negoziata».

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/13107943/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Sembra un gioco, ma è un gioco di morte, di pianti di dolore e di violenza oltre ogni limite. Purtroppo, ormai è lo stampo di quanto succede nel mondo. I grandi, coloro che dovrebbero impedire ogni violenza, stanno al gioco dei vari dittatori o presidenti di nazioni per nulla affidabili, che esibiscono senz’altro una psicopatologia sottesa che emerge come mitomania e disprezzo per le vittime che ormai formano una nazione che scompare tra le righe dei media, ma non dall’animo di chi viveva con le vittime. Ed il gioco piove dall’alto L’ONU, dopo ripensamenti vari, vota la tregua in Siria (non contano gli assassinati subito accantonati alle loro terre) e subito poi dice di provvedere agli aiuti umanitari. È veramente tragico questo gioco che prevede un guadagno in armi, viveri ed altro con un’altalena da incoscienti, che non sanno che fare per fermare definitivamente la violenza, lasciando al potere chi usa armi chimiche e forse anche biologiche. L’altalena probabilmente (anzi sicuramente) favorisce chi fabbrica ed esporta armi e chi al tempo stesso compatta viveri da aiuti umanitari: insomma il guadagno da una parte e dall’altra c’è sempre e la forbice tra i carnefici e le vittime si apre sempre di più.

Poverini tutti quei lacchè che incensano i dittatori e li adulano in continuazione perché sono mandati in tutto il mondo a rappresentare la violenza evidente: ma sono ambasciatori, sono riveriti dai vari capi che devono farlo, sebbene tutti ne abbiano le scatole piene. Questi loschi individui si beano delle loro cariche e pontificano tra la gente, fanno conferenze, cercano relazioni soprattutto tra i VIP per dimostrare che conoscono persone che contano e rastrellano dove possono omaggi e soldi; infatti qualcuno che necessita di appoggi c’è sempre e quegli individui fanno comodo. Chiamiamola corruzione corrente, che è più giusto, senza pensare ai minori che hanno bisogno di insegnanti di sostegno, mentre il sistema dice che ce ne sono anche troppe, che però non bastano per il fabbisogno, soprattutto se si conoscono le persone giuste ed “ineccepibili”.

Sempre attentati e assassini premeditati 

Nigeria: doppio attentato kamikaze con 12 morti (La Gazzetta del Mezzogiorno)

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19:24 | Nigeria, due ragazzine kamikaze fanno strage in un mercato (Tgcom24)

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17:24 | Nigeria, Boko Haram attacca scuola: sparite decine di studentesse (Tgcom24)

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Siria: Onu, decine morti raid russi e Usa (Lettera 43)

https://www.intopic.it/notizia/13174878/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

Queste notizie si possono dire ormai superate perché ci sono state altre esplosioni di persone cariche di morte.

Il Prof. Giovanni De Sio Cesari scrive: «Assistiamo al fenomeno drammatico e per noi occidentale pressoché incomprensibile di credenti nell’Islam che in attentati suicidi cercano di uccidere il maggior numero possibile di “nemici”, spesso civili inermi. Per tali persone noi usiamo il termine del tutto improprio, di “Kamikaze”: tale termine si riferisce propriamente a fatti avvenuti alla fine della 2° guerra mondiale in Asia. Quando infatti i Giapponesi stavano ormai per perdere la guerra tentarono di fermare gli Americani con operazioni suicide dei loro combattenti: questi si lanciavano con gli aerei (ma anche a volta con navi) contro navi nemiche cercando ci arrecare il maggior danno possibile. Si riprese allora il ricordo di un fatto avvenuto sei secoli prima: i Mongoli avevano tentato di invadere il Giappone ma una tempesta aveva disperso la loro flotta e il Giappone fu salvo. I Giapponesi del tempo interpretarono il fatto come un intervento divino e la tempesta fu denominata Kamikaze (vento degli dei). Nel ricordo di queste antiche vicende il nome fu rinnovato: Il fenomeno durò però solo qualche mese e terminò con la fine della guerra.

Il termine Kamikaze è del tutto improprio per indicare quindi il fenomeno attuale dei combattenti suicidi islamici sia perché si riferisce a un contesto culturale del tutto diverso sia perché si tratta di fatti molto diversi: i giapponesi agivano in un contesto di guerra “regolare” mentre i combattenti islamici colpiscono civili in un contesto che definiamo generalmente “terrorismo” ma che potremmo anche dire ” guerra non convenzionale”.

Nel mondo islamico il termine usato e quello di “SHAHID” e va inquadrato nella GIHAD (guerra santa ): “SHAHID” è termine arabo coranico che significa “testimone” e ha lo stesso significato originario del termine cristiano di “martire” e in questo modo viene tradotto correttamente dall’arabo. Il “martire” cristiano infatti è colui il quale “testimonia” la sua fede anche se ciò comportava la morte di fronte all’autorità romana». (per approfondimenti si veda: http://www.storiologia.it/storia/socie002.htm). 

Il termine “kamikaze”, dunque, è improprio. Non si tratta di martiri, ma di assassini di persone spesso inermi, che sono presenti dove non dovrebbero essere: che stavano sul posto per spese (mercato) o passavano di lì perché era la loro strada di casa o di destinazione. Altre persone oggi e ieri hanno imparato che quando vedono una persona col torace o le gonne gonfie urlano (al SHAID) e tutti scappano se fanno a tempo; perciò anche quei luoghi sono diventati un pericolo per le persone che ci vivono e, se vogliono venire via per non lasciarci le penne, lo fanno volentieri: ecco allora arrivare altri migranti spinti da una guerra sorniona, ingannevole e traditrice. Non ci si fida più l’uno dell’altro. Come vive perciò quella gente? Da disperati e pieni di paura, oltre al fatto che spesso non hanno alcuna possibilità di vivere decentemente e sono obbligati a dormire, non con un occhio solo per loro ed i loro figli e parenti, ma con tutti e due normalmente.

Stiamo quindi attenti a non giudicarli come i media o altro ci insinuano nella mente: è terribile, ma tra i migranti ci sono persone piene di paure che non possono eliminare; certo, tra loro si può infiltrare un doppiogiochista che fa gli interessi del suo padrone/capo, che molte volte è il dirigente della tratta, ormai consolidata, degli umani che non vivono più come tali.

Qui sotto si parlerà di altri attentati con morti e feriti, come vuole la violenza che si nasconde dietro falsi nomi e organizzazioni. La violenza è proprio l’arma più usata: molte delle persone rimaste uccise o ferite nel caso citato di seguito stavano uscendo dalla moschea, ma ora non c’è differenza tra religioni più o meno fondamentaliste: si colpisce tutti e tutto. Inoltre, il mondo occidentale non prende molto in considerazione queste notizie che riguardano altri continenti, poiché riguardano “altri”. È un po’ come dire “si arrangino”. Solo qualche associazione di volontariato si affretta ad accorrere sul posto e a denunciare i fatti al mondo intero, e allora compare la notiziola che è subito sepolta da vittorie olimpiche più eccitanti, si descrive il pianto di cronisti ed altro, ma le studentesse rapite in mano a carnefici psicologici o fisici sono laggiù e non fanno scoop…

Due autobomba a Bengasi, tra le vittime vertici degli 007 

È di almeno 27 morti il bilancio delle esplosioni provocate ieri sera da due autobomba davanti ad una moschea

Bengasi © ANSA – 24 gennaio 2018

È salito ad almeno 27 morti il bilancio delle esplosioni provocate ieri sera da due autobomba davanti ad una moschea a Bengasi. I feriti sono oltre 30. Il portavoce delle forze militari e della polizia della città, il capitano Tarek Alkharraz, ha detto che la prima autobomba e’ esplosa nel quartiere di Salmani verso le 8:20 ora locale (le 7:20 in Italia) e la seconda mezz’ora più tardi, mentre i residenti ed il personale medico evacuavano i feriti.

Nell’area è scattata una vasta operazione delle forze di sicurezza alla ricerca della cellula terroristica che, secondo le stesse fonti, apparterrebbe allo Shura Council of Benghazi Revolutionary, una coalizione di milizie integraliste islamiche tra cui la più nota è Ansar al-Sharia ma che comprende anche la brigata 17 Febbraio, la brigata Rafallah al-Sahati e altri gruppi terroristici. I fedeli coinvolti nel sanguinoso attentato, avvenuto intorno alle 20:20 ora locale, stavano uscendo dalla moschea Baiat al Ridwan, nella zona del quartiere di Al Salmani, non lontano dalla zona portuale.

In un primo momento fonti dell’intelligence avevano parlato di 7 morti e venti feriti, ma il bilancio si è poi progressivamente aggravando e molti dei feriti sono morti in ospedale. Tra i feriti, secondo quanto è stato possibile apprendere, vi sarebbero Almahdi Al Falah capo dell’Intelligence department, Internal security e state security, mentre sarebbe morto Ahmed Alfaytori, capo del dipartimento delle unità investigative. Ferito anche, stando a notizie ancora non confermate ufficialmente, il colonnello Belkasim Al Obaidi, del Direttorato della Sicurezza di Bengasi.

La città è teatro da più di tre anni di un conflitto sanguinoso tra le forze leali al generale Khalifa Haftar e gli integralisti islamici. L’esercito nazionale libico di Haftar negli ultimi tempi ha più volte affermato di aver sconfitto gli integralisti e di avere il controllo dell’area portuale. Ma gli attentati fuori dalle moschee, seppure meno frequenti, sono continuati. I combattimenti a Bengasi sono parte del sanguinoso conflitto scatenato in Libia da molteplici fronti dopo la caduta, nel 2011 dell’allora leader libico Muammar Gaddafi. 

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/01/23/due-autobomba-a-bengasi-strage-tra-i-vertici-della-sicurezza_55691ce7-04a3-4776-a963-d0fb2cc59bf1. html).

Nigeria, 3 donne kamikaze in un mercato: 18 morti

Sabato, 17 Febbraio 2018 (La Stampa)

Ancora sangue in Nigeria, ancora Boko Haram in azione, con una strage in un affollato mercato. La gente si affollava fra le bancarelle la sera alla luce dei neon, quando due kamikaze mescolati alla folla – forse donne – hanno fatto detonare i loro corpetti esplosivi, seguiti da un terzo che si è fatto esplodere poco dopo, scatenando l’inferno nel mercato del pesce venerdì sera della cittadina di Konduga, a sud-est della capitale della capitale Maiduguri (stato di Borno), nel travagliato nord-est. Almeno 22 i morti, compresi i kamikaze, e 70 i feriti, una ventina dei quali in gravi condizioni: dato che lascia aperto il bilancio.

Il mercato Tashan Kifi, è un luogo di socializzazione, dove la gente compra, mangia e s’intrattiene, spiegano i media africani. Secondo Ari, della Civilian Joint Task Force (Cjtf), la milizia di autodifesa civile che assiste i militari, «non ci sono dubbi sulla matrice di questa strage: Boko Haram ha preso di mira Konduga molte volte».

La sanguinaria setta, ora affiliata all’Isis, in 9 anni ha provocato la morte di 20.000 persone e creato 2 milioni e mezzo di sfollati e detiene ancora molte delle centinaia di ragazze rapite in una scuola a Chibok, impiegando decine di donne, anche bimbe, come kamikaze.

Musa Bulama, 32 anni, ha raccontato ai media di essere fortunata a essere ancora viva. «Sono arrivata al mercato notturno per comprare pesce per la cena della mia famiglia quando ho sentito un botto fortissimo dietro di me. Prima di capire cosa fosse successo ero in terra e prima che potessi rialzarmi in piedi un’altra esplosione tremenda, poi una terza. Rimasi stesa a terra, ma intorno la confusione era terribile. Sentivo lamenti ovunque e capivo che le vittime erano tante».

Una strage, fanno notare alcuni media africani, che coincide con il primo processo, in corso da una settimana in forma semi-segreta, contro quasi mille sospetti militanti di Boko Haram condotto da un tribunale civile in una remota, blindatissima base militare a Kainji, a circa 8 ore di macchina da Minna, nel centrale stato di nigeriano di Niger, lontanissimo dal terreno d’azione dei terroristi, che opera nel nord a maggioranza musulmana del popolosissimo Paese africano. Esattamente un mese fa, il 17 gennaio e sempre in un mercato nello stato di Borno, in un doppio attentato kamikaze erano morte 12 persone.

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/13051872/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Siamo già in ritardo perché giù in Nigeria e stati vicini continuano imperterrite le esplosioni degli shahīd (nuovi kamikaze), che si fanno esplodere dove c’è più gente e che si imbottiscono prima di saltare in aria di ogni materiale ferroso che possa procurare feriti o (meglio ancora) morti fra bambini e adulti: l’età non conta, conta il numero delle vittime. Le mine o i pappagallini verdi sarebbero superati, perché bisogna far fuori il maggior numero di civili o militari. Forse non si accorgono che esplodendo muoiono anche loro e per sempre, e non solo per il momento.

Certamente è osceno indurre dei minori ad andare incontro al triste destino di saltare in aria, anche se andranno nel loro paradiso: sono talmente convinti che questo destino è più che giusto che glielo propongono come una festa. 

3) Attacco armato alla sede di Save the Children in Afghanistan: 6 morti e 24 feriti 

Il commando era composto da cinque uomini. Un kamikaze si è fatto esplodere allʼingresso. Lʼong sospende tutte le attività nel Paese. LʼIsis ha rivendicato lʼattentato.

ASIA 24 GENNAIO 2018 07:41 di Antonio Palma

Ancora sangue e terrore in Afghanistan dove nella mattinata di mercoledì un commando armato ha attaccato la sede della Ong Save the Children a Jalalabad, capoluogo della provincia orientale afghana di Nangarhar. Un commando di 5 uomini ha attaccato la sede della ong Save The Children a Jalalabad City, in Afghanistan. Il bilancio è di 6 morti (tra cui tre membri della ong) e di 24 feriti. Un kamikaze si è fatto esplodere all’ingresso dell’edificio, permettendo in questo al commando di penetrare all’interno. Dopo 10 ore di assedio, tutti i terroristi sono stati uccisi. Circa 45 membri dello staff sono stati liberati dalle forze di sicurezza afghane. L’Isis ha rivendicato l’attacco.

La ricostruzioni dell’attacco – Secondo una prima sommaria ricostruzione dell’accaduto, l’attacco è cominciato poco dopo le 9, ora locale (l’alba in Italia), quando una vettura imbottita di esplosivo, forse guidata da un attentatore suicida, è stata fatta esplodere all’entrata dell’edificio da dove poi si sparerebbero introdotti un numero non precisato di terroristi armati che hanno cominciato a sparare all’impazzata. Successivamente ci sarebbe stato un violento scontro a fuoco fra i militanti e le forze di sicurezza locali durante il quale alcuni di loro sarebebro stati uccisi dalle forze speciali, mentre altri si sarebbero asserragliati nella struttura, al terzo piano. Dalle prime immagini che giungono da Jalalabad si vedono varie auto in fiamme dinanzi alla sede dell’ong e si sento spari provenire dall’interno.

L’Isis rivendica – I talebani afgani intanto hanno dichiarato di non avere alcuna responsabilità nell’attacco armato a Save the Children. Al riguardo il portavoce Zabihullah Mujahid ha indicato via Twitter: “Attacco odierno nella città di Jalalabad: nulla a che vedere con i mujaheddin dell’Emirato islamico”. Subito dopo, come si sospettava , è arrivata la rivendicazione dell’Isis attraverso l’organo di propaganda dello Stato islamico, Amaq. Nel comunicato si legge che “tre martiri hanno partecipato all’attacco contro le fondazioni britanniche e svedesi e le istituzioni governative afghane”. Il riferimento allo Swedish Comittee per gli affari umanitari e al ministero afghano delle Donne, situati nei pressi della sede dell’ong.

Dopo l’attacco Save the Children ha annunciato che sospende tutte le attività nel Paese

“Ề con profonda tristezza che confermiamo che tre membri dello staff di Save the Children sono stati uccisi nell’attacco di oggi alla nostra sede a Jalalabad, in Afghanistan. Tutto il resto dello staff che si trovava nella struttura è stato tratto in salvo, mentre in quattro sono rimasti feriti nel corso dell’attacco e stanno attualmente ricevendo cure mediche.

Save the Children condanna questo attacco nella maniera più dura possibile. Siamo sconvolti e inorriditi dalla violenza perpetrata contro il nostro staff in Afghanistan, composto da operatori umanitari impegnati a migliorare le vite e il benessere di milioni di bambini in tutto il Paese. Stiamo facendo tutto quello che possiamo per garantire a tutto il nostro staff il supporto di cui ha bisogno in seguito a questo attacco devastante.

Indagini sulla natura dell’attacco sono al momento in corso mentre non è ancora possibile stabilire i motivi di quanto accaduto. Gli attacchi contri gli operatori umanitari non possono in alcun modo essere tollerati e hanno un impatto diretto sui bambini che vogliamo proteggere con il nostro lavoro.

Save the Children opera in Afghanistan dal 1976, realizzando interventi sanitari salva-vita e progetti di educazione, nutrizione e protezione dell’infanzia che hanno contribuito a salvare la vita a milioni di bambini. In seguito a quanto accaduto oggi, abbiamo temporaneamente sospeso le nostre operazioni in tutto il Paese, ma continuiamo ad essere impegnati per supportare i bambini più vulnerabili in Afghanistan.

In segno di cordoglio per i tre colleghi che hanno perso la vita nell’attacco di oggi e per tutti gli operatori umanitari che in tante parti del mondo sono stati uccisi mentre lavoravano per proteggere i bambini e le loro famiglie, da oggi la homepage del sito di Save the Children Italia – www.savethechildren. it – diventa completamente nera. Anche su tutti gli account social dell’Organizzazione, il tradizionale logo rosso di Save the Children diventerà nero in segno di cordoglio”.

UE: “Attacco è grave violazione del diritto internazionale” 

L’attacco terroristico contro Save the Children in Afghanistan è una grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Così in una nota congiunta l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini ed i commissari per le crisi umanitarie e allo Sviluppo, Christos Stylianides e Neven Mimica. “E’ un affronto a tutte le organizzazioni umanitarie, all’umanità, e dimostra un palese disprezzo per il benessere e il futuro di tutti i bambini afgani, che si affidano al lavoro dedicato degli altri”. “Le nostra condoglianze vanno alle famiglie delle vittime – prosegue la nota – e auguriamo una pronta guarigione ai feriti. I nostri pensieri vanno anche a Save the Children, un partner di lunga data dell’Unione europea in Afghanistan e nel resto del mondo, che lavora incessantemente per salvare e cambiare al meglio la vita delle persone. Non permetteremo che atti di terrore possano scoraggiare il nostro sostegno ai piu’ bisognosi in Afghanistan. L’Ue sostiene le autorita’ afghane ed il suo popolo e rimane impegnata nell’aiutare il popolo afghano a raggiungere un futuro di pace”, conclude la nota.

Antonio Palma

(Continua su: https://www.fanpage.it/attacco-armato-alla-sede-di-save-the-children-in-afghanistan-esplosione-e-spari/http://www.fanpage.it/).

4) Kabul, 103 morti e 235 feriti per attacco kamikaze Redazione ANSA – KABUL www.ansa. it › Mondo › Asia – 28 gennaio 2018

I talebani rivendicano l’attentato, per portare l’esplosivo è stata usata una ambulanza

Attacco kamikaze a Kabul vicino alla vecchia sede del ministero dell’Interno che ora ospita l’Alto Consiglio di pace (Hpc) e sorge nei pressi di un ospedale e di numerosi negozi. L’attacco suicida, rivendicato dai talebani, ha un bilancio di 103 morti e 235 feriti secondo quanto reso noto da fonti ministeriali nella capitale afghana.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2018/01/27/afghanistan-violenta-esplosione-a-kabul_e31fdf77-0cb6-46bf-89fd-ada6034f5936.html).

Ambulanza carica di esplosivo, strage a Kabul: 95 morti, oltre 150 feriti

RIVENDICATO DAI TALEBANI 27 gennaio 2018

Kabul – Il bilancio del cruento attentato realizzato oggi a Kabul dai talebani si è ulteriormente aggravato raggiungendo un bilancio di 95 morti e 163 feriti. Lo ha reso noto il portavoce del ministero della Sanità afghana, Wahid Majrooh.

Dall’inviato Giordano Stabile

Un’autoambulanza imbottita di esplosivo e guidata da un kamikaze ha fatto strage questa mattina a Kabul. L’attacco è stato rivendicato dai Taleban e ha causato almeno 63 morti e oltre 150 feriti. Molti sono stati trasferiti all’ospedale di Emergency. Il bilancio è destinato a salire. Il kamikaze ha ingannato gli uomini di guardia a un check-point e si è diretto verso la zona del vecchio ministero dell’Interno, dove ora ci sono gli uffici dell’Unione Europea dell’Alto consiglio per la Pace. L’esplosione ha investito in la gente per la strada e davanti agli uffici.

I feriti all’ospedale di Emergency

Non sono accertate vittime fra gli stranieri ma è chiaro che l’obiettivo dei Taleban, ancora una volta, era colpire gli occidentali che vivono nella capitale e gli afghani che hanno a che fare con loro. Il ministero della Sanità locale ha confermato che è stata un’ambulanza-bomba guidata da un kamikaze a farsi saltare in aria. La maggior parte dei feriti – compresi alcuni bambini – è stata portata all’ospedale di Emergency. «È un massacro» dice Dejan Panic, il coordinatore del Programma di Emergency in Afghanistan. L’attacco è avvenuto a poche centinaia di metri dal loro ospedale. «Abbiamo sentito l’esplosione, fortissima. Lo staff è scosso, ma è tutto al lavoro: l’afflusso di feriti è continuo. Nessuno può fermarsi adesso».

Caccia agli stranieri

Poco dopo l’attacco è arrivata la rivendicazione del gruppo islamista, che ha governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, in un clima di oscurantismo e terrore. Una settimana fa i Taleban hanno colpito all’Hotel Intercontinental e ucciso almeno 22 persone, compresi quattro stranieri. L’obiettivo era un gruppo di americani.

I gruppi islamisti

In Afghanistan ci sono ancora circa 15 mila militari della Nato, dopo un picco di 150 mila nel 2011. Le forze di sicurezza afghane, pur addestrate dagli occidentali, non sono in grado di controllare il territorio. Solo nel 2016 hanno avuto quasi settemila caduti e 12 mila feriti, su un contingente reale inferiore ai 100 mila uomini. I Taleban contano su 40-60 mila combattenti. A Est è presente anche l’Isis, con un migliaio di miliziani, in parte foreign fighters.

(Continua su: http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2018/01/27/AClUvOf-ambulanza_carica_esplosivo.shtml).

Ed ecco che gli attentati rivendicati dai talebani non si fermano: avanti ancora a massacrare la gente; per ora sono 95, ma senz’altro se ne troveranno altri.

Niente ferma la mano omicida che continua imperterrita ad assassinare gente su gente. Al tempo stesso usano qualsiasi mezzo pur di raggiungere il loro scopo: travestimenti da soldati, in questo caso un’ambulanza (ricordiamocelo anche per le nostre nazioni, non si sa mai) e così hanno potuto superare il primo blocco.

E l’esercito degli assassinati va rimpolpando le sue file: ora sono battaglioni sacrificati in nome della violenza. Sappiamo chi spinge questi assassini, ma non si vede un attimo di sosta. Appena possono e trovano shahīd pronti all’atto estremo, via a colpire ancora, distruggere, fare paura, cercare di sottomettere col terrore popolazioni che vogliono vivere e che stentano a vivere, ma farle vivere male, sempre con l’ossessione che la strada non sia più sicura per nessuno, cristiani e mussulmani o altro che siano.

Primo Levi affermava che «Se non si comprendono queste manovre, bisogna conoscerle perché ciò che accade oggi, non è detto che non succeda domani Le coscienze possono essere sedotte ed oscurate, anche le nostre». Questo è il mondo che stiamo preparando per i nostri figli, nipoti, pronipoti.

Ho anche affermato che non tutti sono così e i casi isolati di umanità ci spingono a sperare, ma non a farci sempre cogliere urlanti dopo i fatti: difendiamoci e facciamoci difendere da coloro che lo sanno fare perché c’è qualcuno che ride sempre anche se è un perdente bugiardo ed omicida.

5) Kabul, nuovo attentato: kamikaze e raffiche di mitra contro l’Accademia militare

29 gennaio 2018

Una prima, potentissima deflagrazione all’ingresso del complesso simbolo dell’élite militare, poi altre esplosioni e un prolungato scontro a fuoco. Il numero delle vittime cresce di ora in ora: al momento è di 11 soldati morti e 15 feriti. Cinque i terroristi: quattro morti e uno arrestato. L’azione rivendicata dall’Isis. Capitale afgana ancora scossa: sabato scorso l’autobomba che aveva provocato oltre cento vittime

Nuova potentissima esplosione a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, nei pressi dell’accademia militare “Marshal Fahim”, dove un commando di cinque uomini è entrato in azione ingaggiando un prolungato scontro a fuoco con i soldati. Un’azione terroristica rivendicata dall’Isis, il cui bilancio, cresciuto di ora in ora, è al momento di 11 morti e 15 feriti tra i soldati. Morti anche quattro terroristi, uno si è arreso. Tutto questo ancora a Kabul, solo due giorni dopo il gravissimo attentato di sabato scorso che ha provocato oltre cento vittime e almeno 200 feriti, rivendicato invece dai Talebani.

Secondo una fonte militare, l’attacco è scattato alle 5 di stamattina (ora locale, le 3 in Italia), all’ingresso della struttura, un obiettivo altamente simbolico perché nel complesso, a nordovest della città, vengono formati gli ufficiali dell’élite militare afgana. Ci sono state diverse esplosioni, seguite da numerose raffiche di armi da fuoco. Combattimenti durati diverse ore e, secondo testimoni, uno degli attentatori avrebbe resistito asserragliandosi nel complesso militare. Il portavoce della Difesa, Dawlat Waziri, ha dichiarato che il commando dei terroristi era composto da almeno cinque membri, armati di lancia-granate e armi automatiche. Due sono rimasti uccisi nello scontro a fuoco successivo alle esplosioni, due si sono fatti saltare, il quinto è stato arrestato. Quando lo scontro a fuoco è terminato e i militari hanno ripreso il controllo dell’area, sono stati recuperati un giubbotto da kamikaze, un AK-47 e munizioni.

Secondo una fonte governativa, gli attentatori non sarebbero riusciti a penetrare all’interno della sede militare. Diverso il resoconto di un ufficiale della polizia afgana, secondo il quale gli uomini armati sarebbero riusciti comunque ad entrare nel primo perimetro difensivo dell’accademia militare. Utilizzando, secondo fonti ufficiali, uno schema consolidato: una prima esplosione, forse con alta probabilità da un kamikaze, all’ingresso dell’edificio, poi l’entrata in azione del resto del commando. L’azione terroristica è stata rivendicata dall’Isis. Secondo il portavoce Waziri, “l’obiettivo dell’attacco terroristico non era l’accademia in sè, ma l’unità militare dedicata alla sicurezza della struttura”. L’accademia “Marshall Fahim” è considerata il “Saint Cyr” dell’Afghanistan, o anche il “Sandhurst of The Sands”, riferimenti alle scuole militari d’élite di Francia e Regno Unito.

Quello di oggi è il terzo attacco armato in dieci giorni. Il primo, lo scorso 20 gennaio, contro l’Hotel Intercontinental, che provocò 43 morti. Sabato scorso, il nuovo attentato con l’esplosione di una autoambulanza carica di esplosivo nel centro della città e che ha prodotto un bilancio tragico di vittime (oltre 100) e feriti (almeno 200). Successivamente c’è stato l’attacco contro un centro di “Save The Children” in cui ci sono stati tre morti e diversi feriti. Quanto ai militari sotto attacco, il canale tv Tolo ha ricordato che il 21 ottobre scorso 15 cadetti della stessa accademia “Marshall Fahim” furono uccisi a Kabul da un kamikaze che si schiantò contro l’autobus su chi viaggiavano.

(Continua su: http://www.repubblica.it/esteri/2018/01/29/news/kabul_nuovo_attentato_violentissima_esplosione_nei_pressi_dell_accademia_militare-187523056/)

Il numero di morti citati è sempre impreciso per difetto: rispecchia solo la mano che c’è dietro e che spinge i soliti sprovveduti o indottrinati a seminare paura e terrore non si sa bene in nome di cosa. Si sa però che il millennio precedente ha visto nella battaglia di Lepanto (1571) ed a Belgrado (1717) fermare chi ci voleva assoggettare. Adesso (probabilmente dietro le stesse menti) c’è il fenomeno della mondializzazione e l’invasione è più mascherata da richieste di aiuto per fuggire da una guerra, da una miseria orrenda e per sottrarsi ad iniquità che leggiamo sui media, ma che non sono tutti quelli descritti. I disperati (mi si perdoni il termine), vengono spinti attraverso percorsi di possibile morte definita senza mezzi termini. Quelli che arrivano per imbarcarsi per lidi verosimilmente pensati più accoglienti, sono in condizioni fisiche e psicologiche tutt’altro che ottimali. Tra costoro si annidano i soliti terroristi e criminali, anzi ultimamente un governante africano ha detto che da noi mandano i criminali.

Certo che chi rimane in quei paesi come Somalia, Nigeria e Afganistan, non ha da rallegrarsi, perché la mattanza di tutti civili e non è quasi giornaliera e chi si fa esplodere è ancora nell’esercito dei futuri martiri e similari. 

Le notizie sopra citate sono credibili in quanto successe: i numero possono variare, ma quando si superano i cento cadaveri sono verissime perché c’è un accorrere di ONG che si prodigano a soccorrere il soccorribile e riportano i fatti in maniera obbiettiva per quanto riescono a vedere, sentire e operare.

Il riportare notizie e cifre riguardo ad auto-esplosioni e assassinati non è certo piacevole e si vorrebbe riportare sempre fatti singoli meritevoli dell’umanità che manifestano, anche se non sempre è possibile. Chi compie buone azioni come portare a piedi il nipote disabile a scuola distante chilometri dalla propria abitazione lo fa perché il nipote possa avere un futuro e non un futuro di miseria. Il bambino di cinque anni che trascina il papà fuori dall’abitazione è un esempio per tutta l’umanità. Qualche volta questi fatti spingono le autorità a provvedere in merito, altre volte qualche aiuto può arrivare da persone ammirate dalla volontà di chi opera per il bene futuro dell’umanità, altre volte ancora il papà continuerà a portare il disabile sulle spalle per chilometri e la ricompensa non sarà di questo mondo troppo egoista.

6) Carneficina di bambini in Siria, civili vittime dei raid a Ghouta: 200 morti 

Strage di civili in Siria: le bombe degli aerei russi e dell’artiglieria di Assad hanno provocato ieri quasi cento morti, tra cui venti bambini. In tre giorni di raid hanno perso la vita duecento persone, tra cui 50 minori. Centinaia i feriti. E’ il bilancio dell’ennesima carneficina nella Ghouta, il sobborgo a est di Damasco, sotto assedio da anni. Le Nazioni Unite hanno chiesto la fine immediata dei bombardamenti.

GUERRA IN SIRIA 20 FEBBRAIO 2018 19:44 di Mirko Bellis

Una nuova strage di civili in Siria. Ieri, nella Ghouta, il sobborgo a est di Damasco, le bombe degli aerei russi e dell’artiglieria siriana sono cadute senza sosta provocando una carneficina: almeno 100 le persone uccise, tra cui venti bambini. Uno degli attacchi più mortiferi mai registrati sull’intera area da anni sotto assedio. L’offensiva per riconquistare la periferia orientale della capitale siriana, una delle ultime enclave ribelli, negli ultimi tre mesi ha provocato oltre settecento vittime. Un massacro in cui hanno perso la vita quasi duecento bambini. Raid indiscriminati che non hanno risparmiato neppure ospedali, mosche e scuole.

Le immagini che arrivano da Douma, Beit Sawa e le altre cittadine che formano la Ghouta mostrano scene strazianti. Il panico e le urla dei sopravvissuti che si mischiano a quelle dei volontari delle squadre di soccorso impegnate ad estrarre con vita le persone intrappolate sotto le proprie abitazioni; bambini e neonati feriti portati via con mezzi di fortuna verso gli ospedali più vicini. In tre giorni di bombardamenti governativi sulla Ghuta orientale, a partire da domenica, sono quasi 200 le persone uccise, di cui 57 bambini e adolescenti. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Secondo la fonte, le persone uccise sono almeno 194, di cui 127 nella sola giornata di ieri. I bombardamenti sono proseguiti oggi, con un bilancio di 50 morti, di cui 13 minori.

“Gli aerei governativi stanno sparando su tutto ciò che si muove all’interno delle aree residenziali”, ha detto un medico locale. “I nostri ospedali sono sovraffollati di feriti, stiamo esaurendo gli anestetici e altri farmaci essenziali”. “Gli elicotteri e gli aerei hanno completamente distrutto un intero quartiere”, ha affermato alla Bbc un abitante della Ghouta. “E’ un’autentica pioggia di bombe quella che sta cadendo. Non posso uscire di casa e così i miei figli non hanno niente da mangiare. E’ molto difficile per un padre quando vedi la paura nei loro occhi e sai che non c’è nessun posto sicuro dove proteggerli”.

Le Nazioni Unite hanno chiesto la fine immediata dei bombardamenti sull’intera area dove vivono circa 400.000 abitanti. “È assolutamente necessario porre fine a questa sofferenza umana insensata. Questi attacchi a civili innocenti deve finire adesso”, ha dichiarato Panos Moumtzis, il coordinatore umanitario dell’Onu per la Siria. Anche l’Unione Europea ha voluto far sentire la propria voce sulla grave situazione umanitaria nella Ghouta orientale. In una nota diffusa ieri, Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, è tornata a chiedere a tutte le parti in conflitto di adottare tutte le misure necessarie per garantire la diminuzione della violenza e la protezione del popolo siriano nel rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nel frattempo, a nord della Siria continua l’avanzata delle truppe turche verso il cantone curdo di Afrin. L’offensiva “Ramoscello di ulivo”, secondo i piani di Ankara, mira a creare una “zona di sicurezza” di trenta chilometri in territorio siriano per impedire le attività delle forze dell’Ypg, i miliziani curdi considerati terroristi dalla Turchia. Il rischio di uno scontro armato con l’esercito di Assad è reale dopo che Damasco ha deciso di inviare i propri rinforzi alla zona. E i militari turchi si dicono pronti al combattimento, soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu, il quale ha affermato che “nessuno può fermare la Turchia verso Afrin”. E così, la piccola guerra mondiale che si sta consumando in Siria da ormai sette anni sembra aggravarsi ogni giorno di più, in una spirale senza controllo.

Mirko Bellis

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7) Neonata di quattro mesi avvolta nell’esplosivo: l’avrebbero fatta saltare in aria per uccidere 

In Afghanistan, una neonata di quattro mesi è stata utilizzata dai talebani per nascondere del materiale esplosivo con cui compiere un attentato. E’ accaduto a Kunduz, dove cinque terroristi, tra cui una donna, avevano occultato la bomba tra i vestitini della bimba per cercare di superare i controlli. La polizia è riuscita ad arrestarli prima che potessero realizzare un nuovo massacro.

MEDIO ORIENTE 29 GENNAIO 2018 17:50 di Mirko Bellis

In Afghanistan, una neonata di soli quattro mesi è stata ʽtrasformata’ in un piccolo ordigno esplosivo. La settimana scorsa, cinque persone sono state fermate dalla polizia mentre cercavano di entrare a Kunduz, una città nel nord del Paese. Del gruppo faceva parte anche una donna che teneva in braccio una bimba, avvolta con delle coperte. Solo dopo un controllo più minuzioso gli agenti hanno fatto la raccapricciante scoperta: sotto i vestititi della piccola c’era nascosta una bomba. Secondo quanto ha dichiarato la Direzione nazionale della sicurezza (National Directorate of Security, Nds), gli arrestati avevano occultato l’esplosivo sul corpicino della neonata per cercare di eludere i controlli ed entrare a Kunduz dove volevano compiere un attentato.

La notizia del ritrovamento dell’esplosivo sulla neonata ha suscitato indignazione e rabbia tra gli afghani. “L’uso dei bambini nei conflitti armati è l’atto più brutale e crudele, perché è categoricamente proibito dalla sharia islamica e dalle leggi vigenti nel Paese”, ha commentato Sowita Abulrahizai, vice capo della Commissione Indipendente per i diritti umani in Afghanistan. “I bambini – ha aggiunto – sono i soggetti più vulnerabili, sono innocenti e devono essere protetti e aiutati”.

Nel corso del lungo e sanguinoso conflitto afghano, i talebani hanno utilizzato in molte occasioni bambini e adolescenti per realizzare attentati suicidi. Nel 2014, Spozhmay, una ragazzina di dieci anni, fu obbligata dal fratello ad indossare una cintura esplosiva per compiere un attentato nella provincia di Helmand. “Dovevo attraversare il fiume di notte – raccontò agli agenti – però avevo troppa paura e sono tornata a casa. Mio padre mi ha picchiata così sono scappata e la mattina mi sono arresa alla polizia”. Se Spozhmay è riuscita a salvarsi, altri bambini costretti dai talebani a diventare dei kamikaze non sono stati altrettanto fortunati. Come accaduto nell’attentato al Centro culturale francese di Kabul dove a compiere il massacro fu un adolescente di 16 anni, imbottito di esplosivo. E, sempre nella capitale afghana, a dicembre del 2017 tre ragazzi si sono fatti esplodere in un centro culturale sciita uccidendo oltre 40 persone.

Il reclutamento dei bambini avviene soprattutto nel nord dell’Afghanistan. Secondo un rapporto di Human Right Watch, nelle scuole coraniche gestite dai talebani nella provincia di Kunduz, gli adolescenti vengono trasformati in combattenti pronti a morire. I convitti religiosi – la denuncia di Hrw – attraggono soprattutto bambini e ragazzi provenienti da famiglie povere per le quali la madrasa diventerebbe l’unico modo per assicurare la sopravvivenza dei loro figli. “La strategia dei talebani di reclutare i bambini è cinica e crudele, oltre che illegale”, ha dichiarato Patricia Gossman, ricercatrice di Hrw per l’Afghanistan.

Non c’è pace in Afghanistan dove in pochi giorni c’è stata una terribile sequenza di attentati in tutto il Paese. All’attacco alla sede di Save the Children, avvenuto pochi giorni fa a Jalalabad, è seguito un massacro ancora più sanguinoso con un’ambulanza bomba a Kabul. E mentre si cerca di dare un nome a tutte le oltre cento vittime dell’attentato di sabato scorso, all’alba di lunedì alcuni uomini armati hanno attaccato questa volta l’Accademia militare nella capitale facendo nuovi morti. “I talebani negli ultimi anni hanno agito in maniera sempre più violenta perché sanno che i loro slogan non riescono più ad attrarre la gente. Le persone adesso hanno capito la vera natura dei talebani e provano rabbia e odio verso di loro”, ha concluso Abulrahizai. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Unama, la Missione di Assistenza Onu in Afghanistan, da gennaio a settembre del 2017 sono stati 2. 640 i morti tra i civili. Di questi quasi settecento erano bambini.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/neonata-di-quattro-mesi-avvolta-nell-esplosivo-l-avrebbero-fatta-saltare-in-aria-per-uccidere/ – http://www.fanpage.it/)

8) Sposata davanti a Elvis la coppia degli orrori – MSN. com

Attorno a loro i 13 figli, tenuti in casa in catene per anni

(Continua su https://www.msn.com/it-it/money/other/sposata-davanti-a-elvis-la-coppia-degli-orrori/vp-AAuR2mq)

Da anni tenevano i 13 figli in catene e senza cibo, arrestata coppia di genitori in California

ESTERI 16/01/2018 09:01 CET | Aggiornato 16/01/2018 11: 54 CET

Una 17enne è riuscita a scappare e dare l’allarme. Nella casa la polizia ha trovato altri 12 bambini e ragazzi, dai 2 ai 29 anni

Quando i poliziotti di Perris, California, sono entrati nella casa, hanno visto una scena da film dell’orrore: bambini e ragazzi incatenati ai loro letti, emaciati e sporchi in mezzo a un odore nauseabondo. Il più piccolo aveva 2 anni, il più grande 29: erano i 13 figli di una coppia che è stata arrestata e incriminata per tortura.

L’irruzione ha avuto luogo dopo che una ragazza di 17 anni è riuscita a scappare dalla casa dell’orrore e chiamare la polizia usando un telefono cellulare che si è riuscita a procurare. Era così malnutrita, che in un primo momento gli agenti hanno pensato che avesse solo 10 anni.

In base a questa denuncia, gli agenti sono entrati nella casa e hanno visto, si legge in un comunicato dello sceriffo della contea di Riverside, “diversi bambini incatenati ai loro letti con catene e lucchetti nel buio, in un odore nauseabondo”. I loro genitori, continua il comunicato, “non sono stati in grado di fornire una ragione logica per la quale i loro figli fossero legati in quella maniera”.

I poliziotti hanno individuato nella casa, sostiene ancora l’ufficio dello sceriffo, “quelli che credevano essere 12 bambini, ma sono rimasti scioccati nello scoprire che sette di loro erano in realtà adulti, con età dai 18 ai 29 anni. Le vittime erano malnutrite e molto sporche”.

Alle 13 vittime “sono stati forniti cibo e bevande dopo che hanno detto di star morendo di fame”.

I genitori – il 57enne Dabid Allen Turpin e la 49enne Louise Anna Turpin – sono stati incriminati per tortura e per abusi su minori, con una cauzione fissata a 9 milioni di dollari.

La famiglia viveva in un quartiere medio-borghese, in una casa stuccata in stile spagnolo, a Perris, una piccola città a 110 km a sud-est di Los Angeles. La coppia aveva tre automobili, una delle quali aveva un seggiolino per bambini nella parte posteriore. Ci sono indicazioni che fanno pensare che ai bambini sia stato consentito di andare all’esterno negli ultimi anni.

Una pagina Facebook sotto il nome di David-Louise Turpin include foto della coppia che partecipa a vari matrimoni o altre cerimonie dal 2011 al 2016, con i figli presenti. Nell’ultimo blocco di foto, Louise indossa un lungo vestito bianco da sposa, mentre il marito è vestito da matrimonio. Un sosia di Elvis Presley tiene un microfono ed è in posa con la coppia e i bambini, in una posa che ricorda un tipico matrimonio a Las Vegas. Nove ragazze, tutte con lunghi capelli neri, indossano vestiti fucsia con collant bianchi, mentre una bambina è vestita in rosa. Tre ragazzi con capelli neri con lo stesso taglio del padre, indossano anche lo stesso abito del padre e la stessa cravatta rossa. Nel profilo ci sono diverse foto che fanno pensare a una famiglia normale, tra le quali quella di Louise che tiene in braccio un bambino in t-shirt con la scritta “mamma mi ama”.

La vicina Jamelia Adams ha espresso shock. “Io sono davvero triste. Ci sono posti dove i bambini possono andare, se non li vuoi più, se non sei più in grado di prendertene cura. Qui c’è un bel quartiere, nuove case, nuove auto; nello stesso stesso tempo ci sono ragazzi e bambini da 29 a due anni tenuti prigionieri, malnutriti e sporchi. Spezza il cuore”, ha affermato.

“Io ho visto una coppia di teenager forse l’anno scorso che falciavano il prato e mettevano delle decorazioni di Natale. Mai nulla mi ha fatto pensare che stesse accadendo qualcosa del genere”, ha detto dal canto suo un altro vicino, Julio Reyes.

I media Usa hanno riferito che la coppia di genitori aveva precedentemente presentato bancarotta. David Turpin è registrato come capo di una scuola privata, ma l’indirizzo di questa corrisponde alla casa. La scuola fu aperta a marzo 2011, ma aveva solo sei studenti secondo gli ultimi dati del dipartimento educazione della California.

Il Los Angeles times ha detto che la coppia viveva a Perris dal 2010, arrivata dal Texas. Avrebbe fatto bancarotta due volte. Secondo i documenti del tribunale, quando ha presentato bancarotta nel 2011, la coppia ha detto di aver accumulato debiti da 100mila a 500mila dollari, aprendo la scuola, secondo il New York Times. Il giornale scrive che, nello stesso anno, David Turpin stava lavorando come ingegnere per il contractor della difesa Northrop Grumman, guadagnando 140mila dollari all’anno, mentre la moglie era una casalinga.

(Continua su: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/16/da-anni-tenevano-i-13-figli-in-catene-e-senza-cibo-arrestata-coppia-di-genitori-in-california_a_23334343/)

Questa notizia, che non è una fake news o falsa notizia, ci sveglia dal torpore di credere che nelle comunità civilizzate siano tutti abbastanza critici. Ma non è così: ci sono mamme che uccidono i loro figli, papà che uccidono la moglie e spesso con i figli. Questo è un tragico esempio di come tra umani ci siano, oltre a malati mentali evidenti, queste sottospecie di malati mentali che nascondono bene la loro tragica realtà di cui sono vittime non loro, ma i figli, i parenti. E spesso in pubblico hanno un comportamento che non lascia trasparire all’occhio non esperto quanto è celato più sotto, nel profondo del loro animo ormai determinato al male.

Apriamo anche noi gli occhi e consideriamo gli altri come umani da amare, da rispettare; però impariamo anche a notare dei segnali di qualcosa che non va, che deve essere riportato a chi di dovere, anche se alcune denunce non sono accettate dalle autorità che non approfondiscono certe realtà evidenti, purtroppo, perché si curano solo della poltrona cui sono incollati.

Ringraziamo chi si dà da fare anche a costo di passare per visionario o troppo pessimista. Ormai la gente comune non vuole grane di nessuna sorta e si volta dall’altra parte per non vedere ciò che succede e richiede una certa dose di forza morale che altera il pacifismo che invece si vuole e nel quale si cancellano gli altri, chiunque siano e qualunque cosa facciano.

Ci sono persone molto serie anche tra le autorità: andiamo da quelle e non da chi non si vuole prendere responsabilità che richiedono sacrifici. Le persone serie ci sono e spesso pagano con la loro vita stessa. Sono persone come Falcone e Borsellino e tanti altri conosciuti e sconosciuti…

9) Migranti: ad Agrigento tre sbarchi “fantasma” in un giorno

Episodi che si verificano da due anni, documentati con foto e video dall’associazione ambientalista “Mareamico”

di ANGELO AMANTE – 17 agosto 2017

Proseguono gli sbarchi “fantasma” sulle spiagge dell’Agrigentino. La mattina, i bagnanti trovano piccoli pescherecci che galleggiano a pochi metri dalla battigia. Sono episodi che si verificano da due anni, documentati con foto e video dall’associazione ambientalista “Mareamico”.

Agrigento: tre sbarchi “fantasma” in un giorno

Gli ultimi erano avvenuti dieci giorni fa. Le navi vengono utilizzate da piccoli gruppi di migranti, che partono dalla Tunisia per raggiungere la costa meridionale della Sicilia. Tra oggi e ieri, sono state rinvenute altre tre barche. Questa mattina, un’imbarcazione lunga dieci metri è arrivata a Torre Salsa, fermandosi a quaranta metri dalla costa. Carabinieri e Guardia di finanza sono riusciti ad acciuffare trenta passeggeri, ma si stima che almeno dieci di loro siano riusciti a dileguarsi.

Ieri ci sono stati altri due casi: uno nei pressi di Siculiana; l’altro nella zona di Punta Grande, tra Realmonte e Porto Empedocle, dove alle sei del mattino è stata trovata una barca di sette metri con motore fuoribordo. Dei viaggiatori, per adesso, non c’è traccia.

(Continua su: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/08/17/news/migranti_ad_agrigento_tre_sbarchi_fantasma_in_un_giorno-173239226/).

L’Italia è troppo un colabrodo a causa delle sue coste non sorvegliate come si dovrebbe fare: in questo modo è possibile ogni sbarco in ogni punto, che sia adatto all’approdo o meno.

La tratta degli umani è fiorente: non interessa come arrivano e cosa hanno subìto: l’importante è il dio denaro che va sempre onorato, riverito. Poi quel che succede o è successo ai singoli migranti non conta, anche se sono bambini e se muoiono per strada durante i viaggi da paura: l’importante è farsi pagare prima. Crudeli e brutali sono gli uomini che lavorano per la tratta, chiunque essi siano e qualunque mansione abbiano in questo lurido macello. Ricordiamo che, oltre ai danni fisici, ci sono quelli psicologici che schiantano tutti i migranti, che riporteranno sindromi future che possono portarli a rivoltarsi anche contro i paesi ospitanti. Non dimentichiamolo quando arrivano e vengono trattati in modo tutt’altro che umano. Leggiamo un po’ i resoconti di volontari infiltrati e scopriamo che c’è gente che guadagna nel riceverli e nel sottoporli ad altre torture, fingendo di fare il possibile… sì, il possibile per le loro tasche!

Non dimentichiamo i veri volontari che li aiutano in ogni modo e la gente comune che fa quello che può per loro. Ricordiamo cosa successe ultimamente in Russia nella seconda guerra mondiale ai nostri Alpini che si ritiravano a 30/40 gradi sotto zero, tallonati dai russi che coi loro carri armati, quando trovavano un italiano nella neve, gli andavano sopra e giravano in tondo fino a sfracellarlo; ma la povera gente soccorreva nel possibile i nostri soldati condividendo la loro miseria. Poi, invece, quando giunsero decimati in Italia, ci fu chi vedendoli così conciati e distrutti chiuse i vagoni per non farli vedere alla popolazione che li aspettava e qualcuno disse: «Non vedete che fate schifo» (cfr. Centomila gavette di ghiaccio, Ugo Mursia Editore, 2011).

10) In Germania giubbotti con la sabbia per calmare i bambini iperattivi: ”Ma non sono costretti” – 20 gennaio 2018

La misura adottata in duecento scuole del Paese: “Gli alunni amano indossarli e nessuno è costretto a farlo contro il suo volere”. Ma molti genitori e psichiatri criticano la scelta 

ROMA – Pesa da 1,2 a 6 chilogrammi e sembra un gilet con piume d’oca ma al suo interno ha la sabbia. In Germania viene fatto indossare ai bambini che soffrono del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) per farli stare seduti al loro posto. Ad adottare l'”armatura” sono 200 scuole in tutto il Paese, che si dicono soddisfatte per avere ottenuto un cambiamento notevole nel comportamento dei bambini. L’accorgimento ha suscitato però i dubbi di alcuni genitori e psichiatri.

A un numero sempre maggiore di piccoli alunni è diagnosticato ogni anno il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adha). Per le scuole il gilet, che costa tra i 140 e i 170 euro, è un sistema semplice per affrontare il fenomeno, senza dover ricorrere alle più aggressive medicine.

“I bambini amano indossarle e nessuno è costretto a farlo contro il suo volere”, ha dichiarato al Guardian Gehild de Wall, a capo dell’unità per l’inclusione della scuola Grumbrechtstrasse ad Amburgo, tra i pioneri nel suo utilizzo. Il giubbotto, spiega, viene indossato solo se il bimbo è accondiscendente e per un massimo di 30 minuti. Inoltre, il peso (scelto in base alla corporatura del bambino) non rappresenterebbe un problema perché concentrato nella parte speriore del corpo. E spesso, guardando i loro compagni, la vogliono anche i bambini che non hanno problemi di concentrazione: “gli alunni saltano in piedi all’opportunità di averla, così la diamo anche a quelli che non ne hanno bisogno per assicurarci che non sia collegata a nessun stigma”.

Una maestra che racconta di avere usato il giubbotto nella sua classe arriva a definirlo un surrogato dell’abbraccio di cui spesso alcuni bambini hanno bisogno per calmarsi, gesto che però le maestre non sono autorizzate ad elargire. Ciò che però rende scettici alcuni psichiatri è anche l’uso a lungo termine, di cui ancora non si conoscono gli effetti sulla salute psichica.

La Beluga Healthcare, azienda sassone tra i principali produttori del giubbotto con la sabbia, fa sapere di aver accontentato ”centinaia di consumatori soddisfatti” negli ultimi 18 anni con la “sand therapie”, riporta il Guardian. Ma specifica anche che non si tratta certo di un toccasana per bambini cui è stato diagnosticato l’Adhd.

(Continua su: http://www.repubblica.it/salute/2018/01/20/news/in_germania_giubbotti_con_la_sabbia_per_bambini_iperattivi-186912255/).

Sempre i soliti esperti dicono che quei pesi sulle spalle dei bambini sono utili, come se non ne avessero già abbastanza negli zaini colmi di libri e quaderni che sono costretti a portare per anni. Ma quanti politici si sono interessati a prendere qualche provvedimento per la loro salute? O hanno fatto finta di niente, in linea con l’idea “mal comune mezzo gaudio”?

È ben vero che singolarmente alcune scuole intelligenti, con professori attenti alla salute dei loro allievi, hanno preso provvedimenti in merito. Nonostante ciò, non è tutto così facile per la presenza di allievi che rubano e rendono quelle fatiche terra bruciata: tuttavia anche questo dovrebbe essere punito. Si dice “dovrebbe” perché i politici sono capaci di coniare nomi nuovi, come cyberbullismo ed altro, ma, guarda un po’ come ci giudicano altre nazioni come la Germania e che lo dicono senza mezzi termini portando anche delle prove di quelle che dicono (non fake, secondo la tendenza che oggi imperversa).

11) Italia messa peggio della Grecia, lo dice la stampa tedesca

Die Welt, unico Paese eurozona in cui livello vita è diminuito – 26 gennaio 2018

“L’Italia è l’assoluto fanalino di coda dell’eurozona, messo anche peggio della Grecia”, si sostiene dalle pagine finanziarie del quotidiano Die Welt, nell’articolo “Se i greci lasciano indietro gli italiani”. E il timore degli economisti delle banche d’affari è che alle prossime elezioni, indipendentemente da chi vinca, “non c’è da aspettarsi riforme di base”, dice Timo Schwietering, analista della banca Metzler. “Solo riforme radicali, come in Grecia, potrebbero cambiare qualcosa” dice il quotidiano di Berlino. “Ma cose del genere non sono nel programma elettorale di nessuno dei contendenti alle elezioni”.

“L’Italia è l’unico paese dell’eurozona il cui livello di vita, dall’entrata in vigore dell’unione monetaria, è diminuito”, prosegue Timo Schwietering.

“Prima l’Italia aveva un modello economico facile”, dice Daniel Hartmann, capo economista della banca Bantleon, che si occupa del risparmio gestito. “Quando la congiuntura si bloccava, si svalutava la lira, che ridava benzina alle esportazioni e rianimava la congiuntura”. Dall’entrata in vigore dell’unione monetaria questo modello non ha più funzionato e il paese dovrebbe abbassare i costi o aumentare la produttività. “Il passaggio al nuovo campo all’Italia non è ancora riuscito”.

Sarebbe necessaria soprattutto una riforma dell’amministrazione: “le prestazioni sono scarse e per giunta care”. Un permesso di costruzione costa tre volte la Germania, un procedimento giuridico in Italia è di 3 anni, in Germania di uno e mezzo. Le premesse di riforma c’erano con il governo Renzi, ma ora rischia di bloccarsi tutto, secondo Welt.

(Continua su: http://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/altrenews/2018/01/25/germania-stampa-italia-messa-peggio-della-grecia_15157700-bdee-4cea-a3a6-e229db1d5020.html).

12) Molestie Onu, per esperto vige cultura dell’impunità – Venerdì, 19 Gennaio 2018 euronews

“Manca la volontà di perseguire seriamente le molestie sessuali”, Peter Gallo

Nuovo scandalo all’Onu, la stampa britannica ha scoperto che decine di donne sono state sottoposte e molestie sessuali. Appena alla fine del 2017 altri scandali sessuali avevano inchiodato le Nazioni Unite alle proprie responsabilità. Ora nuovi schizzi di fango dimostrano che una cultura dell’impunità era ben radicata all’interno dell’organizzazione. Decine le testimonianze di persone in varie sedi del mondo.

Un analista che ha realizzato uno studio al riguardo ha detto a Euronews che: “questo sembra un problema radicato in tutti gli uffici ed evidentemente il controllo non funziona, non è mai stato affrontato il problema nella sua interezza ed è evidente che non vengono effettuate indagini e non si cerca di mettere in galera che perpetra quelli che restano dei crimini”.

Il segretario generale Antonio Guterres, ha dato la priorità alla lotta contro le molestie sessuali e sostiene la politica della tolleranza zero, ma la ripetitività con cui questi scandali tornano ad esplodere, dimostra che il problema è ben più radicato di quanto, al palazzo di vetro e a Ginevra, amino far credere.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/01/19/molestie-onu-esperto-sessuali)

La corruzione e le violenze sessuali sono all’ordine del giorno in ogni ufficio e anche all’Onu non sono da meno degli altri, ma con il solito particolare che si cerca di nascondere il tutto, licenziare chi tenta denunce e quant’altro. Chi è a capo di una istituzione mondiale non può esporsi al pubblico in modo ambiguo, anche se lo fa. ma la “cultura dell’immunità arriva a questo ed altro:

Molestie e stupri negli uffici delle Nazioni Unite – Venerdì, 19 Gennaio 2018 euronews

L’inchiesta del ‘The Guardian’ svela un sistema di minacce e omertà e ora l’ONU teme che il problema sia sottostimato. I casi in diversi uffici del mondo. Le vittime denunciano anche l’inutilità di segnalazioni formali alle figure preposte.

Almeno 15 casi verificati di agressione sessuale negli ultimi cinque anni. Vanno dalla frase spinta allo stupro, il tutto ovattato da una “cultura del silenzio” con “un sistema di reclami difettoso che si rivolta contro le vittime”, è scritto testualmente. Dove? All’ONU, in diversi uffici del mondo.

La denuncia è del quotidiano britannico The Guardian che ha raccolto le testimonianze di dozzine di lavoratori. “O ti concedi o il tuo contratto scadrà senza essere rinnovato e così il tuo visto”, era il tono delle minacce e a volte la denuncia all’ufficio preposto si risolveva in un nulla di fatto o peggio in un esaurirsi del rapporto di lavoro, soprattutto per i consulenti, racconta una donna. Per una di loro le prove mediche dello stupro, il cui colpevole a detta della vittima era un alto funzionario più anziano di lei, sono state considerate insufficenti e per lei non c’è stata nessuna protezione: ha dovuto lasciare il lavoro e tornare nel Paese d’origine.

Il portavoce dell’Onu ha affermato che “la lotta alle molestie sessuali è una priorità” per il segretario generale Antonio Guterres ed ha aggiunto che non sarebbe una sorpresa sapere che il problema è sottostimato. Ufficialmente all’ONU hanno raccolto 15 denunce di molestie nel 2016 e 20 nel 2015.

(Continua su: http://it.euronews.com/2018/01/19/molestie-e-stupri-negli-uffici-delle-nazioni-unite).

Ogni commento è superfluo, perché dove non c’è corruzione e stupro? Ci vogliono abituare a considerare normale tutto e il solito popolo, vedendo che succede nelle cosiddette “alte sfere” (che poi non sono tante alte), considera lecito ogni disordine morale, che avrà ben altri aspetti di qui ad un po’, come l’eutanasia, che poi diventa omicidio legalizzato dalle nazioni e dai giudici che ormai giustificano ogni attentato all’uomo perché siamo in troppi e bisogna sfoltire la massa.

13) Cina: nonna di 76 anni percorre 24 chilometri al giorno per portare il nipote disabile a scuola           

Shi Yuying – 76 anni – è l’unica persona rimasta accanto al nipotino di nove anni con paralisi cerebrale.

25 GENNAIO 2018 12:49 di D. F.

Dodici all’andata, dodici al ritorno: in tutto fa 24 e sono i chilometri che ogni giorno un’anziana donna cinese percorre per accompagnare il nipote disabile a scuola. Shi Yuying, una nonnina di 76 anni di Jiang Haowen, quotidianamente porta il bimbo di nove anni in classe. Il nipotino soffre di paralisi cerebrale, una condizione permanente che influenza il movimento e la coordinazione e lo rende incapace di camminare. Il bambino ha bisogno di cure costanti e l’unica che può assisterlo è la nonna: la madre, infatti, l’ha abbandonato per iniziare una nuova relazione, mentre il padre lavora in un’altra città nel tentativo di sostenere le spese familiari. Molti infatti sono i debiti contratti dalla famiglia per garantire le cure necessarie a Jiang.

L’unica figura che è rimasta vicina al piccolo è la nonna Yuying: grazie a lei e alla sua tenacia il bambino può coltivare i suoi interessi scolastici. Malgrado l’età avanzata la signora Yuying spinge la sedia a rotelle su strade dissestate (…) verso la scuola situata nella provincia di Guangxi. Naturalmente ad ogni viaggio di andata corrisponde uno di ritorno ma malgrado questo e la fatica quotidiana, la nonna non si ferma cercando la forza nell’amore incondizionato verso il nipote. Che ci sia neve, pioggia o vento poco importa, la nonna non intende smettere: “Finche avrò la forza continuerò a farlo” dice.

(Continua su: https://www.fanpage.it/cina-nonna-di-76-anni-percorre-24-chilometri-al-giorno-per-portare-il-nipote-disabile-a-scuola/http://www.fanpage.it/).

Questa bella notizia, carica anche di fatica, ci illumina la vita ed il futuro dell’umanità: non tutto è così violento, ma ci sono persone che si sacrificano per gli altri e per gli indifesi e i disabili. Grazie, nonna, di quello che fai per il tuo nipote; speriamo che qualche autorità cinese si svegli e provveda in merito, anche se penso che qualche privato farà qualcosa per aiutarti. Grazie sempre per quello che fai e che è di esempio a tutti noi del popolo, che si sente vicino ai tuoi sforzi fisici per il nipote disabile. Grazie ancora: anche se non avremo più notizie di te, tu sei una guida per molti di noi che possono seguire il tuo esempio.

Grazie ancora e che Qualcuno ti ricompensi secondo le Sue leggi e non le nostre. 

14) Migranti, 800 salvati in mare e 3 morti. Aquarius: “La Libia ci ha impedito di aiutare un gommone” 

Ottocento persone sono state salvate nelle ultime 24 ore nel Mediterraneo, ma 3 donne sono morte e numerosi sono ancora i dispersi, tra cui bambini. La denuncia della nave Aquarius di Sos Mediterranèe: “Una motovedetta della Guardia costiera libica ci ha imposto di girare la prua e tornare indietro e ha rifiutato il nostro aiuto”.

CRONACA ITALIANA 28 GENNAIO 2018 14:57 di Ida Artiaco

Ennesima tragedia nelle acque del Mediterraneo. Nelle ultime 24 ore 800 persone sono state salvate, ma tre donne sono morte e numerosi risultano ancora i dispersi, tra cui molti bambini, secondo le testimonianze dei superstiti, dopo che un gommone è colato a picco. Due delle vittime, recuperate in fin di vita con i loro bambini, sono decedute sulla nave Aquarius di Sos Mediterranèe, inviata in soccorso dalla sala operativa della Guardia costiera di Roma. Il team di Medici senza frontiere, giunto proprio su Aquarius, ha tentato l’impossibile per salvarle ma non ce l’hanno fatta, una terza è morta questa mattina all’ospedale di Sfax dove era stata trasportata d’urgenza insieme a sei bambini in gravi condizioni con i polmoni pieni d’acqua.

Non sono mancate le denunce. Proprio Aquarius ha raccontato che una motovedetta libica le ha intimato l’alt e le ha impedito di prendere parte alle operazioni di salvataggio. Lo ha fatto rendendo pubblico un documento fotografico: “Siamo stati mandati dalla sala operativa di Roma a soccorrere un gommone in difficoltà ma arrivati a cento metri di distanza una motovedetta della Guardia costiera libica ci ha imposto di girare la prua e tornare indietro e ha rifiutato il nostro aiuto – hanno sottolineato -. Una cosa orribile: abbiamo visto i volti delle persone e sentito le loro voci che chiedevano aiuto ma non ci è stato permesso di soccorrerli. Una giornata devastante, due donne sono morte e hanno lasciato due bambini orfani”.

L’ennesima giornata terribile nel Mediterraneo e per le associazioni umanitarie impegnate nel salvataggio dei migranti che dalle coste libiche si dirigono verse quelle italiane, dopo che già il 15 gennaio scorso era stato rinvenuto in acque internazionali un gommone semisgonfiato sempre dalla nave Aquarius. Sono 800 le persone complessivamente salvate nelle ultime 24 ore in cinque diverse operazioni di soccorso nel Mediterraneo. In 330, a bordo di una nave militare spagnola, sono già diretti verso il porto di Pozzallo.

Ida Adriatico

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15) Migranti, naufragio al largo della Libia, Oim: “Almeno 90 morti”

L’Oim ha riferito che ci sarebbero tre sopravvissuti, mentre sono affiorati una decina di cadaveri.

CRONACA ITALIANA 2 FEBBRAIO 2018 11:52 di Annalisa Cangemi

Ancora una tragedia del mare. Si teme che almeno 90 migranti siano affogati nel naufragio di un barcone, con a bordo soprattutto cittadini pachistani, a largo delle coste libiche. Lo riferiscono le Nazioni Unite da Ginevra.

I soccorritori sono già sul posto, per tentare di rintracciare eventuali sopravvissuti. “Dieci corpi sono affiorati sulle coste libiche, fra cui otto pakistani e due libici, mentre ci sono tre sopravvissuti”, ha dichiarato la portavoce dell’Oim, Olivia Headon a Ginevra. Due dei superstiti sono arrivati a riva a nuoto, mentre l’altro sarebbe stato recuperato da un peschereccio. I corpi senza vita sono stati rinvenuti su una spiaggia nei pressi della città di Zuwara. Probabilmente il barcone si è ribaltato perché eccessivamente carico di persone. L’Oim ha riferito che ultimamente sta crescendo il numero di pachistani che tenta di arrivare in Europa dalla Libia, passando per l’Italia. In tutto si calcola che nel 2017 i cittadini pachistani arrivati in Italia attraverso la Libia sono stati almeno 3138; mentre dall’inizio dell’anno i migranti arrivati dal Pakistan sono stati 240, a fronte degli appena 9 dello stesso periodo dell’anno scorso.

“Ogni morte in mare è una vita persa di troppo. Per questo continuiamo con la nostra azione di salvataggi e per combattere contro i network di trafficanti”, si è espressa così una portavoce della Commissione europea, Catherina Ray, dopo le notizie del naufragio.

Nella serata di ieri 236 migranti sono sbarcati a Pozzallo in Sicilia dopo essere stati salvati nel Canale di Sicilia dalla nave “Corsi”.

Annalisa Cangemi

(Continua su: https://www.fanpage.it/migranti-naufragio-al-largo-della-libia-oim-almeno-90-morti/http://www.fanpage.it/).

16) I corpi di 16 migranti sono stati recuperati al largo del Marocco – MONDO 04.02.2018

La guardia costiera del Marocco ha recuperato i corpi di 16 persone che erano stati avvistati nel mar Mediterraneo al largo dell’enclave spagnola di Melilla dall’equipaggio di un’imbarcazione. Un medico che ha esaminato i corpi ha detto all’agenzia di stampa Agence France-Presse che i morti sono tutti di origine sub-sahariana, fatta eccezione per una persona marocchina. È probabile che stessero cercando di raggiungere l’Europa dopo essere partiti a bordo di un’imbarcazione da Melilla, che è un punto di riferimento per i migranti che cercano lavoro nei paesi europei o vogliono fare richiesta d’asilo. La città ha 86mila abitanti ed è l’unico territorio dell’Unione Europea che ha frontiere terrestri con l’Africa insieme a Ceuta, un’altra enclave spagnola che si trova vicino allo Stretto di Gibilterra. Questa mattina la guardia costiera spagnola ha pattugliato il tratto di mare attorno a Melilla per cercare eventuali altri corpi o persone ancora in vita.

Nell’ultimo periodo il numero di migranti che cercano di raggiungere l’Europa passando dal Nord Africa alla Spagna è aumentato. Dall’inizio del 2018 circa 1.300 migranti sono arrivati in Spagna, circa 4.300 in Italia. Senza contare quelli di questo finesettimana, almeno 243 migranti sono morti o dispersi nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

(Continua su: https://www.ilpost.it/2018/02/04/corpi-16-migranti-recuperati-mar-mediterraneo-melilla/).

Spesso si legge solo di migranti che sono annegati nel tratto Libia – Italia: ricordiamo che purtroppo il conto non è così, ma questo riferimento ci butta negli occhi che, da più parti, chi perisce nel tentativo di raggiungere un altro paese affidandosi a mezzi inadeguati affronta sempre l’insicurezza: questo è quello che succede vicino a noi, tra le coste del Marocco e della Spagna. Altrove idem.

Cerchiamo di essere presenti con umanità di fronte all’esercito degli scomparsi.

17) Guardian: in Italia 50 combattenti dell’ISIS sbarcati in Sicilia. Governo smentisce: “Falso” 

Il Guardian rivela un documento dell’Interpol nel quale si segnala al Governo italiano la presenza di foreign fighters dell’Isis sul nostro territorio, giunti con quelli che in gergo si chiamano “ghost landings”. Ma il Governo italiano smentisce.

POLITICA ITALIANA 31 GENNAIO 2018 13:35 di Redazione

AGGIORNAMENTO: È arrivata immediatamente la replica del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che sostanzialmente smentisce la ricostruzione del Guardian e ribadisce la bontà del lavoro di cooperazione fra l’Italia e la Tunisia per il contrasto dell’immigrazione clandestina verso le nostre coste:

«In riferimento all’articolo pubblicato sul sito del quotidiano inglese The Guardian dal titolo “Interpol circles list suspected Isis fighters belivied to be in Italy”, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza precisa quanto segue. 

Non trova alcun riscontro l’informazione di 50 “combattenti stranieri” approdati sulle coste italiane appartenenti all’Isis e pronti a compiere attentati. 

Nell’ambito di un consolidato, costante e prolifico rapporto di collaborazione e scambio d’informazioni tra le autorità italiane e tunisine, quest’ultime hanno segnalato nel tempo al nostro Paese il probabile ingresso in Italia di appartenenti a presunti gruppi integralisti. Il proficuo rapporto di cooperazione internazionale di polizia tra i due Stati ha permesso di rintracciare un esiguo numero di persone segnalate le quali, a seguito delle previste procedure d’identificazione, sono state immediatamente rimpatriate. 

Ovviamente è massima l’attenzione verso tutti coloro che raggiungono illegalmente il nostro territorio e l’immediata espulsione di alcuni soggetti segnalati ne è una incontrovertibile conferma. Giova inoltre ricordare che grazie alla citata collaborazione con le Autorità tunisine, due volte alla settimana vengono effettuati rimpatri collettivi verso quel Paese».

L’Interpol ha stilato una lista di 50 combattenti dell’ISIS, che, dopo le recenti sconfitte dello Stato islamico in Siria e Iraq, sarebbero tornate in Europa, raggiungendo l’Italia attraverso la Tunisia. Si tratterebbe di 50 persone di nazionalità tunisina, sbarcate in Sicilia con l’obiettivo di attraversare l’Italia e raggiungere Francia e Germania. A rivelarlo è il Guardian, che ha ottenuto un documento riservato dell’Interpol, inviato al ministero dell’Interno italiano lo scorso 29 novembre.

Stando a quanto rivela il giornale britannico, alcuni di loro sarebbero già stati identificati dalle forze di polizia italiane al momento dello sbarco, mentre pare che uno di loro abbia attraversato la frontiera per raggiungere Gard, nel sud della Francia.

A quanto risulta, gran parte dei tunisini avrebbe raggiunto le coste del nostro paese tra luglio e ottobre dello scorso anno, con canali diversi rispetto a quelli maggiormente utilizzati dai trafficanti di uomini per permettere lo sbarco di decine di migliaia di migranti sulle coste siciliane. In poche parole, i sospettati non avrebbero raggiunto l’Italia “nascosti nei gommoni” che partono dalla Libia o dalla stessa Tunisia, ma utilizzando piccole imbarcazioni, che trasportano passeggeri di notte, a gruppi di 20 o 30 alla volta. Si tratta dei cosiddetti “ghost landings”, sbarchi fantasma, con le imbarcazioni che sfuggono ai controlli e vengono abbandonate sulle spiagge siciliane (in particolare in provincia di Agrigento) e spesso ritrovate quando i passeggeri hanno già fatto perdere le loro tracce.

Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, spiega: “Non possiamo escludere che tra i migranti che utilizzano questi sbarchi fantasma possano nascondersi jihadisti”. E altre fonti investigative siciliane spiegano le difficoltà di intervento anche nei casi in cui un gruppo di persone sia fermato dalle autorità italiane: “Non sappiamo cosa hanno fatto prima di sbarcare qui, non sappiamo chi sono e cosa siano stato prima di arrivare in Sicilia. Alcuni non vogliono farsi identificare e rifiutano di farsi prendere le impronte digitali. Per questi motivi, se sei un terrorista, il modo più sicuro per raggiungere l’Europa è attraverso Agrigento”.

Si calcola che siano circa 5500 i tunisini che hanno combattuto in Siria per lo Stato Islamico, molti dei quali avrebbero fatto ritorno in patria e potrebbero cercare di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo. Sono circa 5mila, invece, i migranti “economici” di nazionalità tunisina arrivati in Italia con i barconi lo scorso anno, la metà dei quali già rimpatriata grazie agli accordi fra Roma e Tunisi.

Redazione

(Continua su: https://www.fanpage.it/interpol-in-italia-almeno-50-combattenti-dell-isis-sbarcati-in-sicilia-dalla-tunisia/http://www.fanpage.it/)

Cinquanta terroristi sono un bel numero e sarebbero arrivati in Italia attraverso sbarchi organizzati in modo fantasma, cioè senza ricorrere ai soliti barconi sgonfi, ma in barchette di legno che poi li hanno depositati su spiagge al di fuori delle rotte normali, in modo da non essere recuperati dalla polizia e così identificati.

È certo un bel traguardo avere dei terroristi in casa o comunque che circolano qua in Italia, anche se poi raggiungono paesi più sicuri dove hanno altri contatti per potersi proteggere e non farsi riconoscere.

Così adesso sappiamo che arrivano un po’ dappertutto, sembrerebbe in Sicilia, ma altre segnalazioni di barche su spiagge ci sono già state anche nell’Adriatico e in Sardegna: così ce li ritroviamo, pronti a preparare qualcosa in Italia tanto per fare qualche macello anche qua.

Non c’è più nulla di sicuro nel mondo e noi non siamo dammeno, perciò è meglio aprire gli occhi, non credere al “tutto va ben, madama la marchesa”, ma guardarsi un po’ attorno quando si cammina, quando si entra in posti affollati, purtroppo anche quando si passeggia.

In un articolo del 18 agosto 2017, Charlotte Matteini diceva:

« Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha dichiarato che “l’attenzione rimane altissima, ma il livello della minaccia non cambia”, rimanendo dunque “allerta 2”, ovvero il grado di allarme massimo, un gradino sotto quello attuabile in caso di attacco terroristico in corso».

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18) Migranti, quasi 250 morti nel Mediterraneo a gennaio – Lo rivela l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Redazione ANSA – 02 febbraio 2018)

Sono 246, quasi tutte sulla rotta che porta all’Italia, le morti di migranti registrate dall’Oim nel primo mese di quest’anno. Lo riporta il comunicato in cui si annuncia il naufragio di stamattina che si teme abbia causato almeno 90 vittime. L’Oim precisa che sulla rotta mediterranea centrale, quella che dalla Libia porta all’Italia, le morti sono state 218. Le restanti 28 sono sulla rotta per la Spagna. La cifra di 246 migranti deceduti rende il gennaio 2018 “il secondo più mortale nel Mediterraneo dal giugno 2017”, nota l’Oim. A dicembre erano state registrate 23 morti.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/02/02/migranti-quasi-250-morti-in-mediterraneo-a-gennaio_3c394a7a-20e5-4257-b5ac-e497b20b8286. html).

19) Ancora violenze su minorenni, non c’è nessuna videocamera dei luoghi comuni?? 

19a) Palpeggiamenti e baci in bagno e nel ripostiglio della scuola, bidello arrestato a Bari 

Un 58enne barese, bidello in un istituto scolastico di Bari, è stato arrestato e posto ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Avrebbe costretto quattro alunne a subire atti sessuali, baci sul collo e sulle labbra, palpeggiamenti e abbracci.

CRONACA ITALIANA 30 GENNAIO 2018 15:12 di Susanna Picone

Con l’accusa di violenza sessuale aggravata i carabinieri hanno messo agli arresti domiciliari P. R. , un cinquantottenne di Bitetto (Bari), collaboratore di un istituto scolastico comprensivo di Bari. Il bidello avrebbe costretto quattro alunne di età compresa fra i dieci e i dodici anni a subire atti sessuali. Nei dettagli, l’uomo avrebbe molestato le bambine con palpeggiamenti, abbracci, baci sul collo e sulle labbra. Stando alle indagini della sezione di Pg dei carabinieri e dei militari di Bitetto, coordinate dal pm Simona Filoni, approfittando della sua posizione nella scuola e della condizione di inferiorità fisica e psichica delle giovani alunne, il cinquantottenne avrebbe appunto in diverse occasioni abbracciato, baciato e palpeggiato le bambine che bloccava quando andavano in bagno o che venivano costrette a entrare in un ripostiglio buio insieme a lui. I fatti contestati risalgono al novembre dello scorso anno, ma le bambine, che sono state sentite dalla magistratura barese con ascolto protetto, hanno raccontato di aver subito abusi fin dall’inizio dell’anno scolastico.

Il bidello aveva cercato di ottenere la fiducia delle bambine facendo loro complimenti – A far scattare le indagini è stata la denuncia di un genitore al quale la figlia di dodici anni aveva raccontato quello che succedeva a scuola col bidello. In una occasione, con la scusa di voler aiutare una ragazzina ad asciugarsi le mani dopo essere andata in bagno, l’uomo l’avrebbe costretta a sedersi sulle sue gambe per poi toccarle il petto e baciarla sul collo. Secondo quanto spiega la Procura in una nota, il bidello avrebbe anche tentato di carpire la fiducia delle quattro bambine “mostrandosi loro quale amico e confidente, lusingandole con complimenti e facendo sì che le giovani, almeno in un primo momento, scambiassero tali sue perverse manifestazioni lascive ed erotiche, con ingenue manifestazioni di affetto”.

Susanna Picone

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19b) Pordenone, bimbi dell’asilo e del nido picchiati e umiliati da 4 maestre e una bidella

Percosse e urla contro una ventina di bambini, anche molto piccoli, che frequentano una struttura privata con asilo nido e scuola materna nella provincia di Pordenone. Le indagate incastrate dalle telecamere nascoste.

CRONACA ITALIANA 3 MARZO 2018 13:06 di Susanna Picone

Quattro maestre e una bidella risultano indagate e la struttura privata con asilo nido e scuola materna in cui lavoravano è stata posta sotto sequestro nel corso di una operazione dei carabinieri della Compagnia di Pordenone. Arriva dalla provincia del Friuli-Venezia Giulia l’ultimo caso di violenza in una scuola. Le vittime in questo caso sarebbero una ventina di bambini di età compresa tra i sei mesi e i sei anni. Le azioni violente delle quattro insegnanti e dell’inserviente sono state svelate grazie ad alcune telecamere che erano state nascoste dagli investigatori in seguito alla denuncia della mamma di un bambino, che ha fatto scattare le indagini. Le telecamere nascoste hanno filmato una serie di violenze fisiche e intimidazioni operate ai danni dei bambini i quali, secondo l’accusa, per futili motivi venivano fatti oggetto di percosse di vario genere, anche sulla nuca e sul viso, talvolta facendo sbattere il volto dei piccoli sul tavolo, in altri casi afferrandoli e strattonandoli con forza, oppure traumatizzandoli sottoponendoli a vari tipi di punizioni umilianti e lesive della dignità dei minori. Le indagate, da quanto emerso, urlavano ai piccoli con il viso a pochi centimetri dal loro volto.

Maestre indagate per il reato di maltrattamento di minori – I carabinieri della Compagnia di Pordenone, coordinati dal tenente colonnello Marco Campaldini, hanno dato esecuzione a due misure interdittive emesse dal Gip di Pordenone, del divieto di esercitare la professione presso qualsiasi ente pubblico e privato, nei confronti di due delle maestre che risultano indagate per il reato di maltrattamento di minori. Si tratta di una donna di quarantasei anni e di un’altra di venti anni, entrambe residenti nella provincia di Pordenone. Altre due insegnanti e l’inserviente sono indagate in concorso. La struttura privata con il nido e la scuola materna è stata sottoposta a sequestro in esecuzione di decreto dell’Autorità Giudiziaria.

Susanna Picone

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Siamo ancora daccapo. Ma non capiscono i nostri parlamentari e qualche ministero che si devono mandare in giro ispettori che ascoltino i genitori e i parenti, che facciano improvvise irruzioni negli asili per riprendere ciò che succede? Si mandano in giro ispettori ovunque, con le spese a carico dello stato come sempre, ma per i bambini potenziali vittime niente, nessun controllo! Perché lo Stato se ne frega dei bambini che subiscono e riporteranno cicatrici psicologiche per tutta la vita, facendo finta di nulla e non promuovendo nessun controllo. Tutto è lasciato alla buona volontà delle singole maestre, e alla volontà di chi sfoga sui bambini comportamenti terrificanti. Perché nessuno si ribella se non dopo che è successo il fatto?

Le mamme o i papà non leggono di questi casi, che sono fatti sparire alla svelta dai media perché c’è altro, come per esempio le elezioni, da seguire e non controllano con attenzione e continuità le condizioni dei propri figli.

Certo, che è uno Stato che fa leggi, ma non le mette in atto; oppure le leggi vengono vanificate e i bambini subiranno ancora. Poi ci si lamenterà se dei bambini crescono con delle problematiche o sono affetti da sindrome di iperattività motoria o altro. Invece il loro stato futuro è provocato proprio da maestre non controllate, cui non sono fatti sistematicamente test di accertamento di idoneità e che potrebbero essere avviate a corsi specifici di recupero idoneità.

Si tratta di gravi mancanze continuative, che procureranno in futuro anche altri casi simili se non si ferma questa mostruosa tendenza a creare vittime innocenti che non sono fake, ma realtà umilianti per tutta la nazione.

20) La storia di Luca, tormentato dai bulli: “Non riuscivo neanche a bere l’acqua, vivevo nel panico”

Luca Di Pasquale è un ragazzo abruzzese di 18 anni. Per anni è stato vittima di bullismo che l’ha portato a sviluppare una profonda depressione. Oggi sta tentando di risalire ed ha scelto di raccontarci la sua storia.

30 GENNAIO 2018 13:45 di Simona Berterame

Questo ragazzo immortalato mentre gioca con il suo cagnolino si chiama Luca, ha appena 18 anni e ha scritto a Fanpage. it una lettera dove racconta a cuore aperto di essere stato vittima di bullismo e chiede di poter raccontare la sua storia, con l’obiettivo nobile di sensibilizzare su una piaga giovanile così diffusa.

«Ciao mi chiamo Luca Di Pasquale ho 18 anni e vivo a Scerni, un piccolo paesino. Volevo raccontarvi la mia storia. Ho sofferto di bullismo dall’età di 9 anni fino ai 15, bullismo psicologico precisamente, e fino a quando non ho retto più gli insulti e le prese in giro pesanti contro di me da quasi tutti i giovani del paese. Ho sofferto e soffro di depressione maggiore con disturbo di ansia e attacchi di panico, ho passato l’inferno, ma chiamarlo così sarebbe un insulto allo stesso».

Al telefono la voce di Luca trema ma non si spezza. E’ un fiume in piena mentre racconta la sua storia, un’adolescenza ferita e catapultata nel tunnel della depressione. «Ero molto chiuso e non riuscivo a farmi amici maschi. Avevo solo un’amica e perciò i ragazzi del paese hanno iniziato a prendermi di mira gridandomi ‘Frocio di m***a, sembri una femminuccia’. Io non sono omosessuale e non considero un insulto esserlo, però loro utilizzavano questa parola in modo dispregiativo, per mettermi in ridicolo davanti a tutti e questo mi faceva stare male». Un calvario iniziato fin dalle elementari e che Luca si è trascinato fino alle scuole superiori. Nel piccolo paesino abruzzese dove Luca è cresciuto, era diventata quasi una moda prendersi gioco di lui.

Nel 2015 dopo anni di vessazioni e insulti, Luca inizia a chiudersi sempre di più in sé stesso e ad aver paura anche di uscire di casa. “Se ti rivediamo in giro ti picchiamo” gli scrivevano per SMS i bulli, minacce che non avevano una motivazione se non quella di escluderlo dalla vita sociale del paese solo per puro divertimento. Una situazione insostenibile che lo porterà a sviluppare una profonda depressione e un disturbo alimentare. «Mi sentivo sempre più triste, malinconico verso la vita e verso tutti, iniziai a perdere interesse su tutto quello che mi interessava e a rifiutare il cibo – ci racconta il giovane – Nascondevo tutti i panini per la scuola in una busta e ogni settimana andavo a gettarli nel bosco dietro casa mia, rifiutavo ogni sorta di cibo, non riuscivo neppure a mangiare un boccone e spesso se ero forzato a mangiare, subito dopo vomitavo, anche l’acqua era diventata pesante per me; avevo lo stomaco completamente chiuso». La bulimia lo porta a perdere 10 kg in 2 mesi e anche solo recarsi a scuola e seguire una lezione iniziava a diventare complicato, complice anche una professoressa poco empatica «Passavo molto tempo in bagno a piangere e vomitare, seguire una lezione senza almeno un accenno di un attacco di panico era ormai impensabile per me. Purtroppo una delle mie insegnanti invece di comprendermi e aiutarmi (avevo appena 16 anni) mi etichettò subito come ‘il problema della classe’. Divenne molto severa con me, impedendomi di uscire dall’aula, nonostante i miei ormai continui attacchi di panico».

A soli 18 anni questo ragazzo sente di aver toccato il fondo, avendo anche considerato il gesto più estremo. La voglia di farla finita lo ha portato a tentare il suicidio per ben due volte. La prima volta buttandosi da un tetto ma uscendone miracolosamente illeso, per l’altezza molto modesta del salto. Dal secondo tentativo Luca probabilmente non ne sarebbe uscito vivo, se non fosse stato per la sorella, corsa per acciuffarlo al volo convincendolo poi a scendere da quel cornicione così alto.

Luca oggi non crede di essere uscito del tutto dal tunnel della depressione e non sa quando ce la farà, ma sta provando a risalire grazie all’aiuto e all’amore della sua famiglia che non l’ha mai lasciato solo in questa battaglia e ad un percorso terapeutico che ha intrapreso da ormai diverso tempo.

«Voglio che arrivi a tutti questo messaggio, non giudicate mai un ragazzo o ragazza per quello che appare fuori, dentro ha un mondo da scoprire, non abbiate pregiudizi. Prima di giudicare riflettete, prima di parlare pensate, e non lasciatevi mai dire che non valete niente che siete inutili e brutti. Voi valete tanto e chi ha il cuore cattivo non lo sa. Ricordate sempre che chi vi giudica è perché voi avete qualcosa che loro non avranno mai. E per quelli che come me soffrono di depressione o altre malattie psichiche, vi dico che la medicina più potente è l’amore della propria famiglia, il loro amore sarà la vostra forza, il loro sorriso il vostro coraggio e un cucciolo di cane il vostro psicoterapeuta. Vivete ogni giorno al massimo, amate ogni singolo istante, toccate ogni cosa, esplorate la natura, giocate con gli animali e fate ciò che vi rendi sereni e non pensate al futuro».

(Continua su: https://www.fanpage.it/la-storia-di-luca-tormentato-dai-bulli-non-riuscivo-neanche-a-bere-l-acqua-vivevo-nel-panico/http://www.fanpage.it/).

21) Yemen: Onu, 68 bambini uccisi in 3 mesi – Roma, 02/02/2018 – 19:00

Rapporto ottenuto da Al Jazeera, 36 feriti nei raid

ROMA, 2 FEB – Sono 68 i bambini uccisi nei raid dela Coalizione araba a guida saudita in Yemen tra i mesi di luglio e settembre 2017. Secondo Al Jazeera, i dati sono contenuti in un estratto di un rapporto riservato dell’Ufficio delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 19 gennaio. Nel rapporto confidenziale, ottenuto da Al Jazeera, viene aggiunto che 36 bambini sono stati feriti durante i raid della Coalizione nel corso dei tre mesi estivi del 2017.

(Continua su: http://www.lasicilia.it/news/mondo/137798/yemen-onu-68-bambini-uccisi-in-3-mesi.html).

22) L’inquietante e-commerce dei bambini, bebè come merce: in vendita a 1000 euro su un sito egiziano

In Egitto, bambini e neonati venivano venduti sul web come merce qualunque. Il prezzo era determinato dal colore della pelle, degli occhi e dalle condizioni di salute. In alcuni casi si arrivava fino a 1000 euro ma era possibile “comprare” un bimbo anche solo per pochi spiccioli.

ESTERI 15 FEBBRAIO 2018 16:18 di Mirko Bellis

“Vendiamo bambini di tutte le età a chiunque sia interessato all’adozione o all’acquisto”. Così un sito web in Egitto offriva neonati e bimbi rapiti o abbandonati dai genitori. Il loro prezzo? Da poche decine di sterline egiziane fino ad un massimo di 22.000 (1000 euro). Il loro costo variava a seconda del genere, del colore della pelle o degli occhi e delle condizioni di salute. Nel sito, accanto agli annunci di auto usate, elettrodomestici e immobili, apparivano anche le proposte commerciali che riguardavano bambini, in alcuni casi appena nati o ancora nel ventre materno.

“I sogni diventano realtà. Abbiamo la soluzione per le donne che non possono avere figli: Mohaied, 4 anni, pelle bianca”, recita un’inserzione. Mentre in un’altra i gestori della pagina web lanciano una richiesta: “Ci ha chiamato una coppia che sta cercando una bambina appena nata…o una donna incinta. Sono disposti a pagarla o a mantenerla fino a quando non partorisce”.

La notizia della vendita di bambini in internet ha generato un’ondata di indignazione nella società egiziana. La denuncia dell’orribile commercio è partita da Ramy el-Gebali, un ingegnere informatico che, dopo aver scoperto gli annunci, ha deciso di informare le autorità. L’uomo è anche l’amministratore della pagina Facebook “Bambini scomparsi”, una comunità con oltre 1,2 milioni di follower, nata per aiutare le famiglie egiziane a ritrovare i loro figli svaniti nel nulla.

Le prime segnalazioni della compravendita dei minori sono arrivate proprio sul popolare social network. Alcuni abitanti di El Shorouk, una città a nord-est del Cairo, hanno raccontato a el-Gebali di uno strano andirivieni di uomini e donne da un appartamento in cui vivevano molti bambini. Le coppie, all’apparenza molto agiate, entravano nell’abitazione da sole e ne uscivano con i piccoli. Dopo la denuncia, la polizia ha scoperto che il luogo era la base di una banda di criminali dedita alla vendita dei bimbi. Con l’arresto dei malviventi, el-Gebali cominciò a chiedersi come facessero i trafficanti a trovare i loro clienti. E così, grazie alle sue indagini, è arrivato ad individuare il sito in cui bambini e neonati venivano offerti come se si trattasse di una merce qualunque. Secondo quanto ha dichiarato l’ingegnere, il proprietario della pagina web è un cittadino arabo residente in Olanda, un particolare questo che ha portato le autorità a supporre che la tratta avvenisse anche al di fuori dell’Egitto con una clientela internazionale.

Per gli autori di questi crimini, la legge egiziana prevede dieci anni di carcere e una multa che può arrivare a 200.000 sterline per ogni bambino vittima della tratta, una pena che viene applicata anche se il reato è commesso all’estero. Dal 1998, in Egitto esiste una speciale unità per contrastare il traffico dei bambini. Questa piaga è diventata una priorità anche per il Consiglio nazionale per l’infanzia e la maternità (Nccm). “La tratta di minori – si legge nel sito della Nccm – sta diventando sempre di più un’attività lucrativa che pone in serio pericolo i nostri figli. L’unità speciale avrà il compito di proteggere i bambini da questa grave minaccia e riabilitare le vittime della tratta”.

Il Paese nordafricano non è nuovo ai rapimenti di minori. “Il sequestro a scopo di ricatto – ha affermato el-Gebali – si verifica soprattutto nelle province egiziane più povere o nei quartieri popolari del Cairo o Alessandria, dove la mancanza di sicurezza e l’emarginazione sono maggiori”. “Il nostro lavoro – ha aggiunto – non si limita solo alle segnalazioni di bambini scomparsi. Siamo sempre più impegnati ad individuare le bande criminali che sequestrano i piccoli negli ospedali o asili nido”. E i bambini rapiti o venduti – riconosce il Consiglio egiziano per l’infanzia – vanno incontro ad un terribile destino: accattonaggio, sfruttamento lavorativo, schiavitù sessuale fino ad arrivare al traffico dei loro organi.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/l-inquietante-amazon-dei-bambini-bebe-come-erce-in-vendita-a-1000-euro-su-un-sito-egiziano/http://www.fanpage.it/).

Che tristezza chiudere anche questa relazione non potendo citare delle azioni mirate alla salvaguardia della nostra dignità. Al contrario, aumentano anche i casi di assassini di bambini all’interno delle famiglie: sono casi cui non si dà risalto su tutti i media, ma che alcune testate non fake denunciano comunque, sciorinando un lungo elenco di genitori assassini.

Ricordiamo come molte associazioni di veri volontari siano da citare e ringraziare sempre per le loro silenziose prestazioni che sono apprezzate da chi le riceve a da noi che non possiamo citarle tutte. Come dice il proverbio, “fa più rumore un ramo che cade di mille arbusti che crescono”.04

Non ci resta che rivolgerci a Chi ci ha creato ed implorare la promessa di un tempo migliore, anche se lontano per noi che viviamo ora.

Tregue umanitarie false ed assassini veri; compare qualche atto di umanità, speranza del futuro/False Humanitarian Ceasefires and Real Murders. Some Human Acts Offer Hope for the Future

1) Due buone notizie

Finalmente due notizie che fanno onore all’umanità che è presente in tutti, specie nei bambini e in chi si ravvede e compie una giustizia vera, anche se potenzialmente circola sempre la solita corruzione e le false, notizie che si tentano di contenere o di fermare.
Sono citati articoli che riguardano la tregua umanitaria in paesi sfiancati dalla guerra ed una bella notizia che la Svizzera onorerà certamente è la restituzione dei soldi dell’ex dittatore nigeriano ai poveri del paese. La Svizzera ha fatto un grande passo: speriamo che prendano le misure necessarie perché i soldi non finiscano nelle tasche di qualche impiegato o politico per così rendere vana la giustizia della Svizzera di rendere i soldi a coloro cui sono stati rubati. Grazie al Governo Svizzero ed alla sua umanità.

Fonti: https://newstral.com/en/article/it/938158579/siria-prima 26 gen 2014

1a) Siria, prima tregua umanitaria “Donne e bambini via da Homs”

La Stampa – 26.01.2018

Annuncio di Brahimi da Ginevra: il regime autorizza l’evacuazione. Ma per il Paese governato da Assad si affaccia l’ipotesi spartizione

Dopo due giorni di difficili colloqui, la conferenza di Ginevra2 per la Siria sembra aver sortito il primo, limitato risultato. Un accordo è stato raggiunto per consentire alle donne e ai bambini di lasciare la città vecchia di Homs, dove i ribelli hanno le loro basi, sottoposta ad un assedio governativo da un anno e mezzo.

«Spero – ha detto il negoziatore dell’Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi in una conferenza stampa alla fine dei colloqui odierni – che stiamo arrivando a una soluzione per tutti i civili a Homs. Le donne e i bambini sono liberi di partire immediatamente. Anche gli uomini lo potranno fare, ma prima il governo richiede una lista dei nomi».

L’intento di Brahimi è quello di posporre per il momento le discussioni sul futuro politico della Siria per evitare una rottura immediata delle trattative e di concentrarsi su questioni pratiche che aiutino a costruire la fiducia reciproca. «Certo – ha ammesso – procediamo lentamente, ma qualche volta questo è il modo migliore per procedere velocemente». I negoziati dovrebbero continuare in questo modo fino a venerdì prossimo, 31 gennaio, per dare poi spazio a una pausa di nove giorni, secondo quanto hanno detto all’ANSA fonti della Coalizione dell’opposizione presenti in Svizzera. I colloqui di oggi dovevano affrontare anche la questione dei prigionieri e delle persone rapite. «Ma abbiamo dedicato la maggior parte del nostro tempo alla questione di Homs», ha detto Brahimi. Cioè sia all’evacuazione dei civili intrappolati dai combattimenti sia ad un primo convoglio umanitario che l’Onu ha chiesto alle autorità di poter fare entrare nella parte assediata della città. Ma l’autorizzazione non c’è ancora.

Il risultato raggiunto oggi segna un punto a favore dei ribelli, che premevano per far iniziare il cessate il fuoco proprio da Homs mentre il regime spingeva per dare la precedenza ad Aleppo, facendo prevalere opposte necessità tattiche: sono le città in cui ognuna delle parti è più in difficoltà. Come spiega oggi su La Stampa dall’inviato a Ginevra Maurizio Molinari, dopo quasi tre anni di guerra civile la Siria è un Paese sempre più spaccato. Mentre Assad guadagna terreno in aree strategiche – Damasco, il confine libanese e la periferia di Aleppo (la città simbolo della carneficina siriana) – , i ribelli hanno accresciuto il controllo a nord est. Ma devono vedersela con le proprie divisioni interne, prima fra tutte le lotte tra moderati e jihadisti di Al Nusra e l’assoluta superiorità aerea e tecnologica del regime. Una situazione intricata, difficile da sciogliere, che potrebbe incanalare i negoziati verso una svolta a sorpresa. Al tavolo di Ginevra si valuterebbe infatti l’ipotesi di spartizione del Paese in tre aree: una provincia Alawita in mano al regime di Damasco, una provincia Sunnita guidata dai ribelli e una possibile provincia curda a nord est. Ecco la mappa che fornisce una radiografia nitida dei possibili scenari futuri, frutto delle informazioni che più Paesi hanno trasmesso all’Onu.

Ma mentre vanno avanti i colloqui, sul terreno non si fermano i combattimenti. Scontri sono avvenuti anche oggi in alcuni quartieri periferici di Damasco e di Aleppo. Mentre sette persone, riferisce l’agenzia governativa Sana, sono rimaste ferite da un colpo di mortaio lanciato dai ribelli che si è abbattuto sul quartiere cristiano di Bab Tuma, nel centro della capitale. Ad Aleppo, secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, un ragazzo di 15 anni è rimasto ucciso da un cecchino delle forze lealiste, dopo che ieri 13 persone, di cui sei bambini, erano morte in un raid aereo governativo nel quartiere di Al Salhin.

Raid israeliano a Latakia

In Siria, nella notte, si è verificato una forte esplosione nella città costiera di Latakia. Potrebbe trattarsi di un raid israeliano pr colpire un deposito di armi. Già ad ottobre scorso i jet israeliani avevano colpito la città.

(Continua su: http://www.lastampa.it/2014/01/26/esteri/siria-i-negoziati-di-ginevra-a-una-svolta-donne-e-bambini-subito-via-da-homs-4SFTsJzZmRCMHxFgxecayI/pagina.htm).

Ricordiamo questo articolo del 9 agosto 2016:

Siria, Onu chiede tregua umanitaria ad Aleppo: due milioni di persone senza acqua e luce

09/08/2016 10:35 CEST | Aggiornato 09/08/2016 10:36 CEST

Oltre due milioni di civili ad Aleppo, nelle aree sia sotto il controllo dei ribelli sia dei governativi, sono senza elettricità e senza accesso alla rete idrica a causa di bombardamenti che hanno colpito gli impianti di distribuzione negli ultimi giorni. Lo afferma l’Onu, che chiede una tregua umanitaria di 48 ore perché siano riparati gli impianti e ricostituite le scorte di cibo e medicinali per la popolazione.

In un comunicato ricevuto dall’ANSA, Yacoub el Hillo, coordinatore residente dell’Onu per gli affari umanitari in Siria, e Kevin Kennedy, coordinatore umanitario regionale per la crisi siriana, sottolineano che, dopo l’interruzione della rete idrica, “l’acqua dei pozzi e delle cisterne non è nemmeno lontanamente sufficiente per rispondere alle esigenze della popolazione”. El Hillo e Kennedy aggiungono che nelle ultime settimane vi sono stati “innumerevoli civili uccisi e feriti” nei bombardamenti da entrambe le parti, mentre “continuano gli attacchi su ospedali e cliniche”.

“Le Nazioni Unite – sottolineano ancora i due rappresentanti – sono pronte ad assistere la popolazione civile di Aleppo, una città ora unita nella sofferenza. I civili, compresi i malati e i feriti, devono essere raggiunti con operazioni per le vie più rapide attraverso le linee e attraverso la frontiera dalla Turchia. Devono essere assistiti senza discriminazioni e ovunque si trovino. Tutte le parti devono garantire la sicurezza, la salvezza e la dignità di tutti i civili”.

Esperti militari russi e americani stanno discutendo a Ginevra, alla presenza di rappresentanti dell’Onu, della possibilità di introdurre un regime di cessate il fuoco di 48 ore ad Aleppo per consentire di aiutare la popolazione civile: lo fa sapere il rappresentante della Russia presso le Nazioni Unite a Ginevra, Alexiei Borodavkin. Secondo Borodavkin, inoltre, si discute anche della “lotta congiunta contro il terrorismo”

(Continua su: http://www.huffingtonpost.it/2016/08/09/guerra-siria-aleppo_n_11400234.html)

Ricordiamo anche questo articolo del 4 dicembre 2017:

Yemen: l’Onu invoca tregua umanitaria

‘Insostenibile la situazione dei civili, impossibile aiutarli’

(ANSA) – GINEVRA, 4 DIC – Estremamente preoccupato per il livello di violenza a Sanaa, capitale yemenita, il coordinatore umanitario dell’Onu per lo Yemen ha chiesto oggi un’immediata pausa umanitaria dei combattimenti nella città.

“Invito tutte le parti coinvolte nel conflitto a consentire con urgenza una pausa umanitaria martedì 5 dicembre tra le 10.00 e le 16.00 per permettere ai civili di lasciare le loro case e cercare assistenza e protezione e per facilitare gli spostamenti degli operatori umanitari”, ha affermato il coordinatore umanitario per lo Yemen, Jamie McGoldrick, in una dichiarazione resa nota a Ginevra.

Le strade della città sono diventate campi di battaglia e le persone sono intrappolate nelle loro case, incapaci di muoversi per cercare salvezza, assistenza medica, cibo, carburante e acqua potabile, afferma McGoldrick. Anche le ambulanze e le squadre mediche e gli operatori non possono operare a causa degli scontri, ha aggiunto.
(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/12/04/yemen-lonu-invoca-tregua-umanitaria_16218fab-5319-4bda-ab7a-4cc2a6131943.html).

Non si sa bene se queste richieste di tregua da parte dell’ONU abbiano funzionato: si riferiscono a civili martoriati soprattutto nello Yemen e nella capitale Sanaa, ma ci si può sperare poco perché i controlli mettono a repentaglio anche la vita degli osservatori.

Il 6 dicembre del 2017 compaiono i seguenti articoli:

Onu boccia legge contro tortura in Italia: non conforme, cambiatela

La legge approvata dall’Italia per istituire il reato di tortura non è conforme alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite e deve essere modificata. Lo afferma l’apposito Comitato Onu che ha presentato a Ginevra le proprie conclusioni. Tra i rilievi mossi all’Italia, che ha presentato la propria relazione a novembre, anche alcuni aspetti della politica migratoria, tra cui l’accordo con la Libia ed il regime carcerario duro del 41bis.
(Continua su: http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/onu-boccia-legge-contro-tortura-in-italia-non-conforme-cambiatela_3110714-201702a.shtml).

L’Onu boccia la legge sulla tortura in Italia: “Non è conforme, va cambiata”

Il Comitato delle Nazioni Unite ha chiesto al governo italiano di modificare la norma, perché ritiene incompleta la definizione contenuta nel testo“
Secondo il Comitato Onu, la legge approvata dall’Italia per istituire il reato di tortura non è conforme alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite. Nelle conclusioni presentate a Ginevra sulla relazione presentata dall’Italia a Novembre, il Comitato ritiene che la definizione contenuta nella legge “sia incompleta in quanto non menziona lo scopo dell’atto in questione”. Inoltre tale reato non include informazioni specifiche sull’autore, con riferimenti ai pubblici ufficiali. La legge contiene anche una “definizione significativamente più ridotta di quella contenuta nella Convenzione e stabilisce una soglia più elevata per il reato”.

La richiesta di modifica

Per questi motivi l’apposito Comitato dell’Onu ha chiesto all’Italia di”portare il contenuto dell’articolo 613-bis del Codice Penale in linea con l’articolo 1 della Convenzione, eliminando tutti gli elementi superflui e identificando l’autore e i fattori motivanti o le ragioni per l’uso della tortura”. Il principale problema, secondo gli esperti, sta nelle discrepanze tra la definizione della Convenzione e quella incorporata nel diritto interno, una differenza che potrebbe aprire le porte a potenziali impunità. L’Onu si è anche raccomandato con l’Italia che le denunce per tortura, maltrattamenti e uso eccessivo della forza siano esaminate in modo imparziale, così che le vittime possano ottenere giustizia.

41 bis e migranti

Anche sul regime di detenzione speciale, meglio conosciuto come 41 bis, l’Italia dovrà allinerasi con gli standard internazionali sui diritti umani. Gli elogi sono arrivati invece per il piano d’azione contro la tratta e lo sfruttamento degli esseri umani e per combattere la violenza contro le donne. Gli esperti hanno apprezzato in particolar modo gli sforzi compiuti dall’Italia per fronteggiare l’arrivo, sempre più massiccio, di richiedenti asilo, chiedendo però al governo italiano di garantire che le procedure accelerate previste dagli accordi di riammissione e dalla legge siano soggette a “una valutazione approfondita caso e per caso dei rischi di violazione del principio di non respingimento”.

(Continua su: http://www.today.it/politica/onu-boccia-legge-tortura-italia.html).

Chissà perché gli italiani, o meglio i politici italiani, debbono sempre essere rimproverati e non per bazzecole, perché la legge sulla tortura è una futura legge molto seria che dovrebbe salvaguardare i cittadini in primis e poi regolare l’apparato statale che ad esempio ha fatto quel macello al G8 di Genova. Sembrerebbe che invece c’è qualcosa che non tutela i cittadini, ma leggere ed interpretare certe leggi è complicato: Chi le scrive usa linguaggi, a volte, per nulla comprensibili alla gente comune che magari non ha il PC o altri strumenti per essere informati.

1b) La Svizzera restituisce ai nigeriani i soldi dell’ex dittatore. “Ma devono andare ai poveri”

Confederazione, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari

di FRANCO ZANTONELLI – 08 Dicembre 201

l motto spesso travisato di fornire gli aiuti alle popolazioni in maggiore difficoltà direttamente nelle loro società e sui loro territori si può mettere in pratica anche restituendo loro i capitali di cui si sono impossessati dittatori senza scrupoli. A condizione che quei soldi servano, davvero, a migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono state spogliate per anni.

È con questo spirito che Svizzera, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari. Parte dei 321 milioni che rientreranno in Nigeria, grazie ad un accordo che la Confederazione elvetica e le autorità dello Stato africano sottoscrissero nel marzo dello scorso anno, oltre che al saccheggio dell’istituto di emissione, va fatta risalire a una gigantesca mazzetta che sarebbe stata versata all’entourage di Abacha, per la costruzione di un complesso siderurgico, da parte del gruppo tedesco Ferrostal.

“La restituzione dei fondi- dichiarò lo scorso anno il ministro degli Esteri elvetico, Didier Burkhalter -avverrà con la supervisione della Banca Mondiale, per fare in modo che essi vengano impiegati a sostegno di programmi sociali, destinati alla popolazione nigeriana”. È dal 2015 che l’attuale presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, si è impegnato a recuperare quelle che ha definito “incredibili somme di denaro”, sottratte al suo paese nell’arco di decenni.

In effetti, dal 2005 ad oggi, solo la Svizzera ha già fatto rientrare, nelle casse nigeriane, circa un miliardo di dollari, frutto della corruzione. Per restituire i 321 milioni di cui stiamo parlando, occultati come ultimo rifugio in Lussemburgo, dopo essere transitati dalla Germania, Berna ha impiegato 15 anni.

(Continua su: http://www.repubblica.it/economia/2017/12/08/news/la_svizzera_restituisce_ai_nigeriani_i_soldi_dell_ex_dittatore_ma_devono_andare_ai_poveri_-183141958/?rss)

2) Alto Adige, auto finisce in un dirupo: bimbo eroe di 6 anni chiede aiuto e salva la mamma

Alto Adige, auto finisce in un dirupo: bimbo eroe di 6 anni chiede aiuto e salva la mamma

E’ successo la sera del 23 dicembre su una strada di montagna in Val d’Ega. La vettura sulla quale viaggiavano è uscita di strada forse a causa del manto ghiacciato: il bimbo, illeso, mentre la madre era incastrata tra le lamiere, è riuscito ad allertare i soccorsi salvandole la vita.

24 DICEMBRE 2017 14:29 di Ida Artiaco

Tragedia sfiorata in Alto Adige, dove una donna di 38 anni è stata salvata dal suo bambino, di soli 6 anni, in seguito a un drammatico incidente stradale. E’ successo sabato 23 dicembre su una strada provinciale di montagna in Val d’Ega, che collega San Valentino in Campo a Bolzano intorno alle 18:00. L’auto sulla quale viaggiavano la mamma e il figlio è, infatti, uscita di strada probabilmente in un punto dove l’asfalto era particolarmente ghiacciato, finendo la sua corsa in una scarpata dopo circa 150 metri.

La 38enne, di origini brasiliane, è rimasta incastrata tra le lamiere della vettura e, ferita, non riusciva a muoversi. Il figlio, però, illeso, non si è perso d’animo, ha impugnato il cellulare e ha chiamato il 112, spiegando cosa era appena successo e dando indicazioni utili a individuare il punto in cui erano finiti. A questo punto, si è messa in moto la macchina dei soccorsi, tra Aiut Alpin, vigili del fuoco volontari, Croce Bianca, soccorso alpino, carabinieri, per una operazione di recupero durata molte ore fino a notte inoltrata.

La mamma è stata trasportata in ospedale a Bolzano, dove le è stato diagnostica un politrauma ma stando a quanto riportato dai medici non sarebbe in pericolo di vita. Gli inquirenti sono comunque a lavoro per verificare le cause dell’incidente che sarebbe potuto finire in dramma senza l’intervento del piccolo eroe.

Ida Artiaco

(Continua su: https://www.fanpage.it/alto-adige-auto-finisce-in-un-dirupo-bimbo-eroe-di-6-anni-chiede-aiuto-e-salva-la-mamma/ – http://www.fanpage.it/)

Ecco un’altra notizia bella, e soprattutto, come al solito, la lezione è data da un bambino di sei anni agli adulti litigiosi e bugiardi. Il bambino di sei anni assiste ad un incidente della mamma che è caduta e non riusciva a muoversi. Il bambino non si è perso d’animo ed ha preso il cellulare della mamma ed ha chiamato i soccorsi che hanno trovato la mamma assistita dal bambino. Certamente non gli daranno una medaglia, perché le hanno già date a politici e circonvicini che aspettano i riconoscimenti. Lui ha pensato a sua mamma e basta. Questa non è l’unica lezione impartitaci dall’infanzia che soccorre i propri genitori infortunati, ed è bruciante per noi adulti ricevere queste lezioni di umanità che ci svergognano della nostra insensibilità e solo voglia di fare guerre, anche se c’è chi predica la pace, ma non è molto ben visto da tanti.

Ringraziamo quel bambino che si è mostrato umano e non ha pensato a salvare se stesso, ma la sua mamma. Grazie ancora e tanti auguri di ogni bene e di crescere sempre con tanta umanità: vedrai che Chi ti ricompensa c’è; sei già scritto in un libro inconsutile del Creatore. Ciao a te ed a tutti quei bambini che salvano gli adulti: ce ne sono tanti ed in tutto il mondo.

Finalmente degli articoli di buona stampa che non ci somministrano sempre notizie da paura, ma qualche volta ci parlano di un atto di nobiltà di cuore e di vera giustizia.

Grazie a tutti quei veri volontari che aiutano gli indigenti (non chiamiamoli sempre poveri, che è anche un modo offensivo di etichettare le persone adulti e bambini.

3) Filippine, il tifone Tembin flagella Mindanao: 240 morti, oltre un centinaio i dispersi

Il tifone Tembin ha colpito duramente il sud delle Filippine, flagellando in particolare l’isola più grande dell’arcipelago, Mindanao

25 dicembre 2017 10:45 | Danilo Loria

Il tifone Tembin ha colpito duramente il sud delle Filippine, flagellando in particolare l’isola più grande dell’arcipelago, Mindanao, abitata da 20 milioni di persone, con raffiche di vento a 125 km/h e piogge torrenziali, spazzando via villaggi di montagna. Le vittime al momento sarebbero almeno 240. I dispersi sono oltre un centinaio. Migliaia di sfollati trascorreranno il Natale in tenda. Oltre 20.800 famiglie hanno trovato ospitalità in 26 rifugi nel sud, mentre altre 16.500 famiglie hanno trovato riparo dai parenti. La violenta tempesta tropicale ha provocato frane e alluvioni soprattutto nelle province di Lanao del Norte e Lanao del Sur e nella penisola di Zamboanga.

(Per approfondire: http://www.strettoweb.com/2017/12/filippine-il-tifone-tembin-flagella-mindanao-240-morti-oltre-un-centinaio-i-dispersi/641245/#qH3Xsy1zVXZDzhZA.99).

Anche la natura si fa sentire con violenza lasciando sul terreno morti e devastazione. Si tenta invano di governare la natura con tutti i satelliti che vogliamo, ma lei opera per conto proprio. Nelle Filippine i morti accertati sono attorno ai 300, i dispersi sono approssimativamente un centinaio e coloro che sono fuggiti dalle loro abitazioni circa 70.000. Questi i dati, che vengono pubblicati in moltissimi articoli, presentano cifre che vanno aggiornandosi in peggio.

Si spera in una umanità che soccorra chi ha subito disgrazie o danni e che è esposto ad altre silenziose catastrofi che potrebbero succedere e che succedono.

Grazie ancora a quei volontari che si sono attivati nel soccorso di quelle popolazioni senza chiedere nulla e che sono sul posto, perseguitati anche loro dalla furia degli elementi che si succedono annualmente senza provocarli: una terribile e imprevedibile piaga che colpisce tutti quelli che non sono potuti fuggire per tempo.

Per fortuna nell’umanità c’è ancora chi aiuta senza chiedere nulla ed esponendosi a pericoli imprevedibili e soprattutto reali, non virtuali.

4) DIRITTI NEGATI – Infanzia nel mondo: Unicef, nel 2017 sempre più bambini “sotto attacco”

28 dicembre 2017 @ 11:07

Nei conflitti in tutto il mondo i bambini sono stati utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere. Stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate delle tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Myanmar. Lo afferma l’Unicef stilando un bilancio del 2017.

Nei primi 9 mesi di quest’anno in Afghanistan circa 700 bambini sono stati uccisi. Nel Nord Est della Nigeria e in Camerun, Boko Haram ha costretto almeno 135 bambini ad agire in attacchi bomba suicidi; in Repubblica Centrafricana un rilevante incremento delle violenze ha causato la morte, lo stupro, il rapimento e il reclutamento da parte di gruppi armati di diversi bambini. Nella regione del Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo, le violenze hanno costretto 850mila bambini a lasciare le proprie case. In Iraq e in Siria, i bambini sono stati intrappolati sotto assedio e diventati obiettivi di cecchini. In Myanmar, i bambini Rohingya hanno sofferto e assistito a terribili e diffuse violenze. In Sud Sudan oltre 19.000 bambini sono stati reclutati da forze e gruppi armati e oltre 2.300 bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto a dicembre 2013. In Somalia, nei primi 10 mesi del 2017, sono stati registrati 1.740 casi di reclutamento di bambini. In Yemen almeno 5.000 bambini sono morti o sono stati feriti, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Oltre 11 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria.

“Violenze di questo tipo – afferma Manuel Fontaine, direttore dei programmi di emergenza dell’Unicef – non possono rappresentare una nuova normalità”. L’Unicef chiede, pertanto, a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre immediatamente fine alle violazioni contro i bambini e all’utilizzo di infrastrutture civili – scuole e ospedali – come obiettivi, e chiede a tutti gli Stati che possono esercitare influenza sulle parti in conflitto di intervenire per proteggere i bambini.

(Continua su: https://agensir.it/quotidiano/2017/12/28/infanzia-nel-mondo-unicef-nel-2017-sempre-piu-bambini-sotto-attacco/).

“Sotto attacco” vuol dire che i bambini (non importa l’età, anche se hanno tre, quattro, cinque anni) sono usati in azioni estreme e logicamente a loro insaputa. Raffigurando un nemico che va ucciso, sono usati per tutte quelle azioni che prevedono solo la morte oppure gravi mutilazioni che li renderanno sempre più disabili per il loro futuro, se ne avranno uno. Ma i loro vigliacchi superiori se ne infischiano di quello che un bambino di quell’età potrebbe anche intuire: i bambini sono addestrati in ogni modo con droghe, violenze fisiche, sessuali, psicologiche, che impongono loro la paura di tutto, tranne quella di far fuori il nemico che è dipinto nel modo più emozionale per meglio sviluppare (se possibile) anche l’odio per lui. I bambini sono così incitati a uccidere il “nemico” anche a colpi di rivoltella e altro, in modo tale che in un attimo la loro infanzia è distrutta, lasciandoli in preda a una confusione mentale governata dalla paura e dal terrore di essere puniti con ogni tipo di violenza: ciò li spinge solo ad obbedire ai capi del momento e ad affrontare ogni impresa. I ricatti sono all’ordine del giorno, anche da parte dei familiari. A questi si accompagnano rituali pseudoesoterici o religiosi, che li portano a vivere nell’incubo costante di essere uccisi dai loro stessi compagni se sbagliano o tentano di svicolare dall’indottrinamento e (magari) fuggire. Tuttavia, il più delle volte non sanno nemmeno dove sono stati portati: conoscono solo le ingiurie e le violenze di chi li comanda.

5) Un occhio chiuso: la potente campagna per Karim, il bimbo più martoriato del mondo

Karim, un bimbo siriano di appena due mesi, porterà per sempre le cicatrici della guerra. A seguito di ben due bombardamenti è prima rimasto orfano e poi ha perso l’occhio sinistro. La sua foto è diventata il simbolo del dolore e della sofferenza di migliaia di bambini, vittime innocenti del conflitto che da oltre sei anni sta martoriando la Siria.

GUERRA IN SIRIA 20 DICEMBRE 2017 15:50 di Mirko Bellis

Karim ha poco più di due mesi ma porterà per sempre con sé le cicatrici della guerra. Aveva solo pochi giorni di vita quando, a fine ottobre, un attacco aereo ha colpito un mercato a Hammuria, la sua città natale nella Ghouta orientale, a pochi chilometri da Damasco. Quel giorno, sua madre stava comprando della frutta assieme al piccolo ed è morta nel bombardamento. Karim, invece, è rimasto ferito. Dieci giorni dopo, un altro raid ha centrato la sua casa e una scheggia ha provocato al bimbo gravi lesioni al cranio e la perdita dell’occhio sinistro. La foto di Karim, con i segni di una profonda ferita alla testa, portato in braccio dal fratellino di 11 anni è stata scattata ai primi di dicembre da Amer Almohibanyl, un fotografo free-lance. “Sono rimasto molto toccato da questa triste storia e non riuscivo a togliermela dalla testa”, ha dichiarato il fotografo. “Quando sono tornato a casa mi sono messo di fronte allo specchio e ho coperto un occhio con la mano per cercare di capire cosa provasse Karim”.

Due settimane dopo, il fotografo ha lanciato sui social network una campagna di sensibilizzazione per esprimere solidarietà al bimbo e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragica situazione in cui vivono i civili nella Ghouta orientale, stretta d’assedio e sotto bombardamenti continui. In poco tempo l’hashtag #SolidarityWithKarim ha fatto il giro del mondo e migliaia di persone hanno pubblicato una loro foto con l’occhio sinistro coperto.

Bambini siriani, semplici cittadini e persino Matthew Rycroft, il rappresentante del Regno Unito all’Onu hanno voluto unirsi alla campagna di solidarietà con il piccolo Karim. Il diplomatico si è fatto fotografare tappandosi l’occhio con la mano, imitando il gesto diffuso sui social media. “Quando ci sediamo al Consiglio di sicurezza – ha scritto in un tweet l’ambasciatore – avvisiamo che l’assenza di intervento porterà la morte di ancora più persone. Altre scuole bombardate. Altri bambini sfregiati. Questo è ciò che vogliamo far capire. I bombardamenti e l’assedio della Ghouta orientale devono finire”.

I medici che hanno prestato i primi soccorsi a Karim hanno dichiarato che il piccolo ha sofferto la perdita di ossa craniche e gravi lacerazioni ai tessuti che hanno colpito il bulbo oculare. Senza un’assistenza specialistica – avvertono i dottori – il bimbo rischia di rimanere deturpato per sempre. Cure mediche che in questo momento non sono disponibili a causa dell’isolamento dell’intera zona, dal 2012 sotto assedio dell’esercito fedele ad Assad. “Karim è uno dei centinaia di casi nella Ghouta orientale: se i bombardamenti contro i civili non si fermeranno – ha affermato Moayed al-Halafi, dei Caschi bianchi – ci saranno cento o mille Karim”. “I medici di Ghouta – ha detto Nuor Qussai Nour, un giornalista locale che ha visitato il bimbo lunedì – si stanno prendendo cura di Karim, ma ha bisogno di specialisti in neurologia, oftalmologia e chirurgia estetica”.

Secondo l’Unicef, 137 bambini della Ghouta orientale devono essere evacuati immediatamente. L’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia ha dichiarato che cinque bimbi sono morti a causa della mancanza di cure mediche. Un bambino su otto è malnutrito e, come conseguenza dell’assedio, gli aiuti umanitari arrivano nella zona con il contagocce.

Mirko Bellis

(Continua su: https://www.fanpage.it/un-occhio-chiuso-la-potente-campagna-per-karim-il-bimbo-piu-martoriato-del-mondo/ http://www.fanpage.it/ – http://www.fanpage.it/).

6) Egitto, attacco a chiesta cristiana copta: almeno 10 morti, poteva essere una strage

I due aggressori hanno sparato all’impazzata ma uno di loro aveva anche un cintura esplosiva che non ha fatto esplodere. Uno è stato ucciso, l’altro ferito e catturato dalla polizia.

AFRICA 29 DICEMBRE 2017 15:53 di Antonio Palma

I cristiani copti ancora nel mirino in Egitto, venerdì mattina un altro sanguinoso attacco ad una chiesa locale ad Helwan, a sud del Cairo, è costato la vita ad almeno dieci persone oltre a numerosi altri feriti. Il già tragico bilancio però poteva essere una carneficina, secondo le autorità di polizia locale, visto che uno dei due attentatori indossava un cintura espulsiva che però non sarebbe riuscito a innescare. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, pare che i due terroristi abbiano aperto il fuoco fuori dalla chiesa di San Mena (Mar Mina), uccidendo un ufficiale di polizia e due agenti che erano di guardia al luogo di culto prima di rivolgere le armi contro i fedeli.

Altri poliziotti che si trovavano in zona hanno risposto al fuoco uccidendo uno degli aggressori e ferendo l’altro che è stato arrestato dopo una breve fuga a piedi. Secondo il portavoce del ministero della Salute egiziana, Khaled Megahed, i due uomini sarebbero arrivati davanti alla chiesa a bordo di una moto sparando all’impazzata su tutti quelli che erano all’esterno. I fedeli si sarebbero rintanati in chiesa. “Eravamo terrorizzati” ha spiegato alla Ap una donna di 40 anni, aggiungendo: “Appena abbiamo sentito gli spari, abbiamo sbarrato le porte. Siamo rimasti chiusi all’interno per oltre mezz’ora. Quando siamo usciti, fuori dalla chiesa, c’era sangue ovunque”.

Purtroppo si tratta solo dell’ultimo attacco contro la comunità copta egiziana che rappresenta la minoranza religiosa più numerosa nella regione, circa il 10% dei 93 milioni di egiziani. Da anni sono nel mirino degli integralisti islamici e negli ultimi mesi gli attacchi si sono via via intensificati con sparatorie e frequenti attentati ai maggiori luoghi di ritrovo.

(Continua su: https://www.fanpage.it/egitto-attacco-a-chiesta-cristiana-copta-almeno-10-morti-poteva-essere-una-strage/ – http://www.fanpage.it/).

Notizie di chiese e moschee coinvolte nelle morse dell’ISIS in Egitto all’ordine del giorno e i morti, cioè i martiri, aumentano di giorno in giorno. Ricordiamo che l’Egitto è la terra dove si è rifugiato Gesù con la famiglia a 5/6 anni e perciò ha lasciato un mucchio di testimonianze (anche possibili leggende ingrandite col tempo), ma che hanno fatto sorgere chiese o luoghi di culto copti (si veda Terra Santa n. 6 dicembre 2017), per cui la parte antica del Cairo porta ancora tracce di cristianesimo.

7) Yemen, coalizione saudita fa strage di civili al mercato: 68 morti, 8 sono bambini

Il raid della coalizione saudita (armata anche da bombe esportate con il consenso del Parlamento italiano) ha causato decine di morti il 26 dicembre. Tra questi molti sono bambini.

MEDIO ORIENTE 28 DICEMBRE 2017 12:54 di Davide Falcioni

È di 68 civili uccisi, tra i quali otto bambini, e decine di feriti il bilancio di due attacchi aerei effettuati dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita in Yemen. La carneficina risale al 26 dicembre e a confermare i numeri della strage è stato oggi Jamie McGoldrick, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Yemen. In un tweet il diplomatico ha spiegato che i raid sono stati condotti su un affollato mercato nel quartiere popolare di Al Hayma, nel distretto di Attazziah. Qui sono morte 54 persone, tra cui otto bambini, e i feriti sono stati 32, sei dei quali bambini. Poche ore più tardi altre 14 persone sono state uccise nel bombardamento di una fattoria da parte della coalizione a guida saudita nel distretto di Attohayta. “Questi incidenti – spiega McGoldrick – dimostrano il totale disprezzo per la vita umana di tutte le parti in conflitto, inclusa la Coalizione guidata dai sauditi”.

Quella in Yemen è una guerra che, a differenza di quella siriana, ha catturato molto poco l’attenzione dell’opinione pubblica nonostante stia avendo conseguenze umanitarie devastanti. “Sono passati più di 1.000 giorni dall’inizio della crisi in Yemen e l’unico motivo per cui possiamo ancora continuare ad offrire assistenza a milioni di yemeniti è la generosità di una manciata di Paesi impegnati”, ha affermato David Beasley, Direttore Esecutivo del World Food Programme (Wfp) dell’Onu. “Le popolazioni di questi Paesi e i loro governi stanno salvando vite in Yemen, ogni giorno, e noi li ringraziamo di cuore per il loro sostegno. La situazione, però, continua ad essere disperata, e abbiamo bisogno che altri governi donino subito in modo da poter mantenere le persone in vita. E, cosa più importante, chiediamo che si ponga fine al conflitto che sta causando questa catastrofe”, ha aggiunto.

La sopravvivenza di più di 8milioni di cittadini yemeniti dipende dagli aiuti alimentari internazionali. Quasi l’80 percento dei finanziamenti al Wfp è stato garantito quest’anno dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Unione Europea e dal Regno Unito. Gli Stati Uniti hanno fornito il maggior contributo singolo (386 milioni di dollari). L’Italia, in questo quadro, si è segnalata negli ultimi anni come uno dei paesi esportatori di bombe e missili all’Arabia Saudita: armi che, come ha rivelato un’inchiesta di Avvenire, sono state con certezza utilizzate anche in Yemen.

Davide Falcioni

(Continua su: https://www.fanpage.it/yemen-coalizione-saudita-fa-strage-di-civili-al-mercato-68-morti-8-sono-bambini/ – http://www.fanpage.it/)

8) “Bombe sarde, morti yemenite”, la Sardegna finisce sul New York Times

In apertura del sito di uno dei più importanti giornali americani, The New York Times, la Sardegna. Ma non certo per notizie edificanti

Di Federica Melis – 29 dicembre 2017

In apertura del sito di uno dei più importanti giornali americani, The New York Times, la Sardegna. Ma non certo per notizie edificanti. “Italian bombs, Yemeni Deaths”. Bombe italiane morti yemeniti. Il caso finisce sulla stampa estera e fa riferimento alla fabbrica di Domusnovas, la RWM, dove vengono fabbricate parte di quelle bombe poi vendute dal Governo italiano all’Arabia Saudita, che sta bombardando queste terre. In un video di circa sette minuti si passa dalle bellissima isola delle vacanze alla morte e distruzione seminata in Yemen.

E il giornale newyorchese si chiede se tutto questo sia legale, visto che a morire sono civili, troppo spesso bambini, come documentato anche dal video. Qui appaiono anche esponenti politici sardi e privati cittadini in varie manifestazioni contro la fabbrica che “produce morte” come si legge nelle maglie dei manifestanti. E purtroppo si conferma nelle immagini.

(Continua su: http://www.castedduonline.it/bombe-sarde-morti-yemenite-la-sardegna-finisce-sul-new-york-times/).

9) Francesco: questa foto scattata a Nagasaki sia monito contro la guerra

Un ragazzo con in spalla il fratellino morto nel bombardamento atomico, attende il suo turno per far cremare il corpicino senza vita.
Globalist – 31 dicembre 2017

Papa Francesco ha scelto una foto tragica, delle conseguenze del bombardamento atomico a Nagasaki del 1945, per un suo messaggio di pace, contro ogni guerra.

“Nagasaki, 1945. Un ragazzo con in spalla il fratellino morto nel bombardamento atomico, attende il suo turno per far cremare il corpicino senza vita. È l’immagine scattata dal fotografo statunitense Joseph Roger O’Donnell – si legge sul retro della foto, in spagnolo – dopo il bombardamento di Nagasaki”.

Un’immagine” – ha scritto l’Osservatore Romano – che “ha colpito molto Papa Francesco, il quale ha voluto farla riprodurre su un cartoncino, accompagnandola con un commento eloquente, ‘…il frutto della guerra’, seguito dalla sua firma autografa”.

(Foto di Joseph Roger O’Donnell – Continua su: http://www.globalist.it/news/articolo/2017/12/31/francesco-questa-foto-scattata-a-nagasaki-sia-monito-contro-la-guerra-2017119.html)

10) Migranti, dopo gli accordi con la Libia diminuiscono gli sbarchi: -34% rispetto al 2016

Nel corso del 2017 il Viminale ha registrato un calo degli sbarchi sulle coste italiane pari al 34%. La diminuzione ha interessato soprattutto gli ultimi 6 mesi dell’anno, in concomitanza con l’entrata in vigore degli accordi siglati dal ministro dell’Interno con la Libia.

31 DICEMBRE 2017 15:28 di Charlotte Matteini

Nel corso di questo 2017 ormai agli sgoccioli, sono diminuiti gli sbarchi dei migranti sulle coste italiane. A certificare il calo sono i dati diffusi stamane dal Viminale, i quali evidenziano una diminuzione pari al 34,24% degli arrivi. Dal 1° gennaio fino al 31 dicembre sono sbarcati in totale 119.310 migranti, un terzo in meno rispetto ai 181.436 del 2016. Il calo, però, non ha interessato tutti i mesi dell’anno ma è avvenuto soprattutto negli ultimi 6 mesi, ovvero dopo gli accordi con la Libia siglati dal ministero dell’Interno. Stando ai dati del Viminale, infatti, negli ultimi sei mesi si sono registrati 35.556 arrrivi sulle coste italiane a fronte dei 111.214 dello stesso periodo del 2016, un calo pari al 68%. Nel solo mese di dicembre la diminuzione registrata è stata del 73%, mentre se si considerano solo i migranti partiti dalla Libia, la maggior parte, la flessione è invece pari al 77%. Inoltre, evidenzia il Viminale, nel 2017 è stato rilevato anche un calo del numero di dispersi pari al 38% (2.832 rispetto ai 4.576 del 2016) e del 46% delle vittime recuperate in mare (212 nell’anno corrente, 390 nel 2016).

I Paesi da dove provengono il maggior numero di migranti sono Nigeria, Guinea, Costa d’Avorio, Bangladesh, Mali, Eritrea e Sudan: i nigeriani approdati in Italia sono oltre 18.000, seguono i guineani (9.693) e gli ivoriani (9.504). Sempre secondo i dati del Ministero dell’Interno, i porti maggiormente interessati dagli sbarchi sono stati Augusta (16.858), Catania (15.680) e Pozzallo (11.707), tutti in Sicilia. Nel corso del 2017 è calato anche il numero dei minori non accompagnati giunti sulle coste italiane: dai 25.846 del 2016, nel 2017 i dati hanno registrato 15.731 arrivi, il 39% in meno. Rispetto invece al tema dell’accoglienza, la Lombardia è la regione che ospita più migranti n assoluto (14%), seguita dal Lazio (9%) e dalla Campania (9%). Basilicata e Valle d’Aosta sono invece le regioni che registrano meno presenze.

Per quanto riguarda i progetti attivati nell’ambito del programma di accoglienza migranti, in totale, nel 2017, sono stati finanziati 260 progetti presentati da 257 enti, con un incremento della rete Sprar di oltre il 46%. Con l’ultimoo decreto siglato dal ministro Minniti, inoltre, 167 enti sono stati autorizzati alla prosecuzione dei progetti per il triennio 2018-2020 e sono stati concessi ulteriori contributi a 46 enti locali per ampliare così la capacità di accoglienza di ulteriori 1.423 posti. In conclusione, il Viminale, per quanto riguarda la relocation dei profughi in altri Paesi europei, nel 2017 ha registrato 11.464 partenze di cui 10.282 adulti, 1.083 under 18 e solo 99 minori stranieri non accompagnati. Sono 698 le persone in attesa di trasferimento con voli previsti a gennaio, tra cui 79 minori non accompagnati. Sono 843 i casi per cui l’istruttoria è stata completata, mentre la domanda di 229 è in corso.

Charlotte Matteini

(Continua su: https://www.fanpage.it/migranti-dopo-gli-accordi-con-la-libia-diminuiscono-gli-sbarchi-34-rispetto-al-2016/ -http://www.fanpage.it/)

Se è vero che diversi migranti tornano al paese da cui sono fuggiti,è altrettanto vero che una volta ritornati non sono accolti con trombe e strette di mano,ma il più delle volte sono ricercati,imprigionati ed anche assassinati,ma questo non di deve dire per non suscitare delle reazioni anche del popolo che non tollera l’invasione continua dei migranti. E’ ben vero che tra i migranti si possono infiltrare delinquenti comuni e istigato rima un controllo più approfondito farebbe scattare allarme più specifico,è anche vero che le comunità dove i migranti stanno in osservazione,spesso sono luoghi non capienti ed improvvisati proprio per guadagnare sulla pelle die medesimi. E’ anche vero che molte regioni ed associazioni di volontari veri si adoperano al meglio di tutto e se ci sono dei rientri,posso ricordare morti per soffocamento (partenze da paesi al nord)per zittire donne che urlavano che non volevano ritornare.E chi ha paura a ritornare da dove è fuggito,ha paura e farà di tutto se vede uno spiraglio di scappare al ritorno forzato e successive incognite. L’umanità ha a che fare con gente che vuol guadagnare sulle disgrazie altrui facendosi passare per gente che si osteggia a benefattori,ma sono lupi e feroci.

11) Boko Haram ha cambiato pelle ma uccide sempre di più

Il leader Abubakar Shekau ricompare in video per rivendicare le violenze che insanguinano la Nigeria. E smentisce così il presidente Buhari, che aveva dichiarato il nemico battuto. Il gruppo è stato sì indebolito, ma soprattutto, ha cambiato missione. In cerca di attività più redditizie

Marco Cochi Venerdì, 05 Gennaio 2018

Lo storico leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, martedì scorso ha pubblicato sulla rete un video messaggio in lingua hausa di 31 minuti rivendicando una serie di attacchi compiuti dal gruppo jihadista durante le festività natalizie. L’ultima apparizione in video di Shekau risaliva al 14 agosto 2017, quando venne postato su YouTube un filmato nel quale l’estremista islamico scherniva il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale Yusuf Buratai.

Dopo oltre quattro mesi, Shekau è tornato sulla rete per celebrare l’ondata di violenze che nei mesi scorsi ha insanguinato diverse località nel nord-est della Nigeria come Maiduguri, Magumeri, Gamboru, Damboa, Biu e Mubi, ma soprattutto per smentire il governo di Abuja, che dall’inizio del 2016 continua ad affermare che Boko Haram è stato sconfitto.

Il video mostra anche le immagini di un attacco del giorno di Natale contro un posto di blocco militare nel villaggio di Molai, alla periferia della città di Maiduguri, che secondo l’esercito è stato sventato dalle truppe dopo un’ora di combattimenti.

Gli attacchi continuano

Il messaggio di Shekau arriva pochi giorni dopo che 25 taglialegna sono rimasti uccisi in un agguato dei miliziani di Boko Haram a venti chilometri da Maiduguri, la città simbolo dell’insurrezione del gruppo islamista. Mentre nel mese di dicembre gli estremisti nigeriani hanno attaccato convogli dell’esercito e inviato kamikaze a fare strage di civili negli affollati mercati delle città del nord-est della Nigeria. E lo scorso 21 novembre, almeno 50 persone sono rimaste uccise, quando un giovanissimo attentatore suicida si è fatto esplodere mentre si recitavano le preghiere del mattino nella moschea di Mubi, nello stato di Adamawa.

Tuttavia, in un recente comunicato, l’esercito di Abuja ha affermato di aver indebolito il gruppo con la sua operazione “Deep Punch II”. Mentre nel suo discorso di Capodanno, il presidente Buhari ha nuovamente dichiarato che «Boko Haram è stato battuto e si registrano ancora alcuni attacchi isolati perché anche nelle città maggiormente controllate non è possibile impedire a determinati criminali di commettere terribili atti di terrore».

Successi nel contrasto al gruppo estremista

Ma i numerosi attacchi sopra citati sembrano smentire le dichiarazioni dell’esercito e del capo dello Stato. Anche se è innegabile che ultimamente sono stati registrati alcuni successi nella lotta al movimento islamista, come l’eliminazione di Mallama Fitdasi. La donna era una delle mogli di Shekau e aveva un ruolo di coordinamento logistico all’interno di Boko Haram, dimostrato dal fatto che quando è rimasta vittima di un bombardamento dell’aviazione nigeriana stava presiedendo una riunione con alcuni membri di spicco dell’organizzazione.

Ed è vero che le operazioni militari coordinate della Multinational joint task force (Mnjtf) composta da Nigeria, Ciad, Camerun, Niger e Benin, hanno indebolito notevolmente Boko Haram e ridotto il territorio sotto il suo controllo, che nel 2014, all’apice della sua affermazione, si estendeva per oltre 50 mila km², estesi nelle provincie settentrionali di Borno, Yobe e Adamawa.

Inoltre, Boko Haram da quasi un anno e mezzo è minato da faide interne, che l’hanno diviso in tre fazioni, tra le quali emergono quella di Abubakar Shekau e quella di Abu Musab Al-Barnawi, figlio del fondatore della setta, Mohammed Yusuf, la cui leadership è riconosciuta dallo Stato Islamico. È inoltre innegabile, che il contrasto delle forze di sicurezza nigeriane nei confronti del gruppo terroristico continua a essere serrato.

Ciononostante, già nello scorso ottobre gli attacchi avevano registrato un significativo incremento, mentre da maggio a settembre 2017, i membri di Boko Haram hanno ucciso almeno 381 civili, oltre il doppio rispetto a quelli eliminati nei cinque mesi precedenti.

Ulteriore conferma della resilienza degli estremisti nigeriani arriva da un recente studio realizzato dal Combating Terrorism Center dell’Accademia militare di West Point, che rileva come il cospicuo aumento degli attacchi sia dovuto all’impiego di un maggior numero di kamikaze, che nei primi sei mesi del 2017 hanno lanciato 54 azioni suicide, un numero superiore a quello relativo allo stesso periodo del 2014, quando questo genere di attentati aveva raggiunto una frequenza allarmante.

La fuga di 700 ostaggi dalle isole del lago Ciad

Anche la fine della prigionia di 700 persone prese in ostaggio dal gruppo jihadista e fuggite martedì scorso da diverse isole del lago Ciad, prova che questo ingente numero di prigionieri era detenuto in strutture sotto il controllo di Boko Haram. E anche se l’esercito nigeriano le ha distrutte e ha provocato il collasso dei centri di comando nella zona, Boko Haram esercita ancora il controllo di alcune porzioni di territorio nell’area.

C’è poi chi avanza l’ipotesi, come il giornalista nigeriano Aminu Abubakar, che tutto questo abbia determinato una metamorfosi all’interno di Boko Haram. Secondo Abubakar, che segue dall’inizio le vicende del gruppo jihadista, gli estremisti nigeriani avrebbero gradualmente abbandonato l’originale missione di creare un califfato islamico nel nord-est della Nigeria, per trasformarsi in un’organizzazione criminale.

Il gruppo islamista si starebbe quindi de-radicalizzando per dedicarsi ad attività più redditizie, tra le quali primeggiano il furto di bestiame, i sequestri e le razzie, ma anche attività criminali molto più remunerative, come il traffico di droga. La specializzazione del gruppo in quest’ultimo ‘business’ è provata nell’ultimo rapporto sul traffico mondiale di droga realizzato dall’Unodc, che evidenzia come Boko Haram sia implicato nel contrabbando di eroina e cocaina in tutta l’Africa occidentale.

(Continua su: http://eastwest.eu/it/opinioni/sub-saharan-monitor/nigeria-boko-haram).

12) Libia, si rovescia gommone al largo di Tripoli: 16 migranti salvati, quasi 100 dispersi

Nuova tragedia nel Mediterraneo, dove un gommone con un centinaio di persone a bordo è affondato al largo di Tripoli: solo in 16 sono stati tratti in salvo.

10 GENNAIO 2018 07:42 di Davide Falcioni

Una nuova tragedia del mare si è consumata nel Mediteraneo: un gommone che trasportava tra le 90 e le 100 persone si è rovesciato al largo delle coste libiche ed è affondato. Come rivela il portavoce della Marina Militare libica Ayoub Kacem solo 16 persone sono state tratte in salvo, comprese alcune donne. I superstiti hanno riferito ai soccorritori che il gommone trasportava oltre 100 migranti quando si è inabissato. “Abbiamo trovato il gommone con i migranti intorno alle 10 del mattino (di ieri ndr.). Era ormai affondato ed abbiamo messo in salvo 16 persone. Il resto dell’equipaggio, sfortunatamente non c’era più e non abbiamo trovato né superstiti né cadaveri” ha dichiarato il comandante della guardia costiera libica Nasr al Qamoud, citato dal sito della Reuters.

Molti tra i sopravvissuti, che sono stati trasferiti nella base navale a Tripoli, hanno riferito che a bordo del gommone affondato c’erano almeno 70 persone al momento della partenza da Khoms, ad est della capitale. In un comunicato della guardia costiera si sostiene pero’ che “almeno 90 o 100” migranti risultano scomparsi. Solo ieri sempre la guardia costiera libica era riuscita a trarre in salvo altri 135 migranti di “diverse nazionalità africane” su un’imbarcazione “davanti alle coste di Gasr Garabulli”. Tra loro vi erano anche dieci donne in stato di gravidanza. L’inizio del 2018 è stato segnato dal naufragio – il 6 gennaio – di un gommone carico di migranti una quarantina di miglia a nord dalle coste di Tripoli, salpato molto probabilmente, ancora una volta dal porto di Gasr Garabulli. Le vittime accertate sono state 64, in un mare – Il Mediterraneo – che giorno dopo giorno somiglia sempre più a un cimitero di migranti. Nel 2017 sono stati oltre 3mila i profughi annegati, anche se si tratta di una stima decisamente prudente visto che sono migliaia anche i dispersi.

Davide Falcioni

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13) Cina. Fuori ci sono -9°C: bimbo fa 4,5 km a piedi e arriva a scuola congelato. La foto è virale

Una storia davvero toccante quella che arriva dalla Cina. Wang è un bambino di circa 8 anni, proveniente da una famiglia povera; cammina ogni giorno per oltre un’ora per arrivare nella sua scuola, a Zhuanshanbao. E non resta a casa neanche con le temperature gelide di questo periodo. Arrivato in classe coi capelli intirizziti, il suo maestro gli ha scattato una foto: e il mondo così ha saputo di lui.

10 GENNAIO 2018 20:58 di Biagio Chiariello

I capelli e le sopracciglia ricoperti dal ghiaccio dopo aver camminato per oltre un’ora nelle gelide temperature di questo periodo per raggiungere la sua scuola. Addosso abiti tutt’altro che pesanti e le guance rubiconde dal freddo. La fotografia è stata scattata da un insegnante dell’istituto elementare di Zhuanshanbao, in una zona rurale di Zhaotong, nella provincia dello Yunnan ed è diventata virale in poche ore: il bimbo, provenite da una famiglia povera, percorre ogni giorno 4,5 chilometri da casa sua alla scuola, secondo quanto riporta South China Morning Post, che cita il sito Web Thepaper.cn.

Il piccolo è stato identificato come Wang Fuman: nella foto è in piedi in classe con i compagni alle sue spalle che ridono, forse per il suo aspetto. Il piccolo sembra comunque a sua volta divertito. Il preside della scuola ha confermato che il ragazzino impiega più di un’ora per andare a scuola ogni giorno. “E quel giorno la temperatura al mattino era di -9°C”, ha detto il preside. Wang è un “figlio della sinistra”, un termine usato in Cina per descrivere i bambini di famiglie povere i cui genitori lavorano in città lontano da casa. Il piccolo infatti vive con sua sorella maggiore e sua nonna. Wang non ha mai lasciato il suo villaggio e sogna di visitare Pechino: “Fa un po’ freddo andare a scuola, ma non è difficile”, ha detto ai media locali. “Vorrei vedere come studiano gli altri bambini a Pechino, qui da noi non ci sono neanche i riscaldamenti in classe”, ha aggiunto. Il suo sogno è di diventare un giorno un poliziotto “così posso catturare i cattivi”, dice.

Dopo che la storia di Wang ha catalizzato l’attenzione dei media in Cina, molti si sono offerti di aiutare la sua famiglia. “Mentre scrivo questo, sto piangendo. I bambini non si possono lasciare così, da soli “, ha commentato una persona. “La sofferenza che stai provando oggi, illuminerà il tuo futuro” ha scritto un altro utente. Secondo quanto scrive Thepaper.cn, le autorità locali nello Yunnan e un fondo per lo sviluppo giovanile avrebbero lanciato un programma per fornire abiti invernali a Wang e agli altri bambini della zona.

Biagio Chiariello

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Questa storia non è l’unica che dimostra la caparbietà di chi vuole studiare, lavorare e si sacrifica alla grande non facendo sapere a nessuno le difficoltà che incontra a crescere da uomo/donna per il futuro suo e nostro: ricordiamolo!

Queste persone sono da ammirare e scuotono la coscienza anche di autorità che cominciano ad interessarsi di loro, che sono dei ragazzi che vogliono vivere e crescere come tutti gli altri ragazzi del mondo civile, anche se a loro costa molto di più. Anche se figlio della sinistra, secondo una terminologia delle autorità vippiane, ben vengano quei figli della sinistra. Bravi! Avanti così! In questo modo potrete cambiare il mondo della corruzione e violenza.

Bambini migranti che esplodono e bambini soldato europei. Benissimo: avanti verso l’autodistruzione/Migrant children blowing themselves up and European child soldiers. Very well: this is the way to continue on our path towards self-destruction!

1) “Quando crescerai ti farai saltare in aria”, i racconti dei bimbi rapiti dall’ISIS

I racconti dei bambini yazidi sequestrati per anni dagli estremisti dell’ISIS sono la peggiore fotografia dell’orrore vissuto dalle popolazioni sotto il giogo del sedicente Califfato.

ESTERIMEDIO ORIENTE 11 MAGGIO 2017 – 16:43 di Mirko Bellis

“Mangerai quando sarai in paradiso ma per arrivarci dovrai farti esplodere”, così i fanatici dello Stato islamico indottrinavano i bambini della minoranza religiosa dei yazidi, rapiti dopo l’occupazione di Mosul e della provincia irachena di Ninive. Le confessioni dei piccoli sopravvissuti ad anni di prigionia sono il peggior ritratto della barbarie terrorista: lasciati per giorni senza cibo, li costringevano a lottare tra loro per un pomodoro. Per convertirli in strumenti di morte, ai bambini, alcuni di soli sette o otto anni, venivano fatti vedere filmati di decapitazioni o di altri kamikaze. Gli uomini del sedicente Califfato islamico li addestravano anche all’uso delle armi e a indossare cinture esplosive per compiere attentati suicidi. I ragazzi, ormai al sicuro nei campi per sfollati allestiti nel nord dell’Iraq, hanno raccontato la loro esperienza all’Associated Press. “Ho ancora molta paura. Non riesco a dormire bene, li vedo anche quando sogno”, ha confessato Ahmed Ameen Koro, un diciassettenne che adesso vive con la madre e due fratelli, gli unici sopravvissuti della sua famiglia, in un affollato campo profughi a Dahuk, nel Kurdistan iracheno.

La cattura di Ahmed: “Sembravano dei mostri”

I combattenti dell’ISIS arrivarono nel villaggio di Ahmed all’alba del 3 agosto 2014. La sua famiglia cercò di fuggire ma non c’era posto per tutti nell’auto del padre. Così il ragazzo, all’epoca quattordicenne, il fratello Amin di un anno più piccolo e quattro cugini furono costretti a scappare a piedi. Il padre promise loro che li avrebbe prelevati lungo la strada, ma non arrivò mai all’appuntamento. Fu catturato assieme al resto della famiglia e da allora del padre di Ahmed non si hanno più notizie. Anche i ragazzi furono sequestrati dai fanatici e condotti, assieme a centinaia di bambini, in una scuola a Tal Afar, una città vicina già in mano all’ISIS. Qui i terroristi separarono le donne dagli uomini. “Sceglievano le ragazze che gli piacevano di più – ha ricordato Ahmed – e le madri piangevano disperate nel vedere come le figlie venivano strappate dalle loro braccia”. “Sono ancora molto spaventato – ha proseguito il ragazzo – erano tutti grandi uomini barbuti, sembravano dei mostri”.

Addestrati per diventare kamikaze

Ahmed e altri duecento ragazzi yazidi furono inviati in un campo di addestramento dove la loro giornata iniziava molto presto con le letture del Corano per proseguire con le istruzioni militari con pistole e kalashnikov. I terroristi li obbligavano a vedere video su come indossare una cintura esplosiva, gettare una granata o decapitare una persona. “Ci dicevano: non siete più yazidi, ormai siete dei nostri”, ha continuato Ahmed. “Quando sarei più grande, ti farai esplodere”, il suo agghiacciante ricordo di quel periodo.

Akram, ferito e ridotto in schiavitù

Akram Rasho Khalaf è inquieto quanto parla della sua prigionia, si agita quando racconta la paura e la fame e le sofferenze patite. Quando aveva solo sette anni fu rapito dagli estremisti islamici. Il tentativo di fuga della sua famiglia si infranse contro i colpi dei fucili d’assalto dei miliziani. Il bambino porta ancora su di sé le orribili cicatrici dei proiettili che quel giorno lo colpirono alla pancia e alla mano. Dopo essere stato trasportato all’ospedale di Mosul, venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Quando aprì di nuovo gli occhi, i suoi genitori non c’erano più. E da allora non li ha mai più rivisti.

Dopo l’operazione, i terroristi lo portarono a Raqqa, in Siria. Nell’autoproclamata capitale del Califfato, i jihadisti torturavano i ragazzi tirandogli delle palle in testa. Se qualcuno dei piccoli piangeva, veniva picchiato. A chi non si lamentava, veniva promesso un futuro da kamikaze. “Ci dicevano: quando crescerai ti farai saltare in aria, a Dio piacendo”, ha detto il bambino. Quando chiedevano chi volesse raggiungere il paradiso – ha continuato il racconto Akram – alcuni di noi non sapevano cosa rispondere. Continuavano a ripeterci che erano nostri amici, ma i bambini erano spaventati a morte”. Il piccolo, però, non era abbastanza forte per essere un combattente, e così, i terroristi lo costrinsero a diventare il loro schiavo.

Il riscatto e la fuga

Dopo due anni di prigionia, lo zio ricevette una foto di Akram e un’offerta di riscatto. Per il bambino, gli estremisti chiedevano 10.500 dollari, una somma che la famiglia riuscì comunque a trovare, grazie all’aiuto di parenti in Germania. Pagata la somma, Akram venne riconsegnato il 29 novembre dell’anno scorso. Adesso è al sicuro assieme a due fratelli e altri parenti nel campo profughi allestito nel nord dell’Iraq.

Diverso destino, invece, quello di Ahmed. Il 4 maggio del 2015 riuscì a scappare con il fratello ai suoi rapitori. Una volta abbandonato il campo di addestramento a Tal Afar, si nascosero in una moschea per una notte intera, prima di decidersi a fuggire. Una viaggio a piedi lungo quasi novanta chilometri fino a raggiungere le posizioni dei Peshmerga curdi sulle montagne di Sinjar. “Non avevamo acqua, eravamo così assetati che abbiamo rischiato di morire”, ha ricordato adesso.

I traumi della prigionia

Le conseguenze della lunga prigionia per i bambini rapiti dall’ISIS sono devastanti: lo zio di Akram ha raccontato che il nipote soffre di insonnia e, nei pochi momenti in cui riesce a dormire, le sue notti sono popolate da incubi. Le stesse ansie del fratello di otto anni e della sorella di cinque, caduti anche loro nelle mani degli estremisti.

“A volte diventano molto aggressivi – ha detto lo zio – e cominciano a picchiare gli altri bambini”. Tipiche reazioni violente agli abusi a cui hanno assistito, ha affermato Carl Gaede, un assistente sociale specializzato in traumi di guerra consultato da Associated Press. “Abbiamo visto episodi simili anche in altri bambini e i genitori hanno dovuto nascondere coltelli e altri oggetti pericolosi nel timore che i figli li usassero contro di loro”, ha aggiunto Gaede, da tempo impegnato nel trattamento dei superstiti alla brutalità dei fanatici islamisti. Il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che “i membri dello Stato islamico hanno perpetrato un vero e proprio genocidio contro la comunità yazida. E secondo lo studio condotto da Valeria Cetorelli e altri ricercatori pubblicato pochi giorni fa dal Public Library of Science Medicine, sono circa 3.100 i membri di questa minoranza religiosa uccisi dalla follia jihadista, mentre altri 6.800 sarebbero stati rapiti.

Le orribili esperienze vissute da questi bambini e adolescenti tarderanno molto tempo in cancellarsi. Quando ad Ahmed viene chiesto quali sono i suoi sogni per il futuro, il ragazzo risponde sicuro: “Quando sarò più grande voglio vendicarmi dell’ISIS”.

Mirko Bellis

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I racconti dei bambini yazidi sequestrati per anni dagli estremisti dell’ISIS sono la peggiore fotografia dell’orrore vissuto dalle popolazioni sotto il giogo del sedicente Califfato.

Sono lontani i tempi in cui i kamikaze (kami significa “divinità” e kaze “vento”, quindi il termine sta per “vento divino”) erano i piloti degli aerei giapponesi zero che con una benda bianca sulla testa si lanciavano contro ogni ostacolo nemico.

Ora i kamikaze (che sarebbe meglio chiamarli con il loro vero nome e non con quello di piloti di una guerra terminata) non hanno la benda bianca sulla testa e non si lanciano con aerei contro ostacoli nemici, ma sono perlopiù dei civili (non solo uomini, ma anche donne e bambini) che sono indottrinati dall’ISIS. Indottrinati significa che non sono scelti, ma di soliti rapiti e rinchiusi in apposite sedi dove si impartisce loro dottrine di odio, rancore, violenza contro tutti quelli che non professano la loro religione estrema contro il mondo occidentale. Il nominativo è shahid (lo shahīd è colui che per antonomasia porta avanti la jihād, l'”impegno sacro e doveroso” che può prefigurarsi talvolta come una “guerra doverosa” (non “santa”, concetto questo estraneo alla dottrina giuridica islamica) e non manca anche in ambito islamico. Discutere circa la liceità di una simile “testimonianza”, essendo assai labili i confini tra una lecita azione di jihād (anche quando essa sia nel concreto estremamente rischiosa per la propria vita) e il suicidio, è assolutamente vietato invece dalla dottrina islamica, fin dall’epoca del Profeta Maometto, che in un’occasione rifiutò esplicitamente di recitare la prevista e benedicente orazione funebre sulla tomba di un suicida.

Attualmente la jihad o “guerra doverosa” è stata stravolta nel suo significato originario e previsto dal Corano dal fondamentalismo che ne ha fatto un’arbitraria concezione di distruggere tutti gli infedeli come sta facendo l’ISIS. In realtà, il Corano vieta espressamente di uccidere bambini, donne e uomini, al contrario di quanto sta facendo oggi il fondamentalismo e come le fosse comuni più o meno scoperte testimoniano. Si tratta dell’accanimento contro chi non la pensa come l’Islam estremo dei fondamentalisti. Quindi l’istruzione del shahid (inteso impropriamente come kamikaze) non include effettivamente il conoscere bene i futuri suicidi o omicidi guidati: certo che la cosa non deve essere molto chiara e comprensibile comunque, poiché oltre al resto è loro somministrata una quantità variabile di una droga simile al captagon che toglie loro il giudizio di discriminare ciò che è giusto da ciò che non lo è. Perciò si tratta di un addestramento severo e duro e di promesse variopinte di future ricompense.

L’esempio citato è ricordato da quei bambini che sono riusciti a scappare (non molti) dalle grinfie dell’ISIS, che non vuole addestrare seriamente quei futuri “martiri”, non credenti, ma fuorviati da chi li addestra. Poi,quando sono gettati all’attacco suicida si aggiunge un’altra dose di droga,di cui ormai è disponibile una quantità enorme, prodotta dagli stessi stati e venduta a basso prezzo: cioè uno la può comperare anche per suo uso e consumo o vendere ad altri. Il sito dove devono farsi esplodere,di solito inconsciamente ma circuiti dall’effetto preparatorio psicologico e dall’effetto immediato della droga, è loro indicato al momento e poi non è detto che abbiano il detonatore per attivare l’esplosione: troppe volte quei bambini, donne e uomini vanno senza sapere quando esploderanno e che fine faranno; tuttavia c’è chi li sorveglia e sa attivare il telefonino o altro per farli esplodere. Siamo felici che in alcuni casi i minori coinvolti, per una sorta di critica innescata, si sono rifiutati di farsi esplodere. Altri invece (ragazze, donne e bambini) sono stati fermati dai poliziotti ormai addestrati a riconoscere chi porta con sé gli ordigni di morte. Oppure la gente comune si è abituata alle notizie di kamikaze (shahid) che guardano con sospetto chiunque e riesce a segnalare o addirittura a fermare l’inconscio suicida. È veramente triste essere arrivati a questo punto: la gente non sa più chi ha vicino mentre passeggia, mentre fa la spesa o mentre sale su qualche mezzo, e basta un nonnulla per scatenare la paura di una esplosione talvolta solo temuta, altre volte vera e reale. La paura ormai è un contesto comune, anche se ci sono raduni impressionanti di persone, ma c’è sempre anche qualche idiota che inscena delle urla tanto per riderci sopra. A Piazza San Carlo a Torino si è avuta una dimostrazione eclatante, anche se non eccessiva come in altri posti.

È cambiato il mondo?? Sembrerebbe di sì. In America un giovane uccide in chiesa 26 persone ed uno tra la folla aveva con sé una pistola e ha sparato contro l’aggressore mettendolo in fuga. Si deve arrivare a questo punto di andare in giro armati per difendersi della passeggiata che si sta facendo o partecipare a qualche manifestazione anche privata? Tutti dobbiamo pensare che se usciamo, forse non torniamo a casa? Sarebbe un mondo ben triste, quello che è iniziato durante una guerra e ora invece è diventato un agguato continuo? Chi ci dà o darà una speranza differente?

2) Nigeria, kamikaze in moschea: le vittime sono almeno 20 – Corriere.it diritti riservati all’autore ed alla testata

Secondo altre fonti i morti sono oltre 50. Si tratterebbe di un ragazzo giovane che si è mescolato tra i fedeli in preghiera. Si sospetta degli integralisti islamici Boko Haram

di Redazione Online

Un giovane kamikaze si è fatto esplodere in una moschea a Mubi nel nord-est della Nigeria uccidendo almeno 20 persone. Ma secondo altre fonti le vittime sono oltre 50. Secondo la polizia locale il giovane ha azionato il detonatore mentre arrivavano i fedeli per le preghiere del mattino mescolandosi alla folla. «Stiamo ancora accertando il numero delle persone rimaste ferite nell’esplosione perché si trovano ricoverate in vari ospedali del paese», ha detto Othman Abubakar, portavoce della polizia.

Sebbene per il momento non ci sia alcuna rivendicazione dell’attacco, i sospetti cadono sul gruppo estremista islamico Boko Haram.

(Continua su: http://www.corriere.it/esteri/17_novembre_21/nigeria-kamikaze-moschea-morti-dfdf274e-ce9f-11e7-bf2a-292d3c6f067f.shtml?refresh_ce-cp)

Alcuni giorni fa almeno 18 persone, compresi gli attentatori, sono morte e 29 sono rimaste ferite in un attacco suicida effettuato da quattro diversi kamikaze -due uomini e due donne- che si sono fatti esplodere nella Nigeria nordorientale, a circa 36 chilometri da Maiduguri, principale città della regione. Le autorità hanno attribuito l’attentato al gruppo jihadista Boko Haram.

3) Egitto. Sinai, bomba fa strage in moschea: 305 morti

Redazione Esteri & Internet venerdì 24 novembre 2017

Un gruppo armato ha fatto esplodere l’ordigno e ha poi sparato contro i fedeli e incendiato auto. Un centinaio i feriti. «Molti sufi». L’area è da quattro anni ostaggio di gruppi islamisti filo Daesh

È salito a 305 vittime, tra cui 27 bambini, e un centinaio di feriti il tragico bilancio dell’attentato contro una moschea vicino ad Arish nel nord del Sinai, in Egitto. Secondo quanto riferito da fonti di sicurezza, l’attacco è stato condotto da un gruppo armato piazzando una «bomba all’interno» del luogo di culto e sparando sui fedeli che fuggivano dopo l’esplosione con lanciarazzi e armi automatiche.

Il commando di 25 e 30 miliziani, alcuni dei quali sventolavano le bandiere del Daesh, ancora non è stato identificato, ma i sospetti delle autorità ricadono su gruppi islamisti filo Daesh attivi nella regione. L’attacco – che ha preso di mira la moschea al-Rawdah, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish – non è stato rivendicato. Si tratta del peggior attentato in quattro anni di violenze nel Sinai da parte degli islamisti.

La moschea sarebbe nota come luogo di ritrovo dei sufi, che gli estremisti sunniti filo Daesh considerano apostati poiché venerano santi e santuari, ritenuti dagli altri islamici equivalenti all’idolatria. In passato i jihadisti hanno rapito e decapitato un anziano leader sufi, accusato di praticare la magia, e sequestrato diversi fedeli sufi, poi rilasciati a seguito del loro «pentimento».

Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha convocato una riunione di emergenza con i responsabili della sicurezza. Il governo del Cairo ha proclamato 3 giorni di lutto nazionale. “L’esercito e la polizia vendicheranno i nostri martiri e ristabiliranno con la forza la sicurezza e la stabilità in tempi brevi. Risponderemo con forza brutale”, ha dichiarato il presidente.

Caccia ai terroristi. “Nel quadro delle indagini condotte dalla Procura generale sull’attentato contro la moschea il procuratore generale, consigliere Nabil Sadek, ha ordinato che un grande pool” di inquirenti “vada negli ospedali per interpellare i feriti e ascoltare le testimonianze al fine di apprendere come ha avuto luogo questo attentato”, fa saper la procura.

C’erano oltre 200 fedeli, «erano sufi»

C’erano «almeno 200 persone» all’interno della moschea al momento dell’attacco: lo ha riferito all’agenzia Ansa un consigliere comunale di Bir El Abd. I terroristi hanno bruciato «una decina» di auto dei fedeli parcheggiate davanti alla moschea, ha riferito ancora il consigliere, Salama El Rokei. Il luogo di culto islamico si trova lunga la cosiddetta «autostrada internazionale» ed è frequentato anche da automobilisti di passaggio.

«Hanno sparato alle persone mentre stavano uscendo dalla moschea», ha riferito all’agenzia Reuters un residente con parenti sul posto. «Hanno sparato anche alle ambulanze». La tv Arabiya e alcune fonti locali riferiscono che alcuni fedeli erano sufi.

L’inferno di El Arish, da dove i cristiani sono fuggiti

La zona del Nord Sinai, e in particolare proprio l’area di el-Arish, è tristemente nota da diversi anni per essere crocevia di traffici di migranti, di organi e di ogni tipo di illegalità. Qui lo stato egiziano fatica a imporsi e prosperano gruppi terroristici, prima legati ad al-Qaeda e più di recente al Daesh, il sedicente Stato islamico. Da qui provenivano i cristiani copti bruciati vivi dai jihadisti, all’inizio dell’anno, e da qui erano fuggite, a febbraio, circa 200 famiglie copte, probabilmente tutte quelle che vivano nella zona.

Daesh senza freni nel Sinai: trucidati altri 2 copti di Federica Zoja (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/egitto-fuga-cristiani-copti-da-sinai-daesh-isis – 24/2)

El Arish, capolinea dei fantasmi del Sinai di Paolo Lambruschi (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/el-arish, 11 novembre 2011)

(Continua su https://www.avvenire.it/mondo/pagine/attacco-in-moschea-in-egitto-50-i-morti)

– Altre Fonti –Somalia, donna e bimbi uccisi colpo nuca – Africa – ANSA.it

www.ansa.it › Mondo › Africaì 28 10 2017 – Una donna e tre bambini, di cui uno neonato, sono stati trovato assassinati con un colpod’arma da fuoco alla testa a Mogadiscio. (ANSA)

– CAOS SIRIA/ La guerra di notizie (false) alimentate da Usa e Al Qaeda (Il Sussidiario) https://www.intopic.it/notizia/12294072/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

 

-Trump: “Strage in Texas, il problema non sono le armi“ – Notizie Oggi

notizieoggi.com/2017/11/06/trump-strage-in-texas-il-problema-non-sono-le-armi/ 5/11/2017 – Fan Page … “Non è una questione di armi”, taglia corto il presidente quando, … gli chiede del massacro nella chiesa battista di Sutherland Springs, Texas, … Anche l’assassino è morto. Identificato come Devin Kelley, 26 anni, era stato cacciato dalla Air … “Sulla base dei primi report, era uno squilibrato.

4) Siria: attentato ISIS in campo profughi, almeno 100 mortiAutobomba nell’area della riva orientale dell’Eufrate nella’area di Dayr az Zor

Redazione ANSA ROMA – 05 novembre 2017 20:15 NEWS www.ansa.it › Mondo

È di oltre un centinaio di morti il bilancio di un attentato dell’ISIS compiuto sabato in un campo profughi sulla riva orientale dell’Eufrate in Siria, nell’area di Dayr az Zor. A renderlo noto è stato un portavoce delle cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf), a predominanza curda, legate alla coalizione a guida Usa.

(Continua su: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/11/04/siria-ong-denuncia-attacco-isis-in-campo-profughi-decine-di-morti_c06b138a-8182-4d8d-b7e6-064579b83700.html)

Ancora assassini e distruzione di massa, incuranza totale per chi è assassinato. Gli assassini sono in molti paesi già citati e i fatti sono descritti sommariamente (per non insistere in particolari totalmente privi di interesse); tuttavia la matrice è sempre dell’estremismo e fondamentalismo islamico, chiamato a giustificazione della ferocia umana, o da possibili squilibrati (le notizie non sempre dicono tutta la verità che è secretata ad uso di non si sa chi) che cercano i luoghi di assembramento umano per compiere le loro stragi.

Non è più una guerra, ma una carneficina che parte dalla mente umana malata per disturbi propri o per disturbi provocati da indottrinamento e droghe eccitanti. Ormai il quesito principale è chiedersi cosa c’è dietro questa carneficina e chi è la mente (possono essere anche più menti senza andare in elucubrazioni esoteriche, ma reali) che accende questi focolai per creare paura e terrone mietendo vittime innocenti. Ormai i morti si contano a centinaia come se fosse un dato statistico invece di una minuziosa conta di persone che sono stroncate ad ogni età, dai neonati agli anziani. Si spara o ci si fa saltare nel mucchio di persone: chi c’è c’è e chi non c’è è stato fortunato di non trovarsi in quel momento… poi magari arriverà il suo turno e si troverà in un altro momento simile.

Scuole di ogni tipo sono prese di mira, così come ospedali e luoghi di ritrovo, e gli strumenti di morte stanno lentamente cambiando: ora si usano camion… automezzi carichi di esplosivo e poi sempre i soliti shahid. La gente ormai ha paura a muoversi per qualsiasi cosa anche per necessità quotidiane ed in regioni o paesi particolari non si è più sicuri di tornare a casa. Le famiglie sono ridotte: manca un genitore, mancano figli uccisi oppure resta qualche figlio che diventa ragazzo da strada (minori non accompagnati li chiamano oggi) con tutti i problemi che quella situazione crea come ultima disperazione di chi è rimasto e si deve dare da fare per sopravvivere.

5) In Myanmar è in corso il genocidio dei Rohingya, non possiamo far finta di nulla

Chi pensava che la liberazione e l’elezione di Aung San Suu Kyi potesse cambiare le cose oggi deve riconoscere di essersi sbagliato: in Myanmar è in corso un genocidio.

ESTERIASIA 24 OTTOBRE 2017 – 16:47 di Augusto Rubei

Quasi 1,2 milioni di persone rohingya hanno bisogno di aiuto. Di queste, 720.000 sono bambini. Hanno lasciato il Myanmar per fuggire in Bangladesh, in seguito all’ondata di violenze interreligiose. In passato abbiamo visto vittime picchiate, trascinate in strada, cosparse di petrolio e bruciate vive da banditi che scorazzavano brandendo coltelli, machete e walkie-talkie di fronte l’inerzia delle forze dell’ordine locali. Aggressioni sono state rivolte anche ai giornalisti giunti sul posto, ai quali e’ stato più volte intimato di consegnare le memorie delle fotocamere con le quali avevano filmato i resti di alcuni cadaveri carbonizzati rimasti ai bordi dei marciapiedi.

La colpa dei perseguitati era ed è solo una, da tempo: essere musulmani in un Paese a maggioranza buddista. Nello Stato del Rakhine e in altri distretti del Paese la violenza di questi monaci sciovinisti è ormai irrefrenabile. Per questo ieri mattina, a Ginevra, l’Ue ha ospitato una conferenza dei donatori, insieme al Kuwait e in partnership con l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L’obiettivo è dare una risposta, e in tempi rapidi. Perché di fronte, quella che non riusciamo a vedere con i nostri occhi ma che si sta verificando è una vera e propria pulizia etnica. Temevamo che accadesse e non possiamo più voltarci dall’altra parte: in Myanmar è in corso un genocidio.

La Convenzione firmata a New York il 9 dicembre 1948 individua il genocidio in tre elementi. Primo: l’uccisione di membri di un gruppo, l’adozione di misure miranti ad impedire nascite all’interno del gruppo, etc.; secondo: il compimento di tali atti contro un gruppo “nazionale, etnico, razziale o religioso”; terzo: la presenza di un dolo specifico e cioè “l’intenzione di distruggere in tutto o in parte” un gruppo appartenente ad una di queste quattro categorie protette. E’ quello che in Myanmar sta accadendo. Non c’è molta differenza dal Ruanda: allora le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, anche se le violenze finirono per coinvolgere gli Hutu moderati.

Durante l’Olocausto i nazisti usavano il termine “untermensch” (sub-umano) per descrivere i “popoli inferiori”, specialmente gli ebrei, gli zingari, i popoli slavi come polacchi, i russi e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”. I monaci buddisti in Myanmar parlano dei rohingya come degli esseri reincarnati dai serpenti e dagli insetti, tanto che il loro assassinio non costituirebbe un crimine contro l’umanità, bensì – dicono – una forma di disinfestazione dai parassiti. Così come per i Protocolli dei Savi di Sion (un falso documentale creato con l’intento di diffondere il disprezzo contro gli ebrei), si suppone che i rohingya siano autori di un complotto islamista per conquistare il mondo e instaurare un califfato globale.

Ogni genocidio moderno ha seguito questo modello e chi pensava che la liberazione e l’elezione di Aung San Suu Kyi potesse cambiare le cose oggi deve riconoscere di essersi sbagliato. Il suo silenzio – salvo rarissime circostanze – è imbarazzante, complice e pericoloso.

Augusto Rubei

(Continua su: https://www.fanpage.it/in-myanmar-e-in-corso-il-genocidio-dei-rohingya-non-possiamo-far-finta-di-nulla/ – http://www.fanpage.it/)

Non illudiamoci che la pulizia etica sia un’invenzione attuale: è un imbarbarimento di tante nazioni che egoisticamente è criminalmente non vogliono aiutare altri soggetti che sono meno abbienti di chi vuole e che comanda. Sono letteralmente assassini di massa compiuti anche dalle forze che dovrebbero difendere e che si trasformano in squadroni della morte (Brasile insegna ed anche la Jugoslavia). Personalmente ho udito in una zona attualmente apparizionale o visionaria dire da persone di spicco “finalmente ci siamo liberati degli ……….,ora siamo solo di noi qui”. E come detto è certamente molto qualificante per una persona venerata da pellegrini. Ma ciò che conta ora è non avere tra i piedi gente fuggita da guerre, gente che non ha più nulla, dove prima almeno viveva, gente che chiede aiuto anche se lo chiede forse impaurita chiedendosi anche come ha fatto ad arrivare fin qui; e allora l’aggressività è sintomo di paura, per non parlare di quelle comunità che raccolgono queste persone come prigioniere guadagnando sfrontatamente anche su quella miseria e riveriti dagli stati che credono di avere a che fare con persone oneste. No! Molti vogliono guadagnare sulle disgrazie altrui e così sembra essere stato sempre; la corruzione e l’ingordigia allentano i freni critici dell’uomo e prevale l’egoismo, beninteso, anche se si presenta come carità sociale, ma i campi di morte sono all’ordine del giorno e spesso (non è una bufala o fake news) i corpi ritrovati possono essere centinaia e anche migliaia, con le testimonianze anche di statali che collaborano a quei ritrovamenti orrendi.

6) Corea Nord: Trump allerta bombardieri nucleari B52, la prima volta dalla Guerra Fredda

L’amministrazione Usa si appresta a lanciare un’allerta massima che prevede il dispiegamento dei bombardieri strategici con armi nucleari nelle basi aeree, pronti al decollo in ogni momento in caso di necessità.

USA 23 OTTOBRE 2017 17:06 di Antonio Palma

Una nuova escalation militare è in vista nel già intricato rapporto tra Corea del Nord e Stai Uniti. Secondo quanto riportano alcuni media statunitensi citando fonti del Pentagono, infatti, l’amministrazione Trump nelle scorse ore avrebbe deciso di mettere in allerta i bombardieri nucleari B52 per tenerli pronti in caso di azione nella penisola coreana. Una decisione che purtroppo richiama buie epoche passate visto che è la prima volta che accade dai tempi della Guerra Fredda. Dopo il via libera del Pentagono, l’aviazione militare americana starebbe ora per diramare l’allerta ai propri bombardieri perché siano pronti ad agire, se necessario, anche in 24 ore.

La direttiva prevede che l’aviazione tenga i suoi bombardieri strategici e gli equipaggi in allerta continua e pronti all’uso. Sempre secondo fonti locali, in particolare bombardieri B52 armati con testate nucleari, grazie all’allerta, verranno dispiegati in modo da poter decollare ogni momento, con gli equipaggi posti in stato di emergenza in una base dell’Air Force a Barskdale, in Lousiana. Nella base da giorni sarebbero già iniziati i lavori per la riapertura di almeno nove “piazzole” dove saranno in attesa i giganteschi velivoli. Nel frattempo è stato rinnovato anche l’edificio che ospiterà gli equipaggi con camere, spazi comuni e punti di svago.

“I preparativi sono in corso e riguardano i B52. Il mondo è luogo pericoloso e ci sono persone che parlano apertamente di usare ordigni nucleari” ha confermato il capo di stato maggiore dell’Us Air Force, David Goldfein in una intervista. In realtà l’allerta prevede altre misure e oltre ai bombardieri e prevede anche l’impiego di altri mezzi per la sorveglianza, l’intelligence e il comando avanzato, tutti nati per operare in caso di conflitto nucleare. La mossa è solo l’ultima di una serie di risposte militari che Washington ha deciso di mettere in atto contro il regime nordcoreano dopo i lanci di missili e i test nucleari di Pyongyang e segue le parole del presidente americano Donald Trump che ha affermato come con il regime di Kim Jong-un bisogna essere “pronti a tutto”.

Antonio Palma

(Continua su: https://www.fanpage.it/corea-nord-trump-allerta-bombardieri-nucleari-b52-la-prima-volta-dalla-guerra-fredda/ – http://www.fanpage.it/).

Si veda anche: Nord Corea: “Minaccia di test con bomba H sia presa alla lettera” (LaPresse)

https://www.intopic.it/notizia/12266205/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

7) Nuova strage nel Mediterraneo, naufraga barcone carico di migranti: almeno 23 morti

L’imbarcazione affondata individuata da un elicottero di una nave militare spagnola dell’operazione Eunavformed. Recuperati 64 superstiti e 23 cadaveri ma si temono diversi dispersi.

CRONACA ITALIANA 3 NOVEMBRE 2017 20:02 di Antonio Palma

Ennesimo dramma dell’immigrazione nel Mediterraneo. Nelle scorse ore l’equipaggio di una delle navi del dispositivo Eunavformed ha individuato e soccorso una imbarcazione carica di migranti che si stava inabissando dopo un naufragio, riuscendo a salvare 64 persone che in precedenza erano a bordo, la gran parte già finite in acqua, ma purtroppo recuperando anche i cadaveri di altri 23 disperati che purtroppo non ce l’hanno fatta. Il dramma oggi nel Mediterraneo centrale, mentre il barcone era diretto verso le coste italiane. Ad avvistare il gommone con circa novanta persone a bordo e a far scattare così il meccanismo di soccorso in mare è stato un elicottero militare Ab 212 imbarcato su una nave della marina militare spagnola.

Secondo quanto reso noto con un post su Facebook dalla stessa Eunavformed, l’elicottero della nave Cantabria ha notato il gommone semi affondato ed ha visto persone in mare durante una perlustrazione avviando i soccorsi. Le operazioni di salvataggio e recupero sono state coordinate dalla centrale operativa di Roma della Guardia Costiera che ha autorizzato la nave spagnola a raggiungere l’area del naufragio. I militari iberici così hanno preso a bordo i sopravvissuti del naufragio e recuperati i cadaveri ma purtroppo si teme che altre persone che si trovavano a bordo del gommone siano disperse.

Il Dramma in mare arriva dopo un periodo di relativa diminuzione dei viaggi della speranza con 5.984 stranieri approdati in Italia contro i 27.384 dello stesso mese dell’ano passato. Le attività di Eunavformed l’operazione militare navale lanciata dalla Ue dopo i continui naufragi a cui partecipano unità navali di Italia, Belgio, Francia, Germania, Slovenia, Spagna e Gran Bretagna, però non si sono mai fermate. Nella sola giornata di oggi sono stati compiuti nel Mediterraneo centrale sei operazioni di soccorso, tutte coordinate dalla Guardia Costiera italiana: che hanno tratto in salvo complessivamente circa 700 persone.

Antonio Palma

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8) Migranti, a Salerno sbarca nave con i cadaveri di 26 donne: “Tragedia dell’umanità”

La nave spagnola Cantabria è sbarcata questa mattina al molo 3 gennaio, a Salerno. A bordo 375 migranti recuperati nel Mar Egeo assieme ai cadaveri di 26 donne che purtroppo non ce l’hanno fatta: “Una tragedia dell’umanità”, ha commentato il prefetto di Salerno Salvatore Malfi. La procura valuterà se ci siano i presupposti per un’ipotesi di omicidio. Partita intanto la macchina dell’accoglienza. 5 NOVEMBRE 2017 11:45 di Francesco Loiacono (http://napoli.fanpage.it/ tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)    “Una tragedia dell’umanità”. È racchiuso nelle parole del prefetto di Salerno, Salvatore Malfi, quanto avvenuto un paio di giorni fa nelle acque del Mediterraneo: un gommone pieno di migranti è affondato, causando la morte di diverse persone. I cadaveri recuperati, appartenenti a 26 donne, sono arrivati questa mattina nel porto della città campana assieme ad altri 375 migranti che, invece, ce l’hanno fatta. Erano tutti a bordo della nave spagnola Cantabria, che ha recuperato i migranti in vita e i cadaveri nelle acque del Mar Egeo.

Indagini della procura sulle 26 donne decedute: Potrebbero essere 26 omicidi

“Oggi Salerno si prepara con uno spirito diverso rispetto agli altri sbarchi – ha commentato il prefetto poco prima dell’ispezione a bordo della nave spagnola – Abbiamo già avuto altri morti, ma su questa nave sarà tutto più complicato, anche come impatto morale. Siamo ancor di più in stretta collaborazione con la procura della Repubblica perché i 26 corpi potrebbero essere 26 omicidi – ha spiegato Malfi – Quello che va fatto, per esigenze di giustizia, andrà fatto. Credo che già stamattina il procuratore Masini valuterà se ci siano i presupposti per un’ipotesi di omicidio. Bisogna vedere se si trova qualche soggetto su cui concentrare l’attenzione o se si procederà contro ignoti. Che qualcuno abbia fatto morire queste donne e non sia stato un fulmine arrivato dal cielo è una cosa ovvia”. Il pm Masini salirà a bordo assieme ai medici legali per una prima ispezione dei cadaveri e per valutare se disporre le autopsie sulle salme.

Attivata la macchina dell’accoglienza per i 375 migranti

Oltre alle indagini sulle 26 donne decedute e alle operazioni per la loro sepoltura, si è attivata anche la macchina dell’accoglienza per coloro che ce l’hanno fatta. Sulla nave Cantabria, che ha attraccato al molo 3 gennaio, ci sono 259 uomini e 116 donne, nove delle quali in avanzato stato di gravidanza. Le donne incinte verranno ricoverate negli ospedali cittadini. Per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, settantadue resteranno in Campania, mentre gli altri verranno trasferiti in altre Regioni: dovrebbero essere ospitati tra Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Puglia e Toscana. Per quanto riguarda invece le 26 donne decedute durante la traversata, dopo le eventuali autopsie le loro salme riposeranno nel cimitero di Salerno e di alcuni Comuni limitrofi che hanno offerto la propria disponibilità.

Francesco Loiacono

(Continua su: https://napoli.fanpage.it/migranti-a-salerno-sbarca-nave-con-i-cadaveri-di-26-donne-tragedia-dell-umanita/)

9) Iraq, scoperte fosse comuni con almeno 400 persone uccise dall’ISIS

Fosse comuni con centinaia di corpi sono state scoperte nei pressi di Hawija, roccaforte jihadista strappata al controllo dell’ISIS all’inizio di ottobre, situata a 240 chilometri a nord di Baghdad. Lo ha annunciato il governatore della provincia di Kirkuk Rakan Said. 1

2 NOVEMBRE 2017 09:49 di Susanna Picone

In Iraq le forze di sicurezza hanno scoperto diverse fosse comuni nelle zone che una volta erano sotto il controllo dall’ISIS contenenti i corpi di almeno 400 persone a Hawija, roccaforte jihadista a 240 km a nord di Baghdad, strappata dalle forze governative al controllo dello Stato islamico all’inizio di ottobre. A riportare la notizia dell’ennesima strage compiuta dall’ISIS è la Bbc online. Il governatore della provincia di Kirkuk, Rakan Said, ha detto che i corpi sono stati trovati nella base militare di Al Bakara, trasformata dall’ISIS in un “luogo di esecuzione”. Alcune delle persone uccise erano in abiti civili, altre indossavano una tuta che l’ISIS faceva mettere alle persone condannate a morte.I siti contenenti i cadaveri sono stati ritrovati dopo la segnalazione di alcuni testimoni – Le fosse comuni, secondo quanto riferito dal generale Mortada al-Luwaibi, sono state trovate dall’esercito iracheno dopo la segnalazione di alcuni abitanti locali. Da quanto emerso, le forze di sicurezza irachene hanno scoperto decine di fosse comuni nelle zone che una volta erano sotto il controllo dall’ISIS. La Bbc online ricorda che lo scorso anno l’Associated Press ha pubblicato uno studio che aveva individuato 72 siti in Iraq: alcuni, secondo Ap, potevano contenere dalle cinquemila a più di quindicimila cadaveri.

Susanna Picone

(Continua su: https://www.fanpage.it/iraq-scoperte-fosse-comuni-con-almeno-400-persone-uccise-dall-isis/http://www.fanpage.it/)

– Si veda anche questo articolo di febbraio 2017: Orrore ISIS, 4000 cadaveri in una fossa comune a Mosul

(http://www.imolaoggi.it/2017/02/27/orrore-isis-4000-cadaveri-in-una-fossa-comune-a-mosul/)

10) Bambini umiliati e maltrattati in classe: arrestate due maestre a Piacenza

Le vittime dei presunti maltrattamenti fisici e psicologici sono i piccoli alunni di una terza elementare tra i quali anche un bimbo autistico.

CRONACA ITALIANA 14 NOVEMBRE 2017 14:08 di Antonio Palma

Piccoli alunni delle scuole elementari maltrattati e umiliati continuamente durante le lezioni in classe da quelle che invece avrebbero dovuto essere le loro insegnanti. È la nuova storia di abusi su minori in classe scoperta grazie alle indagini delle forze dell’ordine, questa volta in una scuola elementare di Piacenza, e che nelle scorse ore ha portato alla conferma dell’arresto di due maestre. Alle due donne sono stati notificati due ordini di custodia cautelare ai domiciliari firmanti dall’autorità giudiziaria e devono rispondere ora dell’accusa di maltrattamenti su minori che erano sotto la loro custodia.

Alle due donne di 45 e 58 anni gli inquirenti contestano in tutto 39 episodi di violenze. L’arresto sarebbe scattato al termine di una inchiesta lampo portata avanti dagli uomini dalla polizia municipale della città di Piacenza a seguito di alcune denunce fatte pervenire da parte del personale della stessa scuola. Ad incastrare le maestre ci sarebbero i video registrati dalle telecamere nascoste piazzate dagli investigatori in aula su autorizzazione della Locale Procura della Repubblica che ha coordinato l’inchiesta. Gli episodi di violenza e umiliazione avrebbero visto come vittime i piccoli alunni di 8 anni di una terza elementare tra i quali anche un bimbo autistico che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati umiliati fisicamente e psicologicamente dalle maestre arrestate. Gli agenti della municipale hanno deciso di intervenire il 9 novembre scorso per impedire ulteriori maltrattamenti proprio a seguito dei video e ora è arrivata la convalida da parte del Gip.

Tra gli episodi contestati, bimbi presi per il collo, schiaffeggiati senza motivo, tirati per le orecchie o afferrati per lo zaino fino a essere buttati a terra, ma anche violenze psicologiche. Secondo gli investigatori gli alunni presi di mira erano quelli con maggiori difficoltà di apprendimento come ad esempio un bimbo “costretto” a leggere di fronte a tutta la classe pur avendo alcune difficoltà in tal senso. “Abbiamo documentato fatti significativi, con maltrattamenti sia fisici sia psicologici e morali nei confronti di alcuni bambini di 8 anni” spiegano in procura. Viene riferito, ad esempio, l’episodio di quando il bimbo disabile veniva deriso dalle maestre e umiliato perché non era in grado di leggere: “E se si metteva a piangere gli veniva spinto in bocca con la forza un ciuccio da neonato per deriderlo ulteriormente davanti a tutti”.

(Continua su: https://www.fanpage.it/bambini-umiliati-e-maltrattati-in-classe-arrestate-due-maestre-a-piacenza/ – http://www.fanpage.it/)

11) Udine, castighi e punizioni sui bambini: sospese due maestre d’asilo

Due maestre di una scuola dell’infanzia paritaria dell’hinterland udinese sono state sospese per otto mesi dall’esercizio dell’insegnamento dal gip di Udine per maltrattamenti fisici e morali nei confronti dei minori, bambini dai 3 ai 6 anni, che frequentavano la scuola. Alle due insegnanti si contestano comportamenti aggressivi sistematici nei confronti dei bambini con toni della voce alterati, svalutando i bimbi e sottoponendoli a castighi e vessazioni. Indaga la Polizia di Stato.

Il provvedimento di sospensione è stato eseguito ieri pomeriggio dalla Polizia al termine di un’attività di indagine della Squadra Mobile della Questura del capoluogo friulano. Le indagini – da quanto si è saputo – sono state avviate sulla base delle segnalazioni di alcuni genitori che avevano notato il malessere dei figli. Nell’inchiesta sono coinvolte altre due insegnanti che, al momento, sono indagate nel procedimento aperto dalla Procura di Udine.

Giovedì 16 Novembre 2017 – Ultimo aggiornamento: 14:57

(Continua su: http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/udine_castighi_e_punizioni_sui_bimbini_sospese_due_maestre_d_asilo-3370795.html)

12) Vercelli: arrestate tre maestre, maltrattavano i bambini di un asilo

Le tre educatrici sono state poste agli arresti domiciliari: almeno 52 gli episodi di violenza accertati, una ventina dei quali di maggiore gravità.

CRONACA ITALIANA 23 NOVEMBRE 2017 08:48 di D. F.(tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata,(http://www.fanpage.it/)

Tre educatrici di una scuola per l’infanzia di Vercelli, in Piemonte, sono state poste agli arresti domiciliari da questa mattina con l’accusa di aver maltrattato dei bambini. Stando alle prime informazioni le donne avrebbero dato sberle e strattoni ai bimbi, trascinando i piccoli a terra e sovente umiliandoli con urla e punizioni spropositate. L’operazione “Tutti giù per terra!”, come è stata denominata, è iniziata lo scorso maggio con la denuncia di una madre. Le telecamere installate nella scuola, su autorizzazione della procura, hanno riscontrato almeno 52 episodi di maltrattamenti. I dettagli dell’operazione verranno resi noti nelle prossime ore dalla polizia.

Le telecamere, ad alta risoluzione, sono state installate nelle aule didattiche, nei corridoi, nella mensa e anche nella palestra della scuola per l’infanzia. Dei 52 episodi di maltrattamenti, sono una ventina quelli ritenuti di maggiore gravità. Stando ai riscontri investigativi della Squadra Mobile di Vercelli, le tre educatrici avevano instaurato un vero e proprio stato di terrore all’interno delle classi. A supporto del quadro probatorio sono state ascoltate anche alcune maestre, genitori e figli che, nel frattempo, avevano lasciato la scuola dei maltrattamenti. Nei prossimi giorni le tre maestre arrestate verranno interrogate dal giudice per le indagini preliminari. A breve saranno convocati in Questura i genitori delle vittime principali per poter essere ascoltati insieme con i loro bambini.

(Continua su: https://www.fanpage.it/vercelli-arrestate-tre-maestre-maltrattavano-i-bambini-di-un-asilo/http://www.fanpage.it/)

Già nell’ottobre 2016 si era dato risalto alla notizia pubblicata dal Corriere della Sera

IL DISEGNO DI LEGGE

Telecamere negli asili e test a maestri e educatori: primo sì alla legge

Adottato il testo unico, dopo otto anni di proposte arenate e diversi interventi del Garante per la privacy. Tra i punti fermi: l’autorità giudiziaria sarà l’unica a poter visionare le immagini, e solo dopo una denuncia. Previsti anche test psico-attitudinali per insegnanti, educatori ed operatori socio-sanitari (articolo di Valentina Santarpia)

(Continua su: http://www.corriere.it/scuola/medie/16_settembre_30/telecamere-asili-test-maestri-primo-via-libera-legge-9f6f648a-86f2-11e6-b094-d674d9773420.shtml).

Quello che sta succedendo in questi asili è semplicemente pazzesco, osceno, raccapricciante: bambini che vengono rintronati dalle urla di maestre che parlano come pazze su bambini che non certo si aspettano quel trattamento e che poi a casa mostrano i sintomi caratteristici delle violenze subite: strattonati, sberle, forbici e altri oggetti sbattuti violentemente sul tavolo. Ma chi istruisce quelle insegnanti perverse su come si tratta un bambino? Non hanno studiato psicologia del minore? Non hanno insegnato loro come va trattato un bimbo di 3, 4, 5 anni? Sembra proprio di no.

La domanda principale, oltre al perché degli sfoghi personali di queste furiose, è: ma cosa aspetta lo stato italiano a mettere le videocamere negli asili per evitate di avere dei futuri psicopatici che crescono ed agiscono perché sono stati violentati fisicamente da piccolissimi tramite trattamenti inumani? Non è ora che lo stato non dorma più e pensi solo ad emanare leggi restrittive per tutti elargendo un’elemosina per zittire le proteste e lasciare che altri suoi abitanti innocenti vengano cresciuti quali futuri portatori di violenze che manifesteranno sicuramente anche loro, anche se seguiti da personale psicologico.

Invece di emanare leggi su se i minori devono essere accompagnati fuori dalla scuola da genitori od altro, pensino a videoregistrare ogni ambiente dove ci sono minori e minorenni che non vogliono essere il tappeto da scuotere o da battere. Genitori e adulti, ribelliamoci a questo stato che pensa tutt’altro per i minori: le vaccinazioni obbligatorie (10?) non bastano e speriamo che non sia solo un finanziamento. Queste misure si devono applicare,non aspettare che i media imprechino contro altre violenze negli asili che stanno spuntando di quindicina in quindicina.

Facciamo fare anche i test di personalità a chi tratta con minori e i giovani: se no si sarà sempre daccapo con notizie da paura, che possono solo farci vergognare di appartenere a questa nazione.

13) Esseri umani messi all’asta in Libia: migranti venduti come schiavi dai trafficanti per 800 dollari

Un video della Cnn mostra una vera e propria asta di esseri umani in Libia: i trafficanti vendono i migranti come schiavi facendo partire una vera e propria asta e arrivando a valutare una persona anche meno di 800 dollari.

AFRICA 14 NOVEMBRE 2017 15:29 di Stefano Rizzuti

Una vera e propria asta, ma la merce da acquistare sono esseri umani: le immagini in un video della Cnn denunciano quanto avviene in Libia, dove alcuni uomini vengono messi all’asta, come avveniva all’epoca della tratta degli schiavi. Nel filmato dell’emittente si vedono due ragazzi che vengono venduti dai trafficanti. “800 dinari”, dice il banditore… “900, 1.000, 1.100. Venduto per 1.200 dinari libici”, l’equivalente di 800 dollari americani. Il ragazzo venduto è di origine probabilmente nigeriana, viene definito un “ragazzo forte, adatto al lavoro nei campi”. Un ragazzo sulla ventina messo all’asta da un banditore che nel video non viene inquadrato.

La Cnn aveva ricevuto il filmato ma è poi andata a verificare potendo così registrare di nascosto un altro video in cui vengono vendute una dozzina di persone nel giro di pochi minuti. Le telecamere della Cnn sono andate subito fuori da Tripoli dove hanno visto vendere più di dieci persone nel giro di sei-sette minuti. “Qualcuno ha bisogno di uno scavatore, un uomo grande e forte?”, chiede ancora il banditore. Le offerte iniziano ad arrivare subito, come racconta la Cnn: “500, 550, 600, 650”, fino ad arrivare all’acquisto dell’uomo. Che da questo momento ha un nuovo “padrone”.

L’emittente televisiva ha incontrato due delle persone messe in vendita dopo l’asta, ma erano talmente “traumatizzati” da non essere in grado di parlare. Ed erano così spaventati da “sospettare di chiunque”. Il contesto di queste assurde aste di esseri umani, racconta la Cnn, è quello dei rifugiati che scappano dai conflitti o dei migranti economici che ogni anno attraversano a migliaia i confini della Libia. Molti di loro hanno speso tutto quello che avevano per il loro viaggio attraverso il paese e per raggiungere il Mediterraneo, l’unica speranza per raggiungere l’Europa. Ma negli ultimi tempi, secondo quanto spiega ancora la Cnn, partono meno imbarcazioni e i trafficanti rimangono con “in mano” tanti migranti e passeggeri; così i trafficanti diventano “padroni” e i migranti diventano “schiavi”.

I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche che hanno promesso di aprire un’indagine sul caso. Il tenente Naser Hazam, dell’agenzia governativa libica contro l’immigrazione illegale a Tripoli, ha dichiarato di non aver mai assistito ad una vendita di schiavi, ma di essere a conoscenza di bande criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. La troupe della Cnn ha parlato anche con Victory, un 21enne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli dove gli immigrati illegali vengono rinchiusi in attesa di espulsione: il ragazzo racconta di essere stato venduto all’asta come schiavo “più volte” dopo aver finito i soldi per il suo viaggio.

Stefano Rizzuti

(Continua su: https://www.fanpage.it/esseri-umani-messi-all-asta-in-libia-migranti-venduti-come-schiavi-dai-trafficanti-per-800-dollari/ – http://www.fanpage.it/).

Già lo si sapeva: adesso arrivano i video con la vendita diretta di migranti e costo dei medesimi, anche se esiste la pallida speranza che possa trattarsi di una bufala, di una cosiddetta fake news.

 

È comunque noto che si vendono in tutto il mondo i migranti che hanno pagato col loro corpo e coi loro denari raggranellati chissà come: questi poveracci vengono venduti ad altrettanti criminali che li usano come schiavi fisici, sessuali o li rivendono in modo indecente, illegale e contro l’umanità.

 

Possibile però che i vari Stati e la stessa ONU, che devono inorridire davanti a quei video, non lo sapessero già da prima e avessero bisogno che quel video gli fosse sbattuto in faccia per sollevare il solito vespaio e magari non intervenire.

 

Le vie con cui si combatte lo schiavismo devono essere attive sul posto o gestite tramite persone fidate; bisogna registrare tutti, compresi i criminali che vendono carne umana così, senza nulla temere dalla polizia locale. La compravendita di umani è sempre esistita: solleviamo bene la questione con manifestazioni e comprensione per chi arriva senza consenso ed è rispedito da dove proviene, tenendo a anche a mente il caso della Libia le cui comunità di raccolta sono il terrore di chi vi entra per quanto può succedere (e tutti lo sanno che quelle comunità sono così). Per chi non può intervenire direttamente, esiste la possibilità di aiutare quelle associazioni serie che possono occuparsi di questo e se ne occupano già; purtroppo non potremo aiutarle tutte se non rivolgendoci al Creatore ed invocando anche la giustizia. Grazie a quei volontari che possono intervenire precedendo l’invio in Libia,come in Malesia, Messico e tanti altri Stati che non conosciamo bene.

 

14) Giornata infanzia, 180 milioni di minori con prospettive peggiori dei genitori (Articolo21,tutti i diritti riservati all’autore ed alla testata)

 

L’Unicef ha lanciato un nuovo studio su 37 paesi e un sondaggio in 14 Paesi. La percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno è aumentata in 14 paesi; le morti per cause violente fra i bambini e gli adolescenti sotto i 19 anni sono aumentate in 7 paesi

 

ROMA – Secondo un nuovo studio dell’Unicef, realizzato in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, nonostante i progressi raggiunti a livello globale 1 bambino su 12 nel mondo vive in paesi in cui le sue prospettive attuali sono peggiori rispetto a quelle che avevano i suoi genitori. Secondo questo studio, 180 milioni di bambini vivono in 37 paesi in cui, rispetto a 20 anni fa, hanno maggiori probabilità di vivere in povertà estrema, non andare a scuola o morire in modo violento.

 

Lo studio dell’Unicef, condotto sulle prospettive dei bambini quando scappano da una povertà estrema, quando vogliono ottenere un’istruzione di base ed evitare una morte per cause violente, ha rivelato che: la percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno è aumentata in 14 paesi, fra cui Benin, Camerun, Madagascar, Zambia e Zimbabwe. “Questo aumento è principalmente dovuto a disordini, conflitti o a una cattiva governance”, si legge nel rapporto. Inoltre, l’iscrizione alla scuola primaria è calata in 21 paesi, fra cui Siria e Tanzania, a causa di fattori come la crisi finanziaria, la rapida crescita della popolazione e l’impatto dei conflitti.

 

Le morti per cause violente fra i bambini e gli adolescenti sotto i 19 anni sono aumentate in 7 paesi: Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Sud Sudan, Siria, Ucraina e Yemen – tutti paesi che stanno attraversando grandi conflitti. Ad ancora: quattro paesi – Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Siria e Yemen – hanno assistito a un declino in più di una di queste tre questioni valutate, mentre il Sud Sudan ha subito un declino in tutte e tre.

 

“Mentre l’ultima generazione ha assistito a grandi risultati, mai raggiunti in precedenza, sul tenore di vita per la maggior parte dei bambini del mondo, il fatto che una minoranza dimenticata di bambini ne sia rimasta esclusa (non per errori loro o delle loro famiglie) è grottesco – ha dichiarato Laurence Chandy, direttore dell’Unicef per il dipartimento Dati, Ricerca e Politiche -. È la speranza di ogni genitore, ovunque nel mondo, di dare ai loro bambini maggiori opportunità rispetto a quelle che hanno avuto loro da giovani. In questa Giornata Mondiale dell’Infanzia dobbiamo prendere coscienza di quanti bambini stiano invece vedendo le loro opportunità restringersi e le loro prospettive diminuire”

 

(Fonte: https://www.intopic.it/notizia/12443132/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha – Continua su: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/555833/Giornata-infanzia-180-milioni-di-minori-con-prospettive-peggiori-dei-genitori)

 

15) Sodomizzati a sangue con i trapani, anche bimbi di meno di 10 anni. Anche questa è Siria

23-11-2017, 14:06:06 Fanpage

In Siria decine di uomini e ragazzi sono stati violentati mentre erano reclusi nelle carceri di Assad. A macchiarsi degli stupri sono stati anche i gruppi armati, compreso l’ISIS. E’ quanto emerge da un rapporto dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati che ha raccolto le testimonianze degli abusi tra i profughi siriani in Giordania, Libano e Iraq.

GUERRA IN SIRIA 23 NOVEMBRE 2017 13:32 di Mirko Bellis

“Quando ero detenuto in Siria sono stato torturato in ogni modo possibile. Eravamo 80 persone in una cella senza luce, completamente nudi. Di notte ci appendevano per le mani e ci torturavano con l’elettricità ai genitali. Mi hanno sodomizzato con un palo di ferro…entravano nella cella per violentarci però era buio e non potevamo vederli. Tutto ciò che sentivamo erano gli altri detenuti che urlavano: ʻBasta…sto sanguinando, fermatevi’. Pensavo che ci avrebbero uccisi tutti”. Lo spaventoso racconto di Tarek (nome di fantasia), un omosessuale siriano fuggito in Giordania, è contenuto nell’ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati sugli stupri subiti da uomini e ragazzi nelle carceri di Assad. Ma a macchiarsi di orribili sevizie sessuali sono stati anche i miliziani dei gruppi armati, compresi i jihadisti dell’ISIS.

Sarah Chynoweth, l’autrice dell’inchiesta, ha incontrato circa 200 profughi siriani in Giordania, Libano e nel Kurdistan iracheno. Il quadro che emerge è terrificante. Almeno il 20 per cento dei ragazzi intervistati ha confermato di essere stato vittima di qualche forma di molestia sessuale. Secondo quanto hanno affermato un gruppo di donne rifugiate in Giordania, dal 30 al 40 per cento di tutti gli uomini adulti nella loro comunità avevano subito violenza carnale durante la detenzione in Siria. Dagli stupri non si sono salvati neppure i più piccoli e gli anziani: sono stati riportati casi di abusi a bambini di 10 anni e uomini di 80. Gay, lesbiche. bisessuali e transgender hanno raccontato di aver sofferto ogni genere di brutalità non solo mentre si trovavano in Siria ma anche nei Paesi in cui hanno cercato asilo.

“Temevo che pochi rifugiati avessero sentito parlare di queste storie e che comunque non mi avrebbero mai rivelato niente di un argomento così tabù. Mi sbagliavo di grosso”, scrive Chynoweth. Il suo viaggio è iniziato nell’ottobre del 2016 a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Qui la ricercatrice, dopo essersi guadagnata la fiducia dei rifugiati, ha cominciato a chiedere se fossero a conoscenza di violenze sessuali sugli uomini in Siria. “Mi guardarono increduli – continua – come se non potessero credere che stessi facendo una domanda così ovvia. La loro risposta fu disarmante: ʻSì, certo. Sta succedendo ovunque. Tutte le parti [del conflitto] l’hanno fatto’”.

“Uno dei miei zii è stato arrestato in Siria”, ha raccontato Ahmed. “Pochi mesi dopo il rilascio, con le lacrime agli occhi, ci ha detto di essere stato torturato in ogni parte del corpo con un trapano. Era stato abusato sessualmente nei modi più atroci. Dopo la galera è diventato alcolizzato ed è morto per un’insufficienza epatica”. Per Farid, un rifugiato siriano di origine palestinese, la violenza sessuale sembra rispondere ad una strategia. “In prigione gli abusi sono sistematici. Penso abbiano avuto istruzioni per commettere gli stupri. E’ successo a troppi e nello stesso modo”. La commissione internazionale d’inchiesta sulla Siria, ha dichiarato che nei centri di detenzione a Damasco, Homs e Aleppo uomini e ragazzi hanno subito torture di carattere sessuale. Ma non è solo il regime di Assad ad aver commesso crimini contro l’umanità. Per l’organismo delle Nazioni Unite, istituito nel 2011 per indagare le violazioni dei diritti umani nel Paese mediorientale, anche i miliziani dell’ISIS e degli altri gruppi armati sono responsabili di stupri, altre forme di violenza sessuale, torture e atti inumani.

In Giordania, l’autrice del rapporto ha incontrato un gruppo di psicoterapeuti specializzati nel trattamento dei sopravvissuti alla tortura. Secondo gli analisti, lo scopo delle sevizie sessuali è quello di infliggere un profondo dolore psicologico e distruggere l’autostima della vittima. In luoghi come la Siria – hanno precisato gli psicoanalisti – dove le relazioni tra persone dello stesso sesso sono severamente proibite e i ruoli tradizionali di genere sono radicati, l’uso della tortura di tipo sessuale contro uomini e ragazzi “non stupisce”. I gruppi armati – coincidono le testimonianze raccolte nel rapporto dell’Unhcr – hanno compiuto gli stupri con l’obiettivo di terrorizzare e soggiogare i civili. “Mio cugino di 10 anni fu rapito mentre stava andando a comprare il pane”, ha affermato Adel, un profugo siriano in Libano. “Ad un certo punto arrivarono quelli del Daesh (acronimo arabo per indicare l’ISIS, ndr) e lo portarono via assieme agli altri. Sono stati tutti violentati. Non sappiamo il perché”. Nel governatorato di Deir ez-Zor, fino a poco tempo fa uno dei feudi del sedicente Stato islamico in Siria, il capo della comunità locale venne arrestato e condotto in una casa. Qui, dopo essere stato picchiato, fu sodomizzato con un tubo di gomma davanti a tutti. Pochi giorni dopo il suo rilascio, scappò dalla città non riuscendo a superare la vergogna e lo stigma sociale provocato dallo stupro.

Tra le tante storie contenute nel documento dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati sale alla luce anche un’altra drammatica realtà. Molte dei siriani abusati sessuali in patria hanno dovuto sopportare violenze anche nei Paesi in cui speravano di essere al sicuro. “Per le persone come me è molto dura – ha confessato Aras, una transgender siriana. “Soffro d’asma e quando ho dei forti attacchi mi capita di svenire. Un giorno ho perso conoscenza e hanno cercato di violentarmi, sono sopravvissuta però la prossima volta chissà cosa può succedere”. E le violenze sessuali indiscriminate a donne e uomini, indica il rapporto, sono una delle cause che hanno portato migliaia di siriani alla fuga. “La ragione principale per cui siamo scappati – ha ammesso Lara – non è stata la paura dei bombardamenti o dei proiettili. Il motivo principale è stata la paura di perdere il nostro onore, la paura di essere abusati, tutti noi, le nostre figlie e i nostri uomini”.

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16) Abbandona in auto le due figlie piccole per giocare alle slot: papà denunciato

Un uomo è stato denunciato per aver abbandonato in auto le sue due figlie piccole per andare a giocare alle slot machine. L’episodio nel Bresciano. Le due bimbe, una di 3 anni e l’altra di pochi mesi, sono state ricoverate in ospedale a Chiari per accertamenti e poi tolte alla famiglia: la madre delle bambine sarebbe una prostituta.

BRESCIA 24 Novembre 2017 – 15:56 di Francesco Loiacono

Ha abbandonato da sole in auto le sue due figlie piccole per andare a giocare alle slot machine. Protagonista dell’episodio un papà residente nel Bresciano. A notare le due bimbe – una di tre anni e l’altra di pochi mesi – all’interno della vettura è stato un passante, che ha subito avvisato le forze dell’ordine. Quando le ha viste, le due bimbe stavano piangendo in auto: la più grande stava cercando di consolare la sorellina.

L’uomo che si è reso protagonista dell’abbandono delle figlie è un cittadino di nazionalità romena. La moglie, secondo le prime informazioni, sarebbe una prostituta. La situazione famigliare decisamente problematica ha spinto la procura dei minori ad aprire immediatamente la procedura per rendere adottabili le bimbe, che dopo essere state tolte al padre sono state ricoverate all’ospedale di Chiari, nel Bresciano, per accertamenti. Il papà delle bimbe è stato inoltre denunciato.

Francesco Loiacono

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17) Corea del Nord, Usa: “La guerra è più vicina”. E Trump insulta Kim: “Un cagnolino malato”

L’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley è intervenuta durante il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite convocato dopo l’ultimo missile lanciato da Pyongyang: “Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano e se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”.

USA 30 NOVEMBRE 2017 07:29 di Susanna Picone

Nuovo test missilistico della Corea del Nord, minaccia globale

Un clima di tensione ha accompagnato la seduta del Consiglio di sicurezza dell’Onu, convocata d’urgenza dopo il test balistico condotto dalla Corea del Nord e l’annuncio di Pyongyang che si è proclamata “potenza nucleare”. L’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley ha pronunciato parole pesanti e significative. “Ora la guerra è più vicina”, ha detto durante il consiglio di sicurezza sulla Corea del Nord. L’ultimo esperimento missilistico di Pyongyang, che ha dimostrato di avere un supermissile in grado di colpire gli Stati Uniti, “è un’azione che avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana”, ha tuonato Haley. “Anche se è un conflitto che gli Usa non cercano – ha detto ancora l’ambasciatrice – e se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”. Da qui l’ennesimo appello alla comunità internazionale per tagliare i rapporti con Pyongyang e così isolare ulteriormente il regime nordcoreano di Kim Jong-un.

Ancora insulti di Trump a Kim – Pochi minuti prima, durante un comizio in Missouri, il presidente americano Donald Trump era tornato ad attaccare sul piano personale il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, deridendolo e descrivendolo come un “cagnolino malato”. “The little rocket man”, il piccolo uomo-missile, ha ripetuto il Presidente Usa davanti ai suoi sostenitori. Parole che ancora una volta rischiano di alimentare una guerra di offese e di insulti che va avanti da tempo e sicuramente non favorisce la realizzazione di quel canale diplomatico che con fatica Rex Tillerson e i vertici del Dipartimento di stato stanno tentando di aprire. Intanto, mentre al Tesoro americano si studiano nuove sanzioni finanziarie e al Pentagono si valuta l’ipotesi di un blocco navale, le Nazioni Unite hanno rinviato la decisione di nuove misure punitive verso la Corea del Nord.

Susanna Picone

(Continua su: https://www.fanpage.it/corea-del-nord-usa-la-guerra-e-piu-vicina-e-trump-insulta-kim-un-cagnolino-malato/http://www.fanpage.it/).

18) Yemen: l’Onu invoca immediata tregua umanitaria

‘Insostenibile la situazione dei civili, impossibile aiutarli’

GINEVRA, 4 DIC – Estremamente preoccupato per il livello di violenza a Sanaa, capitale yemenita, il coordinatore umanitario dell’Onu per lo Yemen ha chiesto oggi un’immediata pausa umanitaria dei combattimenti nella città. “Invito tutte le parti coinvolte nel conflitto a consentire con urgenza una pausa umanitaria martedì 5 dicembre tra le 10.00 e le 16.00 per permettere ai civili di lasciare le loro case e cercare assistenza e protezione e per facilitare gli spostamenti degli operatori umanitari”, ha affermato il coordinatore umanitario per lo Yemen, Jamie McGoldrick, in una dichiarazione resa nota a Ginevra. Le strade della città sono diventate campi di battaglia e le persone sono intrappolate nelle loro case, incapaci di muoversi per cercare salvezza, assistenza medica, cibo, carburante e acqua potabile, afferma McGoldrick. Anche le ambulanze e le squadre mediche e gli operatori non possono operare a causa degli scontri, ha aggiunto.

04 Dicembre 2017

(Continua su http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/italia/957545/yemen-l-onu-invoca-immediata-tregua-umanitaria.html).

19) Onu boccia legge contro tortura in Italia: non conforme, cambiatela

6 DICEMBRE 201714:40

La legge approvata dall’Italia per istituire il reato di tortura non è conforme alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite e deve essere modificata. Lo afferma l’apposito Comitato Onu che ha presentato a Ginevra le proprie conclusioni. Tra i rilievi mossi all’Italia, che ha presentato la propria relazione a novembre, anche alcuni aspetti della politica migratoria, tra cui l’accordo con la Libia ed il regime carcerario duro del 41bis.

(Fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/onu-boccia-legge-contro-tortura-in-italia-non-conforme-cambiatela_3110714-201702a.shtml).

20) La Svizzera restituisce ai nigeriani i soldi dell’ex dittatore. “Ma devono andare ai poveri”

Venerdì, 8 Dicembre 2017 La Repubblica

Confederazione, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari

 

di FRANCO ZANTONELLI

 

Il motto spesso travisato di fornire gli aiuti alle popolazioni in maggiore difficoltà direttamente nelle loro società e sui loro territori si può mettere in pratica anche restituendo loro i capitali di cui si sono impossessati dittatori senza scrupoli. A condizione che quei soldi servano, davvero, a migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono state spogliate per anni.

 

È con questo spirito che Svizzera, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari. Parte dei 321 milioni che rientreranno in Nigeria, grazie ad un accordo che la Confederazione elvetica e le autorità dello Stato africano sottoscrissero nel marzo dello scorso anno, oltre che al saccheggio dell’istituto di emissione, va fatta risalire a una gigantesca mazzetta che sarebbe stata versata all’entourage di Abacha, per la costruzione di un complesso siderurgico, da parte del gruppo tedesco Ferrostal.

 

“La restituzione dei fondi- dichiarò lo scorso anno il ministro degli Esteri elvetico, Didier Burkhalter -avverrà con la supervisione della Banca Mondiale, per fare in modo che essi vengano impiegati a sostegno di programmi sociali, destinati alla popolazione nigeriana”. È dal 2015 che l’attuale presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, si è impegnato a recuperare quelle che ha definito “incredibili somme di denaro”, sottratte al suo paese nell’arco di decenni.

 

In effetti, dal 2005 ad oggi, solo la Svizzera ha già fatto rientrare, nelle casse nigeriane, circa un miliardo di dollari, frutto della corruzione. Per restituire i 321 milioni di cui stiamo parlando, occultati come ultimo rifugio in Lussemburgo, dopo essere transitati dalla Germania, Berna ha impiegato 15 anni.

 

(Continua su: http://www.repubblica.it/economia/2017/12/08/news/la_svizzera_restituisce_ai_nigeriani_i_soldi_dell_ex_dittatore_ma_devono_andare_ai_poveri_-183141958/?rss).

 

È finita l’era dell’umanità! I notiziari parlano di assassini di massa quotidiani, si continua far morire adulti e bambini senza alcuna distinzione, la gente che si fa esplodere non fa nessuna selezione di chi massacra ed è osceno e deprimente leggere di questi eccidi che spesso non hanno altro scopo se non quello di creare paura e sterminare il maggior numero di avversari possibile. È come un tamburo che ogni giorno scandisce queste uccisioni: 300, 200, 50… I numeri non hanno più alcun senso; si spara nelle chiese e nelle moschee e in ogni luogo di culto dove la gente si riunisce a pregare il proprio Dio, pregare e basta. Uomini, donne e bambini fatti fuori a mazzi. Egitto, Yemen e via via anche altri luoghi che non conosciamo e che lo stato locale non ci fa conoscere. E non si riesce a fermare questo triste gioco perverso che ha un solo nome: odio, odio per tutto ciò che non si condivide e che è esaltato da tanti indottrinamento di capi che se ne stanno quatti quatti al sicuro e mandano avanti la massa a soddisfare il proprio paranoico pensiero.

 

A questi si aggiungono gli annegamenti che sono quasi giornalieri, i corpi degli annegati sono cibo per gli squali ed altri pesci: anche qui carneficina di chi voleva vivere e che aveva sopportato incredibili torture ed avversità, criminali che per denaro fanno morire in mare costruendo barconi che non sono adatti allo scopo perché non reggono il mare,sebbene facciano guadagnare chi schifosamente mette a rischio centinaia di vite col traffico degli umani. A questo vogliamo aggiungere la depravata mansione di certe polizie che, con la tolleranza dei propri superiori o dello stato stesso, danno mano libera ad ogni tipo di tortura su chi accolgono o imprigionano durante il passaggio per il Paese. Corrotti e delinquenti che hanno buon gioco su vittime non armate, su bambini innocenti torturati anche loro in questo sistema diabolico mirato a distruggere l’umanità.

 

Invochiamo quel Dio, che ci ha insegnato ad amarci e Cui hanno crocefisso il Figlio.

 

Ancora tante persone sacrificano la propria vita per assistere questi infelici crudelmente trattati. Grazie a quei volontari che in ogni campo danno il proprio contributo anche sacrificando la propria vita. Grazie ancora!

La pulizia etnica esercitata nei confronti dei popoli più emarginati che è sempre più diffusa da molti governi/The Increasingly Widespread Tendency of Governments to Implement Programmes Aimed at Ethnic Cleansing at the Expense of the Most Marginalised Peoples

Compaiono raramente storie di migranti e loro racconti che facciano ancora rabbrividire i lettori, perché si verificano sulla pelle degli altri: questi derelitti, per sopravvivere, si allineano ad altri migranti che tentano di raggiungere nazioni meno crudeli, anche se incontrano altre difficoltà di sopravvivenza dovute alle intolleranze diffuse da parte degli abitanti delle località in cui si inseriscono. Qualche governo non si accorge che i nuovi arrivati devono essere istruiti su cosa incontrano e come deve essere il loro comportamento per non suscitare i soliti vespai che irritano tutti: ormai tutti i governi ricacciano il più possibile chi cerca aiuto e le fosse comuni che man mano vengono alla luce (scoperte sempre per caso) sono un chiaro indizio di intolleranza, di tentativi sempre più aggressivi verso coloro che stanno fuggendo e che cercano un riparo.

La pietà esiste per certi gruppi assistiti da associazioni di volontariato che fanno entrare legalmente alcune decine di fortunati migranti; la gran parte però è sempre in mano a governi il cui cambio/passaggio per il paese di profughi e soldi è sempre in favore dei soldi che incassano: le storie delle vittime e soprattutto dei bambini sembrano inverosimili, ma sono vere e avallate dalle cicatrici sul corpo delle vittime e dai resoconti di alcuni giornalisti che spesso ci rimettono la vita per essersi mischiarsi con queste vittime e aver subito le stesse angherie lungo il tragitto verso la scelta della spiaggia dove si credeva di trovare un’accoglienza degna degli esseri umani.

E la definizioni di “viaggi strazianti” dice molto sul trattamento che questi subiscono. Ma il viaggio dei migranti incontra poi “muri di cemento e filo spinato” costruiti proprio per loro, per fermare, bloccare il loro transito; tutto questo indica le scelte che i vari governi hanno fatto, escluse le scelte che faranno in un futuro prossimo. Ci si ricordi che mentre ci sono popoli che sono schiacciati e diminuiscono, i governi che li schiacciano fanno finta di aiutare questi inermi e sorridono. Ci sono governanti che cambiano atteggiamento e, mentre prima erano o si atteggiavano a vittime, ora sono gli oppressori o i cosiddetti menefreghisti che fingono di non avere né occhi, né orecchie, né di sapere cosa succede.

1) “Ai libici non piacciono i neri, ci hanno massacrato”, i racconti choc degli abusi sui migranti

Secondo il rapporto “Viaggi Strazianti” – diffuso da Unicef e Oim – il 77% dei minori che tentano di raggiungere l’Europa attraverso la rotta del Mediterraneo sono vittime di abusi dei diritti umani spaventosi. Ad essere presi maggiormente di mira sono i bambini e i giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana. E la rotta verso l’Italia si conferma come la più mortifera: nel 2017 sono morte 2.563 persone. 

ESTERI 12 SETTEMBRE 2017 17:37 di Mirko Bellis (http://www.fanpage.it)

Dentro il centro di detenzione in Libia dove mamme e neonati dormono su materassi per terra “Se cerchi di fuggire, ti sparano. Se smetti di lavorare, ti picchiano. Eravamo come gli schiavi, alla fine della giornata, ci chiudevano a chiave”, con queste parole Aimamo, un rifugiato di 16 anni del Gambia, ha descritto la sua esperienza una volta arrivato in Libia. Il drammatico racconto di questo ragazzo non accompagnato, costretto per mesi ad un estenuante lavoro manuale per mano dei responsabili della tratta di esseri umani, è contenuto nell’ultimo rapporto diffuso da Unicef e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). “Viaggi strazianti”, l’eloquente titolo del lavoro di indagine che raccoglie le testimonianze di 22mila migranti, di cui 11mila tra bambini e ragazzi. In esso emerge che fino a tre quarti (il 77%) dei minori che sono transitati sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale hanno vissuto esperienze dirette di abusi, sfruttamento e sono stati oggetto di traffico. Come Lovette, 16 anni, che ha lasciato la Nigeria per attraversare tutta la Libia. Senza documenti, la ragazza ha affermato di essere stata arrestata insieme agli altri migranti del suo gruppo. Rinchiusa in una cella sovraffollata, alle donne e ragazze veniva dato il cibo sono tre giorni alla settimana: se protestavano, venivano picchiate dalle guardie. Alla prima occasione, Lovette e gli altri hanno sono scappati dal centro e si sono imbarcati per l’Italia.

Minori che viaggiano da soli, senza nessuna protezione, e perciò più vulnerabili di fronte ai trafficanti e le bande criminali. Mentre tutti i migranti e i rifugiati corrono alti rischi – segnala il dossier – i bambini e i giovani sono molto più esposti allo sfruttamento e alla tratta rispetto agli adulti dai 25 anni in su. Un altro migrante della Gambia, Sanna di 17 anni, era disposto a fare qualsiasi lavoro pur di ottenere i soldi per continuare il suo viaggio. “Ma i libici a volte si rifiutavano di pagarci e se ci lamentavamo, venivano con una pistola. Non puoi fare niente, siamo stati trattati come schiavi”, ha ammesso.

Dalle interviste raccolte emerge anche un altro dato: i minori che vengono dall’Africa sub sahariana hanno probabilità molto maggiori di subire abusi rispetto a persone che si spostano da altri Paesi del mondo. La causa di questa disparità di trattamento – continua il rapporto – molto probabilmente risiede nel razzismo degli stessi contrabbandieri di esseri umani e delle milizie libiche. Christelle, una quindicenne della Repubblica Democratica del Congo, ha raccontato che, durante un controllo della polizia, gli agenti le hanno estorto del denaro. “Ai libici non piacciono i neri – ha asserito – al contrario, siamo quelli più maltrattati”. La maggior parte dei migranti e dei rifugiati che hanno attraversato la Libia continuano ad essere fortemente colpiti da illegalità, milizie e criminalità. Alieu ha 17 anni e adesso è in Italia come richiedente asilo. La sua esperienza non è stata molto diversa degli altri. Ricorda ancora il clima di violenza in Libia. “Ognuno ha una pistola – ha riferito agli operatori dell’Oim – anche i bambini, è proprio quello che mi ha impressionato di più”. Gli fa eco il suo amico Abdullah, come lui del Gambia: “Sono stato a Tripoli per tre settimane e sparavano dappertutto. E’ questa la vita in Libia”. Circa 2 su 3 degli adolescenti hanno dichiarato di essere stati trattenuti contro la loro volontà nel Paese nordafricano. “Abbiamo rischiato le nostre vite per venire qui”, ha affermato Mohammad, un diciassettenne che ha viaggiato attraverso la Libia per cercare asilo in Italia. “Abbiamo attraversato il mare. Sapevamo che non era sicuro però abbiamo rischiato. O lo facevamo, o morivamo”.

“La dura realtà è che ormai pratica consueta che i bambini migranti lungo il Mediterraneo siano vittime di abusi, traffico, percosse e discriminazioni”, ha dichiarato Afshan Khan, direttore regionale e coordinatore speciale dell’Unicef per la crisi rifugiati e migranti in Europa. Dietro alla fuga dei minori dalla loro terra d’origine ci sono conflitti, guerre o violenze. Meno della metà dei giovani l’ha fatto per motivazioni economiche. Giovanissimi che, pur di accarezzare il sogno di una vita migliore in Europa, sono disposti a pagare tra i mille e i cinquemila euro. Soldi che in molti casi dovranno restituire una volta arrivati a destinazione, con il rischio di ulteriori sfruttamenti. “I fattori che li spingono a migrare sono gravi e queste persone intraprendono viaggi pericolosi pur sapendo che potrebbero costare loro la dignità, il benessere o anche la vita”, ha sottolineato Eugenio Ambrosi, Direttore Regionale dell’Oim per l’Unione Europea, la Norvegia e la Svizzera.

Il rapporto chiede a tutte le parti interessate – Paesi di origine, di transito e destinazione, l’Unione Africana, l’Unione Europea, le organizzazioni internazionali e nazionali con il supporto della comunità dei donatori – di dare priorità ad una serie di azioni. Queste comprendono: stabilire passaggi regolari e sicuri per i bambini migranti; rafforzare i servizi di protezione dei minori trovando alternative alla loro detenzione; lottare contro la tratta e lo sfruttamento ed infine combattere la xenofobia, il razzismo e le discriminazioni contro tutti i migranti e i rifugiati. “I leader dell’Unione Europea dovrebbero attuare delle soluzioni durature che comprendano percorsi migratori sicuri e legali, stabilire corridoi di protezione e trovare alternative alla detenzione di bambini migranti”, ha ribadito Khan. “Dobbiamo ravvivare un approccio alle migrazioni basato sui diritti – ha concluso Ambrosi – migliorare i meccanismi per identificare e proteggere i più vulnerabili nel processo migratorio, a prescindere dal loro status legale”.

La rotta centrale del Mediterraneo si conferma la più mortifera. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, nel 2017 sono affogate lungo questo tratto di mare 2364 persone.

(Continua su: https://www.fanpage.it/ai-libici-non-piacciono-i-neri-ci-hanno-massacrato-i-racconti-choc-degli-abusi-sui-migranti/http://www.fanpage.it/).

2) “Abbiamo mangiato cortecce di albero per sopravvivere”, la disperazione degli orfani Rohingya 

Più di mille bambini Rohingya, nella loro fuga da persecuzioni e violenze, hanno perso i genitori. Stanchi, affamati e traumatizzati trovano rifugio nei campi profughi allestiti nel vicino Bangladesh. Minori non accompagnati – avverte Unicef – particolarmente a rischio di abusi sessuali, traffico di esseri umani e traumi psicologici. Non si ferma l’esodo della popolazione musulmana: dal 25 agosto sono oltre 370mila i Rohingya fuggiti dalla Birmania. 

ESTERI ASIA 13 SETTEMBRE 2017 18:19 di Mirko Bellis 

Attraverso la giungla o guadando i fiumi, sono sempre di più i bambini di etnia Rohingya che cercano rifugio in Bangladesh. Arrivano da soli perché, nella loro fuga da violenze, incendi e persecuzioni, hanno perso i genitori. Secondo l’Unicef, sono oltre mille i minori che, scappati da Myanmar (l’ex Birmania), sono arrivati nel Paese vicino senza le proprie famiglie. “Bambini che non hanno dormito per giorni e che sono stanchi e affamati. Dopo viaggi lunghi e difficili, molti sono malati e hanno bisogno di cure mediche. Bambini traumatizzati, che hanno bisogno di protezione e supporto psicosociale”, è l’allarme lanciato dall’agenzia umanitaria dell’Onu.

“Sono arrivato fin qui (in Bangladesh, ndr) – ha raccontato un bimbo di 10 anni – dopo un viaggio di tre giorni. Ho attraversato il fiume assieme ad alcuni adulti. Ho mangiato cortecce degli alberi e un po’ d’acqua per sopravvivere”. Minori non accompagnati – avverte Unicef – particolarmente a rischio di abusi sessuali, traffico di esseri umani e traumi psicologici. “I bambini sono quelli colpiti più duramente e hanno bisogno di supporto per sopravvivere e per superare i traumi mentali e fisici provocati dalle inondazioni e dagli spostamenti forzati di popolazione”, ha dichiarato Jean Lieby, responsabile per i programmi di protezione dell’infanzia dell’Unicef in Bangladesh.

Una crisi umanitaria che sta peggiorando giorno dopo giorno. Secondo le Nazioni unite, dal 25 agosto a oggi oltre 370.000 abitanti di etnia Rohingya hanno superato la frontiera del Myanmar, scappando dalle persecuzioni. Un esodo iniziato dopo la dura reazione del governo birmano – presieduto dalla Nobel per la pace Aung San Suu Kyi – in risposta ad un attacco dell’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army), avvenuto il 24 agosto. Nell’assalto alle postazioni di polizia e guardie di confine, morirono 12 agenti di polizia e guardie di confine e 77 guerriglieri.

“La portata e la velocità di questo flusso è senza precedenti”, ha sottolineato l’Unicef. L’80% di tutti i rifugiati sono bambini, adolescenti e donne, molte di loro in gravidanza. Secondo l’agenzia per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, almeno 200.000 bambini Rohingya hanno bisogno di aiuti urgenti, come acqua potabile e servizi igienici di base per prevenire l’insorgere di malattie legate all’acqua. Di fronte all’escalation di violenze nei confronti dei Rohingya, l’Onu ha chiesto al governo di Myanmar di porre fine alle “crudeli operazioni militari”, definendole un “chiaro esempio di pulizia etnica”.

La maggior parte dei profughi ha trovato riparo nel distretto di Cox’s Bazar, nell’estremo sud-est del Paese, a poche decine di chilometri dal confine con il Myanmar. Per arrivarci, però, le decine di migliaia di Rohingya devono attraversare il fiume Naf, che delimita il confine birmano-bengalese. E non tutti ce la fanno. La polizia del Bangladesh – riferisce il portale di notizie BdNews24 – ha recuperato i cadaveri di tre donne e quattro bambini, annegati a seguito del naufragio della loro imbarcazione, portando a oltre 100 i morti affogati nell’attraversare il corso d’acqua che separa i due Paesi. E una volta superate mille difficoltà, nell’area di Cox’s Bazar, migliaia di famiglie con bambini sono costrette a dormire all’aperto in mancanza di riparo. “Tra chi è arrivato negli ultimi giorni, spesso dopo una lunga fuga a piedi e dopo aver abbandonato la propria casa tra violenze e uccisioni, il livello di disperazione è altissimo. Sono già molti i bambini che si sono ammalati per mancanza di cibo o acqua potabile”, ha dichiarato George Graham, esperto di emergenze umanitarie di Save the Children.

Intanto, la primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, in visita ad un campo profughi a Cox’s Bazar, ha rivolto un appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinché facciano pressione sul governo di Myanmar per porre fine alle violenze contro la popolazione Rohingya e perché venga consentito il ritorno dei rifugiati.

(Continua su: http://www.fanpage.it/ho-mangiato-cortecce-di-albero-per-sopravvivere-la-disperazione-degli-orfani-rohingya/http://www.fanpage.it/).

Fonti:

– Premier bengalese: “Sì agli aiuti ai rifugiati rohingya” (In Terris) https://www.intopic.it/notizia/12150727/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

– Emergenza Rohingya: un milione di rifugiati in Bangladesh e le colpe dell’Onu (East)https://www.intopic.it/notizia/12162326/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

Questa seconda relazione riguarda la stessa tematica della prima (i migranti in Birmania) ma potrebbe riguardare parimente altre nazioni del Sud e Nord America, dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, che non navigano certo in acque migliori.

Bambini affamati costretti a dormire all’aperto, bambini che hanno già malattie e ne prendono delle altre, senza poter ricevere cure, bambini che assistono ad una vera e propria strage dei loro famigliari ad opera di soldati o paramilitari che se ne fregano altamente dei risvolti fisico-psichici per queste creature così vulnerabili, che sviluppano paura e/o indifferenza paranoica. Famiglie che tentano di superare fiumi e paludi per raggiungere terre più sicure, mentre i loro tentativi finiscono molto male, come nel caso di annegamenti, dell’attraversamento di lande impervie e del maltempo che falcia bambini ed adulti.

C’è da dire che sono molti i giovani aiutano come meglio possono questi disperati, ma spesso la mancanza di mezzi o altre difficoltà riducono le loro forze ed i loro interventi, senza l’aiuto dello stato da cui provengono e che conosce la sorte che potrebbe toccare ai giovani stessi. Inoltre, come in Birmania, i Rohinga vengono uccisi a bruciapelo senza nessun controllo da parte di chi li comanda o, come accadeva tempo fa, sono riforniti sui loro barconi quando arrivavano ad un sospirato porto che non li accetta veramente e che più o meno garbatamente li respinge molto ambiguamente: non possono attraccare e scendere a terra, quei derelitti, ma vengono respinti di nuovo in mare, via dalla coste. E aumentano le fosse comuni o i cadaveri in mare, che diventano così cibo per pesci.

Per le visite apostoliche di Papa Francesco della chiesa cattolica a dicembre in Birmania e Bangladesh non si può far altro che augurargli ogni bene e lodare l’impegno di colui che cerca di ridurre i muri, gli atteggiamenti odiosi di tutela dei confini e la pulizia etnica che non è altro che un grande eccidio contro i disperati che non possono far altro che tentare di difendersi alla men peggio, tutelando minori destinati a soccombere. 

Come esemplificato dal caso di Mohammed, il bimbo che aveva subito la stessa sorte del piccolo  Aylan citato in un articolo di questo blog nel gennaio di quest’anno (fonte http://www.fanpage.it/mohammed-come-aylan-la-foto-che-spezza-il-cuore-e-il-dramma-dei-rohingya-in-birmania/ – http://www.fanpage.it/), in Myanmar (o Birmania che dir si voglia) è in atto una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza Rohingya. Il governo (inclusa l’ex premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi) sono accusati di non agire, e il padre di questo bimbo morto mentre cercava di fuggire dal Paese con la propria famiglia spera che qualcuno si muova a loro favore.

3) Rohingya, lettera all’Onu di Nobel e attivisti per fermare gli orrori 

Il documento, indirizzato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, invita a un intervento decisivo per arginare la crisi e chiede un’azione di convincimento nei confronti del governo birmano di Aung San Suu Kyi, affinché alla minoranza venga riconosciuta la cittadinanza. Oltre 370mila gli sfollati della comunità musulmana in Bangladesh, in fuga dalle violenze in Myanmar

Un appello corale al coraggio, prima che si arrivi a un punto di non ritorno: l’allarme per la sorte dei rohingya mobilita 12 Nobel e altri 15 tra attivisti, filantropi e politici di tutto il mondo, che scrivono al Consiglio di sicurezza dell’Onu chiedendo un’azione tempestiva, in un momento cruciale per fermare la spirale di violenza che colpisce la minoranza musulmana in Myanmar.

Una fiumana di gente, in fuga da maltrattamenti, incendi e brutali uccisioni. In decine di migliaia ammassati al confine con il Bangladesh, già raggiunto da oltre 370mila persone in appena venti giorni di orrori nello Stato di Rakhine, nel nord della Birmania. A rischio, soprattutto i minori non accompagnati esposti al pericolo di abusi e sfruttamento, mentre cresce il numero di famiglie senza un riparo e a corto di cibo e acqua. Dai tempi del dominio coloniale britannico, Rakhine è casa per il gruppo etnico dei rohingya, oggi una minoranza di 800mila persone, che i birmani però non considerano connazionali.

La lettera arriva a poche ore da una notizia che fa molto discutere la comunità internazionale: la leader birmana e premio Nobel Aung San Suu Kyi non parteciperà all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fissata per la prossima settimana a New York. Appuntamento decisivo, in quanto il segretario generale Onu Antonio Guterres ha inserito in agenda proprio l’emergenza Rohingya, che peggiora significativamente di ora in ora.

“Secondo diverse organizzazioni, la recente offensiva militare dell’esercito di Myanmar nello Stato di Rakhine ha portato all’uccisione di centinaia di Rohingya. Centinaia di migliaia di persone sono sfollate. I villaggi sono stati completamente bruciati, le donne stuprate, molti civili arrestati arbitrariamente, e bambini uccisi” si legge nel documento indirizzato al presidente e ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu: “In un momento cruciale, alle organizzazioni è stato quasi completamente negato l’accesso, creando così una crisi umanitaria in un’area già estremamente povera”.

Tra i firmatari, i premi Nobel per la pace Muhammad Yunus, Malala Yousafzai e Shirin Ebadi, prima donna musulmana e cittadina iraniana a ottenere il riconoscimento. Ma anche l’ex ministra degli Esteri italiana Emma Bonino e Kerry Kennedy, figlia di Robert Kennedy e attivista per i diritti umani, Richard Branson, imprenditore e filatropo britannico, fondatore del Virgin Group, e l’ex leader irlandese Mary Robinson. Alla lettera è allegata anche una lista di passi preparatori per fronteggiare l’emergenza.

“Sollecitiamo il convincimento del governo di Myanmar affinché prenda una posizione immediata per implementare le raccomandazioni della Rakhine Advisory Commission istituita nel 2016 su pressione della comunità internazionale. La commissione, in gran parte composta da cittadini birmani e presieduta da Kofi Annan, ha raccomandato di dare la cittadinanza ai rohingya, per permettere loro libertà di movimento, diritti e uguaglianza di fronte alla legge, per assicurare una rappresentanza della comunità (la cui mancanza affligge i musulmani in maniera sproporzionata) e facilitare l’assistenza dell’Onu nel garantire un ritorno in sicurezza delle persone. La paura è diventata realtà attraverso l’attacco alle forze di sicurezza di Myanmar dei militanti. Senza uno sforzo costruttivo per una pace duratura, la situazione è destinata a peggiorare e rischia di porre serie minacce per la sicurezza delle altre nazioni”.

Segue il testo integrale della lettera dei Nobel e delle altre personalità consultabile al link: http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/13/news/rohingya_la_lettera_all_onu_di_nobel_e_attivisti_per_fermare_gli_orrori-175407694/).

4) La Corea del Nord lancia un nuovo missile verso il Giappone 

Pubblicato il 15 settembre 2017 alle ore 10:40

Abe: non tollereremo queste provocazioni scandalose

Tokyo (askanews) – Un nuovo missile nordcoreano è stato lanciato verso il Giappone: ha sorvolato il Paese ed è caduto nell’oceano al largo dell’isola di Hokkaido.

Il secondo lancio che minaccia direttamente Tokyo in meno di tre settimane è la risposta di Kim Jon Un all’inasprimento delle sanzioni Onu.

Il missile balistico a lungo raggio, partito dall’aeroporto di Pyongyang, secondo il ministero della Difesa di Seoul, avrebbe volato per 3.700 km a una massima altitudine di 770 km.

“Non tollereremo mai che la Corea del Nord continui con queste provocazioni scandalose” ha detto il premier Shinzo Abe che per la seconda volta ha visto il suo Paese in piena emergenza, con milioni di giapponesi svegliati dalle sirene e costretti a rifugiarsi in scantinati o a mettersi al riparo in un edificio.

Anche questo missile potenzialmente avrebbe potuto raggiungere la base militare americana di Guam. 

(Fonte: https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WbuEn-SwLgt7AYcG).

Trump, discorso Onu: Se costretti distruggeremo del tutto Corea del Nord

20 set, 08:01 di Laura Naka Antonelli Stampa

“Gli Stati Uniti hanno grande forza e pazienza. Ma se saremo costretti a difendere noi e i nostri alleati, non avremo altra scelta se non quella di distruggere totalmente la Corea del Nord”. E’ quanto ha detto il presidente americano Donald Trump, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu.

Trump ha aggiunto che “la Corea del Nord sta minacciando il mondo intero”.

(Fonte:  https://www.intopic.it/notizia/12064278/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Corea Nord, saremo potenza nucleare

Condanna ulteriori sanzioni Onu, ‘accelerano solo nostro passo’

(ANSA) – PECHINO, 18 SET – La Corea del Nord ha criticato la condanna decisa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul missile balistico intermedio lanciato venerdì, chiarendo che la stretta internazionale ulteriore spingerà il Paese verso il “compimento di status di potenza nucleare”. I movimenti in aumento “di Usa e forze vassalle nell’imposizione di sanzioni e pressione sulla Dprk – afferma il ministero degli Esteri in una nota rilanciata dall’agenzia Kcna – farà crescere solo il nostro passo verso il completamento verso lo status di potenza nucleare”.

(Fonte: https://www.intopic.it/notizia/12056026/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Oltre alla confusione determinata dagli arrivi, si aggiunge la paura abbastanza documentata di una guerra forse nucleare con le atomiche più avanzate, in mano a paranoici che vogliono sottomettere tutti e questo a suon di proiettili sparati anche in famiglia e sui propri cittadini che sorridono tutti per non essere tacciati di ostruzionismo.

Dobbiamo forse aspettare che qualche drone ci faccia cadere in testa qualche bomba particolare o siamo tutti pronti a difenderci, anche in Italia e con che cosa? Se guardiamo alla vicina Svizzera, osserviamo che i rifugi antiatomici in essere tempo fa sono stati abbandonati e destinati ad altri usi. Se ne deduce che anche in quel Paese non c’è più la sicurezza di sopravvivere a qualche disastro o scontro tra potenze, sebbene queste abbiano in serbo contingenti atomici non indifferenti e il perfezionamento di tali armi non sia certo regredito.

Il silenzio o le parole che si leggono da parte dei vari capi di quelle nazioni che sono abbastanza vicini ad usare tali mezzi che segnale è? Chi ci capisce è bravo! Solo i cosiddetti “capi” sanno cosa potrebbe succedere; il popolo comune potrà solo scegliere rimedi che forse non servono più e che vengono elargiti con molto ritardo ed ad esplosioni ed inquinamento avvenuti. Conteremo allora i morti col pallottoliere e staremo ad aspettare gli effetti di quelle bombe con cui ci minacciano come se fossimo lì ad aspettare solo quelle. 

5) Messico, terremoto di magnitudo 7.1: decine di crolli, centinaia le vittime

La violenta scossa ha avuto epicentro nel centrosud del Paese ed è stata avvertita anche nella Capitale. Migliaia di persone in strada: molti crolli, decine di vittime e persone intrappolate.

AMERICHE 19 SETTEMBRE 2017 –  20:37 di Antonio Palma

Un fortissimo terremoto di magnitudo 7.1 della scala Richter è stato registrato in Messico nella serata di martedì ora italiana, il primo pomeriggio ora locale. La fortissima scossa ha avuto epicentro nel centro sud del Paese, nello stato di Puebla, ed è stata distintamente avvertita dalla popolazione locale anche nella capitale del Paese nordamericano, Città del Messico, dove migliaia di persone si sono riversate in strada. LA scossa ha causato decine di crolli e oltre cento vittime. La violenta scossa è stata registrata ad appena una settimana di distanza dal violento terremoto di 8,2 gradi Richter nel quale hanno perso la vita 100 persone.

A differenza del precedente sisma localizzato nelle acque dell’oceano davanti alle coste messicane, l’epicentro questa volta è nell’entroterra, a pochi chilometri dalla città di Chiautla de Tapia, nello stato di Puebla, per questo si temono ancora più vittime e danni. Molti utenti su twitter hanno segnalato crolli di interi edifici e incendi in molte città del Paese dove si è assistito a scene di panico. Da quello che si vede nelle immagini diffuse online, ci sono interi palazzi collassati. L’aeroporto internazionale di Città del Messico, distante 123 chilometri dall’epicentro, intanto è stato bloccato.

Il servizio sismologico messicano ha confermato una magnitudo di 7.1 per il terremoto inizialmente stimato con magnitudo 6.8, spiegando che l’epicentro è stato registrato a 12 km a sud est della città di  Axochiapan. Secondo i dati fornirti dall’istituto italiano di geofisica e vulcanologia, il sisma sarebbe stato registrato dai sismografi alle 13:14 ora locale, le 20:14 ora italiana. L’epicentro dunque è nell’entroterra ed è quindi scongiurato il rischio tsunami che invece era stato lanciato per il precedente sisma. “Non c’eè rischio di tsunami per il forte terremoto che ha colpito il Messico centrale, perché il sisma è avvenuto nell’entroterra lontano dalla costa, almeno a 200 km”, ha confermato infatti il sismologo Alessandro Amato dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, aggiungendo: “Si sta valutando la profondità’ del sisma, che l’Ingv stima preliminarmente intorno ai 60-70 km”.

Messico, oltre cento morti per il terremoto 

Il governatore dello Stato di Puebla ha comunicato che il numero di morti accertati nel suo territorio è salito a 26, mentre le autorità della Capitale hanno confermato che sono trenta i morti a Città del Messico. Si conseguenza il numero totale di morti causati dal terremoto in Messico ora supera le cento vittime: 54 nello stato di Morelos, nove nello stato del Messico, trenta a Città del Messico e 26 nello stato di Puebla. Secondo fonti non ufficiali, però, i morti sarebbero già molti di più visto che son molte le persone rimaste intrappolate tra le macerie.

I morti a Morelos sono saliti a 54, oltre 70 le vittime totali

Il numero dei morti accertati nello stato di  Morelos è salito a 54, lo hanno comunicato le autorità locali dopo aver fatto un nuovo bilancio delle vittime. Ora quindi sono oltre settanta le vittime complessive del terremoto in Messico. Un numero purtroppo destinato a salire ancora , come hanno annunciato i responsabili della protezione vivile messicana visto che sono ancora numerose le persone che mancano all’appello e tanti gli edifici crollati per il sisma. I soccorritori sono al lavoro insieme a decine di comuni cittadini pronti a dare una mano per cercare di recuperare quante più persone ancora in vita.

Il sostegno di Trump e Trudeau ai messicani 

Tra i primi leader mondiali ad annunciare il proprio sostegno al popolo messicano colpito dalla tragedia del terremoto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il leader statunitense, noto per le sue posizioni radicali anti immigrati messicani, attraverso Twitter ha espresso vicinanza proprio ai messicani, dichiarando: “Dio benedica il popolo di Città del Messico. Siamo con voi e saremo sempre con voi”. Anche il premier canadese Justin Trudeau ha voluto testimoniare,  attraverso i social, la sua vicinanza alla popolazione colpita. “Arrivano notizie devastanti da Città del Messico. I miei pensieri sono per le persone colpite dal terremoto di oggi. I Canada sarà pronto ad aiutare i nostri amici” ha scritto Trudeau su twitter.

I morti salgono a 60

Sono saliti a oltre 60 le vittime accertate fino a questo momento per il  terremoto in Messico. Le autorità di protezione civile nello Stato di Puebla infatti hanno confermato che nel territorio di loro competenza i morti sono almeno sei tra cui le due donne colpite in strada dai detriti. Al momento dunque la tragica conta dei morti parla di 42 vittime nello stato di Morelos, come confermato dal governatore locale, 9 nello stato del Messico che circonda la Capitale, anche in questo caso su conferma del governatore, mentre 6 morti sono stati recuperati nello stato di Puebla e 4 a Città del Messico, come ha comunicato il sindaco della città.

Crollata un scuola, bimbi intrappolati tra le macerie

Tra gli edifici crollati a causa del terremoto ci sarebbe anche una scuola di Città del Messico con dentro diversi bambini. L’edifico si trova nella zona di Coyoacan, ed è completamente collassato a causa della scossa. Sul posto sono al lavoro decine di soccorritori e gente comune che scavano tra le macerie in cerca dei bimbi bloccati. Almeno uno dei piccoli sarebbe stato tratto in salvo ma non si sa ancora quanti altri siano intrappolati sotto le macerie. Sempre causa della scossa di  terremoto si segnala il crollo anche di una fabbrica dove erano al lavoro diversi operai di cui ora non si hanno più notizie.

L’incubo di un italiano: “Crollano edifici, sembra un film horror”

La testimonianza di un italiano che ha vissuto queste ore terribili in Messico. Nicolas Putzolu è da tre settimane è prigioniero del terremoto in Messico, dopo essere rimasto bloccato dal precedente sisma, non riesce a prenotare un volo per tornare in Europa ed è costretto a vivere a Città del Messico. La scossa èstata “più violenta di quella di dieci giorni fa, ci sono edifici che crollano e serbatoi di gas che esplodono, sembra un film dell’orrore”, ha raccontato.

Oltre 50 morti in tutto il Paese

Sarebbero oltre 50 le vittime del fortissimo terremoto di magnitudo 7.1  che ha colpito il  Messico nella giornata di martedì. Oltre ai 42 morti segnalati dal governatore dello stato di Morelos, altre 5 vittime accertate  sono state segnalate nello stato di Puebla. Questi due sarebbero gli stati più perché nel loro territorio è stato localizzato l’epicentro del sisma. Secondo il governatore locale altre 8 vittime ci sarebbero state nello stato del Messico che circonda la Capitale, mentre secondo fonti informali altre 4 persone avrebbero perso la vita proprio a Città del Messico.

Milioni di persone senza elettricità – Messico, tremenda esplosione dopo la violenta scossa

Pubblicato da WorldNews

Sarebbero milioni le persone senza elettricità in Messico dopo il violento terremoto che ha colpito il Paese. Lo ha reso noto la stessa società elettrica statale del Messico, spiegando che secondo un primo calcolo almeno 3.8 milioni di utenti sono rimasti senza corrente elettrica a causa dei guasti. Problemi ci sono anche per il gas dopo che diverse condutture sono saltate e hanno dato vita in alcuni casi anche a violente esplosioni e incendi.

Almeno 42 morti nello stato di Morelos – Messico, spaventosa scossa di terremoto sgretola in un secondo una casa

Si aggrava di ora in ora il bilancio del terremoto in Messico. Dopo le vittime accertate a Puebla, il governatore dello stato di Morelos, Graco Ramírez, ha riferito di almeno altri 42 morti causati dal terremoto nel suo stato tra cui diversi nel capoluogo Cuernavaca. In totale al momento sarebbero una cinquantina le vittime del terremoto.  Oltre a quelle dello stato di Morelos, si devono aggiungere i morti segnalati nella zona di città del Messico e gli altri nello stato di Pueblo. Come si temeva dunque potrebbe essere pesantissima la conta dei morti del sisma. Il presidente Enrique Peña Nieto ha confermato che 27 edifici sono crollati a Città del Messico, ma non ha voluto dichiarare numeri sulle vittime nella capitale.

(Continua su: https://www.fanpage.it/live/messico-terremoto-di-magnitudo-7-4/ – http://www.fanpage.it/ ).

Due donne morte in strada a Puebla

Tra le vittime accertate quasi tutte erano in strada e non in edifici quando è avvenuto il terremoto e sono state colpite da massi e calcinacci caduti dai palazzi colpiti. Tra di queste due donna sui 30 anni che hanno perso la vita nel crollo di una parte della facciata di un edificio nel centro storico della città di Puebla perché colpite mentre stavano camminando in strada vicino alla cattedrale.

Voragine nel suolo, aeroporto chiuso

L’aeroporto internazionale di Città del Messico, distante 123 chilometri dall’epicentro, intanto è stato bloccato così come altri scali minori della zona. Quello della Capitale, che  è il secondo scalo dell’America Latina per volume di passeggeri,  è stato pesantemente danneggiato in alcuni punti , in particolare l’area del l terminal 2 dove  una voragine ha aperto il suolo in più punti.

Il Safety Check di Facebook è attivo 

Facebook ha da pochi minuti attivato il Safety Check per consentire agli utenti di informare amici e parenti della propria incolumità in seguito al terremoto di magnitudo 7.1 sulla scala Richter che è stato registrato nella mattinata di oggi in Messico.

Almeno cinque morti, molti intrappolati tra le macerie

Ci sarebbero già le prime vittime accertate nel terribile terremoto in Messico. Un primissimo bilancio parla di almeno 5 persone decedute nei crolli nello stato di Puebla ma i media locali  parlando di molte persone intrappolate tra le macerie degli edifici crollati. Tra questi ultimi ci sarebbe anche una scuola. Tra le vittime due donne sui 30 anni che hanno perso la vita nel crollo di una parte della facciata di un edificio nel centro storico della città di Puebla perché colpite mentre stavano camminando in strada vicino alla cattedrale. Anche un uomo e una donna sono morti per il crollo di parti di edifici.

Scuole chiuse, ospedali evacuati: convocato comitato di emergenza

Le autorità messicane hanno deciso di sospendere le lezioni in tutte le scuole delle città coinvolte dal potente sisma che ha colpito il Paese mentre è stata decisa l’evacuazione di decine di pazienti dagli ospedali. I danni più gravi si registrano negli stati centrali di Puebla e Morelos, quelli a cavallo dell’epicentro del sisma ma danni sono segnalati anche a Città del Messico e in altre grandi città del Paese. Il presidente messicano Enrique Pena ha convocato una seduta immediata del Comitato nazionale di emergenza dopo essere rientrato dallo Stato di Oaxaca dove stava visitando le zone colpite dal precedente sisma.

Molti edifici crollati, collassata anche una chiesa

Gravissimi i danni provocati dal sisma di 7,1 gradi della scala Richter in Messico.  Oltre a crolli di tetti, muri e calcinacci sono stati segnalati interi edifici collassati anche nella Capitale come  a Condesa, quartiere centrale di Città del Messico, dove si segnalano persone intrappolate tra le macerie. Ho visto cadere l’edificio, è parecchio alto, c’è molta gente dentro, non capisco perché non arrivino più aiuti”, ha detto alla tv messicana una donna che vive davanti all’edificio. Un tratto dell’autostrada è crollato invecetra la capitale e Acapulco, mentre a sud della capitale è crollata una intera chiesa con all’interno alcune persone.

(Fonte: https://www.fanpage.it/live/messico-terremoto-di-magnitudo-7-4/http://www.fanpage.it/).

Terremoto scuote il Messico, crolli nella capitale

Video pubblicato il 19 settembre 2017 alle ore 21:17AMERICHE 19 SETTEMBRE 2017 di Antonio Palma

Incendi e crolli registrati nel capitale messicana dopo il sisma di magnitudo 7.1

(Fonte: http://youmedia.fanpage.it/video/aa/WcFsteSwKD26S6QU).

Come si potrà notare visitando il link di cui sopra, gli articoli citati sono presentati in ordine cronologico dal basso verso l’alto.

L’elenco dei disastri terrestri, quindi, si arricchisce di altre disgrazie come dei terremoti che ormai sono diventati frequenti e alcuni esperti dichiarano che l’uomo li può provocare. Ma intanto la natura va avanti a fare quello che le sue stesse condizioni fanno.

Ma ormai, al giorno d’oggi, gli articoli riguardanti questo tragico evento, per quanto consultabili online, sono stati rimossi dai notiziari e appartengono al passato, all’archivio. Tuttavia, la gente del posto, che ha subito tragiche conseguenze, ora è là ad industriarsi per assicurarsi la sopravvivenza propria e dei propri cari sopravvissuti, aspettando i soliti volontari seri ed efficienti che portano e danno quello che possono, senza aspettare il sostegno dei propri governi che, dopo aver lanciato fervide offerte di aiuto, hanno lasciato che tutto venisse coperto dalla polvere del tempo. 

7) Naufragio migranti in Libia, oltre 100 dispersi: soccorsi attesi in mare una settimana

Stando a quanto riferisce l’UNHCR Lybia per una settimana i migranti a bordo di un barcone hanno atteso l’arrivo di una nave di soccorritori. Solo in sette sono stati recuperati ancora vivi. 

CRONACA ITALIANA 22 SETTEMBRE 2017  08:09 di Davide Falcioni

Per una settimana è stato immobile nel Mar Mediterraneo, a una distanza di circa 70 chilometri dalla costa di Tripoli, il barcone con a bordo almeno 130 persone recuperato ieri dalla Guardia Costiera libica. Per sette lunghi giorni gli occupanti, dopo aver finito il carburante, hanno atteso l’arrivo di una nave di soccorritori, fin quando il natante non si è capovolto per poi affondare. Solo sette migranti sono stati recuperati – fortunatamente ancora in vita –  ma è assolutamente certo che il bilancio delle vittime è molto pesante: si teme che i morti possano essere almeno 100. A renderlo noto è stato nella tarda serata di ieri un tweet dell’UNHCR Libia.

Quello a largo di Tripoli è stato il primo naufragio reso noto all’opinione pubblica da quando l’Italia ha siglato un accordo con il governo do Tripoli per controllare le partenze dei migranti. Stando alle poche informazioni fornite dai superstiti – tra i quali ci sono due donne e una bambina – e a quelle raccolte dalla Guardia Costiera libica il barcone era salpato venerdì scorso da Sabrata con a bordo non meno di 130 persone: la traversata verso le coste italiane si sarebbe interrotta dopo circa 70 miglia, quando è finito il carburante dell’imbarcazione. Per quai una settimana i pochi superstiti sono riusciti a resistere in mezzo al Mar Mediterraneo, mentre a decine sono morti.

La Guardia costiera di Tripoli ha dichiarato di aver ricevuto la richiesta di soccorso solo ieri. “Nella zona di Sidi Saied, venti chilometri a ovest di Zuara, è stata trovata un’imbarcazione distrutta con accanto sette migranti illegali in vita, uno dei quali è deceduto più tardi in ospedale” ha spiegato l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, portavoce della Marina libica. L’ufficiale ha confermato che il naufragio sarebbe avvenuto dopo che l’imbarcazione era rimasta senza carburante.

(Continua su: continua su: https://www.fanpage.it/naufragio-migranti-in-libia-oltre-100-dispersi-soccorsi-attesi-in-mare-una-settimana/http://www.fanpage.it/).

Sono incomprensibili i discorsi che fanno i politici per meglio inquadrare il fenomeno migranti. Da anni a questa parte si riuniscono in alberghi a cinque stelle per fare discorsi a non finire; poi se ne vanno e i migranti vanno avanti come prima nel tentativo di trovare qualcosa di stabile, anche se cominciano a incontrare resistenza non indifferente all’interno dei locali. Testardamente continuano ad imbarcarsi su gommoni inefficienti e pericolosi, che spesso e volentieri si capovolgono facendo annegare chi non sa nuotare o anche chi sa nuotare, ma resta per troppo tempo in balia di acque non certo confortevoli. L’ennesimo e non ultimo naufragio non sembra spingere a soluzioni immediate. Purtroppo dietro il sacrificio di chi li recupera e li assiste c’è la solita filiera del guadagno di chi in qualche modo si è intrufolato nell’assistenza a questi profughi:  anche se emerge solo qualche caso, in realtà c’è molto di più e non così allo scoperto. È  triste dirlo, ma si è trovato un nuovo modo di guadagnare e chi guadagna si nasconde dietro qualche caso eclatante che emerge dalla cronaca ormai quotidiana.

8) Rohingya: l’Onu chiede un intervento immediato per fermare la pulizia etnica

BANGLADESH – Articolo di Salvatore Falco – Euronews (ultimo aggiornamento: 24/09/2017)

Occorrono 200 milioni di dollari per affrontare la crisi dei profughi, esercito del Myanmar accusato di violenze sulle donne.

Fuggono dai villaggi in fiamme e le donne arrivano in Bangladesh con i traumi e i segni di ripetute violenze sessuali. Secondo l’Onu occorrono 200 milioni di dollari per affrontare la crisi dei profughi Rohingya.

Sono oltre 429.000 le persone fuggite dal Myanmar a fronte della repressione dell’esercito birmano, denunciata dall’Onu come pulizia etnica.

L’alto commissario Onu per i rifugiati descrive una situazione catastrofica.

“Mi ha colpito l’incredibile grandezza dei loro bisogni – dice Filippo Grandi – Hanno bisogno di tutto: hanno bisogno di cibo, hanno bisogno di acqua potabile, hanno bisogno di un riparo, hanno bisogno di un’assistenza sanitaria adeguata. Forse la necessità più urgente è quella di trovare loro una sistemazione adeguata”.

Sono oltre 7 mila le donne che denunciano violenze sessuali e la leader birmana, Aung San Suu Kyi, non va al di là di condanne verbali.

“Le storie che sentiamo dai sopravvissuti sono orribili: abbiamo situazioni in cui le persone sono state violentate da più aggressori”, dice Kate White di Medici senza Frontiere.

A questo si aggiunge che i pescatori Bengalesi si offrono di salvare i profughi solo dietro compenso, mentre l’esercito indiano utilizza granate assordanti e spray al peperoncino per respingerli in Myanmar.

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/12085681/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha ).

Bangladesh, si rovescia una barca di migranti rohingya: si temono oltre 80 morti 

Erano in fuga dalla Birmania, recuperati 14 cadaveri

Una tragedia insopportabile. Potrebbero essere oltre 80 i profughi Rohingya in fuga dalla Birmania morti annegati in mare davanti alla costa del Bangladesh quando il barcone su cui viaggiavano si è rovesciato a pochi metri dalla spiaggia, al largo di Cox’s Bazar. Finora sono stati recuperati 14 cadaveri, tutti di donne e bambini, mentre altre persone sono riuscite a mettersi in salvo. Ma secondo dei sopravissuti, citati da Al Jazeera e da altri media, la barca trasportava “oltre 100 persone”.

In un tweet l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) di Dacca ha segnalato che una unità che aveva a bordo 130 rifugiati Rohingya è affondata mentre cercava di raggiungere il Bangladesh, Il sovrintendente aggiunto di polizia, Afruzul Haque Tutul, ha indicato che i corpi senza vita, per la maggior parte di bambini, sono stati localizzati nel pomeriggio a Paqthuartek, sulla spiaggia di Inani.  La polizia, ha precisato il portale, ha detto che i soccorritori sono comunque riusciti a salvare quattro Rohingya, due donne e due bambini.

Globalist – 29.09. 2017

(Fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2012259/bangladesh-si-rovescia-una-barca-di-migranti-rohingya-si-temono-oltre-80-morti.html).

– Myanmar, 40 mila rohingya in fuga. L’Onu: “Rischio catastrofe umanitaria” 

Esodo disperato verso il Bangladesh, dopo una settimana di scontri nello stato di Rakhine. Il governo respinge le accuse: “Solo azioni contro i ribelli armati”

Sono ormai 60 mila le persone che hanno abbandonato le proprie case per cercare riparo in Bangladesh, dopo una settimana di scontri nello stato di Rakhine, nel nord-ovest del Myanmar. Gli attacchi dei ribelli, condotti dall’Esercito di salvezza dei Rohingya, hanno provocato la violenta risposta dell’esercito birmano, che ha causato la morte di almeno 400 persone, in maggioranza civili musulmani della comunità Rohingya. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha lanciato un appello alla moderazione, temendo una catastrofe umanitaria.

La settimana scorsa un gruppo di ribelli ha attaccato numerose postazioni della polizia e dell’esercito, provocando diverse vittime, anche tra i civili. La rappresaglia delle forze di sicurezza birmane è stata dura e immediata. Secondo Chris Lewa, direttore dell’’Arakan Project’ per il supporto alle popolazioni locali, l’esercito birmano avrebbe circondato il villaggio di Chut Pyin mentre la popolazione stava evacuando, uccidendo almeno 130 Rohingya. In questo momento tutta l’area è interdetta ai giornalisti, e le organizzazioni umanitarie hanno sospeso le proprie attività dopo esser state accusate di supportare i ribelli: nello stato di Rakhine circa 120mila esuli, in maggioranza Rohingya, sono rimasti senza cibo né acqua nei campi di accoglienza.

Il Bangladesh, che ospita oltre 400mila rifugiati Rohingya arrivati in questi anni di persecuzioni, ha chiuso le frontiere e circa 20mila persone sono ora bloccate al confine con il Paese. Il governo del Myanmar, di cui fa parte il premio nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, rifiuta le accuse della

comunità internazionale: l’esercito sta combattendo contro i ribelli armati e non sta commettendo rappresaglie contro i civili. Ma il segretario dell’Onu Guterres ha esortato le autorità del Myanmar “a garantire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”

01.09.2017

(Continua su: http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/01/news/rohingya_guterres_40_mila_sfollati_bangladesh_myanmar-174404798/).

9) L’Onu accusa Aung San Suu Kyi: “Ha commesso crimini disumani verso la minoranza Rohingya” 

La presidente del Myanmar – premio Nobel per la Pace – è accusata di crimini contro l’umanità per il massacro della minoranza islamica Rohingya. 

ASIA 10 MARZO 2017  19:47 di Davide Falcioni

Militari e poliziotti del Myanmar avrebbero commesso “crimini contro l’umanità” nei confronti della minoranza islamica Rohingya. L’ha sostenuto la delegata speciale dell’Onu nell’ex Birmania, Lee Yanghee, a un programma della Bbc. Aung San Suu Kyi, la leader “de facto” del paese, ha rifiutato di rilasciare qualsiasi intervista e di spiegare cosa stia accadendo, tuttavia un portavoce del suo partito ha ribattuto alle accuse sostenendo che sono “esagerate” e che la questione è “interna, non internazionale”. Lee Yanghee ha dichiarato che non le è stato permesso il libero accesso nell’area del conflitto, ma che numerosi rifugiati in Bangladesh le hanno testimoniato di “crimini contro l’umanità da parte dei militari birmani di Myanmar, delle guardie di frontiera, della polizia e delle forze di sicurezza”.

Onu: “Verso i Rohingya abusi sistematici”

L’alta funzionaria delle Nazioni Unite ha parlato di abusi “sistematici” attribuendo responsabilità importanti al governo di Aung San Suu Kyi che, pur essendo al potere da circa un anno, non ha ancora risposto a questi “massicci casi di orribili torture e crimini estremamente inumani”. Negli ultimi mesi più di 70mila Rohingya, minoranza islamica di Myanmar, sono fuggiti in Bangladesh nella speranza di riuscire a salvarsi dalle persecuzioni.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha vinto le prime elezioni democratiche del paese in 25 anni a novembre 2015. Il governo di cui è a capo ha sempre negato tutte le più gravi accuse di violazione dei diritti umani nello stato di Rakhine, sostenendo che l’operazione militare in corso in quella zona è in realtà assolutamente legittima.

Chi sono i Rohingya e perché vengono perseguitati

Quella dei Rohingya è una popolazione estremamente povera proveniente dal Bangladesh, che si è però insediata in Myanmar – ex Birmania – da molte generazioni. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, sono di fede musulmana in un paese a maggioranza buddista e rappresentano non più di un cinquantesimo della popolazione del paese. La maggior parte di loro vive nello Stato di Rakhine. Nel 1982, la giunta militare al potere all’epoca li privò della cittadinanza birmana, circostanza che impedisce loro di accedere a numerosi servizi come scuole e ospedali. Non hanno nemmeno il diritto di voto, perciò non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015.

(Continua su: https://www.fanpage.it/l-onu-accusa-aung-san-suu-kyi-ha-commesso-crimini-disumani-verso-la-minoranza-rohingya/http://www.fanpage.it/).

10) Bimbo di 10 anni picchiato da baby gang: mal di testa e vomito dopo scuola. Ora è in ospedale

I fatti sono avvenuti in un istituto in provincia di Venezia che ha già avviato un’indagine interna. Il protagonista è un bimbo straniero di 10 anni è finito all’ospedale per delle presunte botte, alla testa, che gli sarebbero state inferte da un gruppo di bulli italiani nella pausa di ricreazione a scuola.

ITALIA VIOLENTA 3 OTTOBRE 2017  12:13 di Biagio Chiariello

Un bimbo di dieci anni è stato picchiato a scuola da una baby gang, composta da compagni del suo stesso istituto più grandi di lui. La vittima è un bimbo asiatico che frequenta la prima media in un istituto di Santa Maria di Sala (Venezia) e non ha ancora compiuto gli 11 anni. Secondo le ricostruzioni de Il Gazzettino, giovedì scorso il bimbo avrebbe subito quello che può essere considerato un vero e proprio agguato. I bulli, tutti italiani e tutti più grandi di lui in quanto frequentano la terza media, lo avrebbero prima seguito fino al bagno della scuola, per poi sferrargli un pugno in volto durante una pausa dalle lezioni. Terminata la ricreazione e dopo essere rientrato in aula, il giovane alunno, in evidente stato di choc con tanto di occhio gonfio, si è sentito male, accusando un forte mal di testa poi accompagnato da conati di vomito.

Ad accorgersi di quanto era successo è stato il padre, che lo stava riportando a casa prima della fine delle lezioni, ma poi ha deciso di deviare d’urgenza in ospedale, esattamente al pronto soccorso di Mirano, in quanto il bimbo continuava a stare male. Il Gazzettino riporta le dichiarazioni di una professoressa che ha parlato di “atti di prevaricazione da parte di una specie di baby gang, volti noti dentro come fuori la scuola e già protagonisti anche di alcuni episodi vandalici nell’hinterland comunale”. Il bimbo nel frattempo è stato trasferito, per maggiori controlli, in ambulanza al nosocomio di Dolo dove è stato trattenuto, dopo gli accertamenti medici del caso, per una notte in osservazione. L’istituto avrebbe avviato un’indagine interna mentre l’ufficio scolastico regionale non ha ricevuto al momento alcuna segnalazione.

“Ci stiamo dando da fare per capire se ci sono situazioni di bullismo all’interno della scuola, se questo non c’è ben venga, se c’è sarebbe giusto come educatori denunciarlo”. Lo ha detto il sindaco di Santa Maria di Sala, Nicola Fragomeni, sul presunto episodio di bullismo avvenuto nella scuola media cittadina “Non bisogna avere l’omertà- ha aggiunto Fragomeni -, bisogna denunciare perché le violenze devono essere fermate”. “Abbiamo un piano formativo da 17mila euro – ha aggiunto – e in questo programma c’è un progetto precisi sul bullismo e sul cyber bullismo e cerchiamo di tenere alta la guardia sui ragazzi che approfittano di quelli più deboli: noi siamo qui per difendere chi ha bisogno”.

(Continua su: https://www.fanpage.it/bimbo-di-10-anni-picchiato-da-baby-gang-mal-di-testa-e-vomito-dopo-scuola-ora-e-in-ospedale/ – http://www.fanpage.it/).

Come dimostra questo ennesimo caso, il bullismo non si ferma, e sono i casi che emergono e riescono a fare notizia a farsi notare, mentre tutti gli altri restano nell’ombra della vergogna familiare o del singolo che soffre e tace per non peggiorare le realtà dei bulli sadici, perversi e sempre sostenuti da un consenso abbastanza elevato. Quale la responsabilità degli adulti in tutto questo?

Stessa situazione riguarda le giovani stuprate: “Se lo sono voluto”… “Hanno atteggiamenti scomposti, gonne corte, vestiti che richiamano… ed allora è successo perché lo volevano”.

E così tutte le femmine o amici maschi di ogni età sono alla mercé di chi è stimolato dalla propria incontinenza e da letture ben poco edificanti. Poi chi è oggetto di stupro o bullismo sarà segnato a dito per sempre anche se, ora come ora, si dà meno importanza a quello che succede agli altri.

11) Somalia, strage di Mogadiscio: oltre 200 morti e più di 300 feriti nell’attentato 

Sale a oltre 200 morti e 300 feriti il bilancio della strage di ieri a Mogadiscio, provocata da due camion-bomba esplosi davanti al Safari Hotel. Ma potrebbero esserci altre vittime: molte persone potrebbero essere ancora intrappolate sotto le macerie.

AFRICA 15 OTTOBRE 2017 –  16:52 di Annalisa Cangemi

Due camion bomba sono stati fatti esplodere davanti a un hotel a Mogadiscio, nei pressi del ministero degli Esteri. Il bilancio dell’attentato di ieri è di oltre 200 morti e almeno 300 feriti.”Le vittime confermate sono 237, ci sono altre persone decedute in altri ospedali in seguito alle gravissime ferite riportate”, ha detto Abdirizak Omar Mohamed, ex ministro della Sicurezza interna. Ma si teme che il bilancio possa ancora salire, perché molti sono rimasti intrappolati tra le macerie.

L’attentato è avvenuto intorno alle 14.40 di ieri: Il Safari Hotel è andato quasi completamente distrutto. La strada in quel momento era molto affollata e l’esplosione ha anche danneggiato diversi edifici vicino tra cui l’ambasciata del Qatar. L’attacco non è stato ancora rivendicato, ma la polizia segue la pista dei terroristi islamisti di al Shebaab, legati ad al Qaeda dal 2012, che in passato hanno già compiuti attentati come questo.

Tra le vittime ci sarebbero anche quattro volontari della Mezzaluna Rossa somala mentre altri di loro sono dispersi. Le autorità hanno lanciato un appello per invitare i cittadini a donare il sangue. Sono migliaia i somali, incluso il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, che si sono già attivati per donare il sangue necessario a curare i feriti ricoverati negli ospedali.

Alfano si è detto “Scioccato dal terribile attacco contro persone innocenti” e ha espresso “Vicinanza e condoglianze al popolo e al governo della Somalia”.

(Continua su: https://www.fanpage.it/somalia-strage-di-mogadiscio-sale-il-numero-delle-vittime-dell-attenato/ – http://www.fanpage.it/).

Dunque, come vediamo, il massacro o la corsa al massacro non si ferma: tutto è come prima, anche se vengono spostati eserciti da una parte o dall’altra, questi non fanno che accrescere non la sicurezza, ma altre forme di violenza, di cui emerge solo parte dei particolari rispetto a quanto realmente succede.

In tutte le guerre, gli stupri delle vittime perdenti erano all’ordine del giorno come pure le razzie dei beni dei civili, ma in questo caso non siamo in guerra. Quei soldati non sono mercenari d’assalto: dovrebbero difendere i civili dove arrivano; ma succede che non si istruiscono abbastanza quei cosiddetti difensori che invece approfittano delle loro condizioni di superiorità strumentali per fare i loro comodi.

Forse sarebbe il caso, come del resto è stato sempre fatto, di fornire a questi soldati delle femmine che si prestino a soddisfarne le necessità fisiche e così fermare gli stupri, come si è sempre fatto in passato presso tutte le nazioni in guerra. Ciò che si dice succede da secoli, ma l’uomo non ha imparato nulla dalle esperienze precedenti. Gli articoli citati di seguito sottolineano questo fatto diffuso dappertutto, non solo fra i soldati della CEE, ma per ogni combattente che arriva in un posto dove ha operato: e allora sono dolori per chi c’è ancora e subisce, quando non erano gli stessi comandanti ad incitare al saccheggio ed allo stupro.

Per chi non lo sapesse c’è un treno pieno d’oro sotterrato dai tedeschi ai tempi della Seconda Guerra Mondiale che è stato individuato e probabilmente già svuotato del suo contenuto, contenuto che era il frutto di rapine perpetrate dai nazisti nei luoghi dove arrivavano. Si ricordi il tesoro di Rommel, partito per la Germania ed arrivato chissà dove, che è transitato nelle acque italiane e che fece ai suoi tempi anche diversi morti fra chi lo cercava.

Per chi vuole approfondire:

– L’Onu fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli di abusi sessuali (https://www.internazionale.it/reportage/delphine-bauer/2017/02/22/onu-abusi-sessuali).

– Onu – Lo stupro è arma di guerra (http://www.informa-azione.info/onu_lo_sturpo_e_arma_di_guerra).

– L’oro perduto del Terzo Reich – Zeppelin (http://www.thezeppelin.org/loro-perduto-del-terzo-reich/).